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Kaizer Stormflare

Summary:

Fin da piccolo, Kazuya sognava di diventare un Hero. Guardava i notiziari con gli occhi sgranati, affascinato dalle gesta di coloro che proteggevano il mondo. Voleva essere come loro, voleva salvare le persone.

Ma era nato nel sangue sbagliato.

“Sciocchezze.”
“Un figlio nostro, un Hero?”
“Siamo i villain più temuti del Giappone. Tu sei carne della nostra carne.”

Ogni volta che lo diceva ad alta voce, ogni volta che lasciava trapelare anche solo un briciolo del suo sogno, i suoi genitori lo punivano. Insulti, colpi, punizioni interminabili. Cercavano di soffocare quella luce dentro di lui, di spegnere la fiamma prima che diventasse troppo grande.

Ma Kazuya non si spegneva.

Più loro lo distruggevano, più il suo desiderio cresceva. Più cercavano di spezzarlo, più lui si rialzava.

E una notte, con il corpo ricoperto di lividi e il cuore gonfio di speranza, prese la sua decisione.

Sarebbe diventato un Hero.
Anche se doveva bruciare il suo passato. Anche se doveva bruciare tutto.

Chapter 1: Il Primo Passo

Chapter Text

Il mondo in cui Kazuya viveva era diviso nettamente in due parti: gli Hero, i paladini della giustizia, e i Villain, coloro che seminavano terrore e distruzione. Da quando era bambino, Kazuya aveva sempre sognato di diventare un Hero, di essere un simbolo di speranza per le persone, proprio come gli eroi che vedeva in televisione e nei fumetti. Ma la realtà era ben diversa dai suoi sogni infantili.
La luce del sole filtrava prepotentemente attraverso le tende socchiuse della sua stanza, colpendo in pieno il volto del ragazzo, che giaceva ancora immerso nel sonno. La sveglia, che aveva suonato incessantemente per almeno dieci minuti, non era riuscita a strapparlo dal torpore della notte. Solo la voce stridula e impaziente della madre ruppe il silenzio.
“Kazuya! Svegliati subito! Sei sempre il solito ritardatario!”
Il ragazzo aprì lentamente gli occhi, sbuffando con fastidio. Con un movimento lento e stanco si tirò su, lasciando scivolare le coperte. Sul suo petto spiccavano delle cicatrici, segni di una trasformazione che aveva segnato il suo corpo e la sua anima. Aveva completato la transizione da donna a uomo a soli quindici anni, quando ancora frequentava le scuole medie. Era stato un percorso difficile, ma non aveva mai rimpianto la sua scelta.
Allungò la mano sinistra per sistemarsi i capelli bicolori – bianchi alla base e neri sulle punte. Quando le dita sfiorarono la fronte, una fitta di dolore lo fece sussultare. La pelle della sua mano sinistra era ustionata, un ricordo doloroso delle violenze subite in casa. Sua madre non aveva mai accettato la scelta di diventare un Hero e nemmeno il padre per la questione che erano dei villain, e le sue mani portavano i segni di quel rifiuto.
Con un respiro profondo, Kazuya si costrinse ad alzarsi. Non poteva permettersi di indugiare nei pensieri negativi. Oggi era un giorno importante. Avrebbe sostenuto il test di ammissione per l’Accademia Aegis, la scuola d’élite dove solo i migliori potevano entrare per diventare degli hero. Era la sua occasione per dimostrare a tutti – e soprattutto a se stesso – che il suo sogno era possibile.
Si guardò allo specchio, i suoi occhi di colore azzurro e le sclere di colore nera risplendevano di determinazione. “Non importa cosa pensano gli altri. Io diventerò un Hero.”

Kazuya si infilò una felpa oversize e dei pantaloni della tuta, vestendosi in fretta senza troppa cura. Voleva solo andarsene da quella casa il prima possibile. Sbuffò, cercando di prepararsi mentalmente alla solita routine mattutina, e scese le scale con riluttanza. Ogni passo sembrava più pesante dell’altro, come se un macigno invisibile gli opprimesse il petto.

Appena entrato in cucina, si preparò a salutare con un filo di voce, ma non fece in tempo ad aprire bocca. Un piatto di porcellana gli volò incontro con una velocità impressionante. CRASH!

Per puro istinto si abbassò, evitando per un soffio l’impatto. Il piatto si schiantò contro il muro alle sue spalle, frantumandosi in mille pezzi. Il cuore di Kazuya accelerò, il respiro si fece corto. Alzò lo sguardo verso la madre, il cui viso era contratto dalla rabbia.

“Tu ci metterai nei casini! Hai capito?! Per colpa tua questa famiglia sarà rovinata! Come osi voler diventare un Hero quando sei figlio di un Villain?!”

Le parole gli perforarono il petto come lame affilate. Non era la prima volta che sentiva quelle accuse, ma ogni volta facevano male come la prima. Sua madre era furiosa, il disprezzo nel suo sguardo lo faceva sentire piccolo, insignificante.

Con la testa bassa, Kazuya si avvicinò al tavolo e prese la sua colazione in silenzio. Non aveva fame, ma sapeva che se non avesse mangiato, sarebbe stato ancora più debole durante il test.

Dall’altra stanza, seduto comodamente sul divano, Dabi, il villain più temuto di tutto il Giappone e suo padre, non fece neanche caso alla scena. Era lì, rilassato, come se nulla lo toccasse. Kazuya si chiese per l’ennesima volta se suo padre si curasse minimamente di lui o se, per Dabi, non fosse altro che un’ombra senza importanza.

“Lascia che faccia quello che vuole.”

Bryan, il fratello maggiore di Kazuya, cercò di calmare la madre. Era l’unico della famiglia a non aver ricevuto un potere e, forse proprio per questo, sembrava l’unico capace di empatia.

“Kazuya deve fare le sue scelte.”

Le parole di Bryan accesero un nuovo conflitto. La madre si voltò furiosa verso di lui, e in un attimo tra i due esplose un litigio furioso. Urlavano, accusandosi a vicenda, mentre Kazuya restava immobile con le mani serrate a pugno. Il caos intorno a lui era assordante, e l’aria nella stanza sembrava farsi pesante, opprimente.

Non ce la faceva più.

Prese le sue cuffie e si allontanò in fretta. Il suono delle loro voci si attutì, lasciandolo solo con i suoi pensieri. Aprì la porta d’ingresso, uscì senza voltarsi indietro e si immerse nel freddo dell’aria mattutina.

Mentre camminava per le strade della città, una sola frase si ripeteva nella sua mente:

“Devo solo superare il test. Devo diventare un Hero. Non importa quello che vogliono gli altri.”

Era determinato. Quella sarebbe stata la sua unica via di fuga.
Kazuya si infilò le cuffie sulle orecchie e fece partire la musica. Il ritmo pulsante gli rimbombava nella testa, soffocando il caos dei suoi pensieri. Camminava con passo deciso verso la scuola, cercando di ignorare l’ansia che gli serrava lo stomaco. Oggi avrebbe affrontato il primo passo verso il suo sogno: il test di ammissione all’Accademia Aegis.

Arrivato davanti ai cancelli, si trovò circondato da un mare di ragazzi della sua età. L’aria vibrava di tensione e aspettative. Alcuni parlavano eccitati, altri si riscaldavano con esercizi, mostrando i loro poteri senza alcuna vergogna. C’erano fiamme, fulmini, raffiche di vento e persino ombre che prendevano vita. Kazuya si sentì piccolo in mezzo a quella folla, ma non poteva lasciarsi intimidire.

In silenzio, attraversò il cortile e si diresse verso l’aula delle istruzioni, dove avrebbero spiegato il test. Una grande sala, illuminata da luci fredde, con file di sedie occupate dagli aspiranti Hero. Kazuya si sedette vicino a un angolo, lontano dagli altri, cercando di mantenere la calma.

D’improvviso, le luci si abbassarono e un gigantesco schermo si accese sulla parete frontale. L’immagine del preside apparve, un uomo dalla presenza imponente, con un’aura di autorità che zittì istantaneamente tutti i presenti.

“Benvenuti al test di ammissione all’Accademia Aegis!” La sua voce era profonda e potente. “Qui dimostrerete di avere le capacità necessarie per diventare eroi. Il test è semplice: dovrete affrontare dei robot e salvare i manichini in difficoltà. Ogni robot distrutto e ogni manichino salvato vi daranno un certo numero di punti. Raggiungere il punteggio minimo vi garantirà l’ammissione.”

Il video proseguì mostrando le immagini dei robot e delle loro difficoltà. Ce n’erano di diversi livelli: alcuni piccoli e veloci, altri enormi e corazzati. Poi c’erano i manichini, sparsi per il campo di prova, in posizioni di pericolo. Il preside concluse con un sorriso sicuro:

“Gli Hero non sono solo forza. Sono ingegno, coraggio e sacrificio. Buona fortuna.”

Lo schermo si spense e la sala tornò in silenzio per un istante. Poi, le conversazioni ripresero, un misto di eccitazione e nervosismo.

Kazuya sentì il cuore battere forte. Si era preparato per questo momento, si era allenato duramente. Ma… e se non fosse bastato? E se avesse fallito? Se fosse stato troppo debole?

Si prese un attimo per respirare profondamente. No. Non poteva permettersi di dubitare di se stesso ora. Aveva un obiettivo e avrebbe dato tutto per raggiungerlo.

“Devo solo concentrarmi. Devo solo vincere.”

Con questa determinazione incisa nella mente, si alzò. Era ora di affrontare il test che avrebbe deciso il suo futuro.

 

Kazuya varcò la soglia del campo di battaglia, sentendo l’adrenalina scorrergli nelle vene. Il terreno di prova era vasto, una città artificiale costruita per simulare scenari di emergenza. Grattacieli in rovina, auto ribaltate e macerie ovunque. Tra gli edifici crollati e le strade devastate si muovevano i robot da combattimento, alcuni piccoli e agili, altri enormi e minacciosi.
Gli occhi di Kazuya scrutarono l’ambiente. Doveva pensare velocemente: trovare un robot, abbatterlo e salvare un manichino. Ogni secondo perso significava meno punti.
Individuò un robot di classe media, un androide metallico con due braccia affilate come lame e occhi rossi luminosi. Perfetto. Si preparò a scattare, stringendo i pugni, ma all’improvviso…
BAM!
Un colpo alla spalla lo fece sbilanciare. Qualcuno lo spinse con forza, facendolo cadere rovinosamente a terra. La polvere gli riempì la bocca mentre i palmi delle mani sfregavano l’asfalto ruvido.
“Ma che cazzo fai?!” ringhiò Kazuya, alzando lo sguardo furibondo verso l’aggressore.
Di fronte a lui si ergeva un ragazzo, alto e massiccio, con un’aria di superiorità stampata sul volto. I suoi capelli neri cadevano spettinati sulle spalle, la pelle mulatta risplendeva sotto il sole, e gli occhi, di un nero profondo con sfumature viola, sembravano brillare di impazienza.
Il ragazzo si fermò per un istante, scrutando Kazuya con un’aria di sfida. Poi, con voce ferma e sicura, disse:
“Se non vuoi fare punti per entrare, allora levati dai piedi.”
Kazuya sentì il sangue ribollire. Strinse i denti, fulminandolo con lo sguardo. Quel tizio lo aveva buttato a terra come se fosse un fastidio, come se lui non fosse neanche degno di competere.
“Stronzo arrogante.”
Si rimise in piedi, spazzolando via la polvere dai vestiti. Non avrebbe lasciato che qualcuno lo trattasse così. Non qui, non oggi.
Il ragazzo sorrise appena, come se si divertisse a vedere la sua reazione. Era una sfida? Bene. Kazuya non aveva intenzione di tirarsi indietro.
L’esame era appena iniziato, e già aveva trovato un rivale.

Kazuya non perse tempo. Aveva un potere, e lo avrebbe usato.

Con un rapido movimento della mano, il terreno sotto i piedi del ragazzo iniziò a brillare di una luce azzurra gelida. Un’ondata di gelo si propagò all’istante, congelando le sue caviglie con uno strato spesso di ghiaccio.

CRACK!

Il ragazzo si fermò di colpo, abbassò lo sguardo e vide il ghiaccio avvolgergli i piedi. Sbuffò, chiaramente seccato, ma senza un briciolo di paura.

“Tsk… Ma che bambino.”

Con un solo potente balzo, spezzò il ghiaccio e si liberò, atterrando con grazia a qualche metro di distanza. Si stiracchiò il collo, borbottando tra sé mentre scrutava Kazuya con un misto di irritazione e divertimento.

“Interessante… Ma servirà ben altro per mettermi in difficoltà.”

Kazuya, però, non aveva tempo da perdere con lui. Appena vide che il suo avversario era bloccato, scattò in avanti, puntando dritto verso il robot che aveva individuato. I suoi passi risuonavano veloci sul terreno mentre gli occhi celesti brillavano di determinazione. Doveva fare punti. Doveva dimostrare di essere degno di entrare all’Accademia.

Ma il suo rivale non aveva alcuna intenzione di lasciarlo fare.

Dall’alto, il ragazzo lo osservò con un’espressione impassibile, poi alzò una mano e la sua energia iniziò a pulsare. Una sfera scura si formò tra le sue dita, un’onda di energia densa e minacciosa che sembrava assorbire la luce stessa.

Senza esitazione, la lanciò dritta contro Kazuya.

“Non voglio che sia troppo facile per te.”

La sfera fendeva l’aria come un proiettile mortale. Kazuya, ancora in corsa, sentì il pericolo alle sue spalle. Il tempo sembrò rallentare.

Il suo istinto lo spinse ad agire prima ancora di poter pensare.

Con un rapido movimento della mano, un muro di ghiaccio si innalzò dietro di lui, spesso e resistente. La sfera d’energia lo colpì con violenza, facendo tremare la barriera, ma senza riuscire a distruggerla del tutto. Frammenti di ghiaccio si staccarono, cadendo a terra come schegge di vetro, mentre Kazuya cercava di riprendere fiato.

Poi lo vide.

Una figura oscura avanzava tra le macerie, avvolta da un’aura densa e minacciosa. Il corpo era completamente nero, come se fosse fatto d’ombra pura, e i suoi occhi brillavano di un viola innaturale.

“Non metterti in mezzo.”

La voce era profonda, quasi inumana.

Il panico si impossessò di Kazuya. Chi diavolo era quello?! Il ragazzo di prima… o qualcosa di completamente diverso?

Istintivamente si morse la lingua, il sapore metallico del sangue gli riempì la bocca. Doveva reagire. Doveva combattere.

Con un rapido movimento, il ghiaccio attorno a lui si modellò in un arco elegante e affilato, mentre dalle sue mani nacquero frecce di ghiaccio puro. Ne prese una e, con un gesto quasi brutale, la sporcò con il proprio sangue, lasciando che gocce scarlatte tingessero la punta cristallina.

Ora era pronta.

Si mise in posizione, concentrandosi. Non doveva sbagliare.

Scoccò la freccia.

Sibilò nell’aria, veloce e letale.

Ma invece di colpire subito il robot, sfiorò la guancia della figura oscura. Per un attimo, tutto sembrò fermarsi.

Un taglio netto si aprì sulla pelle dell’essere nero. Il sangue rosso scuro colò lentamente… e poi la figura tremò, come se qualcosa dentro di lui si spezzasse.

All’improvviso, il buio svanì.

Davanti a lui non c’era più quell’essere d’ombra, ma il ragazzo di prima, il rivale che lo aveva spinto a terra. Lo stesso sguardo altezzoso, gli stessi occhi viola, ma ora carichi di stupore e irritazione. Si portò una mano alla guancia, guardando il sangue sul palmo.

Era tornato normale.

Ma la freccia non si era fermata.

Proseguì la sua corsa e colpì in pieno petto il robot, trapassandolo. Per un istante non successe nulla. Poi…

Il sangue di Kazuya esplose all’impatto, generando una detonazione nel robot, facendolo a pezzi. Parti metalliche volarono ovunque.

Kazuya abbassò l’arco, ansimando. Poi sentì un suono acuto provenire dagli schermi giganti sopra il campo.

“Kazuya Todoroki: 100 punti.”

Il suo nome brillava nella classifica.

Ce l’aveva fatta.

Shinra stringeva i denti, la ferita sulla guancia ancora fresca. Il taglio bruciava, ma il dolore non gli importava. Era furioso.

Come aveva osato quel tizio colpirlo?!

Con uno scatto rabbioso, saltò in aria, raggiungendo un’altezza impressionante. La sua aura oscura si intensificò, pulsando come un battito cardiaco distorto. Un’ondata di energia pura si raccolse tra le sue mani, formando un’immensa sfera nera, circondata da fulmini viola.

“Vediamo chi fa più punti ora.”

Con un ruggito di potenza, scagliò l’attacco verso terra.

L’esplosione d’ombra si diffuse per metri, colpendo un gruppo intero di robot. Gli androidi vennero assorbiti e smaterializzati all’istante, come inghiottiti da un buco nero.

Sopra di lui, il tabellone elettronico si aggiornò con un suono acuto:

“Shinra Zenin: 1000 punti.”

Per un attimo, un sorriso di puro orgoglio si aprì sul volto di Shinra. Alzò un pugno in aria, imprecando e festeggiando allo stesso tempo. Era in testa.

Ma qualcosa lo fece bloccare di colpo.

Vide Kazuya.

Il ragazzo non si era fermato un secondo. Mentre Shinra distruggeva robot, lui aveva trovato un altro modo per accumulare punti.

Un sentiero di ghiaccio si estendeva davanti a lui, liscio e perfetto. Kazuya lo stava pattinando sopra con una velocità assurda, zigzagando tra le macerie e gli ostacoli come una freccia scoccata.

Ma non stava solo correndo. Stava salvando manichini.

Uno dopo l’altro, li afferrava e li metteva in salvo, accumulando punti rapidamente.

Shinra rimase immobile per un attimo, osservandolo con uno sguardo serio.

Quel tizio… non era debole.

In quel momento, solo due nomi dominavano il tabellone:

Shinra Zenin: 1000 punti

Kazuya Todoroki: 850 punti… e in rapido aumento.

 

Gli altri partecipanti erano ormai in secondo piano. Alcuni cercavano di combattere, altri tentavano disperatamente di raccogliere punti, ma la vera guerra si stava giocando tra Shinra e Kazuya.

Shinra abbatteva robot con attacchi brutali, devastando intere aree con la sua energia oscura. Ogni colpo era letale, ogni mossa dimostrava la sua potenza schiacciante.

Kazuya, invece, usava velocità e strategia. Il suo sentiero di ghiaccio gli permetteva di muoversi più rapidamente di chiunque altro, evitando i combattimenti diretti e concentrandosi sul salvataggio dei manichini. Ogni volta che ne metteva uno in salvo, il suo punteggio cresceva.

I due si lanciavano occhiate di sfida, ogni sguardo era una dichiarazione di guerra non detta.

— Nel frattempo, nella stanza di controllo. —

Il preside dell’Accademia degli Hero osservava la scena con le mani intrecciate sotto il mento. I suoi occhi brillavano di un’intensa curiosità.

“Interessante…” mormorò, senza distogliere lo sguardo dai monitor.

Accanto a lui, la sua assistente incrociò le braccia, alzando un sopracciglio scettico.

“Preside, con tutto il rispetto…” disse con tono professionale. “Quei due si odiano. Dubito che possano mai sviluppare una qualche sintonia. Se li mettessimo nella stessa squadra, finirebbero per uccidersi a vicenda.”

Il preside rimase in silenzio per un momento. Poi, con un sorriso sicuro, rispose:

“È solo questione di tempo.”

L’assistente sbuffò, incrociando le braccia. Non ne era convinta.

Ma il preside sì.

Sapeva riconoscere due persone destinate a incrociarsi. E Kazuya e Shinra…

Erano fatti per scontrarsi.
Erano fatti per crescere.
E forse, un giorno, erano fatti per combattere fianco a fianco.

Il campo di battaglia era un caos totale. Esplosioni, detriti e combattimenti ovunque. Kazuya sfrecciava sul suo sentiero di ghiaccio, con il respiro corto e il cuore che martellava nel petto. Era vicino. Bastavano ancora pochi punti per superare Shinra.

Ma poi, tutto cambiò in un istante.

Dall’alto, un’enorme onda d’energia oscura si abbatté sul terreno, spazzando via robot e detriti. Un colpo di Shinra. Ma non si accorse che proprio sotto di lui c’era Kazuya.

Kazuya non vide arrivare nulla.

Il terreno sotto i suoi piedi tremò violentemente, il cielo si oscurò per la polvere sollevata dall’esplosione. Un’enorme lastra di cemento si staccò da un palazzo in rovina e precipitò esattamente sopra di lui.

Shinra, ancora in aria, spalancò gli occhi.

Merda.

Non pensò. Si lanciò.

Il vento gli fischiava nelle orecchie mentre si tuffava in picchiata. Era veloce, ma sarebbe bastato?

Afferrò Kazuya un istante prima che le macerie lo schiacciassero.

Rotolarono a terra, atterrando con uno schianto sordo. Il respiro affannato di Kazuya risuonava vicino al suo orecchio. Quando il ragazzo si riprese dallo shock, alzò lo sguardo.

Si trovava tra le braccia di Shinra.

Per un attimo, i loro occhi si incontrarono. Viola contro azzurro.

Kazuya notò il volto di Shinra da vicino: lineamenti scolpiti, la pelle sudata per lo sforzo, il respiro corto. Non riusciva a credere che lo avesse salvato. Lui, il suo rivale.

Ma il momento durò solo un secondo.

Un altro edificio iniziò a crollare sopra di loro.

Istinto puro. Kazuya allungò la mano e creò una cupola di ghiaccio attorno a loro.

Le macerie li seppellirono. Il rumore assordante si placò lentamente, lasciando solo il silenzio.

Nel buio della cupola, i due ragazzi ripresero fiato.

Kazuya si rialzò velocemente, scrutando l’ambiente. Erano intrappolati. Il ghiaccio li proteggeva, ma sopra di loro c’era un ammasso enorme di macerie.

“Dannazione…” mormorò Kazuya, toccando la parete della cupola. Doveva pensare a un modo per uscire.

Si accorse solo in quel momento di essersi ferito alla mano. Il sangue gli colava lentamente sulle dita.

Un’idea.

Senza pensarci troppo, premette il palmo insanguinato sulla superficie di ghiaccio.

“Allontanati.” Disse a Shinra.

Il sangue si fuse con la struttura ghiacciata e un lampo di luce esplose attorno a loro.

Il ghiaccio si frantumò con una violenta esplosione, spingendo via le macerie. I due ragazzi furono sbalzati in aria dallo spostamento d’aria e, d’istinto, si aggrapparono l’uno all’altro per proteggersi.

Per un lungo istante, rimasero stretti, il respiro corto, i corpi tesi.

Poi si guardarono negli occhi.

Un silenzio strano si creò tra loro, come se il mondo attorno fosse scomparso per un attimo.

Poi…

Un suono acuto risuonò nel cielo.

FINE DELL’ESAME.

I due si allontanarono bruscamente, scattando in direzioni opposte, quasi come se il contatto gli avesse dato la scossa.

Shinra fece un verso di disgusto. “Tsk. Non pensare che questo significhi qualcosa.”

Kazuya si girò dall’altra parte, incrociando le braccia. “Come se volessi.”

Ma entrambi sapevano che quello che era successo non si poteva ignorare.

Dopo il segnale di fine esame, un silenzio innaturale calò sul campo di battaglia. Il terreno era ancora disseminato di detriti e ghiaccio, il fumo delle esplosioni si dissipava lentamente nell’aria.

Nessuno disse nulla.

Gli studenti, ancora pieni di adrenalina, si scambiarono sguardi tesi, alcuni con espressioni trionfanti, altri con il peso della sconfitta negli occhi. Ma nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo.

Kazuya si guardò attorno, il respiro ancora irregolare. Il suo corpo era stanco, ma la sua mente era ancora in guerra. I numeri sul tabellone erano scomparsi, e ora nessuno sapeva chi fosse passato e chi no.

“Tornate a casa. I risultati saranno comunicati domani.”

La voce del preside risuonò dagli altoparlanti con tono neutro, ma per Kazuya suonò come una condanna. Tutto qui? Nessuna spiegazione, nessun commento? Solo andatevene e aspettate?

Shinra, poco distante, sbuffò infastidito. “Che palle.” Disse a nessuno in particolare, infilandosi le mani in tasca.

Gli studenti iniziarono a uscire dal campo, chi chiacchierando sottovoce, chi lanciando occhiate ai rivali. Nessuno osava festeggiare.

Kazuya si mise le cuffie, accese la musica e si avviò verso casa da lui sotto nominata ”inferno”.

Chapter 2: Accettazione e Ansie Nascoste

Summary:

Playlist su kazuya: https://open.spotify.com/playlist/6khOv45IrgsXLG3yNc4qyB?si=e1g5kcnuRBySn-6iJ4fwRg&pi=mSuJyZskQrK8m

Chapter Text

Era passato solo un giorno dall’esame d’ingresso, ma per Kazuya sembrava un’eternità.

Si era svegliato presto, molto prima del solito, e da allora non aveva fatto altro che controllare ossessivamente il telefono. Ogni notifica lo faceva sobbalzare, ma ogni volta si rivelava solo qualcosa di inutile—un messaggio pubblicitario, una news, un aggiornamento sui social.

“Dannazione…” borbottò, sdraiandosi sul letto e fissando il soffitto.

Non riusciva a stare fermo. Si alzò, si mise a girare per la stanza, poi si sedette di nuovo. Cosa stava facendo la commissione in quel momento? Stavano davvero valutando ogni candidato o la loro sorte era già stata decisa fin dal primo istante?

La giornata passò lentamente.

A un certo punto, per distrarsi, provò a leggere un manga, ma non riusciva a concentrarsi. Finì per rileggere la stessa pagina almeno cinque volte prima di chiudere il volume con uno sbadiglio frustrato.

Il telefono vibrò.

Kazuya scattò a sedere così in fretta che quasi gli cadde il telefono dalle mani. Il cuore gli batteva forte mentre sbloccava lo schermo.

Una notifica.

Il cuore gli fece un balzo. Era arrivata.

Senza perdere tempo, aprì il messaggio con dita tremanti. Il telefono emise un suono acuto prima di proiettare un ologramma in aria.

L’immagine del preside apparve, con il suo solito sorriso enigmatico.

“Congratulazioni, Kazuya Todoroki. Sei stato ammesso alla nostra Accademia con il massimo dei voti. La tua performance nell’esame d’ingresso è stata eccezionale, dimostrando sia ingegno che abilità sul campo.”

Kazuya sgranò gli occhi, stringendo i pugni sulle lenzuola. Ce l’aveva fatta!

Il preside continuò a parlare. “Ora che sei ufficialmente uno studente, lascia che ti illustri alcune regole fondamentali.”

Kazuya cercò di concentrarsi, anche se l’eccitazione gli ronzava nella testa.

“Vivranno nel dormitorio per tutta la settimana, potrai tornare a casa solo nei fine settimana. Ogni studente avrà una stanza assegnata e dovrà seguire un rigido programma di allenamento e lezioni teoriche. I dettagli ti verranno forniti all’arrivo. Preparati bene.”

L’ologramma si dissolse nel nulla.

Per un secondo, Kazuya rimase immobile.

“SÌ!”

Urlò, saltando in piedi. Aveva superato l’esame. Era dentro!

Senza perdere un attimo, si precipitò ad aprire il suo armadio, tirando fuori qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.

Vestiti—tantissimi, soprattutto i suoi outfit gotici preferiti.

Trucchi—ombretti neri e rossi, rossetti scuri, eyeliner per i suoi look iconici.

Spazzole e prodotti per capelli—non poteva rischiare di avere i capelli bianchi e neri fuori posto.

Manga e libri—indispensabili per i momenti di relax.

 

Lanciò tutto sul letto, il cuore che batteva a mille.

Ma poi si fermò.

Aspetta.

Prima di portare anche altre cose—candele profumate, poster, accessori vari—doveva prima vedere com’era il dormitorio.

Doveva essere sicuro che fosse abbastanza spazioso per tutto ciò che voleva portare.

Con un ultimo sguardo alla sua stanza, Kazuya prese un respiro profondo.

Era pronto.

Appena Kazuya varcò la soglia della sua stanza, rimase senza parole.

Era enorme.

Non si aspettava certo un posto così spazioso—il pavimento in legno scuro rifletteva la luce morbida dei faretti sul soffitto, mentre le pareti erano di un grigio neutro, perfetto per non stancare la vista. A sinistra c’era un letto matrimoniale con lenzuola nere e cuscini rossi, mentre sulla destra un ampio spazio vuoto, probabilmente pensato per gli allenamenti personali.

“Wow…” mormorò tra sé, chiudendo la porta alle sue spalle.

Trascinò il suo trolley vicino all’armadio e si mise subito a posare tutte le sue cose. Aprì le ante e iniziò a sistemare i vestiti: felpe oversize, pantaloni neri, camicie gotiche, cappotti lunghi… tutto doveva essere perfettamente ordinato.

Poi si girò verso il letto e vide qualcosa che non aveva notato subito: la divisa della scuola.

La prese tra le mani e la osservò attentamente. Era un completo nero e rosso, con una camicia bianca dal colletto rigido. Non era male, anche se… non era esattamente il suo stile.

“Magari posso personalizzarla un po’…” pensò, mentre la posava di nuovo sul letto.

