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don’t go sharing your devotion (lay all your love on me)

Summary:

“M’ha seguito su Instagram dopo la festa e ci siamo scritti in ‘sti giorni, e ora–”

“T’ha chiesto de usci’.”

Annuisce. “Eh.”

Manuel annuisce a sua volta. Quel fastidio continua a infuriare nel suo petto quando chiede, “E te ce vuoi usci’?”

C’è un attimo di silenzio, e il cuore di Manuel batte dolorosamente contro la sua gabbia toracica. Non sa cosa si aspetti che Simone risponda.

Poi, Simone si stringe di nuovo nelle spalle, dice, “Penso di sì. Parlare con lui è… bello. Semplice. Non pensavo potesse esserlo,” confessa, a bassa voce, come se fosse un crimine. Per un attimo, lo guarda come se si aspettasse qualcosa da lui. Chiede, “Sto a fa’ ‘na stronzata?”

 

-- o: Simone trova qualcuno disposto a essere ciò di cui lui ha bisogno, e a Manuel non resta che stare a guardare.

Notes:

*picchietta il microfono* is this thing still on???

Okay, salve, bentornatə su questo account! Forse è passato un po' di tempo dall'ultima volta che mi sono fatta viva su questi schermi ma, a mia discolpa, questa ff ha assorbito tutte le mie energie (leggasi: ho scritto troppo e mi sono ritrovata a gestire un mostro di 50mila parole che doveva essere una oneshot in origine) per due mesi esatti, e volevo finirla prima di iniziare a pubblicare, per cui, eccoci qui. Questa ff, idealmente, è la mia versione della seconda stagione per come l'avrei voluta vedere e devo ringraziare la persona che di solito si rimbalza le idee con me per avermela chiesta per ben due anni (affectionate) e per avermi aiutata in tutte le fasi della stesura di questo mezzo romanzo ♥

E niente, vi lascio alla lettura, spero vi piaccia come è piaciuto a me scriverla, e ci vediamo presto col secondo capitolo ♥

ps: in questa casa si supportano TUTTI i love interest, canon e non, di Simone Balestra perché quel poveretto merita di essere amato come si deve thank you for coming to my ted talk

Chapter Text

Inizia tutto, Manuel si ritrova a realizzare col senno di poi, con una notifica.

È un caldo pomeriggio di inizio ottobre. L’autunno sembra insolitamente restio a prendere il posto dell’estate ormai finita, e villa Balestra pare immersa in una tregua dorata e indolente che ricorda a Manuel quei pigri pomeriggi di agosto che ha trascorso con le gambe immerse in piscina, a smezzarsi una canna con Simone mentre Simone leggeva distrattamente uno dei libri che De Angelis aveva assegnato loro per le vacanze. Una brezza gentile e delicata scuote le chiome degli alberi ancora verdi e si intrufola attraverso la finestra lasciata aperta, dona loro un po’ di sollievo dai raggi del sole che filtrano attraverso le tende azzurrine della stanza di Simone e proiettano ombre leggere sulla parete che Manuel sta osservando da qualche minuto nel tentativo di trovare l’ispirazione per portare a termine il tema di filosofia su Kierkegaard che Dante ha chiesto per giovedì prossimo. 

Simone è seduto alla sua scrivania nella solita posizione – rivolto un po’ verso il quaderno che sta sfogliando, e un po’ verso Manuel, come se fosse un atto istintivo, per lui, essere pronto a girarsi nella sua direzione e ricercare il suo sguardo. Ha davanti a sé la tazzina di caffè che Manuel ha preparato qualche minuto fa, mentre Simone finiva di impilare ordinatamente i piatti appena lavati, e sta sfogliando con aria assorta le pagine di quello che Manuel si ostina a chiamare quaderno di matematica – e che, è costretto ad ammetterlo, è più un insieme di fogli volanti tenuti insieme grazie a due strisce di scotch e una grande forza di volontà – per correggere gli esercizi che Manuel ha svolto ieri sera.

Dalla sua posizione, seduto a gambe incrociate sul letto di Simone – su cui si è fiondato appena sono arrivati in camera. Non ha chiesto il permesso a Simone, né Simone gli ha fatto presente che sarebbe stato se non opportuno, quantomeno cortese da parte sua farlo – e con la testa un po’ inclinata per poter rileggere la mezza pagina che è riuscito a scrivere, Manuel ha una perfetta visione del suo profilo. Lo studia un po’ – la linea dritta del naso; l’angolo delle labbra piegato leggermente verso l’alto perché sta ancora ridacchiando per una sua battuta; l’accenno di fossetta che appare sulla sua guancia quando sorride; i ricci che gli ricadono sulla fronte; persino le sopracciglia corrugate nell’espressione un po’ corrucciata che mette su quando si concentra. Ha addosso una leggerezza nuova e impalpabile, forse impercettibile agli occhi di qualcuno che non conosce Simone Balestra così come lo conosce lui.

Gli piace osservarlo, pensa. 

Gli piace così tanto che un po’ si stupisce di averci messo così tanto ad ammetterlo.

Per Kierkegaard, la vita umana è l’atto stesso di poter scegliere, rilegge, cercando di decifrare la sua grafia disordinata. L’esistenza è mera possibilità, capacità di poter scegliere la strada soggettivamente più opportuna. Ciò costituisce la miseria dell’uomo, poiché la sua libertà di scelta rappresenta il suo permanente dramma–

“Qui non hai applicato bene la formula.”

Le parole di Simone lo riscuotono, riportandolo bruscamente nel mondo reale. Si raddrizza, alza lo sguardo per cercare quello di Simone, che si è voltato nella sua direzione nel breve attimo che gli è occorso per rileggere mezza frase del suo tema.

Batte le palpebre. “Eh?”

“Hai sbagliato ad applicare la formula,” ripete. Fa ondeggiare distrattamente la penna tra indice e medio, indica qualcosa sul quaderno che Manuel non riesce a vedere da dove è seduto. “T’ho segnato i passaggi che hai sbagliato, così quando hai finito con filosofia li rivediamo insieme, va bene?”

“No, ti prego, che palle.” La sua voce assume un tono lamentoso. Allarga le braccia con aria sofferente e si lascia cadere drammaticamente all’indietro, contro il cuscino di Simone, prima di sbuffare di nuovo. “Ma dico io–” continua, unendo le mani e agitandole per esprimere un mix di perplessità ed esasperazione. “Non me puoi scrivere l’esercizio giusto e basta? Perché ‘sta cattiveria? Vabbe’ che so’ stronzo, ma nun penso de meritarme pure questo.”

Steso sul letto com’è, non può vedere molto di Simone, ma lo conosce bene, come forse non conosce neppure se stesso. In questi mesi che ha trascorso a cercare di rimediare agli errori della scorsa primavera, Simone gli è diventato familiare, e potrebbe descrivere i più piccoli cambiamenti nella sua espressione anche ad occhi chiusi. Sa che ha alzato di nuovo gli occhi al cielo e si è passato una mano sul viso. Sa che tra poco rilascerà un sospiro esasperato, ma che farà del suo meglio per trattenere un piccolo sorriso un po’ rassegnato e un po’ divertito. 

Non c’è niente al mondo, pensa, che conosca altrettanto bene, e gli piace l’idea di essere il primo esperto al mondo di Simone Balestra. 

Un sospiro, e poi, “Guarda che lo faccio per te,” dice Simone. Manuel può sentire l’accenno di sorriso nella sua voce. “Come impareresti altrimenti?”

Si puntella sui gomiti per potersi alzare un po’ e incrociare il suo sguardo. Inarca un sopracciglio, poi dice, serissimo, “Stai iniziando a parla’ come tu’ padre, lo sai?”

Per un attimo, Simone non reagisce. Spalanca gli occhi, apre la bocca, ma nessun suono esce dalle sue labbra, e Manuel si chiede se, nel suo maldestro tentativo di rendere la vita di Simone un po’ più leggera, non abbia fatto peggio, e non abbia incoscientemente rotto in mille pezzi qualcosa che Simone era riuscito a mettere insieme con fatica. Sta per scusarsi e dirgli che è un coglione, che non deve far caso a lui, che parla solo per dare aria alla bocca e che comunque non è assolutamente vero che assomiglia a suo padre, croce sul cuore, quando–

Ahia!

Con una velocità ammirevole che, Manuel pensa, può essere attribuita solo agli anni che ha trascorso a vedersi arrivare addosso oggetti a tutta velocità e a rilanciarli a sua volta, Simone ha strappato un pezzo di carta dal quaderno di Manuel, lo ha appallottolato e glielo ha lanciato contro. Manuel non ha il tempo di scansarsi: la pallina lo colpisce sulla guancia destra, prima di rimbalzare sul letto e rimanere lì.

“Come osi.” Simone arriccia il naso in un’espressione a metà tra l’infastidito e il divertito, lancia un’altra pallina che colpisce la sua spalla sinistra. Sta cercando di fare del suo meglio per reprimere un sorriso quando aggiunge, “Rimangiati immediatamente quello che hai detto.”

Manuel si sposta appena, per evitare che Simone riesca a colpirlo ancora. “La deforestazione non è un problema di vitale importanza pe’ te, noto.”

L’ennesima pallina rimbalza contro il muro dietro di lui, sfiorando appena il suo orecchio sinistro. 

“La prossima volta non ti correggo un cazzo e ti lascio fa’ le figure di merda con la Girolami, vediamo se parlo ancora come mio padre–”

“Trovo un po’ dittatoriale questo tuo tentativo de censura, te lo devo di’, ma sappi che il tuo regime del terrore nun me spaventa.”

Questa volta, Simone non riesce a nascondere il suo sorriso. Una risata gli affiora alle labbra; scuote la testa, si stringe nelle spalle, ride un po’ sottovoce, come se ancora non fosse del tutto abituato a questa cosa, come se – dopo così tanti anni passati a smorzare anche il sorriso più piccolo – dovesse imparare a prendere familiarità con l’idea di ridere, di vivere, di concedersi di esistere in un modo un po’ meno silenzioso, un po’ meno invisibile. 

Simone ridacchia, e Manuel sente una dolcissima sensazione di sollievo farsi largo dentro di lui, assieme a qualcosa che è più delicato, più impalpabile, per cui non ha un nome, ma che gli fa piegare gli angoli delle labbra verso l’alto e gli fa battere il cuore un po’ più veloce. I raggi del sole che si intrufolano dalla finestra illuminano il viso di Simone, rendono i suoi occhi più grandi e di una sfumatura più chiara e profonda, e mettono in risalto i più piccoli dettagli del suo viso che Manuel ormai conosce a memoria – la manciata di lentiggini quasi sbiadite che gli sono spuntate sul naso quest’estate; i nei sul lato sinistro del suo volto; la cicatrice che gli ha lasciato la sua primissima partita di rugby, quando si è beccato una pallonata in piena faccia dopo neppure cinque minuti dal fischio di inizio; il taglietto che deve essersi fatto questa mattina quando si è rasato; tutti quei particolari che fanno di questo viso e di questo corpo Simone , e che per lui sono diventati familiari come il suo riflesso allo specchio.

Ah, si ritrova a pensare mentre lo osserva come se non volesse vedere nient’altro. Ah.

La realizzazione non è improvvisa: assomiglia più a una consapevolezza che è cresciuta in maniera graduale, come quel mandarino che hanno piantato mesi fa poco lontano da scuola e che ora è pieno di nuove piccole, verdissime foglie. Manuel non è sorpreso; al contrario, gli pare la cosa più ovvia del mondo, come se avesse sempre saputo in qualche modo, da quella sera nel suo garage quando Simone gli ha chiesto un tatuaggio orribile ed è tornato indietro per lui, che sarebbe finito qui, seduto sul letto di Simone, a guardarlo ridere e a sentire il suo universo riallinearsi sul proprio asse alla luce della consapevolezza di essere innamorato di lui.

Unʼeuforia sottile gli corre sottopelle, e gli viene quasi da ridere. 