Dopo aver finito di sistemare i suoi trucchi, libri e manga, Kazuya si guardò intorno. La stanza era ancora troppo vuota.

Sospirò e si lasciò cadere sul letto, fissando il soffitto. Doveva assolutamente riempirla con qualcosa.

Mobili, decorazioni, poster, tappeti… qualcosa che la facesse sembrare sua.

Ma c’era un problema. Poteva farlo?

Non voleva rischiare di comprare mobili per poi sentirsi dire che non erano ammessi.

Così, senza perdere tempo, uscì dalla stanza e si mise a cercare qualcuno dello staff. Dopo aver chiesto indicazioni a un paio di studenti, trovò l’assistente del preside che stava controllando una lista con alcuni documenti.

“Scusi, avrei una domanda.”

L’assistente lo guardò senza particolare interesse. “Dimmi.”

“Possiamo personalizzare le nostre stanze? Tipo comprare mobili o dipingere i muri?” disse con un po’ d’ansia.

Lei alzò un sopracciglio. “Finché resti entro i tuoi mezzi e non disturbi gli altri, puoi fare quello che vuoi. Alla fine dei cinque anni, la stanza verrà riportata alle condizioni iniziali, quindi non preoccuparti.”

Kazuya sorrise entusiasta. “Grazie mille!”

Tornò immediatamente nella sua stanza e si lanciò sul letto, tirando fuori il telefono.

“Okay… vediamo cosa posso comprare.”

Aprì un’app di arredamento e iniziò a scorrere tra le varie opzioni. Doveva trasformare quel posto nella sua vera casa.

Kazuya era ancora sdraiato sul letto, immerso nella ricerca di mobili perfetti per rendere la sua stanza più accogliente, quando il telefono vibrò all’improvviso.

BZZZ.

Strinse gli occhi, infastidito per l’interruzione, e guardò lo schermo. Era un numero sconosciuto.

“Chi diamine è?” borbottò, rispondendo con poca voglia. “Pronto?”

Dall’altra parte, la voce fredda e autoritaria dell’assistente del preside non lasciò spazio a esitazioni.

“Todoroki, vieni subito nell’ufficio amministrativo. Abbiamo bisogno di te per un test d’ammissione.”

Kazuya si sollevò di scatto. “Un test? Ma io ho già fatto il mio.”

“Non il tuo. Devi aiutare uno dei professori a valutare una nuova candidata per la sezione di costruzione di oggetti per il supporto agli Hero.”

“Eh?” Kazuya si passò una mano tra i capelli bicolore, confuso. “E perché proprio io?”

“Non è una richiesta, è un ordine.”

E con questo, riattaccò.

Kazuya sbuffò, scendendo dal letto con riluttanza. “Dannazione, manco il tempo di sistemarmi e già mi sbattono a fare lavoretti…” disse mentre si cambiava.

Quella scuola non gli avrebbe mai lasciato un attimo di respiro.

Kazuya si guardò allo specchio, tirando un sospiro mentre si sistemava l’uniforme. Non era abituato a vestirsi così formale, ma non voleva presentarsi in modo trasandato davanti a un professore.

“Okay… niente panico.”

Mentre percorreva il corridoio in direzione dell’aula del test, sentiva il cuore battergli forte nel petto. Non era per l’esame—non era lui a doverlo sostenere dopotutto—ma per un altro motivo.

Le ragazze.

Kazuya aveva sempre avuto difficoltà a interagire con loro, e la colpa era delle sue esperienze passate. Gli mettevano troppa ansia, lo rendevano nervoso, a volte anche spaventato.

E ora doveva giudicare una candidata.

“Spero solo che non sia il tipo troppo energico o invadente…” pensò, poggiando una mano sulla maniglia della porta.

Aprì lentamente ed entrò nell’aula, dove trovò un professore sulla cinquantina, capelli brizzolati e occhiali sottili, intento a leggere un fascicolo.

Accanto a lui, su una sedia, sedeva una ragazza.

Aveva lunghi capelli blu notte, leggermente mossi, e un paio di occhiali tondi che le coprivano gran parte del viso. Il riflesso delle lenti nascondeva i suoi occhi, rendendo impossibile capire che espressione avesse.

Kazuya si sedette in silenzio, cercando di controllare il proprio respiro. Per ora la ragazza non dava segni di essere minacciosa, ma ciò non toglieva la tensione.

Il professore batté le mani una volta per attirare l’attenzione.

“Kazuya, lei è Tomoko Ishimure, aspirante studentessa della sezione di supporto. Il suo test d’ingresso sarà un po’ diverso dal vostro, visto che la sua specialità non è il combattimento diretto.”

La ragazza annuì in silenzio, mantenendo un’espressione impassibile.

Kazuya deglutì, cercando di nascondere il suo disagio.

Il professore si schiarì la voce, attirando l’attenzione di entrambi.

“Bene, Tomoko, possiamo iniziare il test.”

La ragazza annuì, spingendo leggermente i suoi occhiali tondi sul naso. Non disse una parola, ma il modo in cui lo fece sembrava carico di un’intelligenza analitica.

Kazuya si irrigidì sulla sedia. Sentiva il suo sguardo su di sé, come se lo stesse scannerizzando.

Lei non si era ancora mossa, eppure… gli dava l’impressione di aver già capito tutto di lui.

Dopo qualche secondo, la ragazza si voltò verso il professore. “Posso analizzarlo?”

Il professore annuì. “Fa’ pure, ma cerca di non perdere troppo tempo.”

Kazuya la fissò, confuso. “Analizzarmi? In che senso?”

Tomoko non rispose subito. Invece, tirò fuori un piccolo dispositivo dal taschino della sua giacca e lo accese.

Un suono digitale riempì l’aula, e sul piccolo schermo apparvero delle linee di codice, seguite da una scansione tridimensionale della stanza.

“Huh? Che diavolo sta facendo?” pensò Kazuya, irrigidendosi ancora di più.

La ragazza fece scorrere le dita sullo schermo del suo dispositivo, poi sollevò lo sguardo verso di lui.

“Sei a disagio.”

Kazuya sussultò. “Cosa?”

Lei spinse nuovamente gli occhiali con un dito, con un’aria quasi… distaccata.

“Sei rigido, il tuo respiro è accelerato, e il battito cardiaco è aumentato non appena sono entrata nella stanza. In più, ogni volta che incrocio il tuo sguardo, abbassi immediatamente gli occhi o sposti la testa.”

Kazuya serrò la mascella. Dannazione.

Era troppo attenta ai dettagli.

“Per questo motivo,” continuò Tomoko, “mantengo la mia distanza.”

Le sue parole erano neutrali, non c’era scherno né pietà nella sua voce. Solo una fredda osservazione dei fatti.

Kazuya si leccò le labbra secche. “Come… come fai a capire tutto questo in così poco tempo?”

Tomoko scrollò le spalle. “È il mio “quirk”. Osservazione aumentata. Posso analizzare dettagli fisici, comportamentali e persino emotivi di una persona con un singolo sguardo.”

Kazuya si sentì un brivido lungo la schiena. Quel potere era terrificante.

“Quindi sai già tutto di me?” chiese a bassa voce.

La ragazza si fermò per un istante, poi scosse la testa. “No. Capisco come reagisci, ma non il perché.”

Fece un passo indietro, mantenendo la sua distanza. “Per questo motivo, continuerò l’analisi senza invadere il tuo spazio.”

Kazuya rimase a bocca aperta. Non si aspettava che lei fosse così… rispettosa.

Per la prima volta da quando era entrato in quella stanza, l’ansia si allentò leggermente.

Forse… questa prova sarebbe stata più interessante del previsto.

Il professore incrociò le braccia e guardò Tomoko.

“Ora che hai analizzato Kazuya, voglio sapere cosa puoi fare per lui.”

Tomoko si fermò un attimo, riflettendo, poi riportò lo sguardo su Kazuya. “Quali sono i tuoi poteri?”

Il professore rispose al posto suo. “Kazuya possiede tre abilità principali: fuoco, ghiaccio e sangue esplosivo.”

La ragazza annuì e abbassò lo sguardo sul suo dispositivo, facendo scorrere rapidamente delle schermate di dati.

“Interessante. Elementi opposti e un’abilità basata sul sangue… Il che significa che le sue capacità dipendono sia dalla gestione della temperatura che dalla quantità di sangue nel suo corpo.”

Kazuya aggrottò le sopracciglia. “Cosa intendi?”

Tomoko spinse di nuovo gli occhiali con un dito. “Se usi troppo il ghiaccio, potresti rischiare un abbassamento della temperatura corporea, rallentando i tuoi riflessi. Se usi troppo il fuoco, potresti surriscaldarti e stancarti più velocemente. E se abusi del tuo potere esplosivo basato sul sangue… rischi di perdere troppo sangue e svenire.”

Kazuya rimase in silenzio. Non aveva mai pensato a tutto questo in modo così dettagliato.

Il professore annuì, soddisfatto. “Esatto. E tu, Tomoko, cosa puoi fare per aiutarlo a superare questi limiti?”

La ragazza rimase in silenzio per qualche istante, poi digitò qualcosa sul suo dispositivo e sollevò lo sguardo.

“Ho già qualche idea. Per esempio:”

1. Un’armatura con regolazione termica – una divisa speciale che mantiene la temperatura corporea stabile, evitando che l’uso prolungato del fuoco o del ghiaccio lo indebolisca.

 

2. Guanti e scarpe isolanti – per evitare auto-conduzione del calore o del gelo, proteggendo così il suo stesso corpo.

 

3. Bracciali di coagulazione accelerata – un supporto tecnologico che, in caso di ferite da uso eccessivo del sangue esplosivo, favorisce una rapida coagulazione, evitando emorragie.

 

4. Freccette di sangue conservato – visto che Kazuya usa il sangue per creare esplosioni, potrebbe avere delle cartucce di sangue già pronte per non dover sempre sacrificare il suo.

 

Kazuya la guardò sorpreso. “Hai pensato a tutto questo in pochi minuti?”

Tomoko annuì, impassibile. “Il mio “quirk” mi aiuta a individuare rapidamente i problemi e trovare soluzioni.”

Il professore sorrise. “Bene. Sei più che qualificata per entrare nella sezione di supporto.”

Tomoko fece un leggero cenno con la testa. “Grazie.”

Appena il professore diede il permesso di andarsene, Kazuya non perse un secondo.

Si alzò di scatto, evitò persino di salutare Tomoko e si diresse a passo svelto fuori dall’aula.

Doveva uscire. Subito.

Sentiva il petto pesante, un nodo alla gola che cresceva sempre di più.

Trattenere quell’ansia per tutto il test era stata una tortura.

Appena uscì dall’edificio, si infilò di corsa in un vicolo tra due strutture scolastiche e si appoggiò al muro, ansimando.

“Merda… merda…” si sussurrò, stringendosi il petto.

Le mani gli tremavano. Il cuore batteva troppo forte. Il respiro era corto, affannoso.

Non voleva avere un attacco di panico. Non adesso.

Si accucciò a terra, cercando disperatamente di controllare il respiro. Inspirare dal naso, espirare dalla bocca. Come Bryan gli aveva insegnato.

Ma la paura non se ne andava. L’ansia che aveva trattenuto per tutto il tempo lo stava schiacciando.

La paura delle donne.

Non era odio. Era terrore puro.

Tomoko era stata rispettosa, distaccata, logica… eppure stargli vicino per tutto quel tempo lo aveva devastato.

Aveva tenuto duro, aveva fatto finta di niente, ma ora… ora il suo corpo stava crollando.

Chiuse gli occhi con forza, cercando di concentrarsi su qualcosa di stabile. La sensazione del pavimento freddo sotto le mani. Il vento leggero che gli sfiorava il viso. Il battito del cuore, anche se impazzito.

Doveva calmarsi. Doveva…

“Ehi.”

Una voce.

No.

Si irrigidì immediatamente. Qualcuno lo aveva trovato.

Kazuya alzò lo sguardo con gli occhi lucidi, il respiro ancora irregolare. Shinra era lì.

Lo guardava dall’alto con la sua solita espressione fredda e distaccata, le mani infilate nelle tasche della divisa. Sembrava scocciato, come se fosse capitato lì per caso e non avesse alcuna intenzione di sprecare tempo.

Eppure… non se ne andava.

Con un sospiro pesante, si lasciò cadere accanto a lui, sedendosi con le gambe incrociate.

“Che cazzo ti prende?” chiese con tono piatto.

Kazuya abbassò lo sguardo, cercando di asciugarsi velocemente le lacrime con il dorso della mano. “Niente.”

Shinra sbuffò. “Non sembra ‘niente’. Sei qui a tremare come uno stronzo sotto la pioggia.”

Kazuya strinse i pugni sulle ginocchia. Non voleva parlarne.

Non con lui.

Eppure, il fatto che Shinra non se ne fosse andato subito lo faceva sentire… stranamente meno solo.

Per un po’, ci fu solo silenzio tra loro. Kazuya cercò di calmarsi, concentrandosi sul respiro. Dopo qualche minuto, il battito del cuore iniziò a rallentare.

Shinra lo osservava di sottecchi, come se stesse cercando di capire se poteva dire qualcosa o se doveva solo lasciarlo stare. Alla fine, sospirò ancora, infastidito.

“Sai, sei una rottura di palle.”

Kazuya sollevò lo sguardo di scatto, confuso e un po’ incazzato. “Scusa?!”

Shinra alzò le spalle. “Se hai un problema, risolvilo. Se hai paura, affrontala. Se ti senti una merda, allora piangi finché non ti passa e poi rialzati. Ma non fare finta di niente e poi ridurti così.”

Kazuya rimase senza parole.

Era stato brutale, diretto… ma non c’era cattiveria nelle sue parole.

Solo un’irritante, fastidiosa onestà.

Per qualche strano motivo, quelle frasi fecero sentire Kazuya meglio.

Non perché Shinra fosse gentile o comprensivo. Ma perché era sincero.

E soprattutto… non lo stava trattando come un debole.

Dopo un lungo silenzio, Kazuya tirò su col naso e si passò una mano tra i capelli, cercando di rimettersi in sesto.

“Dovevi proprio rompere il cazzo mentre cercavo di farmi gli affari miei?”

Shinra sogghignò appena. “Sì.”

Kazuya lo guardò per un attimo, poi si lasciò scappare un piccolo sorriso amaro.

Forse, in un modo tutto suo, Shinra aveva appena cercato di aiutarlo.

Chapter 3: Cenere e Rinascita

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Mizuya era una bambina bellissima, con occhi pieni di sogni e un cuore ardente di speranza. Fin da piccola, il suo desiderio più grande era diventare un Hero, qualcuno che potesse proteggere i più deboli e salvare chiunque fosse in pericolo. Ammirava gli Hero in televisione, i loro sorrisi fieri mentre affrontavano i villain, la loro determinazione incrollabile.

Ma la sua famiglia era diversa.

Suo padre, Dabi, non era un eroe. Era uno dei villain più temuti del Giappone, un uomo che incuteva paura solo pronunciando il suo nome. Eppure, per Mizuya, all’inizio era semplicemente papà. Nonostante tutto, il loro rapporto era normale, almeno per un po’. Ma lei osservava. Osservava sempre, in silenzio.

Osservava Bryan, suo fratello maggiore, che veniva costantemente emarginato perché nato senza un Quirk. Per il padre e la madre, lui era un peso inutile, un errore. Mizuya lo vedeva seduto in disparte, con lo sguardo spento, ignorato da tutti. Cercava di parlargli, di fargli compagnia, ma non poteva proteggerlo dalla crudeltà dei loro genitori.

Più cresceva, più si rendeva conto che qualcosa dentro di sé non combaciava con l’immagine che il mondo le rimandava. Non era Mizuya.

Non era la bambina che gli altri volevano vedere.

Era Kazuya.

La consapevolezza arrivò piano, come un sussurro, ma col tempo si trasformò in una certezza. Il suo corpo non rifletteva la sua vera identità. Ci mise anni per trovare il coraggio di accettarlo e ancora più tempo per dire le parole ad alta voce.

Quando lo fece, il mondo che conosceva crollò.

La madre lo guardò con puro disgusto, come se le sue parole fossero un veleno insopportabile. Quella notte fu la prima volta che lo colpì.

Non sarebbe stata l’ultima.

Gli insulti diventarono schiaffi. Gli schiaffi si trasformarono in pugni. I lividi erano un segreto che nascondeva sotto i vestiti, le cicatrici un ricordo che nessuno voleva vedere.

Dabi, invece, non si degnava neanche di intervenire. Non lo fermava, non lo difendeva, non gli rivolgeva nemmeno uno sguardo. Lo ignorava totalmente, come se non esistesse.

Ma la punizione peggiore arrivò quando Kazuya annunciò di voler diventare un Hero.

La madre impazzì dalla rabbia, lo colpì con più forza del solito, urlando che non avrebbe mai permesso una tale vergogna. Ma fu Dabi a segnare il suo destino.

Senza dire una parola, lo guardò con quegli occhi spenti e lo marchiò per sempre. Il fuoco avvolse il suo braccio sinistro, un dolore insopportabile che gli bruciò la pelle, che gli entrò nelle ossa, che gli fece perdere i sensi.

Quando si svegliò, era solo.

Da quel giorno, non fu più lo stesso.

Anche a scuola non trovò pace. Le bulle lo perseguitavano, lo picchiavano nei bagni, lo spingevano contro gli armadietti, lo prendevano in giro per la sua voce, per il suo corpo, per ogni cosa che non poteva cambiare. Nessun professore faceva niente. Nessuno parlava. Nessuno lo difendeva.

 

Kazuya si alzò di scatto, il respiro pesante e il cuore che batteva all’impazzata. Era solo un incubo.

Solo un dannato incubo.

Si passò una mano tremante sulla fronte, sentendo il sudore freddo scorrere sulla pelle. Era tornato indietro, intrappolato nei ricordi che cercava di seppellire.

Bryan.
Sua madre.
Suo padre.

Il dolore. Il fuoco. Il disprezzo negli occhi di chi avrebbe dovuto proteggerlo.

No.

Scosse la testa, come per scacciare via quei pensieri. Non voleva pensarci.

Si guardò intorno. Era nella sua stanza del dormitorio, il buio della notte lo avvolgeva, rotto solo dalla luce fioca di una lampada sul comodino. Il silenzio era assordante.

Si prese qualche secondo per riprendersi, inspirando ed espirando profondamente. Sapeva che non sarebbe riuscito a dormire di nuovo. Non dopo quello.

Si alzò dal letto e si diresse verso la scrivania, accendendo il telefono per distrarsi. Ma lo schermo illuminato non bastava a spazzare via la sensazione di oppressione nel petto.

Kazuya si guardò allo specchio, osservando il proprio riflesso con un misto di gratitudine e malinconia. Era lui. Finalmente vedeva il ragazzo che aveva sempre saputo di essere. I lineamenti scolpiti, il petto piatto, il corpo che finalmente gli apparteneva. Ma non era stato un percorso facile, e soprattutto, non lo aveva fatto da solo.

Sfiorò con le dita la pelle del petto, sentendo sotto i polpastrelli le sottili cicatrici dell’intervento. Cicatrici che non odiava. Cicatrici che raccontavano la sua storia.

Chiuse gli occhi e prese un respiro profondo, lasciando che i ricordi lo travolgessero.

Bryan.

Il volto di suo fratello si fece strada nella sua mente, il suo sorriso gentile, il modo in cui lo guardava sempre con quel misto di affetto e orgoglio. L’unico in famiglia che non lo aveva mai trattato come un errore. L’unico che lo aveva davvero visto per quello che era.

Kazuya ricordava ogni sacrificio che Bryan aveva fatto per lui. Ogni notte passata a lavorare, ogni centesimo messo da parte di nascosto, ogni volta che gli diceva “Non importa cosa dicono gli altri, tu meriti di essere felice.”

Era stato Bryan a raccogliere quei soldi.

Era stato Bryan a incoraggiarlo, a stringergli la mano quando aveva paura, a dirgli che andava tutto bene.

Era stato Bryan a renderlo il ragazzo che era ora.

Kazuya abbassò lo sguardo e si morse il labbro, cercando di soffocare l’ondata di emozioni che gli stringeva il petto. Gli mancava. Gli mancava da morire.

Avrebbe voluto abbracciarlo, dirgli che ce l’aveva fatta, che era finalmente libero.

Che tutto il dolore era servito a qualcosa.

Si passò una mano tra i capelli, poi guardò di nuovo il suo riflesso. Gli occhi ardevano di determinazione. Doveva farcela. Per sé stesso. Per il sogno che aveva inseguito fin da bambino. E per Bryan.

Si voltò dallo specchio, con il cuore più pesante ma lo spirito ancora più forte. Non avrebbe sprecato il regalo che suo fratello gli aveva dato.

Kazuya sospirò profondamente, cercando di allontanare la malinconia che gli stringeva il petto. Sapeva che non avrebbe risolto nulla rimuginando sui ricordi, ma era difficile non lasciarsi sopraffare. Bryan gli mancava troppo.

Si avvicinò al letto e si lasciò cadere sulla morbida superficie, sentendo i muscoli sciogliersi nella stanchezza.

Si raggomitolò sotto le coperte, cercando quel calore che nella sua casa d’infanzia non aveva mai avuto. Qui, almeno, nessuno lo avrebbe svegliato con urla o violenza. Qui era libero.

Chiuse gli occhi, lasciando che il battito del suo cuore rallentasse. Il respiro si fece regolare, il corpo si abbandonò al sonno. E per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì al sicuro.

Il giorno dopo, Kazuya si svegliò prima dell’alba, mentre il cielo era ancora tinto di un blu profondo, punteggiato dalle ultime stelle della notte. Si stiracchiò nel letto, poi si sedette, passando una mano tra i capelli. Non voleva perdere tempo.

Si infilò rapidamente una maglietta leggera e dei pantaloni da allenamento, allacciò le scarpe da corsa e uscì dalla sua stanza. Il corridoio del dormitorio era silenzioso, segno che la maggior parte degli studenti dormiva ancora. Meglio così. Non aveva voglia di parlare con nessuno.

Una volta fuori, l’aria fresca del mattino gli accarezzò il viso. Era piacevole, rigenerante. Perfetta per iniziare la giornata nel modo giusto.

Cominciò con qualche esercizio di stretching per scaldare i muscoli, poi partì con un ritmo leggero, lasciando che il suono delle sue scarpe che toccavano il terreno accompagnasse i suoi pensieri.

I giardini della scuola erano ampi e ben curati, con sentieri che si snodavano tra alberi e aiuole colorate. Man mano che correva, sentiva il battito del cuore accelerare, il respiro farsi più profondo. Era un modo per liberare la mente, per prepararsi mentalmente a tutto ciò che lo aspettava.

Doveva diventare più forte.

Doveva dimostrare a tutti, ma soprattutto a sé stesso, che era degno di essere un Hero.

Quando l’orologio segnò le 7 del mattino, Kazuya rallentò il passo e si fermò per riprendere fiato. Il suo corpo era caldo, pronto per affrontare la giornata.

Si asciugò il sudore con il dorso della mano e si diresse verso il dormitorio. Appena entrato nella sua stanza, si tolse i vestiti da allenamento e si infilò sotto la doccia per rinfrescarsi. L’acqua fredda lo svegliò del tutto, risvegliando anche i suoi pensieri.

Una volta pronto, scelse un outfit comodo: pantaloni neri, una felpa oversize e scarpe da ginnastica. Prima di uscire, prese dallo scaffale un libro sulla fisica dello spazio, uno dei suoi argomenti preferiti. Era affascinato dall’universo, dalle leggi che governavano i pianeti, dai misteri delle stelle e dei buchi neri. Gli piaceva immergersi in quelle letture, perché lo facevano sentire piccolo ma allo stesso tempo parte di qualcosa di immenso.

Con il libro sotto il braccio, si diresse verso la mensa. Il profumo di caffè e pane appena sfornato lo accolse non appena varcò l’ingresso. L’ambiente era già animato da studenti che chiacchieravano tra loro, ridendo e scambiandosi battute.

Kazuya prese un vassoio e si mise in fila, scegliendo qualcosa di semplice: un toast, un frutto e una tazza di tè caldo. Trovò un posto libero vicino a una finestra, si sedette e aprì il suo libro mentre iniziava a mangiare. Mentre sfogliava le pagine, si perse tra formule e teorie sulla gravità, sulle esplosioni stellari e sui viaggi spaziali.

Per ora, la mattina era tranquilla. Ma sapeva che la giornata sarebbe stata tutt’altro che rilassante.

Kazuya stava mangiando in silenzio, sfogliando le pagine del suo libro sulla fisica dello spazio, quando una voce lo fece trasalire.

“Oh, wow! Non sapevo che ti interessasse la scienza!”

Alzò lentamente lo sguardo e vide Tomoko, la ragazza dai capelli blu e dagli occhiali tondi, sedersi accanto a lui con entusiasmo.

“Sai, i tuoi tre quirk sono davvero impressionanti. La combinazione di fuoco, ghiaccio e sangue esplosivo è rarissima. Mi chiedevo se la temperatura dei tuoi poteri influenzi la tua resistenza fisica o se hai un limite di utilizzo. Forse il tuo corpo ha sviluppato una soglia di tolleranza al calore e al freddo molto più alta del normale!”

Kazuya si irrigidì. La sua mente smise di elaborare le parole non appena realizzò una cosa: Tomoko era troppo vicina.

Il respiro gli si fece irregolare, il sudore iniziò a imperlargli la fronte. Era circondato da persone, ma la sua fobia delle donne lo soffocava, come se fosse rinchiuso in una stanza senza vie d’uscita.

Senza pensarci due volte, si alzò di scatto, afferrò il libro e il vassoio e si allontanò a passi rapidi, quasi correndo. Tomoko lo guardò confusa, mentre lui usciva dalla mensa senza voltarsi indietro.

 

Kazuya camminava veloce nei corridoi della scuola, cercando di controllare il battito accelerato del suo cuore. Odiava reagire in quel modo, ma era più forte di lui.

Sentì dei passi leggeri dietro di sé e, senza bisogno di voltarsi, capì che era Tomoko a seguirlo.

“Ehi, aspetta!” La sua voce era calma, senza tracce di derisione o fastidio. “Non volevo metterti a disagio, davvero. Mi dispiace.”

Kazuya si fermò, stringendo ancora il suo libro. Non disse nulla, ma il fatto che non fosse scappato via era già un segnale.

Tomoko si avvicinò di poco, rispettando il suo spazio. I suoi occhi si posarono sul titolo del libro che stringeva tra le mani.

“Oh! La fisica dello spazio. Interessante! Stavi leggendo qualcosa sui buchi neri?”

Kazuya la guardò sorpreso. Non si aspettava che avrebbe cambiato discorso così facilmente.

“Uh… sì.” Mormorò piano.

Tomoko sorrise. “Sai che c’è una teoria secondo cui i buchi neri potrebbero essere portali per altri universi? È affascinante, no? Tipo, se attraversi l’orizzonte degli eventi, potresti ritrovarti in una realtà completamente diversa.”

Kazuya la osservò attentamente. Sembrava sincera, davvero interessata alla conversazione e non a lui nello specifico. Questo lo fece sentire meno in trappola.

Inspirò lentamente, cercando di calmarsi. “Sì… ma il problema è che nessuno potrebbe sopravvivere abbastanza a lungo per scoprirlo. L’attrazione gravitazionale ti farebbe letteralmente a pezzi prima di arrivarci.”

Tomoko annuì entusiasta. “Esatto! Ma ci sono teorie alternative che dicono che, in certe condizioni, potresti invece attraversarlo come se fosse una porta! Anche se… beh, è solo speculazione.”

Kazuya si rilassò appena. Parlare di scienza lo distraeva, e Tomoko sembrava rispettare i suoi tempi. Per la prima volta, la sua presenza non lo opprimeva più.

Tomoko si sistemò meglio gli occhiali sul naso e continuò con entusiasmo:

“Sai, un’altra cosa incredibile dello spazio è che tecnicamente non è mai davvero vuoto. Anche nel vuoto assoluto, ci sono particelle virtuali che appaiono e scompaiono in frazioni di secondo. È quello che chiamano energia del vuoto.”

Kazuya la guardò con interesse, il suo corpo meno rigido rispetto a prima. “Intendi l’effetto Casimir?”

Tomoko annuì energicamente. “Sì! È un fenomeno assurdo! Se prendi due piastre conduttive e le avvicini abbastanza, la pressione esterna delle particelle virtuali le spingerà insieme, perché tra di loro c’è meno energia. È una prova che lo spazio non è mai davvero ‘vuoto’.”

Kazuya incrociò le braccia e rifletté. “È strano pensare che qualcosa di apparentemente vuoto possa avere un effetto fisico misurabile. È quasi… paradossale.”

Tomoko sorrise. “Lo spazio è pieno di paradossi. Tipo i buchi bianchi, l’opposto dei buchi neri. In teoria, invece di inghiottire tutto, espellono materia ed energia, ma non siamo mai riusciti a osservarne uno. Potrebbero essere solo un’idea matematica, oppure esistere in un universo parallelo!”

Kazuya si trovò a rispondere senza pensarci troppo. “O magari sono collegati ai buchi neri. Magari ciò che entra in un buco nero esce da un buco bianco da qualche altra parte.”

Tomoko spalancò gli occhi. “Esatto! Alcuni scienziati pensano che i buchi neri potrebbero essere tunnel per altri punti dell’universo. O addirittura per altri universi!”