“Simo’?”

Simone inclina la testa, e il suo sorriso si fa un po’ meno ampio, ma più dolce. “Mh?”

Non sa cosa sta per dire, ma non importa. Il telefono di Simone emette una vibrazione, e quel momento dorato svanisce con la stessa inaspettata silenziosità e delicatezza con cui si è manifestato, lasciando dietro di sé solo una strana sensazione che a Manuel sembra quasi rimpianto. Simone si gira di nuovo verso la scrivania, recupera il telefono che aveva lasciato sotto il quaderno, lo sblocca. 

Un’espressione un po’ sorpresa appare sul suo volto.

“Che è?” chiede Manuel, mentre si solleva per studiarlo meglio, confuso e un poʼ imbronciato anche se non saprebbe bene dire perché. Batte le palpebre, aggrotta appena le sopracciglia quando una lievissima sfumatura rosa si diffonde sul volto di Simone. “Quelli de rugby se so’ accorti che sei ‘na pippa e t’hanno cacciato dalla squadra?”

Simone non alza gli occhi dal telefono. Si limita a rifilargli un dito medio con la mano libera.

“No, coglione.”

“E allora che è quella faccia? Laura è di nuovo incinta? Guarda che ‘stavolta se la deve accolla’ Pin, non è più responsabilità tua. O forse me devi di’ qualcos–”

“È– è un ragazzo.”

La battuta che stava per pronunciare gli muore sulle labbra, e il sorrisetto sfrontato e divertito che gli piegava gli angoli della bocca verso l’alto rimane per un attimo congelato sul suo viso, prima di svanire. Manuel ha come l’impressione che il mondo si sia fermato, come se il tempo avesse perso la sua regolarità, e fosse rimasto solo questo attimo. 

Un fastidio nuovo e peculiare si fa strada nel suo petto, e si arrampica su per la sua gola.

Deglutisce, cerca di ricacciarlo giù mentre si mette nuovamente a sedere.

“Eh?” chiede. 

La sua voce suona più acuta di quanto vorrebbe, strana alle sue stesse orecchie, come se non gli appartenesse del tutto. Anche il suo corpo gli appare lontano, e ha la sensazione di star vivendo questo momento da fuori, di essere appoggiato con la schiena al davanzale del balcone a guardare questa scena con aria un po’ annoiata, come se questo fosse un film non particolarmente interessante che però vuole seguire fino alla fine, invece di essere seduto sul letto di Simone, a guardarlo arrossire un po’.

Simone, in risposta, si stringe nelle spalle. “È un ragazzo,” ripete. Poi, come se volesse assicurarsi di essere capito, aggiunge, “Che mi ha chiesto di uscire.”

Le sue parole sono un po’ esitanti, e i suoi occhi, quando finalmente alza lo sguardo dal telefono per cercare il suo, sembrano studiarlo per un secondo con un misto di risolutezza e vulnerabilità. Manuel si sente un po’ come se fosse stato chiamato ad un’interrogazione per cui non ha studiato, e si chiede cosa Simone stia leggendo nei tratti del suo viso, e se sia in parte rassicurato da quello che sembra avervi trovato quando piega appena le labbra in un sorriso piccolo, ma luminoso.

Lo guarda come se si aspettasse una reazione da parte sua, e Manuel – come quasi ogni volta che si tratta di Simone Balestra – non sa cosa dire. La sensazione è diversa dal solito, però – non c’è quello stupore confuso ma dolce di sempre; al contrario ha come l’impressione che lo stomaco gli si sia annodato in una morsa dolorosa, e ogni volta che cerca di parlare sente quel fastidio in gola, come se qualcosa di appuntito stesse facendo su e giù nervosamente.

“Okay,” dice. Si schiarisce la voce, ma la sensazione non va via. “E chi è ‘sto tipo? Come lo hai conosciuto?”

Simone lascia cadere il telefono sulla scrivania. Ha ancora le guance un po’ rosse, come se fosse imbarazzato, ma gli occhi sono luminosi e sta ancora sorridendo, e Manuel si chiede se sia questo l’effetto che gli fa, la consapevolezza di essere voluto, per una volta. 

Non lo sapeva.

D’altro canto, non è che gli abbia dato tante occasioni per sentirsi desiderato.

“Hai presente la festa di Fabrizio? Quella della settimana scorsa?”

Come no, vorrebbe dire. Ripensa alla serata che ha trascorso in salotto accanto a sua madre a guardare qualcosa in televisione che ora non ricorda neppure, mentre faceva avanti e indietro nelle storie Instagram di Simone. S’era incantato a fissare una foto – postata da qualcuno dei suoi amici di rugby e poi ricondivisa da Simone – e aveva pensato, col pollice che sfiorava appena il volto di Simone sullo schermo, che Simone era bello quando sorrideva così, con tutta la faccia, mettendo in mostra le fossette e lo spazietto tra i denti, e che – un fastidio improvviso e violento aveva premuto insistentemente contro il suo sterno – voleva essere lui e solo lui a farlo sorridere così. Sua madre gli aveva lanciato un’occhiata distratta, poi era tornata a guardare la TV e gli aveva chiesto, Ma se può sape’ che stai a fissa’ da venti minuti?

Non era stato il suo momento migliore.

“Quella per cui m’hai pisciato malamente?” chiede, inclinando la testa. Arriccia un po’ il naso. “Certo che me la ricordo.” 

Simone alza gli occhi al cielo, gli lancia contro l’ennesima pallina di carta che lo colpisce sul braccio destro. “Ma se t’avevo pure detto che Fabrizio aveva invitato pure te, se volevi venire. Sarai stronzo.” Scrolla le spalle, come se avesse preso atto di questa cosa, poi aggiunge, “Vabbè, comunque c’era pure Gabriele–”

“Gabriele?”

“Eh, Gabriele. È un amico di Fabrizio, si conoscono da quando andavano alle elementari,” spiega, velocemente, come se fosse ovvio. Manuel si chiede quando, esattamente, sia diventato esperto di Gabriele , e perché lui non se ne sia accorto prima, e cosa sarebbe successo se – invece di fargli presente che non era il caso di portarsi dietro Manuel a una festa di un suo compagno di squadra che lo conosceva appena e lo aveva invitato solo perché ci aveva scambiato due parole a bordo campo quando era venuto a vedere qualche partita, e che senza di lui si sarebbe divertito ugualmente – avesse accettato la proposta di Simone, e fosse andato con lui. “Abbiamo parlato un po’ alla festa, ed è stato… bello .”

Qualcosa si agita fastidiosamente nel suo petto. 

“Sì?”

“Sì.” Simone si stringe nelle spalle, abbozza un sorriso. Manuel si chiede se abbia mai sorriso così, mentre parlava di lui. “M’ha seguito su Instagram dopo la festa e ci siamo scritti in ‘sti giorni, e ora–”

“T’ha chiesto de usci’.”

Annuisce. “Eh.”

Manuel annuisce a sua volta. Quel fastidio continua a infuriare nel suo petto quando chiede, con noncuranza ostentata mentre giocherella con un filo scucito della sua t-shirt, “E te ce vuoi usci’?”

C’è un attimo di silenzio, e il cuore di Manuel batte dolorosamente contro la sua gabbia toracica. Non sa cosa si aspetti che Simone risponda.

Poi, Simone si stringe di nuovo nelle spalle, dice, “Penso di sì. Parlare con lui è… bello. Semplice. Non–” Si porta una mano alla nuca, se la massaggia un po’ nervosamente, giocherella col lobo del suo orecchio. “Non pensavo potesse esserlo,” confessa, a bassa voce, come se fosse un crimine. Per un attimo, lo guarda come se si aspettasse qualcosa da lui. Chiede, “Sto a fa’ ‘na stronzata?”

Manuel vorrebbe ridere, piangere, forse entrambe le cose insieme. 

Sì, pensa. Stai a fa’ ‘na stronzata.  

Gli viene stupidamente in mente il tema che stava rileggendo solo dieci minuti fa e la scelta imprevista che gli è stata presentata, davanti alla quale si sente come lʼuomo di Kierkegaard, paralizzato dalle possibilità. Per un attimo, si immagina di fare la scelta giusta; si vede mentre scende dal letto, raggiunge Simone a passi lenti, lo costringe a buttare un po’ il capo indietro per incrociare il suo sguardo. Nella sua testa, gli prende il viso tra le mani, accarezza coi pollici gli zigomi un po’ rossi, sfiora con la punta delle dita le fossette sulle sue guance. Quasi sente la sua stessa voce che gli dice, piano, ma con unʼurgenza nuova, Non ce usci’ co’ quello. Esci co’ me. Pure io so’ capace de farte sorridere così. Pure io posso renderte felice.

Invece, scuote la testa, gli offre un sorriso che spera sia incoraggiante. Ha già fatto abbastanza danni; non è giusto, pensa, rovinargli anche questo, quando ancora non è pronto ad essere quello di cui Simone ha bisogno.

“No, Simo’. Fai bene. Daje.” Fa un cenno con la testa al telefono che ha lasciato sulla scrivania. “Però mo je devi rispondere a questo, altrimenti pensa che lo stai ad accanna’ ancora prima de esse’ usciti.”

Una risata cristallina scappa dalle labbra di Simone. Hai ragione, che coglione che sono, dice, prima di voltarsi di nuovo verso la scrivania, afferrare il cellulare. Per qualche secondo, Manuel lo guarda digitare qualcosa sullo schermo con un sorriso ampio sulle labbra, che mette in mostra le fossette sulle sue guance.

Quel fastidio nel suo petto non sembra avere alcuna intenzione di calmarsi.





La prima cosa che lo accoglie quando torna a casa e lascia cadere le chiavi sul mobiletto un po’ malconcio accanto all’ingresso è il rumore familiare di dita che scorrono sulla tastiera. 

“Ma’?” Si chiude la porta alle spalle, poi si sfila lo zaino dalle spalle, lo butta per terra con la grazia di sempre, che in genere gli vale un rimprovero da parte di sua madre perché Lasci sempre tutto dove capita, ma te pensi che c’hai la cameriera che te segue? “Ma, ‘ndo stai?”

“Sto qua.”

La voce di sua madre si diffonde dalla cucina, assieme alla luce fluorescente del computer che proietta ombre lunghe nel corridoio. Quando entra nella stanza, nota che Anita è appollaiata sulla sedia nella tipica posizione del gamberetto: se ne sta con una gamba poggiata sul sedile della sedia, l’altra incrociata sotto il sedere in una contorsione tale che Manuel un po’ si chiede come faccia a non aver bloccato la circolazione del sangue ed  essere ancora in possesso degli arti inferiori. La schiena è leggermente curva in avanti, la testa è poggiata sul ginocchio che sta stringendo al petto, mentre con la mano libera sta scorrendo il touchpad del computer per scorrere il documento – probabilmente una traduzione che deve consegnare a breve – che sta leggendo. 

“Ma’, non pe’ cattiveria, ma non c’hai più vent’anni da ‘n pezzo,” Si avvicina, le posa un bacio tra i capelli arruffati a mo’ di saluto, mentre lascia una carezza leggera tra le sue scapole. “Se stai così n’altro po’ poi domani a lavoro te ce devo porta’ ‘n spalla.”

In risposta, Anita alza lo sguardo dallo schermo solo per rifilargli la solita occhiataccia – un misto di esasperazione e affetto che ormai sa di casa – che Manuel si becca almeno tre volte al giorno, nei suoi giorni migliori. 

“Ho cresciuto un gentiluomo,” commenta, il volto che si accartoccia in una smorfia infastidita che Manuel sa di aver ereditato. Poi, butta un po’ indietro la testa, come se avesse notato qualcosa e volesse osservarlo meglio, abbassa la gamba che teneva ancora sul sedile della sedia e si volta nella sua direzione, prima di chiedergli, un po’ confusa e un po’ curiosa, “Oh, che c’hai? C’hai ‘na faccia.”

Scrolla le spalle, si dirige verso il frigo. Estrae una bottiglia d’acqua, versa il suo contenuto in un bicchiere. Dà le spalle a sua madre quando replica, “C’ho la faccia de uno che ha dovuto fa’ lo stesso esercizio de matematica quattro volte, ecco che faccia c’ho.”

“Mh. Solo questo?” 

“Seh. Simone è ‘n incubo quando ce se mette, nun c’hai idea.” 

“Manuel.” 

“Che cʼè?” 

“Mi guardi?” 

Sua madre non si lascia scoraggiare dalle sue risposte. Manuel sa che deve aver preso da qualcuno la sua testardaggine, ma lo stupisce ugualmente rendersi conto che non è lui ad essere cocciuto, ma sua madre ad avergli trasmesso questa impossibile, feroce caparbietà che ora la spinge – lo nota quando si volta appena nella sua direzione con un’espressione interrogativa sul volto – a corrugare le sopracciglia e guardarlo con l’aria di chi non ha intenzione di arrendersi fino a che non ha ottenuto le risposte che cercava, prima di chiedergli, piano, con una leggera preoccupazione nella voce, “Ma che hai litigato di nuovo con Simone?”

Ah.

Manuel rimane col braccio fermo a mezz’aria, nell’atto di portarsi il bicchiere alle labbra. Il fastidio del pomeriggio riprende a bruciargli nella gabbia toracica, gli attorciglia lo stomaco in una morsa, gli preme sul petto. 

“No, ma che stai a di’,” replica. La sua voce gli sembra ancora strana e poco familiare, come se non stesse uscendo dalle sue labbra. Quando sua madre gli rifila unʼespressione scettica, aggiunge, un poʼ snervato, “No, maʼ, nun c’ho litigato.”

Sua madre inarca un sopracciglio. “Sei sicuro?”

Sbuffa, beve un sorso d’acqua. Pensa che forse sarebbe stato più facile se davvero avesse litigato con Simone, ché è abituato alle esplosioni e Simone che urla, che lo odia e che non vuole più vederlo è un Simone che conosce e con cui ha capito – in una sala d’aspetto di un ospedale, quando non sapeva se Simone sarebbe sopravvissuto o meno, e aveva pensato che gli sarebbe andato bene tutto pur di vederlo riaprire gli occhi, anche non essere più parte della sua vita – che può imparare a vivere, e che invece non sa come gestire un Simone che si innamora di qualcuno che non è lui. Si sente un po’ come se gli stesse sfuggendo tra le dita, e lui fosse lì, immobile, a guardarlo accadere senza sapere come impedirlo, o se sia giusto impedirlo in primo luogo. Gli viene in mente il sorriso un po’ dolce e un po’ imbarazzato di Simone mentre rispondeva al messaggio di quel ragazzo qualche ora fa, e come gli era sembrato sinceramente stupito dall’idea che qualcuno volesse uscire con lui, come se il fatto di essere voluto lo avesse colto di sorpresa. Che diritto avrebbe Manuel di togliergli quella nuova felicità un po’ imperfetta che Simone ha impiegato così tanti mesi a costruire? 

Gli brucia in gola, la consapevolezza che ha solo una scelta davanti a sé: starsene zitto e lasciare che Simone gli scivoli via, o parlare e rischiare di fargli di nuovo del male. 

Che, gli pare ovvio, non è affatto una scelta. 

Scuote la testa, offre a sua madre una cosa a metà tra un sorriso sarcastico e una smorfia di dolore. 

“Grazie per la fiducia, eh.”

Sua madre lo guarda come lo guarda sempre – con quello sguardo che sembra leggere ogni pensiero che gli affolla la testa, e quel sorriso esasperato ma pieno di amore che Manuel ha sentito contro la sua fronte innumerevoli volte.

Gli sembra di essere trasparente, o di avere un cartello luminoso sulla testa che lampeggia e recita, Sto a rosicaʼ come un  coglione.

“Oh, io stavo solo a chiedere,” gli fa presente, alzando le mani come a dichiarare innocenza. “Quando litighi con Simone stai sempre così.”

“Così come?”

Uno sguardo eloquente. “Preso a male, Manuel.”

“Nun sto preso a male,” borbotta, evidentemente preso a male. “Mo hai finito co’ ‘sto interrogatorio o–”

“Va bene, va bene, come dici te, me so’ sbagliata, può capitare. Non sempre–” precisa, agitando l’indice nella sua direzione, con un’aria un po’ minacciosa sul viso, come se stesse sfidando Manuel a contraddirla. “–ma può capitare, lo ammetto.”

Manuel emette una piccola risata davanti alla sua espressione. Sente un improvviso, quasi doloroso, moto di affetto, e per un attimo immagina di concedersi il lusso di essere il ragazzo di diciotto anni che è, rannichiarsi tra le braccia di sua madre, lasciarsi consolare da lei come quando era un bambino e si era appena sbucciato un ginocchio, con la certezza che sua madre sarebbe stata lì, pronta a stringerlo e a scacciare ogni sua più piccola paura. Immagina di posare la testa sulla sua spalla mentre lei gli accarezza i capelli, prendere un respiro profondo, dirle, Simone esce co’ uno, solo per ricevere in cambio uno scappellotto da parte sua, accompagnato da uno sguardo di rimprovero, e da un, Embe’? E che stai a fa’ qua? Vai a parlargli, cretino.

Invece, posa il bicchiere sul bancone della cucina, borbotta, “Seh, seh, certo.” Incrocia le braccia al petto, inclina la testa. Cerca di scacciare il pensiero di Simone che sorride allo schermo mentre digita un messaggio. “Vabbe’, che se magna stasera?”

Magari, pensa distrattamente, gli dice culo, e questa storia durerà meno della batteria del suo cellulare.





Non gli dice culo.





“No, Aurelia’, senti a me–” inizia Matteo, posando il suo bicchiere sul tavolo e allungando un braccio attorno alle spalle di un Aureliano un po’ sconsolato, che sta raccontando con aria afflitta del suo tira e molla disastroso con la Castelli di quarta D con cui ha una mezza cosa , parole sue. Con la mano libera gli batte un pugno affettuoso sulla spalla che può come può non essere un effetto collaterale dei drink che ha bevuto. “Tu non je devi scrive’ a questa, te devi fa’ desidera’, capito? Mo la ignori, poi stasera quando torni a casa je dici, Scusa, ero con gli amici mia. Fine. La devi fa’ dispera’, fidate de me, o qua non svolti mai.”

“Aurelia’, non je da’ retta,” interviene Chicca, dall’altro lato del tavolo, mentre sorseggia il suo cocktail. Le luci al neon del locale fanno sembrare i suoi capelli ancora più accesi del solito, e di lei Manuel riesce a intravedere solo una macchia confusa di una violenta tonalità di rosa. “Matteo è l’ultima persona al mondo de cui me fiderei pe’ ‘na questione d’amore.”

Matteo emette un verso indignato. “Ma oh–”

“Ma infatti,” aggiunge Manuel, annuendo energeticamente, come se Chicca avesse appena detto qualcosa di estremamente profondo. “Scusami, Matte’, eh, ma da quando sei diventato ‘st’esperto mondiale de roba sentimentale? Nun stavi a piagne’ perché l’amica de Monica della scuola francese t’aveva accannato fino a du’ settimane fa?”

Un coro di risate si leva dal tavolo, anche se fanno tutti del loro meglio per trattenerle. Se Matteo si è particolarmente offeso per i loro commenti, non lo dà a vedere. Invece, allarga le braccia – un braccio ancora attorno alle spalle di Aureliano, che viene sballottato un po’ nella sua direzione, l’altro che urta appena il drink di Luna, che prontamente lo mette in salvo – e piega le labbra in un sorriso che è sicuramente da imputare alla quantità di alcool attualmente presente nel suo organismo.

“Innanzitutto, nun m’ha accannato, abbiamo comunemente deciso de non vederci più, è diverso–”

“Veramente t’ha pisciato e te te sei disperato per un mese–”

“E poi–” continua, imperterrito, come se Chicca non fosse avesse parlato affatto. Li indica con una mano, come a dare più enfasi al suo discorso. “Ma ve siete visti? Siete dei casi disperati, qualcuno ve deve da’ ‘na mano.”

“Vabbè,” borbotta Aureliano, girando il ghiaccio nel suo drink con la cannuccia. “Non è che tu sia messo meglio, eh.”

“Io non mi sento un caso disperato, a dire il vero,” interviene Laura. È seduta qualche posto più in là, e le luci del locale si riflettono sui suoi capelli chiari, dandole un’aria un po’ spettrale. “La mia relazione funziona benissimo.”

Luna si volta nella sua direzione, prende un sorso del suo drink prima di replicare, “Oddio, amo’, te t’eri pure inventata di essere incinta quando Simone t’ha mollata, però. Forse Matteo nun c’ha tutti i torti.”

Una paio di teste si voltano nella direzione di Laura, che, in una evidente regressione a stadi di sviluppo precedenti, si è portata le mani sul volto come a nascondersi, forse con la convinzione che se lei non può vedere il resto dei loro compagni, allora il resto dei loro compagni non può vedere lei.

“Hai fatto cosa?

“Ma quando?”

“E soprattutto perché nun ne sapevo niente?”

“A proposito,” dice Chicca a voce alta, forse per salvare Laura da questa figura di merda. “Ma Simone? È la seconda volta che ci accanna, mo m’offendo.”

Manuel si schiarisce la voce, prende a giocherellare con l’etichetta della bottiglia di birra che ha ordinato. Con l’unghia del pollice, raschia un po’ l’angolo, come se volesse cercare di rimuoverla. Cerca di assumere un’espressione neutrale quando sente Laura dire qualcosa che suona come, M’aveva detto che usciva di nuovo con quello della festa.

“Ammazza, oh.” Il commento di Aureliano gli arriva come ovattato, così come il resto dei rumori di questo locale – la musica alta, il chiacchiericcio, il suono di bicchieri che tintinnano contro il tavolo. Tutto gli sembra lontanissimo, come se avesse chiuso una porta, e fosse rimasto da solo in una stanza. “È tipo la terza volta che ce esce, no? È ‘na cosa seria.”

“Pare di sì.”

Qualcosa si rimescola fastidiosamente nello stomaco di Manuel. Si chiede se forse non sia colpa della birra, e se abbia mangiato a sufficienza prima di bere. Il cuore gli batte furiosamente nel petto, e sente qualcosa – come una corrente elettrica – che gli corre sotto la pelle, lungo gli arti, su e giù per la sua spina dorsale. Si ritrova, senza sapere come, ad agitare la gamba destra nel tentativo di scaricare quella tensione che sembra aver preso possesso del suo corpo.

Gli viene in mente il sorriso un po’ felice e un po’ impacciato di Simone, la domenica dopo il primo appuntamento con Gabriele, quando Manuel si era presentato alla villa nel pomeriggio con la scusa dell’interrogazione di fisica del giorno dopo. Non ne avevano parlato – Simone non aveva detto nulla, forse con la consapevolezza che tirare fuori quell’argomento avrebbe potuto rendere le cose imbarazzanti tra di loro visto l’elefante nella stanza che nessuno dei due aveva mai voluto affrontare, e Manuel non aveva chiesto, se non per un conciso, Tutto bene? a cui Simone aveva risposto con un veloce cenno della testa; eppure non gli era sfuggito il modo in cui il volto di Simone si era aperto in un sorriso quando il suo telefono si era illuminato. Non aveva risposto subito; aveva spento lo schermo ed era tornato a spiegargli, con pazienza infinita, l’ultimo argomento che avevano trattato a lezione con la Girolami, ma a quel punto Manuel aveva smesso di ascoltare, e aveva passato l’ora successiva a chiedersi cosa gli avesse scritto Gabriele per farlo sorridere così.