Kazuya abbassò lo sguardo, riflettendo. “Se fosse vero… potrebbe significare che niente scompare davvero. Cambia solo forma o viene trasportato altrove.”

Tomoko lo osservò con attenzione. “È un pensiero affascinante, no? Anche noi cambiamo e ci trasformiamo, proprio come l’universo.”

Kazuya si irrigidì leggermente, sentendo un significato più profondo dietro quelle parole. Ma, per la prima volta, non si sentiva a disagio. Forse, parlare di scienza era il modo migliore per abbattere i muri che aveva costruito.

Mentre la conversazione continuava, l’entusiasmo di entrambi cresceva. Tomoko stava parlando delle teorie sui viaggi spaziali quando, senza pensarci, Kazuya intervenne nello stesso momento.

“E quindi, in teoria, se potessimo superare la velocità della luce—”

“—potremmo viaggiare nel tempo!”

Si bloccarono, le parole intrecciate in un’unica frase perfetta. Ci fu un attimo di silenzio tra loro, poi si guardarono e scoppiarono a ridere.

Kazuya si portò una mano alla bocca, ridendo più di quanto non avesse fatto da tempo. Tomoko, con le guance leggermente arrossate, si aggiustò gli occhiali mentre cercava di riprendersi.

“Okay, questo era inquietante,” disse Kazuya, cercando di trattenere un sorriso.

“O forse siamo telepatici e non lo sappiamo!” ribatté Tomoko con un sorrisetto divertito.

La tensione che Kazuya sentiva prima si era sciolta, almeno per quel momento. Per la prima volta, non si sentiva soffocare dalla paura. Forse, pensò, parlare con Tomoko non era poi così male.

“Ti andrebbe di fare un giro per la scuola?” chiese, con un tono che cercava di sembrare casuale.

Tomoko alzò un sopracciglio, sorpresa dalla proposta. “Oh? Non mi aspettavo che fossi così socievole.”

Kazuya sbuffò e incrociò le braccia. “Non esagerare. È solo che devo ancora esplorare bene tutti i corridoi, e visto che sembri sapere un sacco di cose, magari puoi anche farmi da guida.”

Tomoko ridacchiò e si aggiustò gli occhiali. “Va bene, va bene. Accetto l’invito.”

I due si iniziarono a camminare per i lunghi corridoi della scuola.

Chapter 4: Vecchi Legami e Nuove Sfide

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Kazuya e Tomoko camminavano tranquillamente per i corridoi della scuola, scambiandosi opinioni su alcuni argomenti scientifici, quando una strana sensazione gli fece rizzare i peli sulla nuca. Si voltò leggermente, cercando di non dare nell’occhio, e notò una figura che li seguiva a una certa distanza.
Incuriosito, rallentò il passo e si girò con più decisione, costringendo l’individuo a fermarsi di colpo. Sembrava un ragazzo: Capelli castani con una ricrescita bionda, corti ma non troppo e arruffati. Indossava un abbigliamento sportivo e aveva una postura rilassata ma attenta.

Kazuya si avvicinò con cautela, aggrottando le sopracciglia. "Ehi, ci stai seguendo? Chi sei?" chiese con tono diretto, ma non ostile.
La figura sorrise leggermente e inclinò la testa di lato. "Mi chiamo Masako Hayashida."
Appena sentì il nome e percepì la voce più dolce e sottile del previsto, Kazuya sgranò gli occhi. Solo in quel momento si rese conto di aver fatto un errore: non era un ragazzo. Masako era una ragazza.
Un'ondata di panico gli attraversò il corpo e, senza pensarci, si nascose immediatamente dietro Tomoko, come se Masako fosse un pericolo imminente.
Tomoko rimase ferma per un secondo, poi si girò con un’espressione confusa. "Ma che stai facendo?" chiese, alzando un sopracciglio.
Kazuya non riusciva nemmeno a rispondere, il suo respiro si era fatto più rapido e il cuore gli batteva forte nel petto. Masako, dall’altra parte, sembrava più divertita che offesa. Incrociò le braccia e lo osservò con aria curiosa.
"Scusa, non volevo spaventarti," disse con un sorriso leggero. "È solo che ti ho visto durante il test d’ingresso e mi hai incuriosita. Sei molto forte."
Kazuya deglutì, cercando di non fissarla direttamente. "G-Grazie," mormorò, restando sempre nascosto dietro Tomoko.
Tomoko, esasperata, sospirò. "E tu perché ci stavi seguendo, esattamente?"
Masako alzò le spalle con noncuranza. "Perché mi interessava conoscerlo. Non capita spesso di vedere qualcuno con tre Quirk così ben combinati." Poi i suoi occhi verdi si strinsero leggermente mentre studiava Kazuya con maggiore attenzione. "E poi… mi sembri particolare."
Kazuya si irrigidì. "Particolare in che senso?" chiese con voce tesa.
Masako sorrise, un’espressione enigmatica sulle labbra. "Non lo so ancora. Ma lo scoprirò."
Quelle parole lo fecero rabbrividire.

Masako continuava a parlare con il suo tono rilassato, ma Tomoko iniziò a stringere gli occhi, osservandola con più attenzione. Qualcosa non le tornava. Il suo atteggiamento, il modo in cui evitava di rispondere in modo diretto… c’era qualcosa di sospetto in lei.

“Stai mentendo.” La voce di Tomoko si fece più tagliente. “Vuoi dire la verità o devo fartela tirar fuori io?”

Masako parve irrigidirsi per un istante, poi sbuffò e incrociò le braccia. “D’accordo, d’accordo… La verità è che non stavo seguendo lui.” Indicò Kazuya con un rapido movimento del mento. “Stavo seguendo te.”

Tomoko rimase impassibile. “E perché mai?”

Masako esitò un secondo, poi si schiarì la voce. “Perché ci conosciamo da piccole.”

Il silenzio calò improvviso tra di loro. Kazuya lanciò un’occhiata incerta a Tomoko, aspettandosi una reazione, ma lei non sembrava per nulla sorpresa. Anzi, il suo sguardo si fece ancora più freddo.

“No.” Rispose seccamente. “Non ti conosco.”

La voce di Tomoko era priva di qualsiasi emozione, come una lama d’acciaio. Masako sgranò gli occhi, come se non si aspettasse una reazione così netta.

“Ma… sono sicura! Eravamo insieme anni fa! Forse non ti ricordi, ma—”

“Non mi interessa.” Tomoko la interruppe senza nemmeno battere ciglio. “Se stai cercando di fare la nostalgica con me, hai sbagliato persona.”

Masako sembrava confusa. “Ma… Tomoko, io—”

“Non. Mi. Conosci. E chiamami per cognome la prossima volta.”

Kazuya osservava la scena senza sapere bene cosa fare. Non aveva mai visto Tomoko con quell’aria così fredda e distante. Anche Masako sembrava aver perso la sua sicurezza iniziale, ma non disse più nulla.

Dopo qualche secondo di silenzio teso, Tomoko si voltò verso Kazuya. “Andiamo.”

Kazuya annuì rapidamente e la seguì, lasciando Masako immobile nel corridoio, con un’espressione indecifrabile sul volto.

Kazuya camminava accanto a Tomoko, ma non riusciva a ignorare l’aria tesa che l’aveva avvolta dopo l’incontro con Masako. Il suo sguardo era fisso davanti a sé, come se stesse cercando di chiudere fuori il mondo intero.

Dopo qualche minuto di silenzio, Kazuya si schiarì la voce. “Ma quindi… non ti ricordi davvero di lei?”

Tomoko non si fermò, né lo guardò. “No.” Rispose in modo secco.

Kazuya aggrottò la fronte. “Nemmeno un po’? Magari era una tua compagna d’infanzia, oppure—”

“Ho detto di no.” Tagliò corto Tomoko, ma poi sospirò. “L’unica cosa che posso dire con certezza è che il suo cognome non mi dice nulla. Forse è la figlia di qualche sottospecie di rivale di mio padre e lui gli ha riempito la testa di storie su di me.”

Kazuya si fermò un attimo a riflettere. “Un rivale di tuo padre?”

Tomoko scrollò le spalle. “Mio padre non è mai stato un eroe o un villain, ma era comunque un inventore importante. Ci sta che abbia avuto qualche concorrente invidioso.”

Kazuya la osservò attentamente. Anche se Tomoko cercava di sembrare indifferente, c’era qualcosa nel suo tono… una leggera esitazione, quasi impercettibile. Forse non era del tutto convinta nemmeno lei.

“E se invece fosse davvero qualcuno che conoscevi?” Insistette Kazuya.

Tomoko si fermò per un istante, poi incrociò le braccia. “E se fosse? Che cambia?”

Kazuya rimase in silenzio. Per lui era importante sapere il passato delle persone che aveva intorno, ma forse per Tomoko non era lo stesso. Forse, qualsiasi cosa avesse vissuto, preferiva lasciarla sepolta.

Dopo qualche secondo, Tomoko riprese a camminare. “Lascia perdere. Se fosse stata davvero importante, me ne ricorderei.”

Kazuya annuì lentamente, ma dentro di sé non era del tutto convinto. Masako sembrava davvero sicura di quello che diceva…

Mentre Kazuya e Tomoko camminavano per i corridoi della scuola, notarono un ragazzo biondo, appoggiato contro il muro con aria annoiata. Sembrava immerso nei suoi pensieri, ignorando completamente il mondo intorno a sé.

Kazuya gli lanciò un’occhiata interessata e poi si voltò verso Tomoko. “Ehi, che ne dici di andare a conoscerlo?” chiese con entusiasmo.

Tomoko incrociò le braccia, scuotendo la testa. “Non mi interessa.” Il suo tono era freddo e distaccato.

Kazuya, testardo come sempre, alzò le spalle. “Beh, io ci vado lo stesso.”

Si avvicinò al ragazzo e, senza troppi preamboli, disse: “Ehi, ciao! Come ti chiami?”

Il biondo sollevò lo sguardo lentamente, fissandolo con i suoi occhi rossi penetranti. “Che vuoi?” rispose con un tono seccato.

Kazuya non si lasciò intimidire. “Mi chiamo Kazuya. Ho pensato che potremmo conoscerci, visto che siamo tutti nuovi qui.”

Il ragazzo sospirò, chiaramente poco interessato alla conversazione. “Kenji.” Rispose semplicemente, tornando a fissare il vuoto.

Kazuya notò le strane chiavi appese alla sua cintura e indicò con curiosità. “A cosa ti servono quelle?”

Kenji sbuffò, infastidito. “Non sono affari tuoi.”

Tomoko, che era rimasta dietro Kazuya con le braccia ancora incrociate, lanciò un’occhiata gelida a Kenji e mormorò: “Arrogante.”

Kenji la sentì e accennò un sorriso sarcastico. “Meglio arrogante che fredda come il ghiaccio.”

Kazuya guardò entrambi con un sospiro, sentendo già la tensione crescere. “Dai, cerchiamo di non scannarci subito. Siamo compagni di scuola, no?”

Kenji lo scrutò per un attimo prima di ridere sotto voce. “Vedremo se vale la pena.”

Tomoko, invece, distolse lo sguardo, evidentemente poco convinta di quella nuova conoscenza.

Kazuya incrociò le braccia e guardò Kenji con curiosità. “E allora? Perché sei qui tutto solo? Non ti va di socializzare con gli altri?”

Kenji alzò un sopracciglio e sbuffò. “Sto aspettando un amico. Non vedo perché dovrei perdere tempo con gente inutile.”

Kazuya non si lasciò scoraggiare e inclinò la testa. “Oh? E chi sarebbe questo amico misterioso?”

Kenji lo fissò per un attimo prima di rispondere con un ghigno. “Shinra Zenin.”

Kazuya sentì un brivido lungo la schiena. Gli ci volle qualche secondo per processare quel nome. “Aspetta, aspetta… hai detto Shinra Zenin?!” chiese incredulo.

Kenji lo guardò con aria divertita. “Sì, hai qualche problema?”

Kazuya si passò una mano tra i capelli, cercando di nascondere la sua reazione. “Diciamo solo che io e lui… È il mio… diciamo rivale, se così vogliamo chiamarlo.”

Dietro di loro, Tomoko rimase in silenzio per un attimo, ma il suo viso si irrigidì improvvisamente. Quando sentì il nome “Shinra Zenin”, il suo sguardo divenne ancora più freddo e le sue mani si strinsero a pugno.

Kenji, notando il cambiamento, alzò un sopracciglio. “Oh? Sembra che non sia solo Kazuya ad avere qualche problema con Shinra.” Disse con tono ironico, osservando Tomoko.

Tomoko lo fissò con occhi taglienti come lame. “Tsk.” Sbuffò, senza aggiungere altro.

Kazuya sentì l’aria farsi pesante intorno a loro e si grattò la nuca nervosamente. “Ehm… diciamo che non me lo aspettavo. Questo incontro sta diventando sempre più interessante.”

Kenji ridacchiò. “Vedremo se la pensi ancora così quando arriverà Shinra.”

Mentre l’atmosfera si faceva sempre più tesa, una voce sicura ruppe il silenzio alle loro spalle.

“Kenji, stai di nuovo facendo amicizia con gente inutile?”

Kenji si voltò con un sorriso compiaciuto. “Oh, finalmente sei arrivato. Stavo giusto parlando di te.”

Kazuya non ebbe bisogno di girarsi per sapere chi fosse. Riconosceva quel tono presuntuoso ovunque. Con un sospiro esasperato, si voltò lentamente, incrociando le braccia mentre fissava Shinra con indifferenza. “Oh, sei tu.”

Shinra, come sempre, sfoggiava il suo tipico sorriso arrogante. I suoi occhi neri con sfumature violacee brillavano di sicurezza mentre osservava Kazuya dall’alto in basso. “Che sorpresa vederti qui. Credevo fossi troppo impegnato a congelare i piedi della gente o a giocare con il tuo sangue esplosivo.”

Kazuya alzò un sopracciglio. “E tu? Ancora in giro a lanciare sfere oscure a caso?”

Kenji ridacchiò, divertito dallo scambio tra i due, mentre Tomoko, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, abbassò lo sguardo e sussurrò a bassa voce, quasi per sé stessa: “Stupidi idioti.”

Shinra, però, la sentì e si girò verso di lei con un sorrisetto. “Hai detto qualcosa, Tomoko?”

Tomoko sollevò appena lo sguardo, il suo viso era completamente inespressivo, ma nei suoi occhi brillava una chiara ostilità. “No.” Rispose fredda.

L’aria attorno a loro sembrava carica di tensione, come se da un momento all’altro potesse scoppiare un altro scontro.

Kenji rise divertito mentre osservava la scena. “Ma guarda questi due! Numero uno e numero due della classifica, sempre in competizione. Magari dovreste semplicemente mettervi insieme e finirla qui!”

Kazuya lo fulminò con lo sguardo. “Non dire stupidaggini.”

Ma Shinra, con un sorriso malizioso, decise di dargli corda. “Sai che non è una cattiva idea, Kenji.” Disse, avvicinandosi a Kazuya con passo lento ma sicuro. “Dopotutto, siamo entrambi forti, affascinanti e… beh, direi che ci completiamo piuttosto bene.”

Kazuya sentì un brivido lungo la schiena mentre Shinra si stringeva a lui, un braccio che gli cingeva la vita. Ma il colpo finale arrivò quando sentì una pressione inaspettata sul suo fondoschiena.

“Ehi! Levami subito le mani di dosso!” sbottò Kazuya, arrossendo furiosamente mentre cercava di liberarsi dalla presa.

Kenji era piegato in due dalle risate. “Oddio, non pensavo che lo avrebbe fatto davvero! Shinra, sei incredibile!”

Tomoko, invece, non rideva affatto. Il disgusto era evidente sul suo volto mentre il suo pugno si stringeva sempre di più. “Schifosi idioti.” Sibilò, pronta ad attaccare.

Ma prima che potesse muoversi, Kazuya prese in mano la situazione. Con un movimento rapido, posò la mano sul braccio di Shinra e fece scorrere una fiammata controllata. La pelle di Shinra si scaldò all’istante, e il ragazzo saltò all’indietro, scuotendo il braccio con una smorfia di dolore.

“Dannazione, Kazuya! Era solo uno scherzo!” protestò, massaggiandosi la leggera ustione.

“Toccami ancora e la prossima volta non mi tratterrò.” Rispose Kazuya con tono gelido, ancora arrossato ma più per la rabbia che per l’imbarazzo.

Kenji smise di ridere e sollevò le mani in segno di resa. “Ok, ok, forse siamo andati un po’ oltre. Ma ammettilo, Kazuya, per un attimo ti è piaciuto, no?”

Kazuya lo fulminò con lo sguardo, mentre Tomoko incrociava le braccia, ancora visibilmente irritata.

Shinra scrollò le spalle con un sorrisetto. “Che caratterino… Mi piace.”

“Idioti.” Ripeté Tomoko, girandosi e allontanandosi senza voltarsi indietro. Kazuya le andò subito dietro, ignorando le provocazioni dei due dietro di lui.

Shinra si appoggiò con arroganza contro la parete, lanciando occhiate di superiorità verso Kazuya e Tomoko. Il suo sorriso, sempre beffardo e sprezzante, si allargò ancora di più mentre osservava la reazione dei due.

“Dai, Kazuya. Non essere così serio,” disse Shinra con un tono che rasentava il cinismo. “Tomoko è solo un’idiota che crede di essere in grado di tenere testa a qualcuno come me. Non che tu sia molto meglio, eh?”

Kazuya, che aveva cercato di trattenere la sua rabbia, non riuscì più a controllarsi. Il sorriso beffardo di Shinra, la sua arroganza, le parole taglienti che aveva rivolto a Tomoko, tutto ciò fece scattare qualcosa dentro di lui. In un lampo, Kazuya si scagliò su Shinra, il suo corpo animato da una furia che sembrava quasi incontrollabile.

“Basta!” urlò, mentre il ghiaccio si formava già nelle sue mani. La sua rabbia si era trasformata in energia pura, un potere che gli scorreva nelle vene come un fiume in piena.

Mentre Kazuya stava per scagliarsi contro Shinra, la rabbia bruciava dentro di lui. Non sopportava gli insulti rivolti a Tomoko, e l’idea di lasciar passare quella provocazione gli sembrava insostenibile. Si lanciò in avanti, pronto a fargliela pagare, ma proprio mentre stava per raggiungere Shinra, qualcosa gli bloccò la strada.

Un urlo improvviso lo fece fermare di colpo. “Apriti, portale dell’Ariete! Aries!”

Kazuya si fermò, sbalordito, mentre una figura misteriosa appariva davanti a lui. Una donna, con un corpo composto interamente di lana soffice, creò una nuvola che lo circondò, impedendogli di avanzare. La nube avvolse il suo corpo, e il suo attacco fu arrestato come se si fosse trovato immerso in una morbida barriera di cotone.

“Cos’è questa roba?” chiese Kazuya, confuso, mentre cercava di liberarsi dalla nuvola che lo avvolgeva.

Kenji, intanto, sorrise divertito e si appoggiò con nonchalance alla parete. “Se vuoi davvero combattere, dobbiamo farlo fuori da questa scuola. Queste sono le regole.”

Kazuya, furioso, non esitò. “Va bene. Ci vediamo questo pomeriggio.” Lanciò un ultimo sguardo pieno di rabbia verso Shinra prima di girarsi e incamminarsi con passo deciso, pronto ad affrontarlo da solo, lontano da occhi curiosi.

Tomoko, però, non era come gli altri. Osservò tutto con attenzione, il suo sguardo attento che scrutava ogni dettaglio della scena. La donna con il corpo di lana, i portali evocati da Kenji, tutto si stava lentamente componendo nella sua mente.

“Aspetta.” Disse Tomoko, fermando Kazuya prima che si allontanasse completamente. “Kenji… ha delle chiavi. Quelle sono chiavi degli spiriti stellari.”

Kazuya si girò verso di lei, confuso. “Che cosa?”

Tomoko fece un cenno verso Kenji, che, con una smorfia di superiorità, continuava a giocare con la sua chiave. “Le chiavi degli spiriti stellari. Ogni chiave apre un portale per uno spirito legato a una costellazione. Quella che ha appena usato, ‘Aries’, evoca lo spirito dell’Ariete. Sono in grado di chiamare queste entità e usarle come alleate.”

Kazuya rimase sorpreso. Non conosceva questa forma di potere, ma qualcosa gli diceva che non sarebbe stato facile affrontare Kenji in un duello diretto, soprattutto con quel genere di abilità a suo favore.

“Devo andare a prepararmi.” Kazuya disse, più determinato che mai. “Ci vediamo fuori, Kenji. E quando sarà il nostro turno, non ci sarà nessuna nube a fermarmi.”

Shinra ridacchiò con un sorriso arrogante, la sua risata risuonò nell’aria come un’eco sgradevole. Si sistemò i capelli neri con un movimento elegante, senza smettere di guardare Kazuya.

“Non sarà Kenji a combattere contro di te questo pomeriggio, Kazuya,” disse Shinra con tono divertito, gli occhi scintillanti di sfida. “Sarò io a darti una lezione.”

Kazuya fissò Shinra con uno sguardo determinato. La sua rabbia non si era ancora placata del tutto, ma sapeva che non poteva tirarsi indietro.

“Così sia,” rispose, la voce ferma. “Accetto la sfida.”

Shinra fece un gesto quasi teatrale con la mano, come se stesse già preparando la sua prossima mossa. “Mi piace vedere che hai coraggio,” disse con un sorriso di sfida. “Allora ci vediamo più tardi, Kazuya. Spero tu sia pronto.”

Kazuya, con uno sguardo freddo, si voltò senza aggiungere nulla. L’aria tra loro era carica di tensione, ma Kazuya non si lasciò intimidire. Con un rapido passo, iniziò a camminare via, seguito da Tomoko che sembrava più preoccupata che mai.

“Kazuya, stai attento,” disse Tomoko, mentre si affiancava a lui. “Shinra è più pericoloso di quanto sembri. Non è solo un arrogante.”

Kazuya non la guardò immediatamente, ma sentì il peso delle sue parole. Sapeva che Tomoko aveva ragione. Shinra non era solo una minaccia per la sua forza, ma anche per la sua mente. Era astuto, un avversario che amava giocare con le emozioni degli altri.

“Lo so,” rispose Kazuya, con uno sguardo fisso davanti a sé. “Ma non posso tirarmi indietro. Ho bisogno di dimostrare che non sono più il ragazzo che si lasciava schiacciare da chiunque.”

Tomoko lo guardò con una certa preoccupazione, ma alla fine annuì. “Capisco,” disse. “Ma ricorda, non sei solo. Se hai bisogno di aiuto, io ci sarò.”

Kazuya sorrise appena, grato per le parole della ragazza, ma dentro di sé sapeva che quella battaglia era una cosa che doveva affrontare da solo. Non era solo una sfida fisica, ma anche una lotta con se stesso.

“Grazie, Tomoko,” mormorò Kazuya, mentre entrambi si allontanavano dall’area dove avevano incontrato Shinra. “Lo farò per me, per quello che sono diventato.”

Nel frattempo, Shinra osservava da lontano, il suo sorriso beffardo non lasciava dubbi: la sfida era appena iniziata.

Chapter 5: Il Destino dei Forti

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Tomoko si fermò un momento, come se stesse ponderando se fosse il caso di rivelare ciò che sapeva. Poi, con un respiro profondo, si girò verso Kazuya con un’espressione seria.

“Sai, Kazuya,” cominciò, la voce bassa e calma, “Shinra non è solo un ragazzo arrogante come sembra. Fa parte di una delle famiglie più potenti del Giappone. È un membro del clan Zenin, ma… alla fine è stato adottato dal clan Gojo.”

Kazuya la guardò, confuso e incuriosito. “Il clan Gojo?” ripeté, cercando di mettere insieme i pezzi. Aveva sentito parlare dei due clan, ma non aveva mai dato troppo peso ai dettagli, concentrandosi invece su altre cose. “Ma… come può essere?”

Tomoko annuì, il suo viso rifletteva un’ombra di preoccupazione. “Gojo Satoru, uno dei più potenti degli stregoni, ha adottato Shinra quando era giovane. Ed è sposato con Geto Suguru, uno dei membri di punta del clan. Una coppia potente, che ha una grande influenza sulla scena degli stregoni.”

Kazuya rimase in silenzio per un attimo, cercando di processare ciò che Tomoko gli stava dicendo. Il fatto che Shinra fosse stato adottato dal clan Gojo cambiava completamente la sua visione della situazione. Non era solo un ragazzo prepotente; apparteneva a una dinastia potente, a una famiglia che aveva una posizione di grande influenza nel mondo degli stregoni.

“Non ci avevo mai pensato,” disse Kazuya, la voce carica di incredulità. “Pensavo fosse solo un ragazzo come tanti altri, ma se è veramente così, significa che ha delle aspettative… forse anche più grandi di quelle che io pensavo.”

Tomoko annuì, ma sembrava come se volesse dire qualcosa in più, qualcosa che non riusciva a esprimere chiaramente. “Sì, Kazuya. Non è solo un rivale, è anche una persona con una grande eredità. E non solo Gojo Satoru, ma anche Geto Suguru… Entrambi hanno un peso enorme nella comunità degli stregoni. La sua adozione non è stata casuale. E questo significa che Shinra non è un avversario da sottovalutare.”

Kazuya si fermò un momento, riflettendo sulle parole di Tomoko. Il peso di quelle rivelazioni iniziava a farsi sentire. Non poteva ignorare il fatto che la sfida con Shinra non fosse più solo una questione di orgoglio. Era una sfida tra due mondi, tra la sua determinazione a crescere come eroe e l’incredibile influenza e potenza della famiglia di Shinra.

“Non lo sottovaluterò,” disse Kazuya con una voce decisa. “Ma non lascerò che il suo nome e la sua famiglia mi spaventino. Io sono Kazuya Todoroki. Questo è il mio percorso, e non intendo farmi fermare da nessuno.”

Tomoko gli lanciò uno sguardo che mescolava preoccupazione e ammirazione. “Fai attenzione, Kazuya,” disse, ma c’era anche un sorriso nascosto nel suo sguardo. “Sei più forte di quanto pensi.”

Kazuya sorrise lievemente, il cuore che batteva più forte al pensiero della battaglia che lo aspettava. Le sfide erano diventate più difficili, ma lui non era il tipo da tirarsi indietro. Ora, più che mai, doveva dimostrare che non importava chi fosse Shinra, o quale fosse il suo passato. Sarebbe stato lui, Kazuya, a decidere il proprio futuro.

Quel pomeriggio, il parco era tranquillo, con il cielo tinto di arancio e oro mentre il sole calava lentamente all’orizzonte. Kazuya e Tomoko camminavano lungo il viale, le loro ombre si allungavano sui sentieri di pietra. C’era una tensione palpabile nell’aria, e Kazuya sentiva la sua mente correre a mille all’ora, pensando a come sarebbe andata la sfida. Tomoko, a suo fianco, camminava in silenzio, ma il suo sguardo deciso faceva trasparire la sua preoccupazione per ciò che stava per succedere.

Arrivarono al centro del parco, dove la scena che li aspettava non era per nulla tranquilla. Shinra e Kenji erano già lì, ad aspettarli. Shinra si stava appoggiando su una panchina, con le braccia incrociate e un sorriso arrogante stampato sul volto, mentre Kenji si stava sistemando alcune chiavi appese al suo fianco, apparentemente in attesa di un’azione.

“Finalmente!” esclamò Shinra, alzando lo sguardo verso di loro con una risata beffarda. “Pensavo che steste cercando di scappare. Mi piacciono le sfide… ma voglio vedere quanto siete bravi a mantenerla.”

Kazuya non rispose subito. Lo osservava con attenzione, cercando di restare calmo. Le parole di Tomoko tornavano nella sua testa: “Non sottovalutarlo. È più di quanto sembri.” Ma lui non aveva intenzione di tirarsi indietro. Sapeva che se voleva dimostrare a tutti, ma soprattutto a se stesso, di essere un eroe, doveva affrontare Shinra senza paura.

“Non scappiamo,” disse Kazuya con tono fermo, la voce che non tradiva alcuna incertezza. “Siamo qui per fare sul serio.”

Tomoko si mise in una posizione leggermente più arretrata, ma continuava a guardare attentamente, pronta a intervenire se le cose fossero sfuggite di mano. Kenji, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si girò verso Kazuya e lo osservò con curiosità, come se cercasse di capire chi fosse davvero.

“Spero che tu non stia scherzando,” disse Kenji, con un sorriso enigmatico. “Shinra è… speciale, come avrai già capito. Ma sono curioso di vedere cosa puoi fare.”

Shinra si alzò dalla panchina e si avvicinò lentamente a Kazuya, l’aria che emanava da lui era di una sfida audace e arrogante.

“Sai,” disse Shinra, “mi piace quando uno come te si fa avanti. Non è da tutti.” Poi fece una pausa, fissandolo intensamente. “Ma non pensare che sarà facile. Ti faccio vedere cosa significa essere veramente forte.”

Kazuya serrò i pugni, ma non disse nulla. L’adrenalina cominciava a scorrere nelle sue vene, e l’energia che aveva sempre dentro di sé era pronta ad esplodere. La battaglia che stava per iniziare non era solo per il titolo di “più forte” o per la gloria. Era una battaglia che avrebbe definito chi fosse veramente. Non solo come eroe, ma come persona.