A fine giornata – dopo tre disastrosi esercizi di fisica, e almeno un paio di messaggi che avevano suscitato la stessa reazione da parte di Simone – era arrivato alla conclusione che di questo passo gli sarebbe servito urgentemente un fegato nuovo nel giro di un paio di settimane.

“Manuel,” lo richiama Matteo, sventolandogli una mano davanti al volto. “Ma te ne sai qualcosa?”

“In che senso?”

Matteo gli rivolge uno sguardo che riesce ad essere allo stesso tempo eloquente ed esasperato. Se solo non volesse essere inghiottito da una botola in questo preciso istante, Manuel ammirerebbe l’impresa, anche perché non è certo che, visti i drink che ha buttato giù, il suo compagno di classe riesca davvero a metterlo a fuoco.

“Quanti sensi ce possono sta’?” chiede, come se gli stesse facendo una domanda ovvia. “Sapevi che doveva usci’ co’ questo? T’ha detto niente?”

No, ‘sto sabato non posso, era stata la risposta di Simone, giovedì durante la ricreazione mentre con lo stecchetto girava il suo caffè senza zucchero, quando Manuel gli aveva fatto presente che i loro compagni di classe stavano organizzando una serata in quel locale nuovo che aveva aperto da poco, non lontano da scuola. Aveva piegato le labbra in un piccolo sorriso di scuse, prima di aggiungere, Devo uscire con Gabriele. 

Manuel aveva deglutito. Improvvisamente, gli era parso che il suo caffè – macchiato, tre tacchette di zucchero, sì, Manuel, ho controllato, guarda che me lo ricordo come prendi il caffè – avesse un sapore terribile, ed era stato tentato di sputarlo.

Di nuovo?

Simone aveva sorriso, un po’ confuso. Beh, è così che funziona quando stai conoscendo qualcuno.

Manuel si era limitato ad annuire, come se stesse assorbendo l’informazione. Aveva soppresso l’istinto di dirgli, Ma che bisogno ce sta? Conosci già me. Aveva pensato che Simone non l’avrebbe presa granché bene, e non se l’era sentita di ritirarsi a casa con un occhio nero per aver compiuto il terribile crimine di essere la persona con meno tempismo al mondo.

“Boh, sì. M’aveva detto ‘na mezza cosa l’altro giorno.” Scrolla le spalle, come se l’argomento non lo toccasse minimamente, poi inclina la testa e lancia un’occhiataccia prima a Matteo, poi a Laura. “Però saranno pure cazzi suoi se ce lo vuole di’ o no, eh?”

Qualcuno – forse Aureliano – emette un fischio, qualcun altro – Luna, o forse Chicca – ridacchia. Matteo, inaspettatamente pacifico per essere la stessa persona con cui Manuel ha dato vita a una rissa solo qualche mese fa, allarga di nuovo le braccia, scuote la testa con fare esasperato. 

“Madonna, Manuel,” commenta, un misto di preoccupazione e rassegnazione nella voce. “Tutto ‘sto livore mica te fa bene.”

“Livore? Te cali du’ drink e diventi Manzoni?”

“Oh, io lo dico pe’ te. Non campi sereno così. Ma, levami una curiosità–” Ignora il suo commento e si sporge coi gomiti sul tavolo, come se stesse per fargli una domanda di vitale importanza. Le sue sopracciglia si inarcano, e un sorrisetto insolente, che gli fa brillare gli occhi, si fa strada sul suo volto. “Non è che niente niente stai a rosica’ perché l’amico tuo t’ha pisciato e mo sei costretto a sta’ qua co’ noi?”

Manuel apre la bocca. La richiude. Quel fastidio familiare gli infuria nella gabbia toracica come un’esplosione, sale su per la sua gola, gli brucia sulle labbra. Matteo lo sta ancora guardando con aria soddisfatta, come se avesse appena messo a segno un colpo ben assestato, e Manuel valuta l’idea di buttargli addosso quel che resta della sua birra – ché comunque gli è passata la voglia di bere per il resto della serata –, e lanciargli dietro anche la bottiglia, giusto per essere sicuro di aver reso chiara la sua posizione; ma prima che possa anche solo provarci e macchiarsi definitivamente la fedina penale–

“Oh, che c’hai da di’ de noi? Noi siamo una compagnia fantastica,” interviene Chicca, sporgendosi quel che basta per dare uno spintone leggero a Matteo.

La tensione – che Manuel non si era neppure accorto si fosse fatta prepotentemente spazio al tavolo durante questo scambio di battute – sembra dissolversi. Un coro di risatine si solleva dai suoi compagni di classe, Matteo si becca qualche altro spintone amichevole e, in risposta, ci tiene a ribadire quanto siano tutti casi disperati e come abbia fatto bene Simone a mollarli lì per uscire col suo ragazzo.

Non è il ragazzo suo, è solo uno che frequenta un po’. Mica ce sta insieme, vorrebbe dire Manuel, ma è ancora abbastanza sobrio da rendersi conto che tale affermazione – per quanto assolutamente vera – non farebbe altro che dare ragione a Matteo, e servirebbe solo a farlo entrare di prepotenza nella categoria dei rosiconi di merda, per cui preferisce bere un sorso della sua birra e rimanere in un dignitoso silenzio. 

Più tardi, quando la serata si è ormai conclusa e stanno uscendo dal locale, Chicca gli si avvicina. Gli offre un sorriso che a Manuel sembra affilato come una lama, inarca così tanto le sopracciglia che spariscono sotto la frangetta e dice, piegando la testa di lato come per studiare la sua espressione, “Prego, comunque.”

Manuel si acciglia. L’aria fresca di questa sera di metà ottobre giocherella con i capelli di Chicca appena mettono piede fuori al locale, e gli fa rimbalzare i ricci disordinati sulla fronte. La luce calda dei lampioni proietta le loro ombre sul muro del locale alle loro spalle, e fa sembrare le ciocche rosa di Chicca di una sfumatura un po’ più delicata, addolcisce un po’ i tratti del suo viso. 

“Per cosa?” chiede, confuso.

Chicca gli rivolge uno sguardo eloquente. “Per averte salvato da Matteo, coglione.” E poi, prima che Manuel possa dire anche solo una parola e farle presente che non c’era niente da cui dovesse essere salvato, grazie tante, solo Matteo che si inventa le cose e non sa riconoscere l’inestimabile valore del silenzio, Chicca si avvia verso Laura, che la sta aspettando qualche metro più in là. Poi, sembra ripensarci – si volta di nuovo nella direzione di Manuel, senza smettere di camminare, e gli dice, “Nascondilo meglio che stai a rosica’, la prossima volta.”





“Ma quindi come era ‘sto locale?”

La voce di Simone arriva da qualche parte sopra di lui, leggermente attutita mentre Manuel se ne sta disteso sotto l’auto che sta riparando da una mezz’oretta. È accompagnata dal suono di pagine che vengono sfogliate – segno che Simone sta effettivamente ripetendo per il test di filosofia che Dante ha fissato per la prossima settimana – e da un piccolo sospiro un po’ irritato, che è la normale reazione di Simone Balestra a tutto ciò che ha a che fare con la filosofia, suo padre incluso.

Manuel emette un suono un po’ annoiato. “Boh,” replica, scrollando le spalle anche se Simone non può vederlo. “Il solito locale di merda scelto da Matteo, ma con l’aggravante che ‘na bottiglia di birra costa quanto la spesa di du’ giorni. ‘No strazio.” Allunga la mano da sotto l’auto, dal lato in cui Simone era seduto poco fa, l’ultima volta che è riemerso per prendere un sorso d’acqua. Agita le dita, come ad attirare la sua attenzione. “Oh, me passi la tredici?”

C’è un attimo di silenzio, in cui Manuel riesce ad immaginare l’espressione un po’ confusa di Simone mentre alza lo sguardo dal libro di filosofia su cui era concentrato, come se fosse bruscamente tornato nel mondo reale. Dopo qualche secondo, sente il cigolio delle molle dei vecchi sedili sbrindellati su cui Simone è seduto, poi il rumore metallico di ferri che vengono spostati. 

Uno sbuffo. “Se solo li tenessi un po’ più ordinati–”

“Simo’, t’ho chiesto de passarmi la tredici, non de diventa’ Marie Kondo.”

La risata di Simone rimbalza tra le pareti e invade il garage. È un suono caldo, e bello, e per nulla trattenuto, e così vivo che un po’ fa male, e a Manuel piace l’idea di riuscire, nonostante tutto, a farlo ridere così, come se per un secondo il peso di tutte preoccupazioni che si porta dietro da sempre con una naturalezza e una pazienza disarmanti si fosse fatto un po’ più leggero. Si chiede se Simone rida così anche con Gabriele, se Gabriele sappia come disinnescare, almeno per un secondo, quella tensione costante che si annida tra le scapole di Simone, e di cui Manuel ha imparato a farsi carico, in questi mesi che ha trascorso accanto a lui dopo l’incidente.

“Ah, eccola.” C’è un altro suono metallico, poi le dita di Simone sfiorano le sue mentre gli passa la chiave che ha richiesto. “Tieni.”

È un contatto brevissimo e insignificante, la punta delle dita di Simone che sfiora i suoi polpastrelli e niente più, ma a Manuel il cuore batte forte nel petto ugualmente. Non aveva mai fatto caso a quanto poco si tocchino, lui e Simone – si spintonano, si colpiscono, si battono amichevoli pacche sulle spalle quando vogliono prendersi per il culo o rassicurarsi che sia tutto okay tra di loro; ma non si sfiorano mai davvero, come se avessero tracciato un’invisibile linea di confine che sono entrambi attenti a non oltrepassare. Sa che è giusto così, e che se Simone l’ha fatto, è solo perché temeva di spingersi troppo oltre con lui, di osare troppo e di rimanere di nuovo scottato; eppure Manuel sente una tristezza strana e difficile da definire, che gli fa desiderare di riavvolgere il tempo, di tornare alla scorsa primavera, essere meno stronzo, fare tutto giusto, questa volta.

“Vabbè,” continua Simone. Le molle dei sedili cigolano di nuovo, segno che è tornato a sedersi. “Non mi sono perso niente l’altra sera, allora?”

Manuel ha la distinta sensazione che i suoi organi interni siano stati riarrangiati in maniera frettolosa e confusa. Stringe le dita attorno alla chiave che Simone gli ha passato, riporta il braccio sotto l’auto, nel tentativo di distrarsi dal bruciore che sembra farsi largo nel suo stomaco. Pensa distrattamente che dovrà fare scorta di Maalox a breve.

“Nah,” replica, cercando di fare del suo meglio per non dare a vedere il suo reale stato d’animo. Ringrazia di essere disteso sotto quest’auto; forse, se avesse dovuto incrociare lo sguardo di Simone, Simone avrebbe capito tutto – come capisce sempre tutto, come se Manuel fosse un’equazione che ha risolto tempo prima, e che ora gli appare chiarissima – e sarebbe stato tutto più difficile. “Te sei perso solo Matteo che s’è messo a fa’ la posta del cuore co’ Aureliano.”

“Matteo? Quel Matteo?”

“Che te devo di’, so’ stupito quanto te. La fantasia non arriva dove arriva la realtà.” 

Poi, si schiarisce la voce. Sa che si pentirà di questa domanda più o meno due secondi dopo averla fatta, ma sente che è giusto che glielo chieda, e che probabilmente mostrare un briciolo di interesse nei confronti di Simone e dei suoi appuntamenti è il minimo che possa fare per essere l’amico che Simone merita, e che Manuel sta cercando di dimostrare – forse a se stesso, perché Simone non ha mai dubitato di lui – di poter diventare. 

Per cui, arriccia il naso, prende un respiro e, “E a te com’è andata la serata?” chiede.