“Va bene,” disse Kazuya finalmente, con voce decisa. “Se è questo che vuoi, vediamo chi è il più forte.”

Tomoko fece un passo avanti, guardando Shinra con sguardo serio. “Fate attenzione,” avvertì. “Non è un gioco.”

Kenji rise leggermente, ma Kazuya poteva vedere che anche lui si stava preparando mentalmente. La sfida era ormai inevitabile, e la tensione tra i due gruppi era palpabile, come una corda tesa che poteva spezzarsi da un momento all’altro.

Shinra fece un passo indietro, alzando un braccio verso il cielo. “Preparati,” disse, il suo tono cambiato da quello della provocazione a quello della determinazione. “Perché questa non sarà una semplice battaglia.”

E senza ulteriori parole, Shinra scattò in avanti, il suo corpo si muoveva con la velocità di un fulmine. Kazuya, con la concentrazione al massimo, si preparò, pronto a rispondere con la forza dei suoi tre quirk.

Shinra non perse tempo. Con un sorriso arrogante stampato sul volto, scattò in avanti con una velocità impressionante. Il terreno sotto di lui sembrava tremare ad ogni passo, come se la sua presenza stessa scatenasse l’energia attorno. Kazuya, tuttavia, rimase immobile per un istante, osservando ogni movimento di Shinra con attenzione.

Il primo attacco di Shinra fu fulmineo. Si lanciò verso Kazuya, le mani tese come se stesse preparando un colpo devastante. Kazuya, però, non sembrava sorpreso. Con un rapido movimento della mano, creò una barriera di ghiaccio che scattò tra di loro, come un muro impenetrabile. Il colpo di Shinra colpì il ghiaccio con un suono secco e fragoroso, ma la barriera rimase intatta, proteggendo Kazuya da ogni danno.

“Non sarà così facile,” disse Kazuya, la voce calma ma determinata. Mentre Shinra si fermava per un istante, osservando il ghiaccio che lo separava dal suo avversario, Kazuya iniziò a concentrarsi sul suo prossimo movimento.

Tomoko e Kenji, da una distanza prudente, si erano allontanati, guardando la battaglia senza interferire. Tomoko fissava attentamente ogni mossa, i suoi occhi erano pieni di preoccupazione ma anche di curiosità. Sapeva che Kazuya non era uno che si arrendeva facilmente, e si chiedeva come avrebbe affrontato un avversario come Shinra.

Kenji, d’altro canto, sembrava più rilassato. Si divertiva nel vedere lo scontro, come se fosse solo una parte di un gioco, ma Kazuya sentiva chiaramente che c’era qualcosa di più profondo nei suoi occhi. Non era solo un osservatore: Kenji stava aspettando qualcosa, forse un errore, forse un punto debole da sfruttare.

Shinra si ritrasse un passo, scrutando il ghiaccio con attenzione. “Interessante…” disse, un sorriso sarcastico che non abbandonava mai il suo volto. “Un po’ più difficile di quanto pensassi. Ma non mi fermerò per così poco.” Con un rapido movimento, Shinra fece scivolare la mano a terra e un’onda di energia pura esplose da sotto di lui, sollevando il terreno e creando una serie di crepe nell’aria. Il terreno vibrava mentre un altro attacco si preparava, e Kazuya sentiva il calore provenire dall’altra parte della barriera ghiacciata.

Kazuya alzò un braccio, creando un altro muro di ghiaccio davanti a sé. Ma, mentre il ghiaccio si solidificava, sentiva l’energia di Shinra che cresceva sempre più potente. Con un respiro profondo, Kazuya prese una decisione. Non poteva semplicemente difendersi, doveva rispondere.

In un movimento rapido, fece scivolare il ghiaccio dalla sua mano come se fosse un arco, e una freccia di ghiaccio pura si formò, pronta a volare. Ma, proprio quando stava per scagliarla, si fermò. La battaglia non era solo una questione di potere fisico, era una questione di controllo, di mente e di cuore.

Shinra lo osservava con interesse, e Kazuya sapeva che doveva fare qualcosa di inaspettato per sorprendere il suo avversario.

“Non sono solo il ragazzo con il ghiaccio e il fuoco,” mormorò a se stesso. “Sono molto di più.”

E con questo pensiero, Kazuya fece scattare la freccia. Non solo di ghiaccio, ma una freccia che portava con sé una piccola esplosione di sangue. La magia che aveva sempre tenuto nascosta, una combinazione perfetta tra fuoco, ghiaccio e sangue, pronta a distruggere.

La freccia volò verso Shinra con una velocità incredibile, mentre l’aria intorno a loro sembrava piegarsi sotto la pressione dell’attacco. Shinra alzò la mano, ma non aveva tempo di rispondere. La freccia lo colpì sulla spalla, facendolo arretrare di un passo.

Un’esplosione di sangue e ghiaccio avvolse Shinra per un istante, ma il ragazzo sembrava ancora in piedi, nonostante il colpo. La sua espressione, che prima era di sicurezza assoluta, ora mostrava un’espressione di sorpresa e un leggero imbarazzo.

“Molto interessante,” disse Shinra, massaggiandosi la spalla, mentre una leggera scia di fumo si alzava dal suo corpo. “Non pensavo che avessi questo asso nella manica.”

Kazuya rimase immobile, il respiro pesante, mentre guardava il suo avversario. Non c’era più il tempo per esitare, il momento era ora.

Shinra, visibilmente sorpreso dalla mossa di Kazuya, non perse tempo. Con un sorriso deciso, fece un passo indietro, chiudendo gli occhi per un momento come se stesse concentrando tutta la sua energia. Poi, all’improvviso, le sue mani si trasmutarono in energia oscura, che si estese in enormi arti neri, come se fossero fatti di pura ombra. Le mani si sollevarono minacciose, sferzando l’aria attorno a lui.

“Pensi davvero di fermarmi con il ghiaccio?” disse Shinra, con una risata che echeggiò nell’aria. “Non hai idea di cosa posso fare con il mio potere.”

Le mani di energia oscura si sollevarono sopra di lui come due enormi giganti, pronte a colpire. Kazuya non aveva tempo per riflettere. L’istinto gli diceva di reagire subito, di non farsi sopraffare dalla potenza di Shinra.

Kazuya sollevò entrambe le mani, formando una barriera di ghiaccio a protezione del suo corpo. Il muro si solidificò rapidamente, ma quando le enormi mani oscure di Shinra scesero su di lui, il ghiaccio scricchiolò sotto il peso e la forza dell’impatto. Un tremito percorse il terreno, e Kazuya dovette fare uno sforzo immenso per mantenere la sua difesa.

“Non è abbastanza!” urlò Shinra, mentre le mani di energia oscura si abbassavano con una velocità impressionante, schiacciando il ghiaccio con una forza che sembrava inarrestabile.

Kazuya riuscì appena a tenere la barriera alzata, ma sapeva che non sarebbe durato a lungo. Lo stridio del ghiaccio che si piegava e si rompeva sotto il peso dell’attacco lo fece sentire vulnerabile. Doveva fare qualcosa di più. Doveva andare oltre.

Con un movimento rapido, Kazuya rilasciò una piccola ondata di energia, facendo esplodere parte del ghiaccio in mille frammenti. Il sangue, già pronto a fluire, cominciò a mescolarsi con la sua magia, creando un’energia esplosiva che avvolse la zona circostante.

Shinra si ritirò per un attimo, con gli occhi che scintillavano di una luce intensa. “Interessante… non ti arrendi mai, eh?” disse con tono divertito. La sua energia oscura si concentrò ulteriormente, facendo espandere le mani gigantesche. “Ma sarà comunque inutile.”

Kazuya, però, non si fece intimorire. Con un rapido movimento, fece scivolare una nuova barriera di ghiaccio tra sé e le mani oscure di Shinra, ma questa volta non si fermò lì. Usando il potere del suo sangue, la barriera di ghiaccio esplose in una miriade di lame affilate, dirette verso Shinra. Le lame tagliavano l’aria con un sibilo, cercando di penetrare nella sua difesa.

Shinra, però, non sembrava spaventato. Con un movimento fluido, lasciò che le sue mani oscure si muovessero per deviare le lame, ma alcune di esse lo colpirono comunque, graffiando la sua pelle e facendolo arretrare di qualche passo. Il sangue che usciva dalle ferite di Shinra evaporava in piccoli spirali di energia oscura, ma sembrava che non fosse nemmeno scosso dal colpo.

“Non è male,” disse Shinra, sorridendo. “Ma non basta. Non hai ancora visto niente.”

E con queste parole, Shinra fece un altro passo indietro, concentrando ancora più energia nelle sue mani oscure. La zona attorno a loro iniziò a vibrare, l’aria sembrava scaldarsi e diventare più densa. Kazuya capiva che ora doveva usare tutte le sue forze se voleva veramente avere una possibilità contro Shinra.

Tomoko e Kenji, ormai distanti, osservavano attentamente. Kenji sembrava piuttosto divertito dalla situazione, ma Tomoko, pur mantenendo un’apparente calma, non poteva fare a meno di sentirsi preoccupata per Kazuya. Sapeva quanto fosse forte il suo amico, ma anche Shinra non era da sottovalutare.

La battaglia stava raggiungendo il suo culmine. Entrambi i ragazzi stavano per sfoderare i loro attacchi più potenti, e Kazuya sapeva che era arrivato il momento di fare la mossa decisiva. Il ghiaccio, il fuoco, il sangue… doveva unire tutto in un solo, potente colpo.

Kazuya, con la mente concentrata, decise di non restare a guardare. Il fuoco che scorreva dentro di lui era qualcosa che non aveva mai usato con tutta la sua forza, ma sapeva che ora non c’era scelta. Un’ondata di calore cominciò a crescere nel suo petto, e con un movimento rapido delle mani, fece erompere fiamme roventi dal suo corpo, avvolgendolo in un’aura infuocata. Le fiamme si estendevano come serpenti impazziti, le lingue di fuoco danzavano nell’aria, riscaldando ogni cosa attorno a lui.

“Mi scuso, ma è il momento di finire questa!” urlò Kazuya, mentre il fuoco esplodeva in una gigantesca onda di calore che travolse il campo di battaglia. Il calore era tanto intenso che sembrava che l’aria stessa si liquefacesse. Il fuoco non aveva solo una potenza distruttiva, ma anche una precisione che permetteva a Kazuya di controllarlo come una lama affilata.

Shinra, tuttavia, non sembrò nemmeno scalfito. Con un movimento fluido, alzò una mano verso il cielo e, prima che Kazuya potesse rendersi conto di cosa stesse succedendo, una barriera oscura e impenetrabile apparve davanti a lui. La barriera era fatta di pura energia oscura, scura e opaca come la notte. La fiamma di Kazuya si schiantò contro di essa con un boato, ma non riuscì a penetrare nemmeno di un millimetro. La barriera era indistruttibile, e il fuoco si spense istantaneamente, lasciando solo un odore di bruciato nell’aria.

“Impressionante,” disse Shinra con un sorriso beffardo, mentre la sua energia oscura cominciava a concentrarsi in una forma più grande e spaventosa. ”Ma la tua fiamma non è abbastanza per abbattere questa barriera.”

Poi, in un attimo, l’energia oscura che circondava Shinra si espanse in un vortice, diventando sempre più densa e minacciosa. Il suo corpo si trasformò, come se l’ombra stessa lo stesse avvolgendo, e da essa emerse una figura enorme, un drago oscuro che si ergeva sopra Kazuya. I suoi occhi brillavano di una luce malefica, e le sue ali si spiegavano, creando una tempesta di energia che faceva tremare il terreno.

“Ora vediamo quanto puoi resistere!” ruggì Shinra, la sua voce un’eco minacciosa che risuonava nell’aria.

Il drago di ombra si lanciò verso Kazuya con una velocità incredibile, i suoi artigli sibilanti e il suo respiro oscuro che incendiava l’aria. Kazuya fu preso alla sprovvista dal potere di quella creatura, ma non si diede per vinto. Con un grido di determinazione, Kazuya fece un passo indietro, concentrando tutte le sue forze. Il ghiaccio e il fuoco dentro di lui si stavano mescolando in una potente fusione. Ma prima che potesse lanciare il suo contrattacco, il drago oscura di Shinra lo travolse.

Un urlo di dolore uscì dalle labbra di Kazuya quando il drago lo colpì con la sua coda, facendolo volare via come una foglia al vento. Il ragazzo si schiantò contro il terreno, sollevando una nuvola di polvere. Kazuya cercò di rialzarsi, ma le ferite che aveva subito gli rendevano difficile concentrarsi. Il suo corpo era scosso, il sangue che gli fluiva dalle braccia e dalle gambe si mescolava con la polvere.

“Non ce la fai, Kazuya,” disse Shinra, la sua voce ora fredda e distante, come se stesse osservando una preda che ormai non aveva più speranze. Il drago oscura lo guardava con occhi fiammeggianti, mentre i suoi artigli sfrecciavano nell’aria.

Kazuya, anche se provato e sanguinante, non si arrese. Il suo spirito era indomito, la sua determinazione non conosceva limiti. Respirando profondamente, sentì la sua energia crescere di nuovo dentro di lui. Il ghiaccio, il fuoco, il sangue… tutto ciò che era dentro di lui ora stava per convergere in un’unica, potente esplosione. Doveva farlo.

“Non è finita!” urlò Kazuya, con gli occhi che bruciavano di determinazione.

Il terreno sotto di lui si spaccò mentre Kazuya si alzava, il suo corpo avvolto da una nuova onda di energia. Il ghiaccio ricoprì le sue mani, il fuoco bruciava in ogni fibra del suo essere, e il suo sangue pulsava come mai prima d’ora. Con un grido di potenza, fece esplodere una sfera di energia combinata che si scagliò direttamente contro il drago di ombra di Shinra.

La battaglia tra luce e oscurità, tra fuoco e ghiaccio, stava raggiungendo il suo apice.

Il combattimento tra Kazuya e Shinra stava raggiungendo il culmine. L’aria era carica di energia, il terreno intorno a loro segnato dagli attacchi che si erano scambiati. Shinra, ancora nella sua forma oscura, si preparava a sferrare il colpo decisivo, mentre Kazuya cercava di rialzarsi.

Ma proprio quando sembrava che lo scontro stesse per concludersi con un’esplosione di potere, una barriera improvvisa si materializzò tra di loro. Un muro di energia traslucida e vibrante li separò, bloccando qualsiasi possibilità di proseguire. Kazuya, colto alla sprovvista, perse l’equilibrio e cadde a terra con un tonfo, mentre Shinra tornò alla sua forma normale, il suo sguardo infuriato rivolto verso l’intruso.

Davanti a loro, con un’espressione impassibile, si ergeva un ragazzo più grande. Aveva capelli neri con le punte tinte di blu e occhi penetranti che scrutavano la scena con un misto di autorità e disapprovazione. Il suo portamento emanava sicurezza, e la calma con cui si era frapposto tra i due avversari indicava che non era la prima volta che gestiva una situazione del genere.

Kenji lo riconobbe immediatamente e si avvicinò con un sorrisetto. “Ma guarda chi si rivede… il nostro moralizzatore di turno.”

Il ragazzo incrociò le braccia e ignorò il commento. “Mi chiamo Light Togata, secondo anno della vostra stessa scuola. E voi due… siete degli idioti.”

Shinra fece un passo avanti, il suo solito sorriso arrogante dipinto sul volto. “Idioti, eh? Ti rendi conto di chi hai interrotto? Avrei potuto finirlo in un attimo.”

Light lo fissò senza battere ciglio. “E avresti ottenuto cosa, esattamente? Una sospensione? Un richiamo disciplinare? O, peggio ancora, una sconfitta di cui non saresti stato in grado di riprenderti?”

Kazuya, ancora a terra, si asciugò il sudore dalla fronte e si rialzò lentamente. Guardò Light con una certa diffidenza, ma dovette ammettere che il ragazzo aveva fermato qualcosa che sarebbe potuto degenerare. Tomoko, fino a quel momento rimasta in disparte, si avvicinò accanto a Kazuya e osservò Light con attenzione.

Kenji ridacchiò, scrollando le spalle. “Sempre il solito, eh, Light? Sei ancora convinto di poter fare da babysitter a tutta la scuola?”

Light sospirò, scuotendo la testa. “Non mi interessa fare da babysitter a nessuno. Mi interessa evitare che due teste calde come loro distruggano la scuola prima ancora di aver finito il primo semestre.”

Shinra sbuffò e incrociò le braccia, ma non disse altro. Kazuya lo osservò per un momento, poi guardò Light. Questo ragazzo… chi era davvero? E perché aveva la sensazione che non fosse intervenuto solo per fermarli, ma anche perché sapeva qualcosa che loro ignoravano?

Light sospirò pesantemente, incrociando le braccia mentre osservava i quattro ragazzi davanti a lui. “Bene, lo spettacolo è finito. Ora muovetevi, è tardi e domani inizia ufficialmente l’anno scolastico. Non vorrete certo presentarvi mezzi morti alla prima lezione, vero?”

Kazuya sbuffò, incrociando le braccia. “Non sono un bambino da riportare a casa.”

Light lo fissò con sguardo impassibile. “No, ma sei qualcuno che si è appena scontrato con un altro studente come se fosse un duello all’ultimo sangue. E sinceramente, non ho voglia di sentire il preside lamentarsi per un incidente il primo giorno. Ora, muovetevi.”

Shinra si limitò a sorridere con arroganza, scrollando le spalle. “Qualunque cosa tu dica, baby-sitter.” Disse con sarcasmo, ma comunque si voltò per andarsene.

Kenji, invece, si mise le mani dietro la testa, ridacchiando. “Beh, almeno ci siamo divertiti un po’.”

Tomoko annuì con un’espressione distaccata, ma prima di andarsene, lanciò un’ultima occhiata a Light. Qualcosa in lui la insospettiva. Non era intervenuto solo per fermare una rissa, sembrava sapere esattamente quando e come intervenire, come se conoscesse più di quanto volesse far credere.

Alla fine, il gruppo si avviò verso i dormitori. Kazuya, con le mani in tasca, camminava leggermente distaccato dagli altri. Aveva ancora l’adrenalina dello scontro addosso, ma doveva ammettere che era meglio riposarsi. La vera battaglia sarebbe iniziata il giorno dopo, con l’inizio ufficiale della scuola.

Chapter 6: Sogni, Rivali e Nuovi Inizi

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Appena entrato nella sua stanza, Kazuya chiuse la porta dietro di sé con un sospiro pesante. Sentiva ancora il battito del cuore accelerato dopo lo scontro con Shinra, ma la stanchezza cominciava a farsi sentire. Si tolse la giacca della divisa e la lasciò cadere sulla sedia accanto alla scrivania, poi si sfilò le scarpe con un calcio e si lasciò cadere sul letto.

Affondò il viso nel cuscino, inspirando profondamente. Il materasso era morbido, diverso da quello a cui era abituato a casa sua.

I pensieri gli vorticavano in testa: il combattimento, Shinra, Tomoko, Kenji… e Light Togata. Quel ragazzo era apparso dal nulla e aveva fermato tutto con una facilità assurda. Chi diavolo era veramente?

Scosse la testa, cercando di non pensarci troppo. Domani sarebbe stato un giorno lungo e avrebbe avuto bisogno di tutte le sue energie.

Si voltò su un fianco, tirando su le coperte senza troppa attenzione. Poi chiuse gli occhi, lasciandosi lentamente scivolare nel sonno, con il battito del cuore che finalmente riprendeva un ritmo più calmo.

Nel sogno, Kazuya si trovava in un giardino illuminato dalla luce soffusa del tramonto. L’aria era calda, piacevole, e nell’aria aleggiava un profumo dolce, come di fiori appena sbocciati.

Di fronte a lui c’era Shinra, ma il suo solito sguardo arrogante era assente. Al contrario, sorrideva in modo diverso, più sincero, quasi dolce. Senza dire nulla, si avvicinò a Kazuya e gli prese delicatamente la mano.

Kazuya sentì il calore del suo tocco e, stranamente, non si ritrasse. Il cuore gli batteva forte mentre Shinra lo guardava negli occhi con un’intensità che lo fece sentire vulnerabile. Poi, senza preavviso, Shinra si avvicinò ancora di più, il loro respiro si mescolò per un istante, e—

Kazuya si svegliò di colpo, ansimando. Il suo cuore sembrava impazzito, il viso era arrossato e un brivido gli attraversò la schiena.

“No, no, no! Impossibile! Assolutamente impossibile!” borbottò a voce alta, stringendosi la testa tra le mani.

Scosse il capo con forza, cercando di cancellare le immagini che continuavano a riaffiorare nella sua mente. Non poteva essere vero. Non poteva aver sognato una cosa del genere… con Shinra, poi!

Si alzò dal letto di scatto, camminando avanti e indietro per la stanza, cercando di razionalizzare la cosa. Era solo un sogno, niente di più. Forse era solo lo stress della giornata, il combattimento, l’adrenalina. Sì, doveva essere quello.

“Dannato Shinra…” mormorò, sedendosi sul bordo del letto e passando una mano tra i capelli.

Ma, nonostante tutto, il sogno continuava a tormentarlo. E il peggio era che non riusciva a odiarlo davvero.

Kazuya si lasciò cadere sul letto, il respiro ancora irregolare. Il pensiero di Shinra in quel modo, così dolce e vicino, lo turbava profondamente. Non poteva permettersi di pensarla in quel modo… Shinra era il suo rivale! Il suo fastidioso, arrogante, insopportabile rivale!

Eppure…

Appena quell’“eppure” gli attraversò la mente, si diede una serie di colpetti sulla testa. “No! No! No!” borbottò tra sé, quasi a volersi punire per quei pensieri assurdi.

Si girò su un fianco, stringendo il cuscino come se potesse aiutarlo a cancellare il sogno. “Era solo un incubo… no, non un incubo… un’allucinazione! Sì, esatto! Non significa niente!”

Cercò di distrarsi, pensando al primo giorno di scuola che lo aspettava. Le lezioni, i nuovi compagni, gli allenamenti… tutto sarebbe tornato alla normalità.

Chiuse gli occhi con forza, forzandosi a non pensare più a Shinra. Dopo qualche minuto, il respiro si fece più calmo, il battito del cuore rallentò.

Alla fine, tra mille pensieri confusi, scivolò nel sonno.

Il giorno dopo, il sole filtrava dalle tende della stanza di Kazuya, illuminando delicatamente l’ambiente ancora immerso nel silenzio del mattino. Aprì gli occhi lentamente, ancora un po’ assonnato, ma sapeva di dover iniziare la giornata con il piede giusto: era il primo giorno di scuola.

Si stiracchiò sbadigliando, poi si alzò dal letto con un salto, iniziando la sua solita routine di stretching. Sentiva i muscoli leggermente tesi dopo il combattimento del giorno prima con Shinra, ma nulla che non potesse sciogliere con qualche esercizio.

Dopo aver finito, si diresse verso il bagno. Aprì l’acqua della doccia e si immerse nel getto caldo, lasciando che il vapore rilassasse il suo corpo e schiarisse la sua mente. Cercò di non pensare al sogno strano della notte precedente, ma ogni tanto qualche immagine gli tornava in testa, facendogli scuotere la testa con fastidio.

“Non ci devo pensare. È solo una stupida cosa senza senso.”

Una volta uscito dalla doccia, si asciugò velocemente e si vestì con l’uniforme della scuola: giacca nera con rifiniture rosse, pantaloni abbinati e camicia bianca. Si guardò allo specchio, sistemò la cravatta e si passò una mano tra i capelli ancora leggermente umidi.

“Ok, primo giorno, si parte.”

 

Kazuya entrò nella mensa affollata e si prese un vassoio con una colazione semplice: pane tostato, uova strapazzate e una tazza di caffè nero. Si sedette a un tavolo vicino alla finestra, guardando fuori mentre mangiava. Il cielo era limpido, e il pensiero che fosse il primo giorno di scuola lo metteva un po’ in ansia, ma cercò di non pensarci troppo.

Dopo qualche minuto, sentì dei passi avvicinarsi. Alzò lo sguardo e vide Tomoko. La ragazza si sedette di fronte a lui senza dire nulla, ma Kazuya notò subito qualcosa di strano: la sua uniforme era diversa dalle altre ragazze. La gonna, invece di arrivare a metà coscia come previsto dal regolamento, le arrivava fino alle caviglie.

Kazuya non poté fare a meno di notarlo e, dopo aver bevuto un sorso di caffè, chiese con curiosità: “Ehi, Tomoko… perché la tua uniforme è diversa?”

Tomoko alzò lo sguardo dal suo piatto e rispose con tono neutro: “L’ho fatta modificare. Non mi piace la versione standard.”

Kazuya annuì. Non era strano che qualcuno personalizzasse la propria uniforme, ma il fatto che Tomoko avesse scelto di allungare la gonna lo incuriosiva. Tuttavia, decise di non insistere.

“Ha senso” commentò semplicemente, tornando a mangiare.

Tomoko sembrava apprezzare il fatto che lui non approfondisse troppo l’argomento. Dopo qualche secondo di silenzio, fu lei a parlare per prima.

“Pronto per il primo giorno?” chiese, mordendo un pezzo di pane.

Kazuya sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. “Più o meno. Non so cosa aspettarmi.”

Tomoko fece un leggero sorriso. “Vedrai, sarà interessante.”

E con quella frase enigmatica, continuarono a fare colazione, mentre attorno a loro la mensa si riempiva sempre di più.

Dopo aver finito la colazione, Kazuya si alzò dal tavolo e si stiracchiò leggermente. “Ci vediamo dopo, Tomoko” disse, facendo un cenno con la mano prima di dirigersi verso l’aula.

Attraversò i corridoi affollati, cercando di evitare di incrociare troppi sguardi. Il primo giorno di scuola significava nuove materie, nuovi insegnanti e, probabilmente, nuove sfide. Non era particolarmente nervoso, ma sentiva una leggera tensione nel petto.

Arrivato in classe, aprì la porta e trovò alcuni studenti già seduti ai loro posti. Qualcuno chiacchierava, altri erano immersi nei loro pensieri o guardavano il telefono. Kazuya individuò il suo banco vicino alla finestra e si sedette, appoggiando la testa sul palmo della mano mentre guardava fuori.

La giornata era appena iniziata, e lui non sapeva ancora cosa aspettarsi.

Appena la campanella suonò, la porta dell’aula si aprì con decisione e un uomo alto, dai capelli scuri leggermente spettinati e un’aria rilassata, entrò in classe. Indossava un completo scuro, ma la cravatta era allentata, come se non gli importasse troppo della formalità.

“Buongiorno a tutti,” disse con voce calma ma autoritaria. “Sono Raito Kazehara e sarò il vostro professore per tutte le materie teoriche.” Fece una pausa, lasciando che gli studenti assorbissero l’informazione. “Non preoccupatevi, non sono qui per annoiarvi con lezioni noiose… almeno non sempre.”

Alcuni studenti sorrisero, altri rimasero impassibili.

“Ora, prima di cominciare la lezione vera e propria, voglio conoscervi. Chiamerò ognuno di voi in ordine alfabetico. Dovrete alzarvi, presentarvi, spiegare il vostro quirk e, se ne avete già pensato uno, dirci il vostro nome da Hero.”

Un mormorio si diffuse nella classe. Alcuni sembravano entusiasti, altri più titubanti. Kazuya incrociò le braccia e sospirò, sapeva che il suo turno sarebbe arrivato presto.

Il professore prese un registro e iniziò a leggere i nomi.

Il professore guardò il registro, poi alzò lo sguardo con un accenno di sorriso, come se avesse già anticipato il nome che avrebbe letto.

“Kenji Dragneel,” disse, e subito la classe si zittì.

Kazuya alzò gli occhi verso il ragazzo che si era alzato con una calma insolita. Kenji, con i suoi capelli biondi e gli occhi rossi, non sembrava minimamente nervoso, anzi. Con un sorriso sicuro, andò davanti alla cattedra e cominciò a parlare.

“Mi chiamo Kenji Dragneel,” disse, la sua voce forte e chiara. “Il mio quirk è Chiavi degli Spiriti Stellari, che ho ereditato da mia madre, Lucy Heartfilia. Posso evocare spiriti dalle porte celestiali usando delle chiavi speciali. Da mio padre, Natsu Dragneel, ho ereditato una resistenza incredibile e una forza fisica fuori dal comune.”

Kazuya, pur non conoscendo i dettagli della storia di Kenji, sapeva comunque che i nomi dei suoi genitori erano leggendari. Lucy Heartfilia, la famosa maga degli Spiriti Stellari, e Natsu Dragneel, uno dei più forti salamander. Quella era davvero una combinazione potente.

Kenji, sorridendo con sufficienza, fece una pausa, quasi godendosi l’attenzione su di sé. Poi, continuò con un tono più deciso.

“Per quanto riguarda il mio nome da Hero, ho scelto Astral Flame” disse con un sorriso che non lasciava spazio a dubbi. «Perché quando uniscano i miei poteri, posso evocare spiriti che si fondono con il mio fuoco che ho dentro, insieme distruggiamo chiunque si metta sulla nostra strada.»

La classe rimase in silenzio per un momento, impressionata dalla potenza dei suoi poteri. Kazuya sentì un brivido di competizione crescere in lui, ma non disse nulla.

Il professore annuì, soddisfatto. «Bene, Astral Flame. Ottima presentazione. Avanti, il prossimo.»

Kenji fece un inchino esagerato, come se fosse il re della classe, e tornò al suo posto con passo sicuro. Kazuya non poté fare a meno di notare il suo atteggiamento arrogante, ma non era il momento per concentrarsi su di lui. Loro due si sarebbero scontrati, ma quel momento non era ancora arrivato.

Il professore chiamò il nome successivo, “Nao Fujimura”, e la classe fece un piccolo mormorio. Kazuya alzò lo sguardo, curioso di vedere chi fosse il ragazzo che aveva appena sentito nominare.

Un giovane dal viso timido si alzò, i suoi capelli neri e disordinati cadevano sul suo viso, nascondendo parzialmente un occhio. Li spostò distrattamente con una mano, ma sembrava piuttosto introverso. Kazuya osservò il suo atteggiamento e notò quanto fosse diverso da Kenji, decisamente più sicuro di sé. Nao si avvicinò alla cattedra con passo esitante, come se non fosse completamente a suo agio sotto gli occhi di tutti. Si schiarì la gola, cercando di farsi coraggio.

“C-ciao a tutti, mi chiamo Nao Fujimura… il mio quirk è… Etere,” iniziò, la voce tremante. “Posso manipolare l’etere, una sostanza invisibile che permea l’universo. Posso usarla per creare barriere protettive, muovere oggetti senza toccarli, e… ehm… posso anche generare piccole esplosioni di etere, ma non sono molto potente in questo momento. È più una questione di precisione e controllo. Non è qualcosa che… ehm, posso usare per danneggiare gravemente, ma mi permette di fare tante cose utili.”

Kazuya ascoltò attentamente, notando la timidezza nel tono di Nao. Il ragazzo sembrava essere molto consapevole dei suoi limiti, ma allo stesso tempo il suo potere aveva un grande potenziale. La capacità di manipolare l’etere era unica e in qualche modo misteriosa, ma era chiaro che Nao non aveva ancora imparato a sfruttarla completamente.

Nao abbassò la testa, evitando lo sguardo della classe. Si sentiva vulnerabile. “Il mio nome da Hero… sarà… Phantom… perché il mio potere è invisibile, e mi permette di muovermi e agire nell’ombra.”

Il professore sorrise, accennando un cenno di approvazione. “Ottima scelta, Phantom. Sembra un nome che si addice a te e al tuo quirk. Non preoccuparti, Fujimura. Tutti noi abbiamo avuto dei momenti di insicurezza, ma con il tempo riuscirai a far emergere tutta la forza del tuo potenziale.”

Nao si sedette, visibilmente sollevato, ma ancora un po’ timido. Kazuya non poté fare a meno di sentire una certa empatia per lui. Non tutti avevano la sicurezza che avevano ragazzi come Kenji o Shinra. Il ragazzo sembrava essere più introverso, ma sicuramente non meno interessante.

Il professore, con un movimento rapido della mano, chiamò il prossimo nome: “Masako Hayashida.”

Un silenzio si abbatté per un momento, come se tutti stessero aspettando la reazione della ragazza. Kazuya alzò lo sguardo, curioso. Masako era la ragazza che li aveva seguiti qualche giorno prima, una figura decisamente affascinante con il suo atteggiamento misterioso. Non sembrava nemmeno una persona che avrebbe avuto difficoltà a farsi notare.

Masako si alzò immediatamente, senza esitare, e si diresse verso la cattedra con passo sicuro. I suoi occhi erano impassibili, quasi come se stesse dando per scontato di essere al centro dell’attenzione. Non c’era traccia di timidezza in lei. Kazuya notò che anche lei, come Tomoko, aveva la gonna che gli arrivava fino alle caviglie. Masako si fermò davanti al professore, incrociando le braccia, e cominciò a parlare con una voce calma e autoritaria.

“Mi chiamo Masako Hayashida. Sono la figlia di uno dei più grandi produttori di fornimenti Hero. Il mio potere è il controllo dei fulmini,” disse, mantenendo un’espressione severa. “Posso generare e manipolare l’elettricità, sia per creare scosse dirette che per potenziare oggetti che utilizzo, come armi o dispositivi tecnologici. Sono anche in grado di emettere scariche elettriche dall’interno del mio corpo, ma non posso farlo per troppo tempo senza rischiare di esaurire la mia energia. Tuttavia, il mio potere mi rende un’ottima combattente a distanza e anche un’ottima difensore in situazioni critiche.”

Kazuya, che la stava osservando attentamente, si rese conto che Masako non parlava con orgoglio, ma con la consapevolezza di quanto il suo potere fosse forte. La ragazza era chiaramente abituata a stare sotto i riflettori, e il suo comportamento sicuro di sé sembrava riflettere il suo background familiare. Non si trattava di un potere da poco; i fulmini erano una forza naturale potente, e Masako sapeva esattamente come maneggiarli.

Masako fece una breve pausa, soppesando le sue parole prima di aggiungere: “Il mio nome da Hero sarà Raijin, in onore del dio giapponese del tuono e dei fulmini. La mia energia non è solo un potere, è una forza che mi permette di proteggere e distruggere in un attimo.”

Un silenzio calò nella stanza mentre gli altri studenti riflettevano sul suo discorso. Il nome da Hero, Raijin, le si addiceva perfettamente. Kazuya pensò che fosse davvero un nome potente, che incuteva rispetto.

Il professore annuì con soddisfazione. “Molto bene, Raijin. Ottima presentazione, sembra che tu abbia un potenziale incredibile.”

Masako si fece un passo indietro, tornando al suo posto senza dire altro, con il suo sguardo impassibile che sembrava scrutare l’intera classe, come se stesse analizzando chi fosse degno della sua attenzione. Kazuya si sentì per un attimo inadeguato. Masako aveva una naturalezza che lui non aveva mai visto in altri.

Ma nonostante questo, qualcosa gli diceva che dietro quella freddezza si nascondeva più di quello che lei mostrava.

Il professore guardò la lista e chiamò il prossimo nome: “Agatha Hawkers.”

Un mormorio si diffuse tra i banchi, e Kazuya alzò lo sguardo per osservare la nuova arrivata. Una ragazza dai capelli neri, con ciocche bianche che spiccavano come strisce di luce nella sua chioma scura. Sembrava tranquilla, ma il suo aspetto insolito le conferiva un’aria misteriosa. Con passo deciso, si alzò dalla sua sedia e si diresse verso la cattedra, il suo sguardo calmo ma determinato.

Quando si fermò davanti alla cattedra, Agatha guardò per un attimo la classe, lasciando che il silenzio calasse prima di iniziare a parlare. La sua voce era calma, ma sicura, con una leggera sfumatura di autorità.

“Mi chiamo Agatha Hawkers,” iniziò, senza esitazione. “Il mio quirk è il controllo delle placche elettroniche. Questo mi permette di manipolare e comandare la struttura di circuiti e dispositivi elettronici a livello microscopico. Posso far muovere e adattare le placche in qualsiasi forma voglia, creando oggetti come armi, difese o anche costruire nuovi dispositivi elettronici sul momento. Posso anche danneggiare e sabotare qualsiasi dispositivo elettronico, rendendolo inutilizzabile in pochi istanti.”

Kazuya rimase colpito. Il potere di Agatha non solo era incredibilmente versatile, ma aveva anche un aspetto strategico non indifferente. Il controllo delle placche elettroniche le dava un enorme vantaggio in situazioni di guerra tecnologica o di combattimento a distanza, dove l’utilizzo di macchinari e dispositivi sarebbe stato fondamentale.

“Posso anche manipolare l’elettronica in maniera difensiva,” aggiunse Agatha, quasi a sottolineare un punto. “Le placche possono essere usate per proteggermi o creare schermi difensivi improvvisati. Il mio limite è solo la velocità con cui riesco a manipolarle, ma con la giusta concentrazione, posso affrontare qualsiasi scenario.”

Kazuya osservò attentamente, pensando a come un potere come il suo avrebbe potuto essere utilizzato in diversi contesti. Se fosse mai stato coinvolto in un conflitto, Agatha sarebbe stata una risorsa fondamentale, capace di neutralizzare con un semplice movimento di mano qualsiasi tecnologia che potesse essere usata contro di loro.

Quando finì, Agatha si prese un momento di silenzio, prima di continuare con il suo nome da Hero. “Il mio nome da Hero sarà Horizon. Come la linea che separa il cielo dalla terra, mi adatto, mi protego e attacco da ogni angolo. Posso vedere oltre l’orizzonte di ogni battaglia.”

Un silenzio soddisfatto permeò la stanza. Kazuya non poté fare a meno di pensare che Horizon fosse un nome davvero potente, perfetto per un Hero che sembrava pronta a superare ogni limite.

Il professore annuì con approvazione. “Molto bene, Horizon. Un potere davvero interessante. Sono sicuro che questo ti renderà una risorsa fondamentale per la nostra scuola.”

Agatha fece un piccolo cenno con il capo e tornò al suo posto con la stessa calma che l’aveva accompagnata sin dal suo arrivo, mentre gli altri studenti continuavano a osservare, evidentemente impressionati dalla sua abilità.

Kazuya non poté fare a meno di pensare che in quella classe, c’erano davvero molte persone che avevano poteri straordinari. Ma nonostante tutto, il suo sguardo andò un attimo verso Shinra, senza volerlo.

Il professore, dopo un momento di silenzio, proseguì con l’elenco. La sua voce chiara risuonò nella stanza quando chiamò il prossimo nome: “Raijin Kozuki.”

Un rumore di sussurri attraversò la classe, come se tutti si fossero chiesti chi fosse quella persona. Kazuya alzò lo sguardo, curioso. Un ragazzo si alzò dal suo posto con un’energia palpabile, come se fosse una saetta pronta a scatenarsi. Raijin era un giovane dall’aspetto deciso, ma ciò che attirò immediatamente l’attenzione di tutti furono i suoi tratti animali. I suoi occhi, di un giallo brillante, brillavano di una vivacità animalesca, e il suo corpo sembrava quasi un ibrido, con tratti fisici che ricordavano un ghepardo.

I suoi movimenti erano agili, rapidi e precisi, come quelli di una bestia che sa esattamente dove andare e cosa fare. Con passo deciso, si avvicinò alla cattedra, i suoi muscoli tesi come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento.

Quando si fermò, il ragazzo guardò la classe con uno sguardo fiero, ma che non nascondeva una certa umiltà. La sua voce, bassa ma forte, risuonò mentre si presentava.

“Mi chiamo Raijin Kozuki,” disse, con sicurezza. “Il mio quirk è chiamato Cheetah’s Instinct. Questo potere mi permette di sfruttare tutti gli istinti e le capacità fisiche di un ghepardo. A livello di velocità, posso correre a velocità incredibili, superando qualsiasi essere umano. Le mie capacità sensoriali sono anch’esse amplificate, riuscendo a sentire e percepire minimi cambiamenti nell’ambiente. Questo mi rende particolarmente efficace nelle situazioni che richiedono agilità, predazione e rapidità nell’analisi di qualsiasi situazione.”

Kazuya lo guardò con interesse, pensando a come Raijin avrebbe potuto essere un formidabile avversario o alleato in qualsiasi scenario. Non si trattava solo di velocità: l’abilità di percepire minimi dettagli e di muoversi con la rapidità di un predatore rendeva il suo quirk incredibilmente versatile, sia in attacco che in difesa.

Raijin continuò a spiegare con calma, come se il concetto fosse familiare per lui. “Posso usare la velocità per scappare da pericoli, ma anche per colpire rapidamente in combattimento, con la forza e la precisione di un ghepardo che caccia. Inoltre, il mio quirk mi consente di percorrere grandi distanze in breve tempo e di adattarmi facilmente ai cambiamenti del terreno e della situazione.”

Il ragazzo fece una breve pausa, come per riflettere un momento prima di aggiungere. “Ovviamente, il mio limite è la resistenza. Se mi spingo troppo oltre, la fatica accumulata mi farà rallentare, ma è qualcosa su cui sto lavorando.”

Kazuya, ormai totalmente concentrato, annuì in silenzio. Raijin non sembrava solo fisicamente abile, ma anche mentalmente pronto a sfruttare ogni singola opportunità.

Alla fine, Raijin sorrise con orgoglio e disse: “Il mio nome da Hero sarà Cheetah… perché come un ghepardo, sono sempre pronto a scattare, che sia per salvare una vita o per affrontare una sfida.”

Un altro mormorio attraversò la classe, e il professore sorrise con approvazione. “Un nome perfetto, Cheetah. Sono sicuro che riuscirai a essere un grande esempio per tutti noi.”

Raijin fece un cenno con la testa, si girò e tornò al suo posto con la stessa agilità con cui era arrivato. La sua presenza sembrava quasi una forza naturale, qualcosa di primordiale, che avrebbe portato un’energia in più alla scuola.

Kazuya rimase in silenzio, ancora colpito dall’incredibile potenza del quirk di Raijin. Un altro potenziale alleato, ma anche un possibile rivale, nel suo cammino. La classe continuò, ma Kazuya sapeva che quella giornata sarebbe stata solo l’inizio di una lunga serie di sfide e scoperte.

Il professore continuò a chiamare i nomi, la sua voce decisa ma gentile riecheggiava nella stanza. Quando pronunciò il nome “Kaito Kurose”, la classe si fece silenziosa per un attimo. Kazuya alzò gli occhi dalla sua scrivania, curiosamente.

A quel punto, un ragazzo saltellante e vivace si alzò dal suo posto. Kaito era completamente diverso da chiunque avesse visto finora. I suoi capelli erano disordinati, di un colore verde scuro, e indossava una giacca larga e un paio di pantaloni che sembravano troppo grandi per lui. I suoi occhi erano incorniciati da occhiali tondi e strani, che davano l’impressione di nascondere qualcosa di inquietante dietro un’apparenza giocosa.

Kaito camminava verso la cattedra saltellando, il suo passo esageratamente allegro e frenetico, come se stesse partecipando a una danza o fosse sul punto di fare uno scherzo. La sua risata, che arrivava in maniera inaspettata, fece girare qualche testa e alzò un po’ di sopracciglia tra i compagni. Kazuya osservava con attenzione, sentendo una strana sensazione per l’intera atmosfera che si era creata attorno al ragazzo.

“Oh, oh! Finalmente il mio turno!” esclamò Kaito con una risata convulsa, saltando una volta sulla punta dei piedi prima di fermarsi davanti alla cattedra. “Ciao a tutti! Io sono Kaito Kurose!”, disse, facendo un gesto teatrale e una risata esagerata che sembrava più fuori posto che divertente.

Il ragazzo fece una pausa come per lasciare che tutti lo osservassero, cercando di mettere in evidenza la sua eccentricità. Kazuya, per un attimo, sentì una leggera sensazione di disagio. Kaito sembrava quasi un clown uscito da un circo, ma c’era qualcosa di strano, qualcosa che non quadrava. Un’energia diversa da quella degli altri ragazzi, una che dava la sensazione che ci fosse qualcosa di più sotto la superficie.

“Il mio quirk… Carnival of Madness!”, annunciò Kaito, facendo una giravolta. “Il mio potere è piuttosto semplice, ma anche un po’… ehm… pazzesco! Con il mio quirk, posso manipolare gli stati mentali delle persone intorno a me. Posso farle sentire emozioni diverse, farle ridere istericamente, farle sentire paura o confusione, tutto a seconda di come decido di muovermi. In pratica, posso creare una sorta di ‘carnevale psichedelico’ che invade chiunque mi circondi.”

Le parole di Kaito furono veloci e confuse, quasi come se stesse cercando di spiegare qualcosa di troppo complicato in poco tempo. Kazuya non poteva fare a meno di sentire una sorta di disagio crescente, ma cercò di rimanere concentrato.

Kaito continuò senza fermarsi, con il tono giocoso che lo caratterizzava: “Il mio quirk è davvero divertente, non è vero? Posso sconvolgere completamente la mente delle persone, facendole diventare, letteralmente, parte di un ‘circo mentale’! È perfetto per sconfiggere i nemici, ma bisogna essere cauti, eh! Non voglio che le persone pensino che mi sto prendendo gioco di loro… o forse sì! Ahaha!”

Alla fine, dopo l’ennesima risata maliziosa, Kaito si fermò e guardò la classe con un sorriso più ampio che mai. “Ah! E il mio nome da Hero? Sarà Jester!”, annunciò con enfasi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. “Perché chi può fermare uno scherzo… eh? Ahahaha!”

Kazuya non riusciva a fare a meno di guardarlo con una certa perplessità. C’era qualcosa di bizzarro, anche inquietante, in tutto ciò che faceva e diceva Kaito. Eppure, in qualche modo, sentiva che il suo potere sarebbe stato altrettanto pericoloso quanto interessante. Un “Carnival of Madness” che avrebbe potuto giocare con le menti delle persone, creando disorientamento e panico a piacimento. Un potere che, se usato male, sarebbe stato una vera e propria minaccia.

La risata di Kaito sembrava riecheggiare ancora nell’aria mentre tornava al suo posto, ma in qualche modo la stanza sembrava meno accogliente. C’era una tensione palpabile, come se nessuno volesse dire nulla, ma tutti si sentivano consapevoli di quanto il ragazzo fosse diverso dagli altri.

Il professore annuì, come per dare il via alla prossima presentazione, ma Kazuya rimase in silenzio, riflettendo sulle parole di Kaito. C’era una strana sensazione nell’aria, una consapevolezza che questo ragazzo avrebbe potuto portare un cambiamento, positivo o negativo che fosse, nel loro percorso futuro.

Il professore proseguì con l’appello, e quando nominò “Miyako Kurohime”, la classe si fece di nuovo silenziosa. Kazuya alzò lo sguardo, curioso di vedere chi sarebbe stato il prossimo a presentarsi.

Una ragazza dai capelli marroni scuri, che scendevano in morbide onde fino alle spalle, si alzò con una grazia innata. La sua espressione era calma e composta, ma c’era una sorta di aura misteriosa che la circondava, come se avesse sempre il controllo di sé stessa e della situazione. I suoi occhi, scuri e penetranti, sembravano osservare ogni persona nella stanza senza mai perdere il loro sguardo deciso.

Miyako si diresse verso la cattedra senza fretta, i suoi passi eleganti e misurati. Una volta arrivata, si fermò davanti al professore, chinando leggermente il capo in segno di rispetto, ma non disse nulla di più. Non sembrava la tipica ragazza chiacchierona o esuberante, eppure c’era qualcosa di magnetico nella sua presenza.

Quando aprì bocca per parlare, la sua voce fu calma e sicura, senza esitazioni.

“Il mio quirk è Succubus Aura”, iniziò con tono misurato, attirando l’attenzione di tutti nella stanza. “Posso emettere un’aura che influenza le emozioni e i desideri delle persone intorno a me. In pratica, questa aura può suscitare attrazione, desiderio, o anche estremo affetto. Non è un controllo diretto, ma piuttosto un’aura che agisce sulle menti di chi mi circonda, facendoli sentire una connessione più profonda, più intensa, a seconda delle circostanze.”

Un silenzio calò nella stanza mentre tutti ascoltavano attentamente. Kazuya si chiese se fosse stata una cosa positiva o negativa avere un potere del genere. Forse sarebbe stato utile in alcune situazioni, ma altrettanto pericoloso in altre. Un potere che avrebbe potuto manipolare i sentimenti delle persone senza che queste se ne rendessero conto.

Miyako continuò a spiegare il suo quirk senza alcuna emozione visibile, come se stesse raccontando una storia che conosceva a memoria. “Posso anche scegliere se far emergere un effetto maggiore o minore, ma non posso controllare completamente come le persone reagiranno. Il mio potere agisce su base emotiva. Non è facile da gestire, ma ho imparato a tenerlo sotto controllo.”

Dopo aver terminato la sua spiegazione, Miyako fece una breve pausa, alzando lo sguardo. “Il mio nome da Hero è Lilith”, disse con tranquillità, come se fosse una parte naturale della sua identità. “Perché, proprio come la figura mitologica, posso essere sia una forza di attrazione che di distruzione.”

La sua voce rimase calma, ma la rivelazione del suo nome da Hero fece sentire a tutti, in qualche modo, il peso di quelle parole. Non c’era nulla di particolarmente minaccioso nella sua voce, ma c’era un’intensità in quella semplice affermazione, come se “Lilith” fosse più di un nome, fosse una parte di ciò che lei era.

Con un cenno impercettibile della testa, Miyako si allontanò dalla cattedra e tornò al suo posto. La sua figura era così composta che sembrava che l’attenzione che aveva suscitato svanisse subito dopo, come se fosse tutto parte di una routine perfetta che lei padroneggiava da tempo.

Kazuya rimase in silenzio, riflettendo su ciò che aveva appena sentito. Non c’era dubbio che Miyako fosse una persona capace di esercitare una certa influenza sugli altri, con un potere tanto affascinante quanto pericoloso. Eppure, nonostante la sua aura misteriosa, Kazuya non riusciva a decidere se fosse qualcuno da temere o da ammirare.

La classe riprese a mormorare piano mentre il professore segnava il nome di Miyako sul registro, ma Kazuya si sentiva come se un velo di incertezza si fosse appena posato su di lui.

Il professore chiamò “Shizuki Kurogane”. Una ragazza bassina, dai capelli corti e bianchi, si alzò senza espressione. I suoi occhi sembravano vuoti, quasi privi di emozione. Senza dire una parola in più, si avvicinò alla cattedra e con voce piatta dichiarò:

“Il mio quirk è Nebbia Spettrale. Posso creare una nebbia densa e oscura che acceca e confonde i nemici, riducendo le loro capacità di percepire l’ambiente circostante. Non è letale, ma è difficile da sfuggire.”

Concludendo rapidamente, aggiunse: “Il mio nome da Hero è Nocturne”, e senza ulteriori parole, tornò al suo posto, mantenendo sempre quell’espressione impassibile. La classe rimase in silenzio, un po’ inquietata dalla sua presenza enigmaticamente calma.

Il professore continuò con la chiamata dei nomi, uno dopo l’altro, mentre ogni studente si alzava per presentarsi brevemente.

Kuroshi Takeda si alzò con aria decisa. “Il mio potere è Cursed Bones, controllo le ossa maledette, che posso usare sia in combattimento che per creare armature. Il mio nome da Hero è Bonecrusher.”

Subito dopo, Arisu Takamine si alzò, il suo viso illuminato da una luce intensa. “Il mio potere è Aurora Furiosa, posso emettere una luce abbagliante che acceca e distrugge tutto al suo passaggio. Mi faccio chiamare Aurora Blaze.”

Shin Takami, figlio di Hawks, alzò la mano e si presentò con una smorfia di sfida. “Il mio potere è Feather Storm, controllo e manipolo le piume dei miei ali per attaccare e difendermi. Mi chiamo Skyhawk.”

Poi, Seiryu Tatsumoto si alzò, un’energia animalesca che emanava da lui. “Il mio potere è Draconic Fury, posso evocare la furia di un drago, tra fuoco e forza. Il mio nome da Hero è Dragonheart.”

Ryuji Mizushima si alzò con una calma inquietante. “Il mio potere è Tidal Wrath, controllo l’acqua e posso scatenare tempeste devastanti. Mi chiamo Tsunami.”

Subito dopo, Shiroi Gojo, anche lei del clan Gojo come Shinra, si alzò con un sorriso enigmatico. “Il mio potere è Eclipse Infinity, posso creare e manipolare uno spazio infinito che oscura ogni cosa. Mi faccio chiamare Eclipse.”

Poi, Shirogane Yurei alzò la mano, il suo viso impassibile. “Il mio potere è Nightmare Marionette, posso manipolare le ombre delle persone come se fossero marionette. Il mio nome da Hero è Marionetta Nera.”

Issei Yamamoto si alzò, ma il suo atteggiamento era più strategico che fisico. “Il mio potere è Mente Strategica, posso prevedere e analizzare ogni situazione. Il mio nome da Hero è Strategist.”

Riko Usagioka, figlia di Mirko, saltò su con grinta. “Il mio potere è Lepus Max, velocità e agilità sovrumane, posso fare salti enormi e picchiare con velocità letale. Il mio nome da Hero è Bunny Strike.”

Xyron Vexar, figlio di Mina Ashido, si alzò con un sorriso. “Il mio potere è Cosmic Corrosion, posso corrosi e manipolare sostanze chimiche. Il mio nome da Hero è Cosmic Blight.”

Raiden Kaminari, figlio di Denki Kaminari, si alzò con un sorriso elettrizzante. “Il mio potere è Volt Surge, posso scatenare scariche elettriche devastanti. Il mio nome da Hero è Voltage.”

Infine, Serio Hebiuchi si alzò, la sua postura serpentina era inquietante. “Il mio potere è Serpent’s Grip, posso evocare serpenti e manipolarli a mio piacimento. Il mio nome da Hero è Serpent King.”

Ogni studente si presentò con fiducia, alcuni con maggiore audacia di altri, ma tutti accomunati dal desiderio di diventare veri eroi.

Il momento di Shinra Zenin era arrivato. Si alzò con un sorriso che, come sempre, sembrava avere una vena di sfida. Camminò verso la cattedra con un’aria di sicurezza, ma non mancò di lanciare uno sguardo verso Kazuya, un sorriso di sfida sulle labbra. Appena si trovò davanti alla cattedra, pronunciò il suo nome con una calma che nascondeva una certa arroganza.

“Mi chiamo Shinra Zenin, sono il figlio adottivo di Gojo Satoru e Geto Suguru. Il mio potere è Void Manipulation, posso manipolare il vuoto e creare spazi senza materia in grado di inghiottire qualsiasi cosa. Posso creare portali attraverso il vuoto stesso, disintegrare qualsiasi oggetto e persino utilizzare l’energia che emerge dal nulla. Il mio nome da Hero è Void Reaper.”

Kazuya sentì un’immediata scarica di nervosismo al sentire il suo nome, specialmente quando Shinra lo guardò di nuovo, il sorriso mai abbandonato. Non poteva fare a meno di notare come la sua presenza fosse in grado di stravolgere l’atmosfera, e quel sorriso, così sicuro e imperturbabile, lo faceva sentire nervoso, quasi… imbarazzato.

Kazuya si guardò le mani, cercando di allontanare il pensiero che il suo cuore stesse accelerando ogni volta che Shinra lo fissava. Cercò di ignorare quella sensazione strana, di non farsi influenzare.

Con la voce un po’ tremante, Kazuya sussurrò tra sé e sé: “Impossibile…” ma non riusciva a nascondere che parte di lui, una parte che odiava riconoscere, stava cercando un motivo per essere ancora più vicino a Shinra.

Il ragazzo dalla pelle mulatta e dagli occhi oscuri aveva detto il suo nome da Hero con tanta disinvoltura, come se l’essere un eroe fosse una naturale evoluzione per lui. Kazuya non riusciva a evitare di pensare che, forse, per Shinra era davvero così. Ma per Kazuya… era tutto più complicato.

Kazuya si alzò con un po’ di esitazione, cercando di calmare il battito accelerato del suo cuore, ancora scosso dalla presenza di Shinra. Si sistemò la giacca dell’uniforme e si avvicinò lentamente alla cattedra, cercando di non attirare troppa attenzione. Gli occhi della classe erano su di lui, ma il suo sguardo si posò brevemente su Shinra, il quale non smetteva di sorridere con quell’espressione che lo metteva ancora più in imbarazzo.

Kazuya respirò profondamente e cominciò a parlare, cercando di nascondere il nervosismo.

“Mi chiamo Kazuya Todoroki,” iniziò con voce chiara, ma non abbastanza forte da non tremare. “Il mio potere è una combinazione di fuoco, ghiaccio e sangue esplosivo. Il fuoco e il ghiaccio sono piuttosto… autoesplicativi, ma il sangue esplosivo è il mio quirk principale. Con esso, posso manipolare il mio sangue, facendolo esplodere come un’arma. Mi permette anche di generare forze distruttive, ma non senza rischi per me stesso.”

Kazuya fece una breve pausa, sentendo il peso delle parole che aveva appena pronunciato. La sua voce tremò per un attimo, ma continuò, questa volta con più determinazione.

“Il mio nome da Hero è Blaze Shatter.”

Cercò di non guardare nessuno in particolare, ma sentiva gli occhi degli altri su di lui, e per un istante, l’incertezza lo pervase. Però, respirò lentamente e cercò di mantenere il controllo. Si voltò e tornò al suo posto, sperando di passare inosservato. Ma nel farlo, il suo sguardo incontrò brevemente quello di Shinra, che continuava a fissarlo con quella stessa espressione intrigante.

“Non devo pensarci,” pensò Kazuya, cercando di allontanare il pensiero dalla sua mente. Ma non poté fare a meno di sentirsi più vulnerabile di quanto avesse mai desiderato ammettere.

Chapter 7: Missione Sotto Copertura

Chapter Text

I mesi passarono rapidamente, le giornate si susseguivano tra lezioni, allenamenti e missioni di simulazione. Kazuya e Shinra, con grande sorpresa di entrambi, avevano smesso di vedersi solo come rivali e avevano iniziato a passare più tempo insieme. Le battaglie tra loro non erano più solo scontri accesi, ma momenti di crescita reciproca. Anche se Kazuya continuava a dire a se stesso che Shinra lo faceva solo per stuzzicarlo, non poteva negare che ormai si sentiva… a suo agio con lui.