Simone non risponde subito. Il cuore di Manuel batte un ritmo impazzito contro il suo sterno, e non sa cosa desiderare che Simone gli risponda; una parte di lui, di cui si vergogna profondamente, vorrebbe sentirlo sospirare un po’ sconsolato, scuotere la testa – i ricci che rimbalzano appena contro la sua fronte, e che Manuel si affretterebbe a scostare con le mani pulite dal grasso, mettendo in quel gesto tutta la tenerezza che ha scoperto di possedere grazie a lui – con quell’espressione che è un po’ un sorriso triste e un po’ una smorfia, dire, sottovoce, quasi come se fosse una colpa, Mi sa che non è andata bene. Forse Gabriele non è la persona giusta.

Manuel gli rivolgerebbe un piccolo sorriso, gli darebbe un buffetto leggero sulla guancia, così lieve che potrebbe quasi essere una carezza maldestra, un po’ camuffata. 

Non te preoccupa’, gli direbbe, piano. So’ sicuro che la trovi, la persona giusta. Forse è pure più vicina de quanto pensi.

Non aggiungerebbe altro e Simone non farebbe alcun commento, ma un qualcosa di impercettibile eppure fondamentale tra di loro cambierebbe da quel momento in poi.

Tuttavia, il resto di lui – che non è così stronzo da desiderare l’infelicità di Simone solo perché è stato così coglione da arrivare tardi pure a quella realizzazione esistenziale che gli ha fatto capire che forse Simone gli piace un po’ più del previsto – si pente anche solo di averlo pensato. È ingiusto da parte sua, si ripete, sperare che le cose con Gabriele vadano male, quando Simone merita di essere felice, più di ogni altra persona al mondo.

Il problema, in ogni caso, non si pone, perché Simone prende un respiro – non sconsolato; Manuel può chiaramente sentire che sta sorridendo – e dice, piano, “Bene.”

Ecco, appunto, si dice. Quello che te meriti.

“Sì?”

“Mh-hm.” Può chiaramente vedere, nella sua mente, Simone che annuisce, assorto, mentre continua a sfogliare distrattamente il libro di filosofia, i ricci che gli sfiorano la fronte, e non sa perché quell’immagine è come una lama appuntita che gli pungola un po’ il cuore. “Siamo stati in un locale a San Lorenzo.” 

“Figo.”

“Sì, molto. Magari qualche volta ci possiamo andare,” replica Simone, mentre sfoglia ancora le pagine del libro. 

Manuel evita di fargli presente che preferirebbe dare una testata al muro piuttosto che andare con Simone nello stesso locale in cui è stato col tipo che sta frequentando. 

Va bene tutto, pensa, ma almeno la dignità

“Penso che–” Simone continua, ma poi fa una pausa, come fa ogni volta che sta cercando le parole giuste. “–che Gabriele mi piaccia davvero.”

Disteso sotto l’auto e con le braccia sollevate nel tentativo di stringere un bullone, Manuel ripensa alle ultime settimane, si chiede cosa sia successo e come abbia fatto a finire in questa situazione, con Simone che gli racconta dei suoi appuntamenti con qualcuno che non è lui e lui che annuisce in silenzio, mentre dentro di sé sta facendo del suo meglio per non morire sul colpo di troppo rosicamento. Non doveva andare così, pensa, in maniera un po’ stupida. Gabriele non doveva diventare parte integrante della vita di Simone – doveva essere un’uscita di una sera; una breve e inconcludente deviazione dal percorso originale; qualcosa di cui, tra qualche mese, quando sarebbe stato finalmente pronto ad essere ciò di cui Simone aveva bisogno, lui e Simone avrebbero potuto ridere mentre erano stesi sul suo letto, le loro mani intrecciate, la testa di Simone posata sul petto di Manuel mentre con la mano libera Manuel faceva su e giù, lentamente, lungo la sua spina dorsale, tracciava i contorni del tatuaggio che gli aveva fatto. Avrebbe posato un bacio sulla sua fronte, e gli avrebbe punzecchiato un fianco, prima di dire, un sorriso sfrontato che gli avrebbe piegato le labbra verso l’alto, Oh, ma te ricordi quando sei uscito co’ quello della festa de Fabrizio?  

Simone avrebbe alzato gli occhi al cielo col suo solito fare melodrammatico, e avrebbe replicato, Beh, non potevo mica sta’ ad aspetta’ te.

Però poi l’hai fatto.

Mh. Simone avrebbe posato un bacio sul suo petto, proprio lì, dove il cuore avrebbe preso a frullargli nella gabbia toracica. Ne è valsa la pena, però.

Quel futuro che Manuel aveva immaginato così chiaramente si dissolve davanti ai suoi occhi in una decina di parole e meno di un minuto, e ora non gli resta che fare i conti con il presente che gli si è parato davanti, e con il passato con cui deve imparare a fare pace.

Si ripete che non deve fare lo stronzo con Simone. Non è colpa sua, d’altro canto, se è una persona di cui è facile innamorarsi.

“È ‘na cosa bella, Simo’,” dice, piano. La cosa più assurda, riflette, è che lo pensa sul serio. Simone merita qualcuno che lo faccia sentire amato come si è sentito pochissime volte nella sua vita, e se quel qualcuno non può essere lui – perché non è pronto, perché Simone è andato avanti, perché è andata così e basta e non cʼè niente che possa fare al riguardo –, allora se ne dovrà fare una ragione, anche se in questo momento è metaforicamente seduto sulla metaforica sponda del fiume ad aspettare di veder passare il metaforico cadavere del suo non tanto metaforico nemico. “So’ contento, sul serio.”

Non lo può vedere, ma, dal respiro che butta fuori, sa che Simone sta sorridendo, con quel sorriso un po’ imbarazzato e un po’ di scuse che mette su come se stesse chiedendo perdono quando gli succede qualcosa di bello, come se una parte di lui non pensasse di meritarlo. Quella cosa nel suo petto non smette di premere dolorosamente contro il suo sterno, ma Manuel pensa che può imparare a conviverci, se Simone può imparare ad essere felice.

Poi, Simone sbuffa e, a giudicare dal suono che rimbomba nel garage, chiude di scatto il libro. “Mi rispieghi Hegel dopo? Non ci sto capendo niente.” Un altro sbuffo, e Manuel può immaginare benissimo la sua espressione irritata. Aggiunge, “Solo tu e mio padre potete pensare che tutto questo abbia senso, comunque.”

Manuel ridacchia, cerca di scacciare qualsiasi pensiero che non sia questo pomeriggio un po’ nuvoloso di metà ottobre, con Simone nel suo garage, a ridere con lui, a parlare di filosofia, a passargli i ferri, come se fosse ancora tutto normale e nulla fosse cambiato.

“Che te devo di’, io c’ho ‘ste alte riflessioni filosofiche e tu c’hai i numeretti tua.” Con le gambe si dà una spinta, emerge da sotto l’auto per offrire a Simone il solito sorriso da schiaffi. “Chiaramente nun c’è competizione.”

Simone allunga la gamba, dà un colpetto alla sua caviglia con la punta della sua scarpa. 

“Coglione.”

“Oh, guarda che non ti rispiego un cazzo.”

“Guarda che io, a differenza tua, posso andare a chiedere aiuto a mio padre, mentre tu non hai nessun altro che ti corregga gli esercizi di matematica. Fossi in te non alzerei tanto la testa.”

“Mi dispiace, non mi faccio imbavaglia’ dalle tue tattiche intimidatorie.”

Una risata gli esplode sulle labbra, e Simone ride assieme a lui, strizzando le palpebre in quel modo che gli fa comparire piccole rughe quasi invisibili ai lati degli occhi che Manuel spera diventino più pronunciate ora che Simone sta imparando a concedersi di assaporare la felicità. Quando si lascia cadere accanto a lui su quei vecchi sedili un po’ malandati e afferra il libro di filosofia di Simone, riaprendolo alla pagina di Hegel, Simone si volta nella sua direzione, poggia un braccio sullo schienale del sedile per reggere la testa, lo ascolta con aria attenta, e a Manuel il mondo sembra quasi bello, così.

Con il resto, pensa, può imparare a convivere.





Con l’inizio di novembre, quella sorta di tregua dorata che aveva avvolto Roma fino a qualche settimana prima sembra dissolversi per lasciar spazio all’autunno, che pare, dopo mesi di tira e molla, ufficialmente arrivato.

Un vento freddo si alza non appena Manuel si sfila il casco. Giocherella coi capelli che sta cercando – con poco successo – di appiattire, fa volteggiare nell’aria un paio di foglie secche, si intrufola sotto la giacca leggera che Manuel ha addosso mentre si fa strada verso il campetto con passi veloci, controllando distrattamente l’orario sullo schermo del suo cellulare.

Benché vi sia stato poche volte in passato – in primavera, quando Simone, con il braccio ancora intrappolato nel tutore e una tristezza caparbia che non sembrava volerlo lasciar andare, gli aveva detto che gli mancavano gli allenamenti di rugby e lui aveva sollevato una spalla, gli aveva chiesto, Ce stanno oggi? e venti minuti dopo erano sugli spalti, coi compagni di Simone che facevano a turno per abbracciarlo, e Simone che, per la prima volta da quando era uscito da quell’ospedale, aveva piegato le labbra in un piccolo, esitante sorriso; e di recente, quando è venuto a vedere una partita o due, ché la stagione è cominciata da un po’ e Simone sembra ferocemente determinato a impegnarsi come non ha potuto fare mesi fa per via dell’incidente –, si muove con facilità all’interno della struttura. Oltrepassa il cancello, alza la mano a mo’ di saluto alla volta di quei compagni di squadra di Simone, impegnati nel riscaldamento, con cui si è fermato a parlare più spesso e che ormai ha imparato a riconoscere. 

Sta per dirigersi al suo posto, quello dove si è piazzato tutte le volte precedenti, dove è sicuro che Simone, tra un esercizio e l’altro, lo noterà e verrà a chiedergli cosa ci faccia qui con un’espressione confusa e sorpresa ma genuinamente felice sul volto, quando–

–ah

–vede che è già occupato.

Simone è già lì. Ha addosso la solita divisa da rugby, e una pettorina col suo numero di un arancione fluo che poco si addice alla pelle chiara del suo viso, arrossata appena dallo sforzo fisico. Il respiro è leggermente affannato, come se avesse interrotto improvvisamente il riscaldamento, ma anche da lontano appare evidente che sta sorridendo, così com’è solito fare con Manuel in queste occasioni, con qualcuno che però non è Manuel, e che lo sta osservando con aria un po’ rapita, come se non volesse distogliere lo sguardo da Simone. Qualche secondo dopo, il ragazzo con cui Simone sta parlando dice qualcosa che Manuel non riesce a captare per via della distanza, e Simone butta appena la testa indietro per ridere. Le loro mani, posate sulla transenna di legno, si sfiorano, e il ragazzo accarezza con delicatezza il dorso di quella di Simone con la punta delle sue dita.

Qualcosa si rimescola in maniera poco piacevole nel suo stomaco.

Né Simone, né Gabriele – perché può essere solo lui, Manuel non ha bisogno che si presenti per averne la certezza – lo hanno notato, mentre se ne sta a qualche metro da loro, impalato a fissarli. La cosa più logica, gli suggerisce la sua mente, sarebbe approfittare di questo improbabile miracolo, fare dietrofront, e far finta di non essersi mai presentato qui, di non aver mai visto niente, e comportarsi come se la scena davanti ai suoi occhi non fosse stata altro che un incubo sorprendentemente vivido. È forse un atteggiamento un po’ infantile, lo riconosce – ma un conto è essere consapevole dell’esistenza del ragazzo che Simone sta frequentando, come una sorta di concetto astratto che però Manuel può scegliere di non elaborare ulteriormente e ricacciare ostinatamente ai margini della sua mente; e un altro è essere messo davanti alla sua esistenza in quanto fatto concreto, vedere il modo in cui riesce a far ridere Simone, e la tranquillità con cui intreccia le loro dita, come se per lui fosse sempre stato incredibilmente facile e Manuel fosse stato un coglione a metterci così tanto tempo per capirlo.

Non crede di poterlo sopportare.

Sta per indossare nuovamente il casco e avviarsi verso l’uscita, quando–

“Manuel!” La voce di Fabrizio rimbomba un po’ nel campetto ancora semivuoto, visto che è ancora presto per la partita. “C’hai pure il coraggio de presentarte qua dopo aver pisciato la festa mia? Guarda che me so’ offeso.”

Si congela sul posto, con le mani a mezz’aria nell’atto di rimettersi il casco e lo sguardo fisso su Simone e Gabriele, probabilmente con la stessa espressione di un cervo sorpreso davanti ai fanali di un’auto. Simone è il primo a voltarsi nella sua direzione; sta ancora sorridendo per un qualcosa che Gabriele ha detto, quando registra la sua presenza lì e sgrana gli occhi, sorpreso. Il sorriso svanisce lentamente, come se Simone ci avesse messo un attimo in più a realizzare che si tratta di lui, viene sostituito da un’espressione confusa, e il suo viso si fa leggermente più rosso di prima, una cosa quasi impercettibile se solo Manuel non fosse abituato a notare i più piccoli cambiamenti sul suo volto.

Manuel si schiarisce la voce, abbassa nuovamente le braccia, fa dondolare il casco con fare un po’ nervoso.

“Daje, Fabri’,” dice, di rimando, alla volta del ragazzo, mentre percorre gli ultimi metri che lo separano da Simone e Gabriele con la stessa rassegnazione di un condannato a morte che si reca nel luogo dell’esecuzione. “T’avevo detto che c’avevo l’interrogazione de latino il giorno dopo.” Fa un cenno con la testa a Simone, quando se lo ritrova davanti. “Oh, ciao, Simo’.”

“So’ offeso comunque,” ci tiene a ribadire Fabrizio.

“Me farò perdonare!”

“Seh, seh, come no,” borbotta, prima di tornare ai suoi esercizi, beatamente ignaro del disastro che ha appena combinato. 

Manuel immagina di andare a cercarlo dopo la partita solo per dargli una testata di ringraziamento, ma forse Fabrizio ha ragione: se solo non si fosse rifiutato di andare alla sua festa, tutto questo non sarebbe successo. Si domanda distrattamente se ci sia una correlazione tra le feste che ha pisciato e le situazioni di merda in cui è finito. Sceglie di non indagare.

Quando riporta lo sguardo su Simone, nota che Simone lo sta osservando, le sopracciglia corrugate nella solita espressione che mette su quando sta correggendo gli esercizi che Manuel ha risolto a sentimento, come se stesse disperatamente cercando di dare un senso alla sua presenza qui. Poi, scuote la testa, si passa una mano sul viso, si scosta i ricci un po’ sudati dalla fronte. 

“Manuel,” dice, riuscendo a fare suonare il suo nome come una mezza imprecazione. “Che ci fai qua?”

Manuel scrolla le spalle, con la beata incoscienza di chi si schianta contro le situazioni di faccia. 

“Mi’ madre deve consegna’ ‘na traduzione lunedì e sta ancora a metà, puoi immagina’ l’aria serena che se respira a casa,” spiega, velocemente. Spera che sua madre lo perdoni per questa bugia, anche se non saprà mai che è stata usata come scusa per salvare la faccia, perché di sicuro non può dire So’ venuto per te’, davanti a Simone e al ragazzo con cui sta uscendo da quasi un mese. “Ho pensato che era meglio farme du’ palle qua che rischia’ ‘na ciabatta ‘n fronte perché ho lasciato un bicchiere nel lavandino.” Si volta nella direzione di Gabriele, che lo sta osservando con aria curiosa. Chiede, “Tu devi esse’ Gabriele, giusto?”

Simone sembra realizzare solo in questo momento la situazione, perché si massaggia la tempia – lì dove l’incidente gli ha lasciato un piccolissimo segno – e si affretta a dire, “Sì, scusatemi, avevo dimenticato che–” Si schiarisce la voce. Indica Manuel. “Gabriele, lui è Manuel, il mio migliore amico.” Incrocia per un secondo lo sguardo di Manuel quando lo dice, poi indica Gabriele, e gli angoli delle labbra si sollevano in un sorriso dolce. “Manuel, lui è Gabriele, il mio ragazzo.”

Ah.

Il volto di Gabriele si apre in un sorriso ampio e genuino. Allunga una mano, dice, riuscendo a suonare sinceramente entusiasta, “Ah, Manuel. Simone m’ha parlato tanto di te.”

Stringe la sua mano, anche se non ha alcuna consapevolezza del comando che il suo cervello deve aver obbligatoriamente inviato al suo braccio per convincerlo a muoversi. Lancia uno sguardo confuso a Simone, come a chiedergli, senza bisogno di parole, cosa abbia detto a Gabriele di lui. Se si escludono le attività illegali in cui lo ha coinvolto (e non pensa che Simone abbia rivangato i bei vecchi tempi in cui lo ha aiutato a rubare un’auto) e tutto quello che è successo tra di loro sotto quel cantiere e dopo (e non crede che Simone si sia premurato di informare il suo ragazzo di questo, altrimenti non gli stringerebbe la mano con così tanta cordialità), Manuel non ritiene ci sia molto da raccontare di sé. 

Al massimo, pensa, può avergli detto che è stato lui a fargli fumare la prima canna.   

“Niente de brutto, spero,” dice, con una risatina un po’ nervosa per cui vorrebbe sotterrarsi, mentre riporta lo sguardo sul ragazzo davanti a sé.

Gabriele scuote la testa, senza smettere di sorridere. Ha un sorriso piacevole, e luminoso, che ti fa sentire immediatamente a tuo agio. Manuel inizia a capire perché a Simone piaccia così tanto.

“Assolutamente,” replica, come a rassicurarlo. “Solo cose positive. Sono felice di conoscerti, finalmente."

Sembra davvero felice, realizza Manuel. Non ci sono sottotesti, non c’è l’atteggiamento passivo-aggressivo che – nelle notti in cui si è rigirato nel letto, immaginandosi un’occasione in cui Simone avrebbe insistito per presentarglielo nonostante le rimostranze di Manuel – si sarebbe aspettato da lui. Tutto l’astio che Manuel ha covato nei suoi confronti – neanche tanto, perché non è neppure colpa di Gabriele se si è preso una sbandata per Simone. Chi non lo farebbe? – evapora immediatamente, e ora non sa cosa provare. Forse solo una rabbia cieca nei suoi confronti per non essere stato pronto quando ne ha avuto la possibilità.

“Gli ho detto che sei il mago delle moto,” interviene Simone. Si porta una mano alla base del collo, si massaggia la nuca in quel modo un po’ nervoso che Manuel conosce bene, ma gli offre comunque un piccolo sorriso, come a rassicurarlo, dirgli, Vedi? Ci sono tante cose belle da dire di te. Ti sottovaluti un po’ troppo. “E che hai aggiustato tu quella di mio padre.”

“E anche che sei bravissimo in filosofia,” aggiunge Gabriele, battendogli una leggerissima pacca sul braccio. “Per me già questa è ‘na cosa pazzesca. Io con la filosofia sono un disastro.”

“Anche Simone, non ti preoccupa’. Lui è proprio ‘n caso disperato,” dice, alzando lo sguardo per osservare Simone, che sta alzando gli occhi al cielo con fare esasperato. “Seh, seh, mo fai così, ma se non te spiegavo io Hegel quanto prendevi al test de filosofia? Quattro?”

Simone ridacchia, dice, arricciando il naso, “Vabbè, mo ti stai ad allarga’. Mio padre mi avrebbe messo sei meno e mi avrebbe costretto a leggere La fenomenologia dello spirito tutte le sere prima di andare a dormire.”

“Questo solo perché tu’ padre è un santo.”

“Seh, come no. Ce lo vedo a fa’ la vita ascetica tipica dei santi.”

Un vociare confuso arriva a bordo campo, riportandoli nel mondo reale. Simone si volta nella direzione dei suoi compagni di squadra, alza nuovamente gli occhi al cielo, poi, “Mi sa che devo andare,” annuncia, poi, girandosi verso di loro. “La partita inizia tra poco. Ci vediamo dopo?”

Gabriele annuisce. Poi, con tutta la naturalezza del mondo, si sporge appena oltre la transenna, posa una mano sul braccio di Simone come a mantenersi in equilibrio, e gli lascia un bacio leggero sulle labbra. 

“Buona fortuna,” gli dice, sorridendo.

Simone diventa un po’ rosso, ma sorride, prima di sporgersi per dargli un altro bacio.  “Grazie,” replica, poi. 

Per un secondo, incrocia lo sguardo di Manuel, come se si aspettasse una sua reazione. Manuel sente l’istinto di sporgersi a sua volta e baciarlo, baciarlo davvero, come se avesse aspettato questo momento per una vita intera. Lo farebbe per bene, questa volta – gli prenderebbe il viso tra le mani, sfiorerebbe il naso di Simone col suo, e poi lo bacerebbe piano, come ad assicurarsi di avere ancora il permesso, e sorriderebbe sulle sue labbra. In bocca al lupo, gli sussurrerebbe, Non me torna’ pieno de lividi, e Simone ridacchierebbe, gli darebbe una spintarella, ma sarebbe così tanto felice. 

Invece, gli fa un cenno con la testa, e gli dice, “Me raccomando, non te fa’ mena’ dopo cinque minuti.”

La risposta di Simone è un dito medio mentre si allontana. Manuel lo guarda mentre corre verso i suoi compagni di squadra, e gli viene un po’ da ridere e un po’ da piangere. Gabriele si appoggia alla transenna accanto a lui, e per qualche minuto restano in silenzio a guardare Simone intento nel riscaldamento, mentre chiacchiera con gli altri ragazzi, ride di un commento che non riescono a sentire, spintona Fabrizio con fare divertito. Ad un certo punto, Manuel si volta appena, osserva Gabriele con la coda dell’occhio, pensa, suo malgrado, che è bello – coi capelli castani che gli ricadono in ricci ordinati sulla fronte, gli occhi che, nella luce del primo pomeriggio, sembrano quasi verdi, e un sorriso sincero e brillante che gli piega le labbra verso l’alto; ma a colpirlo di più è il fatto che sembri genuinamente un bravo ragazzo. Lo guarda mentre osserva Simone, e vede il sorriso un po’ perso che si apre sul suo volto, e pensa che è quello che Simone merita: qualcuno che faccia apparire l’atto di amarlo semplice e naturale come respirare.

Non riesce neanche ad odiarlo. Si può odiare qualcuno che rende felice la persona di cui sei innamorato? 

“Vieni spesso a vedere le partite di Simone?” gli chiede ad un tratto Gabriele, voltandosi nella sua direzione.

Manuel scrolla le spalle, scuote la testa. “Nah, ne avrò vista una o due. Qualche volta ho accompagnato Simone agli allenamenti, ma niente di più.” Piega le labbra in un sorriso che spera non assomigli a una smorfia. “Te confesso che nun ce capisco niente de rugby.”

Gabriele ride, piano. “Manco io,” ammette, un po’ imbarazzato, e un po’ dispiaciuto. “Simone c’ha provato a spiegarmi qualcosa, ma–”

“–ma nun c’ha senso e ogni volta che prova a spiegarte le regole pare che se le sta a inventa’.”

“Esatto!” 

Anche Manuel si ritrova a ridere, nonostante tutto. Ha un po’ la sensazione che sia difficile non farlo, con Gabriele – gli sembra quel tipo di persona che è impossibile non apprezzare, almeno un po’. Pensa a come le loro compagne di classe impazziranno per lui, quando Simone glielo presenterà, e non riesce neppure a risentirsene, perché Simone ha bisogno di qualcuno così accanto, e non di uno come lui, che può contare sulle dita della mano le persone con cui non ha scazzato.

“Senti, dimmi solo una cosa–” continua Gabriele, mentre continua a guardare Simone, sempre con quel sorriso un po’ sciocco e un po’ innamorato sul viso. “Ma, per quanto ne sai, Simone è bravo a ‘sto sport?”