Nel frattempo, Masako era sempre più ossessionata da Tomoko. La loro rivalità, iniziata fin dall’infanzia, si era trasformata in un odio silenzioso e letale. Masako cercava di ucciderla di nascosto, tendendole imboscate e attaccandola con fulmini sottili e precisi, quasi impercettibili. Eppure, ogni volta che Tomoko passava accanto a un colpo mortale, sembrava schivarlo senza nemmeno rendersene conto, come se avesse un istinto innato per evitare il pericolo.

Masako stringeva i denti ogni volta che la vedeva camminare tranquillamente, ignara dei suoi tentativi. “Come fa a evitarli? È solo fortuna? O mi sta prendendo in giro?”

La frustrazione di Masako si riversava anche su Kazuya. Ogni volta che incrociavano lo sguardo nei corridoi, lei non perdeva occasione per insultarlo.

“Patetico. Un Hero con la fobia delle donne? Fai ridere.”

Kazuya si fermava, stringendo i pugni, ma alla fine si allontanava sempre senza darle soddisfazione. Sapeva bene che Masako stava solo cercando di provocarlo. Eppure, dentro di lui cresceva il sospetto che ci fosse qualcosa di molto più oscuro dietro il suo odio verso Tomoko.

Un giorno, mentre la giornata proseguiva come al solito tra lezioni e allenamenti, un messaggio arrivò per Kazuya, Shinra, Tomoko, e Kenji. Un avviso urgente che li convocava nel ufficio del preside. Senza esitare, tutti si diressero verso il grande edificio principale della scuola, un luogo che, sebbene solitamente accogliente, in quel momento sembrava emanare un’atmosfera di tensione.

Quando entrarono nell’ufficio del preside, una grande stanza arredata in modo elegante, con pareti ricoperte di libri e oggetti di grande valore, rimasero sorpresi nel vedere non solo il preside, ma anche Light Togata lì presente.

“Vi avevo convocato tutti per un motivo molto importante,” iniziò il preside, con un tono serio, facendo un cenno a ciascuno di loro di prendere posto. “La situazione sta diventando più delicata del previsto.”

Kazuya, Shinra, Tomoko, e Kenji si scambiarono uno sguardo preoccupato prima di sedersi, non sapendo cosa aspettarsi. Il preside sembrava così teso che non avevano il coraggio di interromperlo.

Il preside, dopo una lunga pausa, finalmente parlò con tono serio: “La ragione per cui vi ho convocato qui oggi è legata a una missione urgente. Sarà pericolosa, ma sono certo che, con il vostro impegno e le vostre capacità, riuscirete a portarla a termine con successo.”

Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji si scambiarono uno sguardo di sorpresa. Non erano abituati a missioni ufficiali, ma la sensazione che qualcosa di grave stesse per accadere era palpabile.

“Insieme a Light Togata,” continuò il preside, “dovrete andare a indagare su un gruppo di villain che sta cercando di rubare dati vitali da un laboratorio di ricerca avanzata sui quirk e sulle armi. Questo laboratorio contiene informazioni preziose che potrebbero finire nelle mani sbagliate. I villain che lo stanno assaltando sono molto pericolosi, e non possiamo permettere che ottengano ciò che cercano.”

“Abbiamo bisogno che vi infiltriate, scopriate cosa stanno facendo e, se possibile, fermate qualsiasi attacco o furto prima che accada,” aggiunse Light, mantenendo un tono calmo ma fermo. “Sarà un’operazione sotto copertura, quindi dovrete rimanere discreti. Il nostro obiettivo è raccogliere informazioni, non entrare in un combattimento diretto, ma se la situazione lo richiede, saremo pronti a intervenire.”

Kazuya sentiva il battito del suo cuore accelerare. Una missione così importante, soprattutto con Light al loro fianco, era una grande opportunità, ma anche una grande responsabilità. Guardò Shinra, che sembrava altrettanto concentrato, e poi Tomoko, che non mostrava alcuna esitazione. Il gruppo sembrava pronto.

“Quando partiamo?” chiese Shinra, il suo tono serio ma intriso di determinazione.

“Subito,” rispose il preside. “Avete un’ora per prepararvi. Togata vi accompagnerà, e io vi manderò tutti i dettagli necessari via comunicazione. La missione sarà critica per la sicurezza della scuola e di tutti noi. Non sottovalutate i pericoli che potrebbero esserci.”

“Capito,” rispose Kazuya, il suo spirito pronto ad affrontare qualsiasi cosa. Un’avventura, un’opportunità di crescere come eroe. Non avrebbe fallito.

Con quella certezza, il gruppo si alzò e si preparò a partire.

Una volta riuniti nel punto d’incontro, Kazuya incrociò le braccia e guardò il gruppo con determinazione. “Ascoltate,” disse, “potrei infiltrarmi io. Sono il figlio di Dabi e di Freya, quindi non dovrei avere problemi a entrare e controllare la situazione senza destare sospetti.”

Shinra lo fissò con un sopracciglio alzato, incrociando le braccia. “Sei sicuro? Non è un rischio troppo grande? Se ti scoprono, sei fregato.”

Kenji fece un fischio, divertito. “Beh, in effetti, se qualcuno può farcela, sei tu. Ma dobbiamo avere un piano di riserva nel caso le cose vadano storte.”

Tomoko, invece, non sembrava affatto convinta. “Non mi piace questa idea,” disse con voce fredda. “Infiltrarsi da solo è troppo pericoloso. Dabi potrebbe riconoscerti subito e se non lo fa lui, qualcun altro potrebbe sospettare.”

Light, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, annuì leggermente. “Kazuya ha ragione su una cosa: se c’è qualcuno che può entrare senza attirare troppa attenzione, è lui. Ma Tomoko ha ragione a preoccuparsi. Dobbiamo darti un piano di fuga e una copertura solida.”

Kazuya sorrise con sicurezza. “Se vengo scoperto, posso sempre improvvisare. So come pensano i villain, so come comportarmi. Entro, raccolgo informazioni e me ne vado. Se necessario, creo un diversivo con i miei poteri.”

Shinra sbuffò. “E se invece di improvvisare ti dessimo almeno un punto d’estrazione sicuro? Non voglio venire a tirarti fuori dai guai perché hai deciso di fare l’eroe solitario.”

Light incrociò le braccia e guardò Kazuya negli occhi. “Va bene, ci sto. Ma avrai un auricolare per rimanere in contatto con noi. Non prendere rischi inutili. Se la situazione diventa troppo pericolosa, esci subito.”

Tomoko sospirò, poco convinta, ma alla fine accettò. “Se proprio devi farlo, allora fallo bene. Ma se ci metti troppo, entrerò io a tirarti fuori.”

Kazuya annuì con un sorriso leggero. “Non preoccuparti. Sarà un gioco da ragazzi.”

Light sfogliò i documenti sul tablet, osservando le informazioni sulla missione. Dopo qualche secondo, alzò lo sguardo verso il gruppo.

“Avete tutti i vostri costumi sotto i vestiti, vero?” chiese con tono serio.

“Sì,” risposero all’unisono Kazuya, Shinra e Kenji.

Tomoko, invece, rimase in silenzio per un attimo prima di incrociare le braccia. “Io no,” ammise con voce neutra. “Non ne ho mai avuto uno. Sono della sezione supporto, ricordi?”

Light sospirò, ma non sembrava sorpreso. “Capisco. Dovremo adattarci. Comunque, non possiamo farci notare. Viaggeremo con i mezzi pubblici per non destare sospetti.”

Kazuya annuì, ma subito dopo si mise un cappello con la visiera abbassata e occhiali da sole. Sapeva bene che, senza un minimo di copertura, avrebbe rischiato di attirare troppa attenzione. Essere il figlio di Dabi e Freya significava avere molti occhi puntati addosso, e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era essere riconosciuto in pubblico.

Shinra lo osservò di lato con un sorrisetto divertito. “Non è che stai esagerando?”

Kazuya gli lanciò un’occhiata di sbieco. “Tu non hai due dei villain più spietati della storia come genitori. Fidati, meglio così.”

Kenji ridacchiò. “Sai che il cappello e gli occhiali ti fanno sembrare ancora più sospetto, vero?”

Kazuya sbuffò. “Meglio sospetto che riconoscibile.”

Light non perse tempo in chiacchiere. “Andiamo. Non voglio perdere tempo.”

Il gruppo si incamminò verso la fermata più vicina, mescolandosi tra la folla della città. Da fuori sembravano solo un gruppo di studenti qualsiasi, ma dentro di loro sapevano bene che stavano per entrare in qualcosa di molto più grande di quanto potessero immaginare.

La metropolitana era affollata, il rumore dei vagoni che scorrevano sulle rotaie si mescolava alle voci dei passeggeri. Kazuya si strinse nel suo cappuccio, con il cappello ben abbassato sugli occhi e gli occhiali da sole a coprirgli il volto. L’idea di trovarsi in mezzo a tutta quella gente lo metteva profondamente a disagio. Sentiva gli sguardi intorno a sé, anche se probabilmente era solo la sua paranoia a parlargli.

Shinra, invece, se ne stava seduto con un’aria arrogante, mezzo allungato sul sedile. Braccia incrociate, gambe aperte, lo sguardo fisso nel vuoto come se fosse infastidito dall’intera situazione. Il contrasto tra loro due era evidente: Kazuya cercava di rendersi il più invisibile possibile, mentre Shinra sembrava sfidare chiunque con la sua sola presenza.

Kenji era in piedi, appoggiato a una delle barre metalliche, dondolandosi leggermente con il movimento del treno. “Sai, Shinra, hai proprio un’aura da teppista quando ti metti così.”

Shinra sbuffò senza cambiare posizione. “E allora?”

Tomoko, che stava accanto a Kazuya, lo notò irrigidirsi sempre di più e gli diede una leggera gomitata. “Ehi, rilassati un po’. Nessuno ti sta guardando.”

Kazuya fece un respiro profondo. “Facile a dirsi…”

Light, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, li osservava senza espressione. Alla fine, parlò con voce ferma. “Non fate scenate. Manca poco alla nostra fermata.”

Il gruppo annuì. L’atmosfera si fece più tesa mentre il treno continuava la sua corsa.

Appena il treno si fermò, il gruppo scese sulla banchina con passi decisi. La stazione era affollata, il brusio delle persone che si muovevano in ogni direzione rendeva l’aria pesante. Kazuya si abbassò ancora di più il cappello, evitando il contatto visivo con chiunque.

Light si voltò verso di loro e parlò con il solito tono calmo ma autoritario. “Prima di tutto, dobbiamo andare in hotel. Lì potremo lasciare tutto ciò che non ci serve per la missione e prepararci con calma.”

Nessuno obiettò. Seguendo le istruzioni di Light, il gruppo attraversò la stazione e si incamminò per le strade della città. Kenji camminava con le mani in tasca, fischiettando sottovoce, mentre Tomoko osservava i palazzi intorno a loro con sguardo curioso. Shinra, invece, sembrava completamente disinteressato a tutto ciò che li circondava.

Dopo circa quindici minuti di cammino, arrivarono davanti a un hotel di media grandezza, dall’aria discreta. Light entrò per primo e parlò con la receptionist, ritirando le chiavi delle stanze.

“Abbiamo due stanze doppie. Vi sistemerete così: Kazuya con Shinra, Kenji con me. Tomoko, la tua stanza è separata, dato che sei l’unica ragazza.”

Kazuya si voltò di scatto. “Aspetta, cosa?! Con Shinra?!”

Shinra sogghignò. “Che c’è, hai paura di dormire accanto a me?”

Kazuya arrossì leggermente, ma incrociò le braccia cercando di mostrarsi impassibile. “Non è quello il punto…”

Light sospirò. “Non fare storie. È solo per una notte.”

Tomoko rise piano, divertita dalla reazione di Kazuya.

Con un sospiro rassegnato, Kazuya prese la chiave della sua stanza e seguì Shinra lungo il corridoio. La missione non era ancora iniziata, ma lui già sentiva che sarebbe stata una lunga notte.

Appena entrarono nella stanza, Kazuya si tolse il cappello e gli occhiali da sole, passando una mano tra i capelli per sistemarli. Lanciò lo zaino sul letto e si guardò intorno: la camera era semplice, con due letti singoli, un armadio, una scrivania e una finestra che dava sulla città illuminata dal tramonto.

Shinra, invece, si tolse la giacca e la lanciò senza troppa cura su una sedia, poi si sdraiò sul letto con le mani dietro la testa. “Finalmente un po’ di riposo…” sospirò, chiudendo gli occhi.

Kazuya si sedette sul bordo del suo letto e controllò il telefono. Proprio in quel momento, arrivò un messaggio da Light.

Light: “Avete tempo per riposarvi. Ritrovo alla reception alle 20:00. Non fate tardi.”

Kazuya sbuffò. “Abbiamo un po’ di tempo libero. Che vuoi fare?”

Shinra aprì un occhio e lo guardò con un sorrisetto. “Dormire.”

“Ovviamente.” Kazuya alzò gli occhi al cielo, poi si alzò e si stiracchiò. “Io credo che mi farò una doccia.”

“Vai pure. Prometto di non sbirciare.” Scherzò Shinra, facendo ridere da solo.

Kazuya arrossì leggermente e prese in fretta i vestiti di ricambio. “Idiota…” borbottò, chiudendosi in bagno.

Mentre l’acqua calda scorreva, cercò di rilassarsi. Quella missione era importante, ma il pensiero di dormire nella stessa stanza con Shinra gli dava più fastidio del dovuto. Quando uscì, Shinra era ancora sdraiato, ma non dormiva. Guardava il soffitto con aria pensierosa.

“Tutto ok?” chiese Kazuya, asciugandosi i capelli.

Shinra fece un sorriso appena accennato. “Sì… Stavo solo pensando a come andrà la missione. Non mi piace non sapere chi ci troveremo di fronte.”

Kazuya annuì. “Capisco. Ma ce la caveremo. Siamo forti.”

Shinra lo guardò per un attimo, poi si voltò su un fianco. “Già. E poi ci sei tu. Sei troppo testardo per perdere.”

Kazuya sentì il cuore saltare un battito, ma ignorò la sensazione. “Pff, e tu sei troppo arrogante per ammettere che siamo alla pari.”

Shinra rise piano. “Forse.”

Un silenzio confortevole calò nella stanza.

Shinra si stiracchiò con noncuranza, sbadigliando leggermente. “Tsk, dopo tutto quel viaggio mi sento appiccicoso… Vado a farmi una doccia.”

Kazuya, seduto sul letto con le braccia incrociate, annuì distrattamente. “Fai pure.”

Shinra prese un asciugamano e si chiuse in bagno senza portare con sé i vestiti di ricambio, come se non fosse un problema. Il rumore dell’acqua che scrosciava riempì la stanza, e Kazuya si ritrovò a fissare il soffitto, perso nei suoi pensieri. Non riusciva a togliersi dalla testa quel sogno assurdo su Shinra che aveva fatto la notte prima. “Dannazione…” sussurrò a se stesso, scuotendo la testa.

Dopo una decina di minuti, il rumore dell’acqua cessò, e poco dopo la porta del bagno si aprì con un leggero cigolio. Kazuya alzò lo sguardo e si bloccò all’istante.

Shinra era uscito dal bagno con i capelli ancora umidi, le ciocche nere che si incollavano alla fronte e al collo. Sul petto nudo brillavano ancora alcune gocce d’acqua che scivolavano lungo gli addominali scolpiti, per poi perdersi sotto l’asciugamano bianco legato distrattamente ai fianchi.

Kazuya sentì il volto diventare rovente e si girò di scatto dall’altra parte. “Ma che diavolo fai?!” esclamò, cercando di mantenere un tono arrabbiato per mascherare l’imbarazzo.

Shinra lo guardò con un sopracciglio alzato e un sorrisetto divertito. “Che problema c’è?”

“Perché sei uscito senza vestiti?!”

Shinra si guardò intorno, poi diede una leggera pacca sulla fronte, come se avesse appena realizzato qualcosa. “Oh, giusto. Li ho lasciati sul letto.”

“Sei un idiota…” borbottò Kazuya, ancora con il volto rosso.

Shinra si avvicinò al letto per prendere i vestiti con tutta la calma del mondo, facendo finta di niente. Poi, senza il minimo pudore, si tolse l’asciugamano e iniziò a infilarsi i pantaloni.

Kazuya si voltò di scatto, alzando una mano per coprirsi la faccia. “MA VUOI FARLO IN BAGNO?!”

Shinra rise. “Oh? Ti imbarazza?” chiese con voce divertita, mentre infilava la maglietta.

Kazuya si coprì il viso con entrambe le mani. “Sei insopportabile…”

Shinra si sedette sul letto con un ghigno soddisfatto. “Dai, rilassati. Non è colpa mia se non riesci a guardarmi senza andare in tilt.”

Kazuya afferrò un cuscino e glielo lanciò addosso con forza. “Dormi e basta, cretino.”

Shinra lo afferrò senza problemi, ridendo sotto i baffi. Ma mentre il silenzio si posava sulla stanza, Kazuya si ritrovò ancora una volta con il cuore che batteva all’impazzata.

Kazuya si rese conto troppo tardi che il cuscino era stato sottratto da Shinra, che lo stava stringendo tra le mani con un sorriso malizioso. "Pensi che me lo lasci?" rise Shinra, tenendo il cuscino sopra la testa.
Kazuya, irritato, si alzò dal letto e avanzò verso di lui con passo deciso. "Restituirmelo!" disse, cercando di prenderlo, ma Shinra lo allontanò facilmente, alzando il cuscino più in alto.
"Eh no, te lo tengo per un po', così impari a lanciarmi cose in faccia," disse Shinra, godendosi la situazione.
Kazuya sbuffò, ma invece di fermarsi, si gettò in avanti, cercando di saltargli addosso per recuperare il cuscino. Shinra, sorpreso dalla sua mossa improvvisa, non riuscì a evitarlo completamente e Kazuya finì sopra di lui, sbattendo leggermente contro il petto di Shinra.
"Ti sei stancato di fare il duro, eh?" scherzò Shinra, ridendo mentre Kazuya si ritrovava in una posizione imbarazzante, con le mani sul petto di lui per non cadere.
Kazuya, con il viso rosso di imbarazzo, cercò di rialzarsi, ma il suo equilibrio vacillò per un momento, e lo strinse ancor di più al petto di Shinra senza volerlo. "T-... t-toglimi le mani di dosso!" mormorò, cercando di allontanarsi, ma il sorriso di Shinra non faceva che crescere.
"Ehi, ci stiamo divertendo, no?" rispose Shinra con un tono beffardo, mantenendo il cuscino sopra la testa.
Kazuya non poté fare altro che sbuffare, ormai troppo imbarazzato per continuare la lotta. "Restituiscimi il cuscino... cretino."
"Solo se mi prometti di non lanciarmi più nulla," rispose Shinra, il sorriso malizioso non sparendo dalla sua faccia.
Kazuya lo fissò per un attimo, i suoi occhi brucianti di frustrazione. Alla fine, si rese conto che non avrebbe ottenuto nulla continuando a fare il duro. "D'accordo, d'accordo, basta con le battute," mormorò.
Shinra finalmente gli passò il cuscino, ridendo mentre Kazuya lo afferrava con forza. "Vedi? Non è stato poi così difficile."
Kazuya non disse nulla, ma si sedette sul letto con il cuscino tra le braccia, cercando di recuperare il fiato. In fondo, pensò, doveva ammettere che non si era mai divertito tanto da quando era arrivato lì. Nonostante tutto, Shinra sapeva come provocarlo e farlo sentire vivo.

Appena Kazuya si sedette sul letto, stringendo il cuscino a sé per recuperare un po’ di compostezza, Shinra lo guardò con un sorrisetto divertito. “Hai finito di fare il permaloso?” chiese, inclinando la testa.

Kazuya lo fulminò con lo sguardo. “Sei insopportabile.”

“Lo so.” Shinra si mise le mani dietro la testa, poi senza alcun preavviso si lanciò su Kazuya, facendolo cadere all’indietro sul letto.

“Ehi! Cosa—?!” Kazuya cercò di ribellarsi, ma Shinra lo bloccò con il suo peso, schiacciandolo leggermente contro il materasso.

“Sei troppo rigido, Kazuya. Dovresti rilassarti un po’.”

Kazuya sentì il cuore battergli all’impazzata, non sapeva se per la rabbia o per l’imbarazzo. Il viso di Shinra era pericolosamente vicino al suo, e il suo respiro caldo sfiorava la pelle di Kazuya.

“Scendi. Subito.” Kazuya si sforzò di mantenere un tono autoritario, ma Shinra non sembrava affatto intimorito.

“E se non lo facessi?” domandò con un ghigno provocatorio.

Kazuya serrò i denti e, senza pensarci troppo, usò il suo quirk del ghiaccio per raffreddare il corpo di Shinra, facendogli sentire un brivido gelido sulla pelle.

“Oh, vuoi giocare sporco?” Shinra rabbrividì per un istante, poi sorrise ancora più ampiamente.

“Se non ti alzi, userò anche il fuoco,” minacciò Kazuya, il rossore ancora evidente sulle sue guance.

Shinra ridacchiò, ma alla fine si spostò, rotolando di lato e lasciando che Kazuya si mettesse seduto di nuovo. “Dai, era solo uno scherzo,” disse, stiracchiandosi. “O forse eri tu a voler stare sotto di me?”

Kazuya afferrò il cuscino e glielo lanciò addosso con tutta la forza che aveva. “Idiota!”

Shinra scoppiò a ridere, schivando il colpo per un pelo. “Dai, non dirmi che non ti è piaciuto nemmeno un po’!”

Kazuya si voltò dall’altra parte, il cuore ancora fuori controllo. “Vai a dormire, Shinra.”

“Sì, sì… ma ammettilo, sei diventato rosso.”

“TI HO DETTO DI DORMIRE!”

Le risate di Shinra riempirono la stanza, mentre Kazuya si metteva sotto le coperte, cercando disperatamente di ignorare il modo in cui il suo cuore batteva più forte del normale.

Quando l’orologio segnò le 20:00, Kazuya e Shinra lasciarono la loro stanza e si diressero verso la reception. L’aria della sera era fresca, ma Kazuya sentiva ancora il calore sulla sua pelle dopo la scena imbarazzante di prima. Cercava di non pensarci, ma la risata di Shinra ancora gli rimbombava nelle orecchie.

“Sei stranamente silenzioso,” commentò Shinra con un sorrisetto mentre camminavano nel corridoio dell’hotel. “Ancora scosso per prima?”

Kazuya gli lanciò un’occhiataccia. “Se non vuoi iniziare la missione con qualche ustione, stai zitto.”

Shinra rise, ma decise di non infastidirlo oltre. Una volta arrivati alla reception, trovarono Light, Tomoko e Kenji già lì ad aspettarli.

“Finalmente,” disse Light, incrociando le braccia. “Siete in ritardo di due minuti.”

“Non è colpa mia se Kazuya ci ha messo un’ora a scegliere che espressione mettere prima di uscire dalla stanza,” scherzò Shinra, ricevendo un pugno sul braccio da Kazuya.

Tomoko li osservò con un’espressione scettica, mentre Kenji tratteneva a stento una risata.

“Bene, ora che siamo tutti qui,” disse Light, ignorando la loro scenetta. “Ricapitoliamo la missione. Il laboratorio si trova a circa venti minuti da qui. Dobbiamo raccogliere informazioni senza farci scoprire. Kazuya, il tuo compito è infiltrarti. Il resto di noi starà nei dintorni per monitorare la situazione.”

Kazuya annuì, tornando serio. “Capito.”

“Perfetto. Muoviamoci.”

Con un’ultima occhiata d’intesa, il gruppo lasciò l’hotel e si incamminò nella notte, pronti ad affrontare la loro prima missione insieme.

Arrivati nei pressi del laboratorio, il gruppo si nascose tra le ombre degli edifici vicini. La struttura era grande, circondata da alte recinzioni e dotata di telecamere di sicurezza. C’era poca illuminazione, segno che l’edificio fosse chiuso al pubblico a quell’ora, ma sapevano che all’interno si nascondevano i villain intenti a rubare dati e armi.

“Okay, ci siamo,” sussurrò Light, scrutando la zona. “Kazuya, è il tuo momento.”

Kazuya annuì, sistemò il cappello con la visiera e si tolse gli occhiali da sole. Poi si girò verso gli altri.

“Se succede qualcosa, intervenite solo se strettamente necessario,” disse con tono deciso.

“Sta’ attento,” aggiunse Tomoko, leggermente preoccupata.

“Pff, è il figlio di Dabi. Se la caverà,” commentò Shinra con un sorrisetto, ma nel suo sguardo c’era un accenno di serietà.

Kazuya gli lanciò un’occhiata prima di voltarsi e avanzare furtivamente.

Grazie alla sua esperienza e agilità, si avvicinò senza essere notato. Usò il ghiaccio per creare un sottile strato sul filo spinato della recinzione, in modo da poterlo scavalcare senza problemi. Una volta dentro, si mosse silenziosamente lungo il perimetro, cercando un punto d’accesso.

Dopo pochi minuti, trovò una porta laterale con un codice di sicurezza. “Facile,” pensò, appoggiando la mano sulla serratura elettronica. Con un tocco preciso, scaldò il meccanismo con il fuoco fino a mandarlo in corto circuito. Un leggero click e la porta si aprì.

Kazuya si infilò dentro, il cuore che batteva forte. Ora doveva solo trovare i dati e capire cosa stavano cercando quei villain.

I villain dentro il laboratorio si voltarono immediatamente verso di lui. Erano in quattro, tutti vestiti di nero, con maschere parziali a coprire il volto. Uno di loro, probabilmente il leader, avanzò di qualche passo, stringendo gli occhi in un’espressione diffidente.

“E tu chi saresti?” chiese con voce roca.

Kazuya rimase impassibile. Si infilò le mani nelle tasche e sollevò appena il mento, cercando di apparire sicuro di sé. “Sono Kazuya Todoroki. Figlio di Dabi.”

Ci fu un attimo di silenzio pesante. I villain si scambiarono sguardi perplessi. Alcuni sembravano sorpresi, altri sospettosi.

“Dabi, eh?” disse il leader, incrociando le braccia. “E perché mai il figlio di uno dei villain più spietati dovrebbe trovarsi qui, proprio mentre noi stiamo lavorando?”

Kazuya fece un passo avanti, mantenendo la calma. “Perché mio padre vuole sapere se siete degni di unirvi alla sua nuova Lega. Mi ha mandato a controllare il posto e raccogliere informazioni sui vostri progressi. Se dimostrate di essere utili, potreste far parte di qualcosa di molto più grande.”

Il leader lo fissò intensamente, come se cercasse di capire se stesse mentendo. Gli altri villain sussurravano tra loro.

“Tsk, interessante,” disse alla fine. “E cosa pensi di fare? Prendere documenti e riferire a tuo padre?”

Kazuya annuì. “Esatto. Se non vi fidate, potete anche mostrarmi direttamente ciò che avete trovato.”

Il leader sogghignò. “D’accordo, ragazzino. Vediamo se sei davvero quello che dici di essere. Ma sappi che se provi a fregarci, non ne uscirai vivo.”

Kazuya fece un sorriso sicuro. “Lo stesso vale per voi.”

Ora doveva solo guadagnarsi la loro fiducia e scoprire cosa stavano cercando.

Kazuya si tolse lentamente il cappello con visiera, lasciando che i suoi capelli scivolassero leggermente davanti agli occhi. Il suo sguardo si mosse con attenzione per la stanza, analizzando ogni dettaglio del laboratorio.

C’erano scaffali metallici pieni di documenti, provette con sostanze sconosciute e vari macchinari dall’aspetto avanzato. Alcuni monitor mostravano dati complessi, mentre su un tavolo centrale c’erano delle cartelle aperte con schemi e diagrammi.

I villain lo osservavano attentamente. Uno di loro, una donna dai capelli scuri raccolti in una coda di cavallo, lo squadrò con sospetto. “Non mi fido,” disse con tono tagliente. “Chi ci dice che non sei solo un infiltrato?”

Kazuya alzò un sopracciglio. “Se fossi un infiltrato, pensi che mi sarei presentato così apertamente?”

Il leader rise leggermente, divertito dalla sua sicurezza. “Ha un punto. Ma se vuoi davvero entrare nelle nostre grazie, allora dimostralo.”

Kazuya si voltò verso di loro, incrociando le braccia. “E cosa dovrei fare?”

Il leader fece un cenno verso un dispositivo sul tavolo. “Abbiamo bisogno di qualcuno che testimoni la potenza di questa nuova tecnologia. Se vuoi dimostrarci che sei dalla nostra parte… beh, perché non provi a usarla tu stesso?”

Kazuya lanciò un’occhiata veloce all’oggetto. Non sapeva esattamente cosa fosse, ma una cosa era certa: se voleva mantenere la copertura, doveva giocare bene le sue carte.

Kazuya si avvicinò lentamente al dispositivo, mantenendo un’espressione impassibile. Il macchinario era piccolo, simile a un bracciale metallico con alcuni fili collegati a uno schermo. Un villain con una maschera parziale sul viso si avvicinò e gli fece cenno di metterlo.

“Dovrebbe amplificare le capacità di un Quirk,” spiegò il leader, con un ghigno divertito. “Vogliamo vedere se sei davvero all’altezza del nome che porti.”

Kazuya lanciò un’occhiata veloce alla stanza. Aveva attirato troppa attenzione per potersi tirare indietro. “Interessante,” disse con calma, infilando il bracciale attorno al polso sinistro.