Un mix confuso di momenti gli affolla la mente. Lui che, seduto sulla vasca del bagno di Simone, con Simone che gli medica pazientemente le ferite che gli ha lasciato Zucca, chiede, Ma sei così bravo a puli’ i tagli perché sei scarso a rugby e te fai solo mena’? Simone seduto accanto a lui sugli spalti, con il tutore al braccio e lo sguardo fisso sugli allenamenti a cui non può partecipare, e lui che si fa appena più vicino, gli dice, nel tentativo maldestro di farlo ridere e rendergli la vita meno intollerabile, Non te preoccupa’, tanto eri ‘na pippa pure prima. Recupererai alla grande. Una giornata luminosa di inizio settembre, e il volto un po’ teso di Simone in vista della prima partita della stagione, la primissima dall’incidente, e il sorriso esasperato che gli piega le labbra verso l’alto quando Manuel lo rassicura con un Vabbè, stai tranquillo, al massimo se te menano dopo manco dieci minuti te raccatto da terra e te porto a piglia’ ‘n gelato, okay?

“Seh,” dice. Guarda Simone, e sente, acuto come non l’ha mai sentito, tutto quello che prova per lui, una cosa che ha messo radici nel suo petto senza che lui possa fare niente per estirparla, come quel mandarino caparbio che hanno salvato la scorsa primavera. Si volta verso Gabriele, gli rivolge un sorriso, annuisce. “Seh, è bravo.”



 

Manuel (20.31)
te fa ancora male?

Simone (20.34)
Un po'...

Manuel (20.34)
il ghiaccio ce l’hai messo pure mo che sei tornato a casa sì?

Simone (20.36)
Sì, tranquillo, ce l’ho messo.

Guarda che non è mica la prima volta che mi faccio male. 

Però che figura di merda, proprio la prima volta che Gabriele viene a vedere na partita 💀

Mo penserà che faccio cagare.

Manuel (20.37)
sò sicuro che non lo pensa

al massimo pensa che je tocca trovarse n cardiologo

Simone (20.39)
Sempre simpaticissimo 😒

Vabbè, che te ne pare?

Manuel (20.40)
de gabriele?

Simone (20.41)
No, della botta che mi sono preso. 

Sì, Manuel, di Gabriele.

Manuel (20.46)
me sembra uno a posto

simpatico

è n bravo ragazzo, se vede

ma quindi mo siete

come se dice

ufficiali?

Simone (20.47)
Sì, ma da pochissimo, eh. 

Non volevo mettere i manifesti, mi sembra ancora tutto così surreale.

Non me la volevo tirare 💀

Manuel (20.52)
capito

vabbè comunque c’ho parlato poco eh però me pare proprio na brava persona 

quello che te meriti 

sò contento simò

Simone (20.53)
Grazie. Speravo che ti piacesse e che andaste d’accordo.

Il tuo parere è importante per me, lo sai.

Manuel (20.55)
vatte a cambià il ghiaccio, va’

che co sta roba sentimentale che hai tirato fori sicuro se sarà sciolto

Simone (20.56)
🖕🏻

 

 



Il chiacchiericcio di fine giornata riempie il corridoio affollato di studenti quando Manuel si volta verso Simone, agita appena le chiavi della moto tra le dita come a richiamare la sua attenzione e gli chiede, senza neanche doverci pensare, “T’accompagno a casa?”  Si ferma un attimo come investito da una realizzazione improvvisa, poi aggiunge, “Oddio, se vuoi, puoi resta’ pure da me, eh, però dobbiamo cucina’ noi, nun so quanto te conviene.”

“No, per carità. Ho un vividissimo ricordo della tua carbonara.”

“Simo’, te devo ricorda’ de quella volta in cui stavi a cuoce’ gli hamburger co’ tutta la plastica? Eddaje.”

Simone sbuffa, ma gli angoli delle sue labbra sono ugualmente piegati verso l’alto in un sorrisetto divertito. Alza lo sguardo dallo schermo del cellulare, lo blocca e lo infila nuovamente nella tasca dei jeans. Scuote la testa e un riccio gli cade in maniera un po’ disordinata sulla fronte. 

“È successo una sola volta!” protesta.

“Volevi farlo succede’ più volte?”

“E comunque–” continua, come se non lo avesse sentito o come se Manuel non avesse parlato affatto. Tuttavia, una leggera sfumatura rosa si è fatta strada sul suo viso. “Tranquillo, non c’è bisogno, mi passa a prendere Gabriele,” dice. Sorride, con quel sorriso che gli illumina gli occhi e gli dona una leggerezza nuova, diversa, che Manuel non può fare a meno di trovare bella, e un po’ disarmante. “S’è preoccupato dopo che mi sono fatto male a rugby, e s’è offerto di darmi uno strappo fino a casa.”

Tiene a bada l’istinto di fargli notare, in maniera un po’ petulante, Anche io me so’ preoccupato, eh. Sa che Simone lo sa – ha passato la domenica a chiedergli come stesse, e questa mattina si era anche offerto di accompagnarlo a scuola per evitare di fargli stressare troppo il ginocchio guidando, prima che Simone gli facesse presente che Dante aveva lezione nella loro classe alla prima ora, e che era sciocco fargli girare mezza Roma quando poteva comodamente approfittare del passaggio di suo padre. Sarebbe stupido prendersela con Simone solo perché Gabriele l’ha battuto sul tempo, in più di un senso.

“Ah, ma dai. Gentile da parte sua,” commenta, cercando di ostentare una naturalezza e una serenità d’animo che al momento non possiede affatto. “Ma ce la fa a passa’ in tempo? Sai, il traffico de Roma…”

Simone si sistema meglio lo zaino su una spalla, e gli rivolge un sorriso rassicurante. “Tranquillo, dal Tasso a qui saranno, boh, dieci minuti con il motorino. Poi oggi usciva ‘na mezz’ora prima, dovevano fa’ dei lavori a scuola sua.”

“Ah. Ma pensa, che fortuna.” Manuel deglutisce. Si sente improvvisamente come un palloncino sgonfiato, abbandonato per terra dopo una festa e dimenticato lì. “Beh, dai, meglio così.”

Quando finalmente varcano il portone, Simone tira di nuovo fuori il cellulare, vi lancia un’ultima occhiata, poi si guarda intorno, alla ricerca di Gabriele. È una giornata grigia, come spesso lo sono a novembre, ma la luce del sole che filtra attraverso le nuvole è così brillante da ferire gli occhi. Manuel deve mettersi una mano davanti al viso prima di riuscire a mettere a fuoco l’uscita di scuola, e individuare Gabriele, seduto sul suo motorino a qualche metro di distanza, con un casco in più tra le mani e l’aria di chi non vorrebbe essere in nessun altro posto al mondo se non qui, ad aspettare Simone nel bel mezzo del traffico di Roma all’ora di punta. 

Anche Simone deve averlo notato, perché, “Eccolo,” dice. Gli fa un piccolo cenno di saluto con la mano, che Gabriele ricambia immediatamente, e sembra un po’ imbarazzato, ma anche genuinamente felice. 

Ripensa all’anno precedente – al Simone taciturno, serio, e perennemente arrabbiato che ha conosciuto il primo giorno di scuola più di un anno fa, e ai suoi occhi spenti quando lo vedeva mano nella mano con Laura. Si chiede se quel Simone avesse mai immaginato di avere un ragazzo che passa a prenderlo fuori scuola con tutta la naturalezza del mondo, come se fosse un gesto normale e scontato, e se la sorpresa che legge nel suo sguardo quando si volta nella sua direzione non sia, di per sé, una risposta. 

Gli fa un po’ male al cuore.

Avrebbe voluto essere lui a donare questa felicità a Simone, pensa, ma in fin dei conti importa poco. Gli deve bastare che Simone sia felice, anche se non con lui.

“Dai, non farlo aspetta’.” Rifila a Simone un pugnetto amichevole sul braccio. “Se vedemo domani.”

Simone annuisce, un po’ distratto, come se la presenza del suo ragazzo qui gli avesse ingarbugliato i pensieri. Inizia a camminare nella direzione di Gabriele, poi sembra ripensarci, si volta nuovamente verso di lui. 

Ha un’espressione un po’ esitante quando gli chiede, “Domani studiamo insieme, sì?”

Non sa se questo sia il suo modo – gentile e delicato come sempre, come se Manuel fosse un ordigno che Simone tenta sempre di non far deflagrare – per rassicurarlo che nulla è cambiato e che il posto di Manuel nella sua vita non è e non sarà mai in discussione, o se sia solo sinceramente preoccupato per il suo rendimento scolastico e voglia evitargli un’altra bocciatura. In ogni caso, Manuel sente le lacrime pungergli gli occhi, e cerca di convincersi che sia per colpa della strana luce di questa giornata autunnale.

“Seh,” lo rassicura, con un piccolo sorriso. “Studiamo insieme.”





il convivio filosofico de IV B ✌🏻🧠👨🏻🎓

 

Luna (15.32)
Simo ma chi era quel figo che t’è passato a prende oggi??

è il ragazzo tuo???

Monica (15.34)
mado Simo che bono 😍

e che bellino che t’è passato a prendere

un sogno 😍

Giulio (15.34)
@Monica in realtà io ti passo a prendere tutti i giorni

Monica (15.35)
@Giulio: sì, mi aspetti fuori scuola per accompagnarmi alla metro, molto romantico

scherzo lo sai che ti amo 🥰

Luna (15.36)
vabbè simo lo sai che mo ce lo devi presentà vero???

Aureliano (15.36)
lo puoi invità la prossima volta che usciamo, ce fa piacere

Laura (15.37)
siiii dai Simo, vogliamo conoscerlo 🤩

Matteo (15.37)
si infatti, devo dirgli che te deve trattà bene o sò cazzi

Aureliano (15.38)
mattè te ricordo che simone gioca a rugby nun c’ha bisogno de te

Matteo (15.38)
vabbè, n’altro paio de mani non fanno mai male quando se tratta de menà

non te lo devo venì a dì io

comunque simo ce lo devi fà conoscere deve ricevere l’approvazione nostra o mi dispiace sta storia non può annà avanti

Manuel (15.39)
madonna regà e nun v’accollate

ve lo presenta quando ve lo vuole presentà

fatelo respirà

Matteo (15.40)
mado fratè che palle che sei 💀

ci devi sempre scartavetrà tre quarti de minchia

Chicca (15.41)
manuel, eddaje

Luna (15.41)

Manuel (15.41)
ao io na cosa ho detto

Simone (15.45)
Raga, prometto che ve lo presento presto.

Magari possiamo organizzare na sera di queste.

Chiedo anche a lui, dai.

Luna (15.46)
SIIIIIIIIIIIII 🤩🤩🤩🤩🤩





“Oh, Simo’,” inizia Luna. Si appoggia al bancone del bar dove Manuel sta aspettando con Simone che arrivi la sua ordinazione, e prende un sorso del suo drink, giocherella appena con la cannuccia e fa roteare il ghiaccio nel bicchiere di plastica. Quando alza lo sguardo verso Simone, gli offre un sorrisetto complice e gli dice, con fare cospiratorio, “Certo che il tuo ragazzo è proprio bono.”

Simone ridacchia, divertito. “Grazie?”

Le luci soffuse del locale – proposto da Chicca, questa volta. Un posto un po’ alternativo in cui, a quanto pare, si tengono serate di slam poetry che si è fatta consigliare da alcuni ragazzi dell’Accademia di Belle Arti che ha conosciuto durante il periodo in cui ha lavorato in galleria l’estate scorsa. Manuel, che nella sua vita non ha neppure mai sentito le parole slam poetry e non è sicuro di voler sapere cosa significhino, preferirebbe farsi interrogare da Lombardi dieci volte di fila piuttosto che rimanere un minuto di più in questo incubo, ma cerca di sopportare stoicamente come gli ha insegnato Seneca – dipingono ombre leggere sul volto di Simone quando sorride, mettendo in mostra le fossette e lo spazietto tra i denti che Manuel ammira un po’ di nascosto, mentre fa finta di controllare se il suo drink sia in arrivo o meno. 