Appena il metallo si chiuse attorno al suo braccio, sentì un’ondata di energia scorrere attraverso il suo corpo. I suoi sensi si acuirono, i suoi poteri sembravano rispondere con più intensità del solito. Ma c’era qualcosa di strano… una sensazione opprimente, come se il dispositivo stesse cercando di sovraccaricare i suoi quirk.

Uno dei villain ridacchiò. “Come ti senti?”

Kazuya strinse i denti. “Forte.”

Alzò una mano e lasciò che una fiamma blu si accendesse sul palmo. Il fuoco sembrava più instabile del solito, come se fosse spinto da una forza estranea. Poi, senza preavviso, una scarica di ghiaccio esplose dalla sua altra mano, gelando parte del pavimento.

“Perfetto,” disse il leader, battendo le mani. “Ora dimostraci quanto sei spietato. Colpisci uno di loro.” Indicò un giovane villain dai capelli corti, che sembrava meno esperto degli altri.

Kazuya esitò per un secondo. Se avesse attaccato sul serio, avrebbe potuto mettere a rischio la missione. Ma se si fosse tirato indietro, avrebbe fatto saltare la sua copertura.

Si voltò lentamente verso il ragazzo indicato. Il giovane lo guardava con una certa tensione, ma cercava di mantenere un’espressione impassibile.

“Allora?” incalzò il leader. “Se sei davvero il figlio di Dabi, dimostralo.”

Kazuya sentì il battito accelerare. Doveva trovare un modo per uscire da quella situazione… senza compromettere tutto.

Kazuya rimase immobile per qualche secondo, le fiamme blu che guizzavano tra le sue dita mentre il ghiaccio crepitava sulla sua altra mano. Il giovane villain davanti a lui cercava di non mostrare paura, ma il leggero tremolio delle sue dita lo tradiva.

“Sto aspettando, ragazzo,” insistette il leader con un sorriso crudele. “Oppure il figlio di Dabi non è così spietato come il padre?”

Kazuya serra la mascella. Sapeva che ogni mossa avrebbe avuto conseguenze. Se avesse attaccato, avrebbe dimostrato la sua forza, ma avrebbe potuto compromettere il suo autocontrollo. Se si fosse rifiutato, la sua copertura sarebbe saltata.

Con un respiro profondo, prese la decisione. “Non spreco potere su qualcuno che non vale la pena,” disse freddamente, spegnendo il fuoco e il ghiaccio. “Se voglio testare qualcosa, lo faccio su chi ne vale la pena.”

Il leader lo fissò per un momento, poi scoppiò a ridere. “Ahahah! Sei furbo, eh? Bene, bene. Mi piace il tuo stile.” Fece cenno agli altri di rilassarsi. “Ma dimmi, allora… per quale motivo dovremmo unirci a te?”

Kazuya si avvicinò al tavolo centrale, dove erano sparsi diversi documenti e schemi di armi avanzate. Gettò un’occhiata veloce, cercando di memorizzare quanti più dettagli possibili. “Perché la mia lega non raccoglie solo briciole. Se ci uniamo, non dovremo più nasconderci nei laboratori come topi. Avremo il potere di affrontare chiunque vogliamo.”

Uno dei villain incrociò le braccia. “Parole grandi. Ma hai qualcosa di concreto da offrire?”

Kazuya sorrise, lasciando che un piccolo bagliore blu illuminasse i suoi occhi. “Vi darò una dimostrazione molto presto. Ma prima, voglio sapere esattamente cosa state facendo qui.”

Il leader lo squadrò con occhi stretti, come se stesse valutando la sincerità delle sue parole. “Curioso, eh? D’accordo. Ma se ci tradisci, figlio di Dabi, non ci sarà posto dove potrai nasconderti.”

Kazuya annuì, mantenendo l’espressione impassibile. “Allora, iniziamo.”

Nel frattempo, all’esterno del laboratorio, Shinra e gli altri erano in attesa. Tomoko incrociò le braccia, fissando l’edificio con preoccupazione. “Ci sta mettendo troppo.”

Light rimase calmo. “Dobbiamo fidarci di lui. Ma se non esce in tempo…” guardò Shinra, che sembrava impaziente. “…entreremo a prenderlo.”

Shinra strinse i pugni. “Spero per lui che non si metta nei guai.”

Ma dentro il laboratorio, Kazuya sapeva benissimo che il pericolo era appena iniziato.

Kazuya mantenne un’espressione impassibile mentre osservava il leader dei villain muovere le mani sopra i documenti, come se volesse testare la sua pazienza. Il laboratorio era un misto tra caos e precisione, con armi sperimentali e strane provette riempite di liquidi sconosciuti. L’odore di metallo e sostanze chimiche impregnava l’aria.

“Va bene, ragazzo,” disse il leader, incrociando le braccia. “Ti spiego cosa stiamo facendo qui. Questo laboratorio era usato dagli eroi per sviluppare nuove tecnologie anti-villain. Ma noi… diciamo che abbiamo trovato un uso migliore per i loro giocattoli.”

Indicò uno dei tavoli, dove giaceva un dispositivo dall’aspetto avanzato. “Stiamo modificando queste armi per poterle usare contro di loro.”

Kazuya fece un passo avanti, studiando l’arma. “Interessante,” commentò, mantenendo la voce neutra. “E funziona?”

Il villain ridacchiò. “Ancora no, ma presto lo farà. Abbiamo bisogno di alcuni componenti che dobbiamo ancora recuperare. Ma una volta fatto… beh, diciamo solo che gli eroi non saranno più così intoccabili.”

Kazuya annuì lentamente, cercando di non tradire l’interesse. Se fossero riusciti a completare queste armi, gli eroi avrebbero avuto grossi problemi. Doveva raccogliere più informazioni possibili e uscire prima che sospettassero qualcosa.

“E questi componenti?” chiese, fingendo un’aria casuale. “Dove li trovate?”

Il leader lo fissò per un momento, poi scrollò le spalle. “Alcuni sono già in nostro possesso. Altri… beh, ci serve un po’ di aiuto esterno per recuperarli. Ma non preoccuparti, abbiamo i nostri contatti.”

Kazuya capì che non avrebbe ottenuto di più per ora. Doveva uscire e riferire tutto agli altri.

“Mi piace quello che vedo,” disse con un sorriso leggero. “Forse possiamo lavorare insieme. Ma prima voglio valutare meglio la situazione. Non sono uno che si butta a occhi chiusi.”

Il leader annuì, soddisfatto. “Saggio. Ma ricorda, ragazzo: se giochi sporco, non ci sarà un posto dove potrai nasconderti.”

Kazuya annuì, poi si rimise il cappello e gli occhiali. “Ci rivedremo presto.”

Si voltò e si diresse verso l’uscita, mantenendo un passo sicuro. Ma dentro, il suo cuore batteva forte. Sapeva di aver rischiato molto, ma ora aveva le informazioni necessarie.

Appena uscì, sentì un’ombra muoversi vicino a lui. Prima ancora di girarsi, sentì una voce familiare.

“Ci hai messo abbastanza,” sussurrò Shinra con un sorriso, appoggiandosi al muro. “Stavi per farmi venire voglia di sfondare la porta.”

Kazuya lo guardò con un misto di sollievo e fastidio. “Avevo tutto sotto controllo,” rispose a denti stretti.

Shinra sollevò un sopracciglio, divertito. “Sicuro? Perché sembravi abbastanza teso lì dentro.”

“Tornate indietro,” intervenne Light, con uno sguardo serio. “Dobbiamo riferire tutto. Non possiamo perdere altro tempo.”

Kazuya annuì. “Andiamo.”

Senza voltarsi indietro, il gruppo lasciò la zona, pronti a riferire tutto. Ma una cosa era certa: quella missione era solo l’inizio di qualcosa di molto più grande.

Una volta terminato il resoconto della missione, Kazuya e Shinra lasciarono la stanza dove si erano riuniti con Light e gli altri. Il viaggio di ritorno all’hotel fu silenzioso, ma la tensione nell’aria era palpabile.

Appena entrarono nella loro stanza, Kazuya si lasciò cadere sul letto con un sospiro pesante. “Che giornata…” borbottò, chiudendo gli occhi per un istante.

Shinra, invece, si tolse la giacca e si appoggiò contro il muro, incrociando le braccia. “Devi ammetterlo, te la sei cavata bene lì dentro. Anche se avresti potuto fare meno il figo.”

Kazuya aprì un occhio e lo guardò di sbieco. “Non facevo il figo. Cercavo di non farmi uccidere.”

Shinra ridacchiò e si spostò verso la finestra, osservando la città illuminata dalla notte. “Abbiamo trovato qualcosa di grosso. Quei villain non sono solo dei ladruncoli. Hanno un piano preciso.”

Kazuya si mise seduto, incrociando le gambe. “Sì, e se non li fermiamo in tempo, potrebbe essere un disastro.”

Un attimo di silenzio cadde tra loro. Poi Shinra si girò verso Kazuya con un sorriso leggermente malizioso. “Dovresti ringraziarmi, sai? Se non fosse stato per me, probabilmente saresti ancora lì dentro a farti abbindolare.”

Kazuya gli lanciò un cuscino in faccia. “Smettila di dire cavolate.”

Shinra scoppiò a ridere e si avvicinò al letto, spingendo via il cuscino. “Dovresti dormire un po’. Domani sarà una giornata lunga.”

Kazuya sbuffò, ma alla fine si sdraiò di nuovo. “Sì, sì… buonanotte, Shinra.”

“Buonanotte, principino,” rispose Shinra con un sorrisetto, prima di mettersi a letto anche lui.

La stanza tornò in silenzio, ma nel buio Kazuya non riusciva a chiudere occhio. Continuava a pensare a quello che era successo… e al modo in cui Shinra lo faceva sempre innervosire, in un modo che non sapeva spiegare.

Nel silenzio della notte, la stanza dell’hotel era immersa nell’oscurità. Kazuya dormiva profondamente, o almeno ci provava, quando sentì un movimento sul letto. Qualcosa di caldo si avvicinò a lui, e in pochi istanti sentì un braccio stringerlo.

“Shinra… che diavolo stai facendo?” borbottò Kazuya, ancora mezzo addormentato.

“Sto dormendo.” Rispose l’altro con tono rilassato, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Kazuya aprì gli occhi e si rese conto che Shinra si era infilato nel suo letto, avvinghiandosi a lui senza alcun imbarazzo. “Torna nel tuo letto.” Disse a denti stretti.

“No, qui si sta meglio.” Replicò Shinra con un sorrisetto che Kazuya non poteva vedere, ma che sicuramente c’era.

Kazuya strinse i pugni. “Ti ho detto di tornare nel tuo letto.”

Shinra, però, non si mosse. Anzi, si strinse ancora di più a lui. “Ma dai, stai zitto e dormi.”

A quel punto, Kazuya perse la pazienza. Sentì il calore crescere dentro di sé e, senza pensarci troppo, lasciò che il suo corpo si riscaldasse rapidamente. Dopo pochi secondi, Shinra sobbalzò, sentendo la pelle bruciare leggermente.

“Agh! Maledizione, bruci!” esclamò allontanandosi di scatto e massaggiandosi il braccio.

Kazuya si voltò e lo guardò con aria di sfida. “Ti avevo avvisato.”

Shinra lo fissò per un attimo, poi si sdraiò di nuovo… ma questa volta rimanendo un po’ più distante. “Sei proprio un bastardo, lo sai?” mormorò con una risata soffocata.

Kazuya sbuffò e si girò dall’altra parte, cercando di riprendere sonno. Ma il battito accelerato del suo cuore non accennava a calmarsi.

Kazuya rimase in silenzio per qualche minuto, cercando di ignorare la sensazione di calore residua sulla sua pelle. Ma la sua curiosità iniziava a tormentarlo. Perché Shinra aveva voluto dormire con lui?

Senza girarsi, mormorò sottovoce: “Perché sei voluto venire nel mio letto?”

Shinra, che nel frattempo si era sdraiato sulla schiena con le mani dietro la testa, sorrise appena. “Ero scomodo nel mio letto.”

Kazuya sospirò. “Non prendermi in giro. Potevi semplicemente girarti dall’altra parte, non c’era bisogno di infilarti qui con me.”

Shinra rimase in silenzio per un attimo, poi rispose con un tono più serio. “Non lo so… forse perché stare vicino a te mi rilassa.”

Kazuya sentì il cuore perdere un colpo. Si voltò leggermente, abbastanza da vedere il profilo di Shinra illuminato dalla luce fioca della città fuori dalla finestra. “Mi stai prendendo in giro?”

Shinra scosse la testa, il solito sorriso sornione sulle labbra. “No, sul serio. Sei caldo… e non solo nel senso letterale. Anche se mi hai quasi ustionato prima.”

Kazuya si girò di scatto dall’altra parte, sentendo le guance scaldarsi per un motivo ben diverso dal suo quirk. “Dormi e basta, idiota.”

Shinra ridacchiò, chiudendo gli occhi. “Notte, Kazuya.”

Kazuya non rispose, cercando di ignorare il battito irregolare del suo cuore mentre tentava di riaddormentarsi.

Kazuya rimase sveglio a fissare il soffitto per un po’. Il calore del suo corpo si era ormai attenuato, ma il senso di colpa non lo lasciava in pace. Aveva ustionato Shinra, anche se solo leggermente. Per quanto potesse trovarlo insopportabile a volte, non voleva davvero fargli male.

Si girò lentamente verso il letto accanto, dove Shinra dormiva tranquillo. La sua respirazione era lenta e regolare, il petto che si alzava e abbassava in un ritmo rilassante.

Esitò per un attimo, poi, senza dire nulla, si alzò piano e si infilò sotto le coperte accanto a lui. Cercò di muoversi con cautela per non svegliarlo, rimanendo fermo sul bordo del letto, senza toccarlo.

Per un attimo tutto rimase silenzioso. Poi, una voce impastata dal sonno ruppe la quiete. “Lo sapevo che ti sarei mancato.”

Kazuya si irrigidì. “Stai zitto e dormi.”

Shinra ridacchiò, ma non disse altro. Si limitò a voltarsi leggermente verso di lui, lasciando uno spazio tra loro, quasi come se lo stesse aspettando.

Kazuya sbuffò piano, ma dopo qualche minuto di esitazione si avvicinò un po’, poggiando inconsciamente la fronte contro la spalla di Shinra.

Il sonno lo prese quasi subito, lasciandolo con l’ultima sensazione del respiro calmo e costante del ragazzo accanto a lui.

Il giorno dopo, Kazuya si svegliò con una sensazione di confusione, come se la realtà e il sogno si fossero mescolati. Per un attimo, rimase immobile sotto le coperte, cercando di ricordare cosa fosse successo durante la notte. Il calore di Shinra vicino a lui gli tornò in mente, ma cercò di scacciare quel pensiero. Doveva concentrarsi sulla missione e sul motivo per cui si trovava lì, non su ciò che era successo mentre dormiva.

Si girò lentamente verso il lato del letto dove Shinra stava ancora dormendo, senza accorgersi che Kazuya si era svegliato. Il ragazzo aveva il viso rilassato e tranquillo, ma Kazuya non riusciva a non notare quanto fosse vicino a lui. Il pensiero lo fece innervosire. “Non posso permettermi di pensare a queste cose”, si ripeté.

Si alzò dal letto con movimenti rapidi, cercando di non fare rumore. Voleva lasciare la stanza per un po’ e darsi il tempo di riprendersi dalla strana sensazione che lo aveva invaso. Non riusciva a spiegarsi perché si sentisse così turbato.

Dopo un po’ di silenzio, Shinra si stiracchiò e si svegliò lentamente, con un sorriso malizioso che apparve sul suo volto quando notò che Kazuya non era più nel letto. “Mi sembrava che fossi ancora lì… ma sembra che tu sia andato via.”

Kazuya, cercando di non far trasparire alcuna emozione, rispose seccamente. “Ho bisogno di aria fresca, tutto qui.”

Shinra rise tra sé e sé, poi si alzò e si preparò per la giornata. Sapeva che, nonostante Kazuya cercasse di sembrare indifferente, qualcosa stava cambiando. Non era così difficile da capire.

“Ragazzo complicato”, pensò Shinra, mentre si preparava con un sorriso di complicità.

Shinra, mentre Kazuya stava cercando di prepararsi velocemente, non poté fare a meno di avvicinarsi di nuovo. Senza alcun preavviso, lo abbracciò da dietro, circondando il suo corpo con le braccia. Kazuya sentì immediatamente il calore di Shinra contro di sé e il suo cuore iniziò a battere più velocemente.

“Non scappare, Kazuya”, disse Shinra con voce calma, ma la sua risata sottile tradiva il piacere che provava nel vedere Kazuya così imbarazzato.

Kazuya si irrigidì, il suo corpo subito in allerta, ma, non riuscendo a trovare una via di uscita, fece un respiro profondo. Il calore del corpo di Shinra contro il suo lo stava facendo sentire stranamente vulnerabile. La sua mente si stava confondendo.

“Shinra, lasciami…” Kazuya mormorò, cercando di liberarsi, ma non riusciva a distogliere lo sguardo dalla presa di Shinra.

Shinra lo tenne più stretto, ma non con forza, più come una morsa che cercava di tenerlo vicino. “Non c’è bisogno di fuggire… siamo amici, no?” disse con un tono provocatorio.

Kazuya si morse il labbro, cercando di mantenere il controllo. Era arrabbiato con se stesso per non riuscire a respingere il gesto di Shinra. “Non lo siamo,” rispose in modo netto, ma la sua voce tradiva un’inflessione che, forse, non voleva sentire.

“Sei più divertente quando sei arrabbiato, lo sai?” Shinra gli sussurrò all’orecchio, rimanendo immobile dietro di lui.

Kazuya non sapeva più cosa pensare. Il contatto fisico, purtroppo, non lo faceva sentire solo confuso, ma stranamente protetto. Si rese conto di non riuscire a staccarsi da quella sensazione di essere legato a Shinra in qualche modo.

Alla fine, Kazuya si voltò lentamente, faccia a faccia con Shinra, cercando di mascherare il suo disagio. “Vattene, Shinra.” Ma, nonostante il tono ruvido, il suo cuore batteva ancora forte nel petto.

Tomoko bussò energicamente alla porta, interrompendo il momento tra Kazuya e Shinra. La voce della ragazza risuonò attraverso la porta, chiara e decisa.

“Eh, Kazuya! Shinra! Svegliatevi, è ora di fare colazione! Non voglio arrivare in ritardo!”

Kazuya si staccò bruscamente da Shinra, il suo cuore ancora che batteva a mille. Il contatto fisico con Shinra lo aveva fatto sentire più confuso di quanto avrebbe voluto ammettere. Guardò Shinra per un momento, ancora un po’ sconvolto, prima di girarsi verso la porta e rispondere.

“Arriviamo subito!” disse Kazuya, cercando di sembrare il più normale possibile.

Shinra non sembrava affatto dispiaciuto dall’interruzione. Anzi, sorrise maliziosamente, facendosi strada verso il bagno con nonchalance. “Siamo stati interrotti, eh? Ma ne parleremo più tardi, Kazuya.”

Kazuya si sentiva imbarazzato, ma non voleva mostrare troppo. Si affrettò a vestirsi, sistemando i capelli e cercando di tornare a concentrarsi. Quando Tomoko continuò a battere sulla porta con impazienza, Kazuya si girò verso Shinra.

“Muoviti, Shinra. Non voglio che Tomoko pensi che siamo in ritardo.”

Shinra fece una smorfia divertita e si affrettò ad uscire. Kazuya sbuffò e si avvicinò alla porta, pronto a fare colazione e a cercare di dimenticare per un attimo il caos emotivo che stava vivendo.

Una volta terminata la colazione, il gruppo si preparò per tornare nel laboratorio. Kazuya si sentiva più determinato, consapevole che stavano per affrontare una situazione più complessa. Shinra lo guardò con un sorriso sornione, pronto ad affrontare qualsiasi cosa, mentre Tomoko si mostrava concentrata, sapendo che la missione non sarebbe stata affatto semplice.

Arrivati davanti all’ingresso del laboratorio, però, si trovarono di fronte a una sorpresa: due guardie all’entrata. Le guardie avevano un aspetto minaccioso, i loro occhi fissavano con sospetto il gruppo, chiaramente non disposti a farli passare senza una spiegazione.

Kazuya si fece avanti, un sorriso malizioso sulle labbra. Sentiva che doveva fare qualcosa per distrarre le guardie. Nonostante la situazione fosse tesa, non riusciva a fare a meno di provare a sfruttare la sua naturale inclinazione a manipolare gli altri. Avanzò verso di loro, facendo finta di essere più rilassato di quanto non fosse in realtà.

“Salve, ragazzi,” iniziò, la sua voce morbida e provocante, “so che siete lì per il vostro lavoro, ma come posso convincervi a farmi passare? Forse potrei offrirvi qualcosa in cambio… un’opportunità che non potete rifiutare.”

Le guardie sembrarono per un momento indecise, il sorriso di Kazuya un mix di fiducia e mistero. Una delle guardie lo fissò, mentre l’altra guardò l’amico, come se cercassero di capire se fossero davvero a rischio. Kazuya continuò a sorridere, ma nel suo sguardo c’era qualcosa di più tagliente.

“Pensateci. Un po’ di tempo… e alcune promesse più intriganti. Vi assicuro che non vi deluderò.”

Le guardie, almeno per un secondo, sembravano distrarsi, incapaci di resistere alla sua personalità affascinante. E proprio quando la situazione sembrava sotto controllo, Kazuya agì. In un movimento rapido, colpì uno dei due uomini alla nuca con una mossa ben mirata, facendolo crollare a terra senza un suono.

Tomoko, che nel frattempo aveva mantenuto un occhio vigile sulla scena, non esitò. Vedendo l’altra guardia prepararsi a colpire Kazuya, estrasse rapidamente la sua pistola. Il colpo risuonò nell’aria, e la guardia cadde a terra, colpita al petto. Kazuya non poté fare a meno di girarsi verso di lei con un sorriso di gratitudine, il cuore che batteva forte per l’adrenalina.

“Impressionante,” disse Kazuya, con un’espressione di apprezzamento. “Mi hai salvato, Tomoko.”

Shinra, che nel frattempo si era allontanato per non attirare troppo l’attenzione, si voltò e si avvicinò al gruppo, con il suo solito sorriso ironico. “Sembra che dobbiamo fare sempre tutto da soli, eh?” scherzò.

Kazuya scosse la testa, ma il suo sguardo era determinato. “Non c’è tempo da perdere. Andiamo, prima che qualcuno si accorga che qualcosa non va.”

Senza aspettare oltre, Kazuya fece un passo deciso verso l’ingresso del laboratorio, pronto a proseguire la missione, mentre Tomoko e Shinra lo seguivano da vicino.

L’aria all’interno del laboratorio era tesa. Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji si fermarono appena entrati, osservando la stanza piena di villain pronti a fare qualsiasi cosa per difendere ciò che stavano cercando di nascondere. L’odore di polvere e metallo si mescolava con la pesante sensazione di pericolo che aleggiava nell’aria.

Kenji, con calma, fece un passo avanti. Tirò fuori una chiave dorata dalla sua cintura, osservandola per un istante come se stesse prendendo una decisione importante. Con un movimento rapido, la inserì nella serratura e la girò. “Aprite, portale del Toro!” esclamò. Immediatamente, il portale si aprì davanti a loro con un suono di metallo che si piega, e apparve una figura imponente, un enorme spirito armato di una gigantesca mazza. “Taurus!” disse Kenji con una certa determinazione, mentre lo spirito si lanciava nell’azione.

Nel frattempo, Tomoko si era già preparata. Le sue pistole erano cariche e puntate, pronte a fare fuoco. Nonostante l’apparente calma, si poteva vedere la tensione nei suoi occhi, segno che era pronta a fare quello che doveva per proteggere se stessa e gli altri. Si posizionò vicino a Kazuya, pronta a sparare al primo movimento sospetto.

Kazuya, sentendo l’adrenalina scorrere nelle vene, non si tirò indietro. Con un rapido movimento delle mani, creò una lancia di ghiaccio che si estese dal palmo della sua mano. Il ghiaccio sfrigolò, brillante e affilato, pronto a essere lanciato contro chiunque si fosse messo sulla sua strada. “Siamo pronti,” disse con voce bassa, mentre i suoi occhi fissi si concentravano sugli avversari.

Shinra, accanto a Kazuya, non si fece aspettare. Con un sorriso di sfida, sollevò una mano verso l’alto, e dalle sue dita iniziò a fuoriuscire un’energia oscura, che prese rapidamente forma in onde di pura potenza. La sua abilità di manipolare l’oscurità gli permetteva di creare attacchi devastanti, e non ci pensò due volte prima di lanciare un’ondata di energia oscura in direzione dei villain, cercando di abbatterli prima che potessero reagire.

I villain reagirono prontamente, ma non c’era molta coordinazione nelle loro azioni. Alcuni cercarono di schivare, mentre altri presero posizione per contrastare l’attacco. Alcuni dei villain avevano armi, mentre altri sembravano più abili nell’uso di quirk. Ma nessuno era preparato per la potenza combinata del gruppo.

Kenji con il suo spirito Taurus, che combatteva senza sosta, si scagliò contro uno dei villain con la mazza, colpendo duramente e mandando il nemico a volare. Kazuya, afferrando la sua lancia di ghiaccio, colpì a sua volta un altro villain, conficcandola nel terreno con una forza impressionante. La sua precisione e la rapidità del suo attacco lasciarono pochi scampo al nemico.

Tomoko, invece, era in movimento costante. La sua mira era impeccabile e ogni colpo che partiva dalle sue pistole centrava l’obiettivo. La situazione diventava sempre più intensa, ma la squadra si muoveva come un’unità ben allenata, nonostante le sfide che si trovavano davanti.

Shinra, con la sua energia oscura, si muoveva come un’ombra, creando vortici di energia che annientavano chiunque cercasse di avvicinarsi. La sua forza era devastante, ma il suo sorriso non cambiava mai, come se fosse divertito dalla battaglia, godendo della potenza che la sua oscurità gli concedeva.

I villain che erano riusciti a reagire cominciarono a capire che non erano più in una situazione vantaggiosa. Alcuni cercarono di scappare, altri tentavano di organizzarsi per una controffensiva, ma il gruppo era ormai troppo forte per essere fermato.

Kazuya fece un passo avanti, lanciando un altro attacco con la sua lancia di ghiaccio, mentre osservava Shinra e Tomoko che, insieme a Kenji, distruggevano tutto ciò che li circondava. Il laboratorio non era più un luogo sicuro per i villain, e la loro ritirata sembrava inevitabile.

“Non lasciamo che scappino,” disse Kazuya, la determinazione nella sua voce.

La battaglia stava volgendo al termine. Ma non c’era tempo per riposare. I nemici erano ancora lì, e Kazuya non aveva intenzione di fermarsi finché non avesse portato a termine la missione.

Mentre la battaglia infuriava, l’aria si faceva sempre più densa e vibrante di energia. Ogni attacco, ogni colpo che veniva scagliato, sembrava amplificato dalla forza delle personalità che si affrontavano. Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji stavano tenendo testa ai villain con una sincronia perfetta, ma il numero degli avversari sembrava non diminuire mai.

Poi, in un attimo, qualcosa di diverso accadde. Una luce blu improvvisa esplose nel mezzo del laboratorio, emanando una brillantezza accecante che accecò per un attimo tutti i presenti. La luce non era una normale fiamma o una semplice illuminazione, ma qualcosa di potente e puro, come una forza di natura stessa. Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji si fermarono per un istante, il calore e la forza della luce che li circondava li fece ritirare di qualche passo.

Quando la luce si dissipò, videro Light Togata al centro della scena, circondato dalla sua luce blu che ora brillava come una corona intorno a lui. Le sue mani erano alzate, emanando onde di energia blu che fluttuavano nell’aria come onde oceaniche, creando scudi di protezione e barriere in grado di respingere gli attacchi nemici. La sua energia pura e scintillante sembrava quasi magnetica, attraendo verso di sé la negatività dell’ambiente e neutralizzandola.

“Se pensavate che questo fosse tutto,” disse Light con un sorriso tranquillo, la sua voce che risuonava forte e chiara, “Vi sbagliavate.”

Con un gesto deciso, Light indirizzò la sua luce blu verso un gruppo di villain che stavano cercando di attaccare Kazuya. Le onde di luce esplosero in un fragore accecante, mandando in frantumi le loro difese e abbattendo gli avversari senza lasciare scampo. Ogni colpo che la sua luce toccava sembrava spegnere l’oscurità intorno a loro, come se fosse la forza primaria della giustizia in contrasto con il caos.

Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji non potevano fare a meno di guardare con ammirazione mentre Light scatenava il suo potere. La sua luce non solo era potente, ma aveva anche un controllo incredibile. La combinazione dei suoi attacchi e quelli del gruppo stava piegando i villain sotto la loro forza, costringendoli a ritirarsi o a soccombere.

“Grazie, Light!” gridò Tomoko, approfittando del caos per spostarsi e colpire un villain che stava cercando di fuggire.

“Ci pensiamo noi,” rispose Shinra con un sorriso mentre intensificava la sua energia oscura, spingendo il nemico nell’angolo. “Ma è bello avere un po’ di supporto!”

Kazuya, che stava lanciando attacchi rapidi con la sua lancia di ghiaccio e fuoco, si girò verso Light e, con uno sguardo di apprezzamento, disse: “Il tuo potere è impressionante.”

Light annuì, il suo volto sereno. “Siamo una squadra,” rispose, “E una squadra si sostiene a vicenda.”