“No, so’ seria, Simo’,” continua Luna, afferrando il braccio di Simone come a dare più enfasi al suo discorso. “È ‘n fregno pazzesco, che ti devo di’, complimenti. E poi è troppo carino, non ci credo che s’è sentito tutta la storia de Aureliano con la Castelli senza lamentarsi manco ‘na volta. Lo devono fa’ santo.”

Per un attimo, Manuel lo osserva – Simone ridacchia di nuovo, si stringe un po’ nelle spalle come se non fosse ancora del tutto abituato ad essere il centro dell’attenzione e stesse ancora cercando di fare del suo meglio per rendersi invisibile, poi si volta leggermente nella direzione del tavolo dove sono seduti Gabriele e il resto dei loro compagni di classe. Il sorriso sul suo volto diventa meno ampio, ma un po’ più dolce quando incrocia lo sguardo del suo ragazzo, impegnato in una conversazione con Laura, e Manuel sente quel fastidio familiare che ormai ha preso casa nel suo petto farsi un po’ più forte quando nota lo stesso sorriso sulle labbra di Gabriele.

“Sono contento che vi stia simpatico,” dice, poi, Simone, voltandosi di nuovo verso Luna. “Ci teneva un sacco a conoscervi, era preoccupato che non vi piacesse.”

Luna mette su un’espressione intenerita. “Mado’, che carino,” dice, strascicando un po’ le vocali. “Si vede proprio che è un bravo ragazzo, Simo. Siamo tutti troppo contenti per te, giuro. Sai, dopo tutto quello che è successo l’anno scorso…”

Simone annuisce, un po’ più serio di prima. Poi, si volta nella sua direzione, gli lancia un’occhiata. Manuel non sa bene come decifrare la sua espressione; non sa se per lui sia un gesto istintivo, cercare il suo sguardo nel momento in cui si parla di quei giorni di fine marzo – come a rassicurarlo, senza bisogno di parole, che tutto quello che è successo tra loro è rimasto tra loro –, o se gli stia chiedendo qualcosa che Manuel non riesce a comprendere. Il suo cuore ha un sussulto nella sua gabbia toracica, preme contro il suo sterno, sembra deciso a risalire per la sua gola, ma Manuel cerca di tenerlo a bada, di offrire un piccolo sorriso incoraggiante a Simone e di far scontrare le loro spalle con naturalezza, come a dirgli che è tutto okay, che il peggio è passato, che va tutto bene tra di loro e che ora può permettersi di essere felice, senza sentirsi in colpa per il più piccolo sorriso. 

Distrattamente, si chiede se Luna direbbe lo stesso, se Manuel fosse arrivato in tempo, e ora fosse stato lui a entrare nel locale con la mano di Simone nella propria; lui a sedersi accanto a Simone, un palmo sul suo ginocchio, Simone che giocherella sovrappensiero con le sue dita, intrecciandole alle sue e lasciando carezze gentili sulle nocche mentre parla con Laura di una qualche serie tv che Manuel non segue; lui a posare un bacio sulla guancia di Simone come se fosse la cosa più naturale del mondo, prima di dirgli, Vado a ordina’, amo’, torno subito

Suppone di no, e va bene così. 

“Sì, infatti,” dice Simone, poi, tornando a guardare Luna. Piega le labbra in un sorriso, e alza appena il suo bicchiere alla volta della ragazza, come a fare un brindisi in suo onore, inclina la testa. “Grazie, comunque.”

Luna agita la mano, come a dire che non deve ringraziarla. “Ma che grazie. Guarda che mo lo devi invita’ sempre, eh. Non accetto obiezioni.” Afferra il drink che il barman ha appena posato sul bancone, fa un cenno col capo alla volta di Simone. “Scusa, vado a porta’ questo a Chicca, altrimenti m’ammazza.”

La guardano allontanarsi, tornare al tavolo. Gabriele la accoglie con un altro sorriso, le chiede qualcosa che Manuel non riesce a sentire, e Luna ridacchia, mentre si siede nuovamente al suo posto. Non lo sorprende la facilità con cui sembra essersi integrato tra i loro compagni di classe – che Gabriele fosse una di quelle persone con cui è impossibile non sentirsi a proprio agio dopo pochi minuti, a Manuel era parso lampante già quel giorno al centro sportivo, qualche settimana fa, e questa serata ne è solo la prova definitiva. Un po’ gli fa anche piacere, nonostante parte di lui stia ancora aspettando il momento in cui Simone si volterà nella sua direzione, un sorriso incredulo sul volto, e gli dirà, Ma non dirmi che ci hai creduto?

“Se vuoi anna’, vai, eh.” Lancia un’occhiata a Simone, che sta sorseggiando il suo drink analcolico e guardando Gabriele che chiacchiera con Matteo. “Mica devi sta’ qua ad aspetta’ a me.”

Simone si volta verso di lui, un po’ confuso. “Mica t’accanno qua da solo, scusa.”

Non sa se ridere istericamente o piangere. Propende per appoggiarsi al bancone del bar, sollevare una spalla. “Che ne so, ce sta il ragazzo tuo.”

È una rimostranza sciocca da fare, Manuel lo sa; ormai è più di un mese che Simone esce con Gabriele, e settimane da quando è diventato ufficialmente il suo ragazzo, eppure ha sempre avuto cura – in quel modo silenzioso che è tipico di Simone – di essere presente, di dimostrargli che nulla è cambiato, di fargli capire che Manuel è altrettanto importante. Certo, forse ci sono meno pomeriggi al garage in cui ridono di niente e Simone lo rimprovera per il caos in cui lascia i suoi attrezzi, e passano meno tempo a studiare insieme sebbene Simone si assicuri sempre di correggergli gli esercizi di matematica e rispiegargli gli argomenti che non ha capito, e certe sere, quando Manuel rimane a dormire a casa di Simone, Simone resta un po’ al telefono con Gabriele invece di sedersi immediatamente in giardino con lui per smezzarsi una canna; ma mai, neppure per un secondo, Manuel si è sentito trascurato o messo da parte. 

Sa che la sua presenza nella vita di Simone non è stata mai messa in dubbio; non è colpa di Simone se quello del migliore amico è un ruolo che gli sta stretto.

Un’espressione un po’ divertita e un po’ scettica si fa strada sul volto di Simone. 

“Che è questa, ‘na scenata di gelosia?” chiede. 

Gli angoli delle labbra si sollevano verso l’alto in un sorriso storto, come se non avesse mai contemplato la possibilità che Manuel possa essere davvero geloso, e trovasse l’idea particolarmente divertente. Manuel, nel frattempo, sta rosicando così tanto che, se solo potessero utilizzare l’energia che sta producendo col suo rodimento di fegato, è certo avrebbero risolto la crisi climatica da almeno un mesetto. 

“No, no,” si affretta a dire. Alza le mani, offre a Simone il solito sorriso impertinente. “Pe’ carità. È che me pareva brutto abbandona’ quel poverino del ragazzo tuo co’ Matteo. Me sa che è considerato un crimine contro l’umanità in almeno quaranta Paesi.”

“Stiamo parlando di Matteo, non di tortura.”

“Puoi sinceramente di’ che ci sono delle differenze? Non penso.”

Simone ride, gettando la testa indietro. Manuel lo guarda per un secondo. Sente le labbra piegarsi in un sorriso. Pensa, Sono innamorato di te. 

“Comunque,” dice Simone, girandosi di nuovo verso di lui. Abbozza un sorriso e fa scontrare di nuovo le loro spalle. “Sono contento che Gabriele non ti stia sul cazzo.”

Inarca le sopracciglia, un po’ offeso. “La fiducia che riponi in me me commuove, davvero.”

In risposta, Simone alza gli occhi al cielo. “Sai che intendo,” replica, riservandogli uno sguardo eloquente, come a dirgli, Non so se te ne sei accorto, Manuel, ma sei un po’ una rottura di coglioni.  

“Che sono un dito in culo?”

“No.” Simone dà un colpetto alla sua caviglia con la punta del suo stivaletto. “No, coglione. Solo che–” Si stringe nelle spalle, riporta per un attimo lo sguardo su Gabriele, che sta ridendo per un commento che deve aver fatto Aureliano. “È strano, no? È proprio il completo opposto di me e te.”

Le parole me e te fanno sussultare il cuore di Manuel. Cerca di tenerlo a bada, si limita a chiedere, “In che senso?”

Simone solleva nuovamente una spalla, fa girare il ghiaccio nel suo bicchiere con la cannuccia. “Nel senso che Gabriele è…” Lo osserva per qualche secondo. Manuel si chiede se sia consapevole del piccolo sorriso che gli si è aperto sul volto. “È socievole, estroverso, solare. Vi siete appena visti e ti fa sentire come se vi conosceste da sempre. Tutto il contrario di noi.” Si volta di nuovo nella sua direzione, emette una risata leggera, piega le labbra in un sorriso complice. “A noi le persone che non ci stanno sul cazzo si contano sulle dita di una mano.”

Un po’ gli viene da ridere, anche se sa che Simone ha perfettamente ragione, e che questo è il motivo per cui merita qualcuno come Gabriele nella sua vita – qualcuno che la vita gliela renda leggera, e semplice, e bella. Forse, in fin dei conti, gli aveva detto la verità quando mesi e mesi fa, sul bordo della sua piscina, lo aveva rassicurato con un, Non sei proprio il mio tipo. 

Quanto gli piacerebbe esserlo, però. 

Accenna un sorriso, scuote la testa. “Te sei messo paura che finivo pe’ farme sta’ sul cazzo pure il ragazzo tuo?”

Gli occhi di Simone brillano un poʼ. “Era una preoccupazione legittima.”

A queste parole, Manuel ride, stringendosi nelle spalle. “Non te posso da’ torto.” Poi, prende un bel respiro e borbotta, “Comunque non mi sta sul cazzo. Anzi.” 

Il drink che Manuel stava aspettando viene posato sul bancone. Lo afferra al volo, ne beve un sorso mentre Simone gli dice, “Anche tu gli stai simpatico, sai. Non vedeva l’ora di conoscerti.” 

In qualche modo, questa cosa lo fa solo sentire peggio.

Quando ritornano al tavolo, Simone si siede nuovamente al suo posto accanto a Gabriele, mentre a Manuel tocca farsi spazio tra Chicca e Giulio. Gabriele sorride quando Simone lo raggiunge, gli posa un bacio sulla guancia, e intreccia con semplicità le loro dita, le mani posate sulla gamba di Simone. Rimangono vicini per tutta la serata – mentre Matteo, per la profonda mortificazione di Simone, gli racconta di quella volta in cui Simone ha risposto a tono a Lombardi; mentre Chicca, un po’ imbarazzata, gli passa il cellulare per mostrargli i suoi ultimi disegni; mentre lui e Giulio discutono dei loro progetti per lʼuniversità; mentre Gabriele parla del suo coming out e di come per lui sia stato semplice prendere atto di essere bisessuale e andare avanti con la sua vita, ma con una consapevolezza in più. A un certo punto della conversazione il braccio di Gabriele si posa, in modo del tutto naturale, sulle spalle di Simone, le dita che gli accarezzano piano il braccio coperto dal tessuto della camicia a righe che Simone sta indossando, come se fosse un gesto abituale. Simone lo lascia fare; anzi, gli si fa un po’ più vicino, posa la sua mano sul ginocchio di Gabriele, gli rivolge un sorriso che Manuel non pensa di aver visto prima sulle sue labbra.

Manuel beve un sorso del suo drink, sorride ad una battuta di Chicca, rotea gli occhi a un intervento di Matteo, e per tutto il tempo cerca di scendere a patti con la consapevolezza di aver davvero perso Simone.