Il gruppo avanzò insieme, con la luce blu di Light che purificava il campo e la potenza dei loro attacchi che demoliva qualsiasi ostacolo si parasse sulla loro strada. I villain rimasti ormai non avevano alcuna possibilità contro la forza combinata del gruppo.

In quel momento, il laboratorio che prima era un rifugio per i criminali stava per diventare la loro prigione. La missione era quasi finita. Kazuya lanciò un ultimo sguardo verso Shinra, riconoscendo la forza che avevano trovato nell’affrontare questa battaglia insieme. Non era più solo una questione di rivalità. Era qualcosa di più profondo. E mentre i villain venivano sopraffatti, Kazuya si sentì invincibile, come se nulla potesse ostacolare quella squadra.

“Solo un po’ di più…” mormorò Kazuya, mentre il caos si faceva sempre più silenzioso.

Il laboratorio sembrava ora avvolto in un silenzio pesante. I villain, uno dopo l’altro, stavano crollando sotto l’assalto coordinato di Light, Kazuya, Shinra, Tomoko e Kenji. L’aria vibrava di energia, sia oscura che luminosa, e le luci blu di Light continuavano a risplendere con una potenza travolgente. Ogni angolo del laboratorio che una volta sembrava sicuro per i criminali, ora era diventato il loro campo di battaglia, e nessuno sembrava in grado di opporsi a loro.

Shinra, con il suo potere di energia oscura, aveva abbattuto il grosso della resistenza, formando onde di pura energia che ribaltavano i villain, spingendoli via con una forza devastante. La sua potenza combinata con il supporto di Light e dei suoi compagni stava spazzando via qualsiasi resistenza.

Tomoko, concentrata come sempre, avanzava con le sue pistole in mano, mirando con precisione mortale. Ogni colpo che sparava era decisivo, e ogni villain che tentava di riorganizzarsi veniva colpito prima di poter reagire. Le sue mani si muovevano velocemente, come un’ombra, senza lasciar spazio agli errori.

Kenji, con la sua capacità di evocare gli spiriti stellari, continuava a chiamare il potere di “Taurus”, il Toro, con il suo spirito che dava una forza fisica incredibile, abbatteva i villain con la sua pura potenza fisica. Le sue chiavi scintillavano, richiamando altri spiriti, e l’aria attorno a lui vibrava di energia.

Kazuya, che stava in prima linea, creava muraglie di ghiaccio e lanciava lance di fuoco e ghiaccio, con la sua naturale agilità che lo rendeva un avversario temibile. Ogni colpo che lanciava sembrava spazzare via le forze nemiche, e la sua determinazione a non perdere mai lo rendeva invincibile.

Poi, nel bel mezzo della battaglia, Tomoko, mentre stava raccogliendo uno dei documenti sparsi sul pavimento, notò qualcosa di strano. Tra le armi che stavano usando i villain, c’era un simbolo che si ripeteva su alcune di esse. Un marchio, quasi impercettibile, ma facilmente riconoscibile: una maschera di demone. La faccia rossa, le corna nere, e gli occhi gialli brillavano come se avessero un potere malvagio intrinseco.

Tomoko lo riconobbe immediatamente. Era il simbolo che aveva visto una volta su alcune delle armi di suo padre. Il suo cuore fece un salto. “Impossibile”, pensò tra sé e sé. Non poteva essere. Suo padre, Ryosuke, gli aveva sempre parlato di come il suo lavoro fosse separato dal mondo dei villain. Ma quel simbolo… quel marchio, quella maschera… qualcosa non quadrava.

In un battito di cuore, Tomoko si ritrovò a fare un respiro profondo. Doveva fare chiarezza, ma per ora, non voleva allarmare nessuno. Si decise a tenere per sé questa informazione, pensando che forse fosse solo un malinteso o una coincidenza. Non voleva che i suoi compagni si preoccupassero senza motivo. Era il momento di finire quella missione.

Nel frattempo, la battaglia stava volgendo al termine. I villain erano ormai in ritirata. Il gruppo, insieme, aveva sopraffatto ogni resistenza. Le luci blu di Light brillavano come una fiamma eterna, distruggendo ciò che rimaneva delle difese nemiche. Kazuya, Shinra, Tomoko, Kenji e Light non si erano fermati, non avevano esitato, ogni mossa che facevano era perfetta, ogni attacco letale.

Con un ultimo sforzo, Shinra scatenò un’ondata oscura finale che spazzò via l’ultimo gruppo di villain, facendoli cadere a terra sconfitti. La stanza, ora silenziosa, era piena di detriti e rovine. La missione era finita.

Tomoko, con uno sguardo serio, si guardò intorno. Kazuya si avvicinò a lei e le fece un cenno di approvazione. La missione era stata un successo, ma quella scoperta la tormentava.

“Ci siamo riusciti”, disse Shinra, con un sorriso soddisfatto mentre guardava i compagni. “È stato epico.”

Kazuya annuì, ma la sua mente tornava ancora alla strana sensazione che aveva avuto durante la battaglia. Non era solo la vittoria che lo turbava, ma quel simbolo che Tomoko aveva trovato. La tensione tra di loro non era mai stata così palpabile.

Tomoko si avvicinò a Kazuya, ma invece di parlare, rimase in silenzio. Sapeva che ora sarebbe stato il momento giusto per confrontarsi con la realtà. E quella realtà, pensava, sarebbe potuta essere molto più complicata di quanto avesse mai immaginato.

Tomoko si tolse i guanti di pelle con un gesto rapido, lasciandoli cadere sulla poltrona accanto a sé. Era un’abitudine che aveva acquisito con gli anni, una sorta di rituale per distendersi dopo una missione. I suoi guanti erano diventati una parte di sé, essenziali per tenere le pistole saldamente in mano, ma ora che la battaglia era finita, sentiva il bisogno di liberarsene. Lo sguardo che gettò ai suoi compagni, mentre si preparavano a lasciare il laboratorio, tradiva una certa inquietudine, nonostante la vittoria.

Il gruppo si allontanò dalla zona con velocità, dirigendosi verso l’albergo. La missione era stata un successo, ma qualcosa, nel profondo, non la convinceva. Le armi con quel simbolo di demone… Il marchio che aveva visto sulle armi dei villain… Non riusciva a toglierselo dalla testa. Ma avrebbe dovuto parlare di tutto questo, di come si sentiva, solo quando avrebbe avuto le risposte giuste.

Una volta arrivati in albergo, ognuno si dedicò a raccogliere le proprie cose. Kazuya e Shinra si erano già sistemati nelle loro stanze e non si fermarono nemmeno a scambiarsi più di due parole. Tomoko, invece, prese un momento per riflettere, sedendosi sul letto con le mani in grembo. Anche Kenji sembrava pensieroso mentre raccoglieva le sue cose, come se anche lui avesse percepito qualcosa di strano nell’aria.

Dopo aver recuperato tutto, il gruppo si rimise in viaggio, questa volta diretti verso la scuola. La città era affollata, e le luci della sera cominciavano a dare alla strada un’atmosfera particolare. Nonostante la missione fosse ormai terminata, nessuno sembrava completamente a proprio agio.

Durante il viaggio, Kazuya camminava al fianco di Shinra, ma entrambi sembravano distanti, come se i pensieri li separassero più di quanto volessero ammettere. Kazuya si sentiva stranamente teso. Non si trattava solo della missione, ma anche di una sensazione che non riusciva a identificare. La scoperta del simbolo, quel marchio di demone, gli aveva suscitato preoccupazione, ma non voleva affrontarla da solo.

“Quindi, come la vedi?” Kazuya disse a Shinra, rompendo il silenzio.

Shinra lo guardò con il suo solito sorriso enigmatico. “Cosa intendi?”

Kazuya lo fissò per un momento, incerto su come esprimere i suoi pensieri. “Quel simbolo… quella maschera. Ti sembra familiare?”

Shinra abbassò lo sguardo, apparentemente riflettendo su quanto detto. “Non so… Ma sicuramente c’è qualcosa di strano. Non ne ho mai sentito parlare prima d’ora. E non mi piace. È come se ci fosse qualcuno dietro a tutto questo, qualcuno che vuole manipolare le cose… Ma non credo che dovremmo preoccuparci troppo per ora.”

Kazuya annuì lentamente, ma il suo sguardo restò fisso in lontananza. “Spero che tu abbia ragione.”

Il gruppo arrivò finalmente davanti alla scuola. La familiarità del luogo sembrava calmare un po’ i pensieri di Kazuya. Tomoko, che li stava seguendo, lanciò uno sguardo verso la scuola e poi verso i suoi compagni. La missione era finita, ma dentro di lei c’era ancora qualcosa di irrisolto.

Mentre si avvicinavano all’ingresso, Kenji si girò verso di loro. “Non importa cosa accada, dobbiamo restare uniti. Se ci fosse davvero qualcuno dietro a tutto questo, dobbiamo affrontarlo insieme.”

Kazuya lo guardò e, per un istante, si rese conto che Kenji aveva ragione. Qualsiasi cosa stesse succedendo, avrebbero dovuto farlo insieme, come squadra. E, forse, solo allora, sarebbero riusciti a scoprire tutta la verità.

Con quella determinazione, il gruppo varcò il cancello della scuola e si diresse verso le loro stanze, pronti a tornare alla normalità. Ma, nel cuore di ognuno di loro, sapevano che la normalità stava cambiando.

Chapter 8: Un Gioco Pericoloso

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I mesi passarono velocemente, tra lezioni, missioni e allenamenti. Kazuya aveva notato che Tomoko, nonostante la sua intelligenza e abilità nel supporto, evitava sempre il combattimento diretto. Sapeva che lei preferiva rimanere dietro le quinte, affidandosi alle sue pistole e alla strategia piuttosto che alla forza bruta. Ma per lui, quello non era abbastanza.

Ogni volta che provava a convincerla ad allenarsi, lei trovava una scusa: “Non è il mio ruolo”, “Non ho bisogno di combattere”, “Preferisco migliorare la mira”. Ma Kazuya non mollava. Voleva che Tomoko fosse in grado di difendersi, non solo dagli altri, ma anche da sé stessa. Sapeva che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare battaglie in cui non avrebbe avuto il tempo di pianificare.

Dopo settimane di insistenza, finalmente Tomoko cedette. Una sera, mentre tornavano in dormitorio dopo una lezione particolarmente noiosa, Kazuya fece l’ennesimo tentativo.

“Tomoko, vieni con me in palestra domani dopo le lezioni.”

Lei alzò un sopracciglio. “Ancora con questa storia?”

“Non è una storia. Devi saper combattere, non solo sparare. Che succede se finisci le munizioni? O se qualcuno ti prende alle spalle?”

Tomoko sbuffò, incrociando le braccia. “Sei proprio testardo, eh?”

“Sì.” Kazuya le rivolse uno sguardo serio. “E continuerò a insistere finché non accetterai.”

Lei lo fissò per un attimo, poi sospirò, alzando le mani in segno di resa. “Va bene, va bene. Ma se vedo che è una perdita di tempo, me ne vado.”

Kazuya sorrise soddisfatto. “Affare fatto.”

Il giorno dopo, dopo le lezioni, si ritrovarono nella palestra della scuola. Era quasi vuota, solo qualche altro studente si stava allenando. Kazuya si tolse la giacca dell’uniforme, rimanendo con una semplice maglia nera aderente.

“Okay, iniziamo con qualcosa di semplice. Ti insegnerò a schivare e contrattaccare.”

Tomoko lo guardò con diffidenza. “Schivare e basta? Nessun calcio volante o mosse spettacolari?”

“Lascio quelle a Shinra. Io preferisco la praticità.”

Tomoko sorrise appena. “Va bene, maestro. Vediamo cosa sai fare.”

L’allenamento iniziò con esercizi di riflessi e agilità. Kazuya le lanciava colpi lenti, chiedendole di spostarsi e trovare il momento giusto per colpire. All’inizio Tomoko era rigida, impacciata. Ma, con il tempo, iniziò a muoversi con più sicurezza, imparando a prevedere i movimenti di Kazuya.

Dopo un’ora, entrambi erano sudati e affannati. Kazuya si asciugò la fronte con un asciugamano e sorrise. “Non male, per essere la tua prima volta.”

Tomoko, con il fiato corto, lo guardò storto. “Mi stai prendendo in giro?”

Kazuya rise. “No, sul serio. Sei migliorata più in un’ora di quanto pensassi.”

Lei sbuffò, ma un piccolo sorriso si fece strada sulle sue labbra. “Forse… forse potrei tornare ad allenarmi con te.”

Kazuya le diede un colpetto sulla spalla. “Te l’avevo detto.”

 

Mentre Kazuya continuava ad allenare Tomoko, la porta della palestra si aprì con un colpo secco. Shinra e Kenji entrarono con il loro solito atteggiamento spavaldo.

Shinra indossava una canotta nera che metteva in mostra le sue braccia toniche, e senza pensarci troppo, si diresse verso l’area dei pesi. Afferrò un bilanciere e iniziò a sollevarlo con una facilità quasi irritante, i muscoli delle braccia e delle spalle tesi sotto lo sforzo.

Kazuya, che fino a un secondo prima era concentrato su Tomoko, si ritrovò con lo sguardo fisso su Shinra. Il modo in cui sollevava i pesi con tanta sicurezza, il leggero sorriso sulle labbra, le gocce di sudore che scivolavano lungo il suo collo—tutto in quel momento sembrava magnetico.

“Se continui a guardarlo così, finirai per sbavare.”

La voce di Tomoko lo riportò alla realtà. Kazuya si schiarì la gola, sentendo le guance scaldarsi leggermente. “T-taci e continua l’allenamento.”

Tomoko rise sotto i baffi ma non disse altro.

Nel frattempo, Kenji si era messo a fare stretching accanto a Shinra, lanciandogli battutine ogni tanto. “Dovresti smetterla di fare il figo mentre sollevi i pesi. Lo sai che Kazuya non riesce a staccarti gli occhi di dosso, vero?”

Shinra fece un sorriso furbo e, senza interrompere il suo esercizio, rispose: “Oh? Interessante.” Poi lanciò un’occhiata di sfida a Kazuya, che si girò di scatto per evitare il contatto visivo.

Kenji ridacchiò. “Ah, l’amore è nell’aria.”

Tomoko sospirò. “Idioti.”

Ma, nonostante tutto, Kazuya non poté fare a meno di lanciare un’altra occhiata a Shinra, sentendo il cuore battere un po’ più forte del normale.

Tomoko, stufa di vedere Kazuya imbambolato a fissare Shinra, gli tirò un pugno secco sul braccio.

“Ehi! Che diavolo fai?!” sbottò lui, massaggiandosi il punto colpito.

“Riprenditi, idiota,” disse lei con tono secco. “Se hai tempo per fissare Shinra come un adolescente innamorato, allora hai tempo per allenarti meglio.”

Kenji scoppiò a ridere. “Oh, Tomoko, sei la migliore! Finalmente qualcuno che gli dà una svegliata!”

Shinra, invece, appoggiò il bilanciere e si avvicinò con un sorrisetto. “Oh? Quindi mi stavi guardando davvero, Kazuya?”

Kazuya arrossì leggermente e distolse lo sguardo. “N-non dire scemenze. Stavo solo… controllando la tua postura. Sì, esatto. Non vorrei che ti facessi male.”

Kenji rise ancora più forte. “Che scusa patetica!”

Tomoko sospirò, incrociando le braccia. “Ci rinuncio. Sei senza speranza.”

Shinra, divertito dalla situazione, si avvicinò ancora di più a Kazuya, inclinando leggermente la testa. “Vuoi che ti mostri come si solleva il bilanciere nel modo giusto, allora?”

Kazuya lo spinse via bruscamente. “Pensiamo ad allenarci invece di perdere tempo!”

Shinra rise e tornò ai suoi pesi, mentre Kazuya cercava disperatamente di ignorare il battito accelerato del suo cuore.

Mentre Kazuya aiutava Tomoko a perfezionare la sua postura nei colpi, lei gli lanciò un’occhiata di sottecchi e, senza smettere di muoversi, sussurrò:

“Dimmi la verità, Kazuya. Ti piace Shinra?”

Kazuya si bloccò per un attimo, il viso irrigidito. “C-che domanda è? Certo che no!”

Tomoko lo fissò con espressione impassibile. “So quando menti.”

Kazuya distolse lo sguardo, tornando ad allenarla con più foga, come per distrarsi. “Ti dico di no.”

Tomoko alzò un sopracciglio. “Kazuya.”

Lui sospirò pesantemente e, senza guardarla, borbottò: “Non lo so nemmeno io, okay?”

Tomoko si fermò, incrociando le braccia. “Che intendi?”

Kazuya si passò una mano tra i capelli, frustrato. “Cioè… lo trovo insopportabile, mi provoca sempre, eppure… a volte mi diverto con lui. E quando si avvicina troppo, mi sento strano. Ma è il mio rivale. Non dovrebbe essere così, giusto?”

Tomoko lo guardò per un attimo, poi scrollò le spalle. “Le emozioni non seguono le regole, Kazuya. Se ti piace, ti piace e basta.”

Kazuya si accigliò, abbassando lo sguardo. “Non è così semplice.”

Tomoko gli diede una pacca sulla spalla. “Lo sarà quando la smetterai di negarlo a te stesso.”

Mentre Kazuya rimase lì, immerso nei suoi pensieri e non riuscendo a trovare una risposta, Tomoko incrociò le braccia e sospirò. “A me, comunque, Shinra non piace per niente come persona.”

Kazuya la guardò con sorpresa. “Eh? Perché?”

Tomoko fece spallucce. “È arrogante, troppo sicuro di sé e ha quell’atteggiamento da ‘faccio quello che voglio’. Non mi piace chi si comporta così.”

Kazuya distolse lo sguardo, mordendosi l’interno della guancia. “Capisco…”

Tomoko lo osservò per un momento, poi alzò un sopracciglio. “Non ti sto dicendo che devi pensarla come me. Se ti piace davvero, è una cosa tua. Ma non aspettarti che io vada d’accordo con lui.”

Kazuya sbuffò. “Non è che mi piace… cioè, non lo so ancora.”

Tomoko sospirò e gli diede una pacca sulla schiena. “Allora pensaci bene. Ma se diventa un problema, risolvilo prima che ti mangi vivo.”

Poi tornarono ad allenarsi.

Kenji si appoggiò a una panca con un sorriso malizioso. “Ohhh, quindi il nostro caro Kazuya ha finalmente deciso di darsi da fare, eh?”

Kazuya lo ignorò e continuò a mostrare a Tomoko la giusta postura per colpire, cercando di concentrarsi.

Shinra, invece, smise per un attimo di sollevare i pesi e si appoggiò al bilanciere, osservando Kazuya con interesse. I suoi occhi scintillavano di curiosità mentre lo vedeva muoversi con sicurezza.

Kenji notò lo sguardo di Shinra e sghignazzò. “Ehi, Shinra, non è che stai guardando un po’ troppo attentamente?”

Shinra alzò un sopracciglio e si limitò a sorridere in modo enigmatico. “Forse.”

Kazuya, sentendo il commento, si voltò leggermente e incrociò lo sguardo di Shinra. Il suo cuore perse un battito, ma cercò di ignorarlo, tornando ad allenarsi. Tuttavia, non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione strana che lo assaliva ogni volta che Shinra lo guardava in quel modo.

Kenji incrociò le braccia e fece una smorfia. “A essere onesti, voi due non mi piacete molto.”

Tomoko alzò un sopracciglio, per nulla sorpresa. “Neanche tu mi piaci, quindi siamo pari.”

Kazuya sospirò. “Grazie per l’onestà, Kenji. Come farei senza di te?” disse con sarcasmo.

Kenji scrollò le spalle con un sorriso divertito, poi si voltò verso Shinra. “E tu? Che ne pensi di loro?”

Shinra rimise i pesi a posto con calma e poi si stiracchiò un po’. Poi guardò prima Tomoko e poi Kazuya, soffermandosi su quest’ultimo con un sorriso leggero. “Tomoko è… interessante, suppongo.”

Tomoko incrociò le braccia, sospettosa. “Interessante, eh?”

Shinra ignorò il suo tono e si voltò verso Kazuya, guardandolo negli occhi. “E Kazuya… beh, mi piace guardarlo mentre si allena.”

Kazuya si irrigidì all’istante, sentendo il calore salirgli alle guance. “C-che diavolo significa?!”

Kenji scoppiò a ridere. “Ohhh, questo si fa interessante!”

Shinra si limitò a sorridere in modo enigmatico, senza aggiungere altro. Kazuya si voltò di scatto e tornò ad allenarsi, cercando di ignorare il battito accelerato del suo cuore.

Kenji afferrò Shinra per un braccio e lo trascinò un po’ più in là, lontano dagli altri. Il sorriso divertito che aveva prima sparì, lasciando spazio a un’espressione più seria.

“Ehi, Shinra, senza battute stavolta,” disse incrociando le braccia. “Che ne pensi davvero di Kazuya?”

Shinra sollevò un sopracciglio, sorpreso dalla domanda diretta. “Che intendi?”

Kenji sbuffò. “Dai, non fare il finto tonto. Ti ho visto guardarlo in un modo che non guardi nessun altro. E non è solo rivalità.”

Shinra rimase in silenzio per un momento, incrociando le dita davanti al viso mentre rifletteva. Poi sorrise appena. “Kazuya è… interessante. Mi piace la sua determinazione, il suo modo di affrontare le cose. Anche se a volte è testardo e impulsivo.”

Kenji inclinò la testa. “Solo questo?”

Shinra lo guardò di lato, poi sospirò. “Non lo so. È fastidioso… ma in un modo che mi diverte. E mi viene naturale stuzzicarlo.”

Kenji sogghignò. “Ohhh, quindi ti piace davvero!”

Shinra scrollò le spalle, con il solito sorriso enigmatico. “Forse.”

Kenji rise. “Sei proprio un caso perso, Zenin.” Poi gli diede una pacca sulla spalla prima di tornare dagli altri.

Shinra rimase fermo un attimo, osservando Kazuya da lontano. Poi scosse la testa con un mezzo sorriso, tornando ad allenarsi.

Dopo un paio d’ore di allenamento intenso, la palestra si svuotò lentamente. Tomoko e Kenji furono gli ultimi ad andarsene, lasciando solo Kazuya e Shinra.

L’atmosfera si fece più silenziosa, interrotta solo dal ronzio delle luci fluorescenti e dal respiro affannato dei due ragazzi ancora sudati per l’allenamento.

Kazuya si sedette su una delle panche, asciugandosi il viso con un asciugamano. “Finalmente un po’ di pace…” mormorò, guardando il soffitto.

Shinra, invece, si appoggiò a un sacco da boxe, con le braccia incrociate. Lo fissava con il solito sorriso divertito. “Sei rimasto a fissarmi per metà del tempo, lo sai?”

Kazuya sobbalzò e si voltò di scatto, imbarazzato. “Che dici? Mi sa che ti sei montato la testa!”

Shinra ridacchiò e si avvicinò con calma. “Ah sì? Allora perché Tomoko ti ha tirato un pugno prima?”

Kazuya strinse i denti, distogliendo lo sguardo. “Era solo distrazione.”

Shinra si chinò leggermente, portando il viso più vicino al suo. “Mmh… sei sicuro?”

Il cuore di Kazuya perse un battito. Sentiva il calore del respiro di Shinra vicino alla sua pelle, e il modo in cui lo guardava lo metteva ancora più in difficoltà.

“Non giocare con me, Zenin,” disse cercando di mantenere la calma.

Shinra si allontanò appena, con un sorrisetto provocatorio. “Chi ha detto che sto giocando?”

Kazuya lo fissò, incerto su cosa rispondere. Il silenzio tra loro divenne più denso, carico di qualcosa che non sapeva definire. Ma prima che potesse dire qualcosa, Shinra gli diede una pacca sulla spalla e si voltò per andarsene.

“Non restare troppo a lungo qui. Potresti continuare a pensare a me,” disse con un ghigno prima di uscire dalla palestra.

Kazuya rimase fermo per un momento, poi lanciò l’asciugamano per terra, frustrato.

“Idiota,” mormorò, ma il rossore sul suo viso diceva tutt’altro.

Kazuya non riuscì a trattenersi. Ancora scosso da quell’ultimo scambio, si alzò di scatto e corse fuori dalla palestra, seguendo Shinra lungo il corridoio vuoto della scuola.

“Shinra!” chiamò con voce decisa.

L’altro ragazzo si fermò, senza voltarsi subito. Per un momento sembrò riflettere, poi si girò con il suo solito sorrisetto. “Che succede, Kazuya? Ti manco già?”

Kazuya si fermò davanti a lui, il cuore che gli martellava nel petto. Ma non era per la corsa.

“Dimmi la verità,” disse a denti stretti. “Cos’è questa cosa tra noi?”

Shinra alzò un sopracciglio, apparentemente divertito. “Di cosa parli?”

“Non fare il finto tonto,” sbottò Kazuya, stringendo i pugni lungo i fianchi. “Ti ho visto. Anche tu mi guardi. Anche tu fai certe cose. Ma poi ti comporti come se fosse solo un gioco!”

Shinra lo fissò per un attimo, il suo sorriso increspato da un lampo di qualcosa di più serio. Fece un passo avanti, accorciando la distanza tra loro.

“E se fosse un gioco, Kazuya?” sussurrò. “Se fosse solo divertente stuzzicarti e vedere le tue reazioni?”

Gli occhi di Kazuya si accesero di rabbia, ma anche di confusione. “Se è solo un gioco per te, allora smettila. Perché per me non lo è più.”

Shinra lo osservò per qualche secondo, il sorriso che si spegneva leggermente. Poi, con un respiro profondo, allungò una mano e afferrò il polso di Kazuya, attirandolo più vicino.

“E se invece non fosse solo un gioco?” mormorò, con una serietà che Kazuya non gli aveva mai visto addosso.

Il cuore di Kazuya perse un battito. Gli occhi di Shinra erano fissi nei suoi, come se lo stesse mettendo alla prova. Come se volesse vedere fino a che punto fosse pronto ad andare avanti.

Kazuya deglutì, ma non si tirò indietro. “Allora dimostralo.”

Shinra lo guardò ancora per un istante, poi il suo solito ghigno tornò sulle labbra.

“Va bene,” disse, lasciandogli il polso e facendosi indietro. “Vedremo chi di noi due cede per primo.”

E con quelle parole, si voltò e se ne andò, lasciando Kazuya con il cuore in subbuglio e una nuova consapevolezza che non poteva più ignorare.

Kazuya rimase fermo al centro del corridoio, lo sguardo ancora incollato alla schiena di Shinra che si allontanava con la sua solita andatura rilassata. Quelle ultime parole gli rimbombavano in testa.

“Vedremo chi di noi due cede per primo.”

Cedere? Cedere a cosa?

Strinse i pugni, frustrato. Perché con Shinra ogni conversazione finiva sempre così? Con lui che lasciava un’ultima frase enigmatica e spariva, lasciandolo con più domande che risposte?

Si passò una mano tra i capelli, cercando di calmarsi. Forse Shinra si stava solo divertendo a confonderlo. Forse era solo il suo solito modo di provocare.

Ma allora… perché il suo cuore batteva così forte?

Scosse la testa e tornò verso la palestra, deciso a scrollarsi di dosso quel pensiero. Ma, per quanto cercasse di ignorarlo, la verità era che Shinra aveva acceso in lui una curiosità pericolosa.

E ora Kazuya voleva sapere fino a che punto sarebbe andato avanti quel gioco.

Chapter 9: Verità Nascoste

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L’ultimo giorno di scuola arrivò più in fretta di quanto Kazuya si aspettasse. Il caldo dell’estate era già nell’aria, il sole splendeva alto mentre gli studenti si salutavano, alcuni con entusiasmo, altri con un pizzico di malinconia.

Kazuya era tra questi ultimi.

Mentre il gruppo si radunava fuori dai cancelli della scuola, Tomoko sbuffò incrociando le braccia. “Non fare quella faccia, Kazuya. Non è che ci perdiamo per sempre.”

“Lo so,” rispose lui, forzando un mezzo sorriso. “Ma sarà strano non vedervi tutti i giorni.”

Kenji rise e gli diede una pacca sulla spalla. “Dai, non fare il sentimentale! Ci rivedremo quando inizierà il nuovo semestre. E poi possiamo sempre scriverci.”

Shinra, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, lo osservava con il suo solito sorriso enigmatico. “Se ti mancherò così tanto, puoi sempre venirmi a cercare.”

Kazuya arrossì leggermente e distolse lo sguardo. “Come se fosse per te la stessa cosa,” borbottò.

Shinra si avvicinò di poco, chinandosi verso di lui. “E se lo fosse?”

Il cuore di Kazuya perse un battito, ma prima che potesse rispondere, Tomoko lo afferrò per il polso. “Basta smancerie, ci vediamo dopo le vacanze!”

Uno alla volta, iniziarono a prendere strade diverse. Kazuya rimase fermo per un momento, guardando gli amici allontanarsi. Sentiva un vuoto nello stomaco, una strana sensazione che non riusciva a spiegare.

Con un ultimo sguardo al cancello della scuola, sospirò e si incamminò verso casa. L’estate sarebbe stata lunga… troppo lunga senza di loro.

Tomoko tornò a casa dopo il lungo viaggio dalla scuola. Una volta entrata, si tolse le scarpe e andò dritta verso il laboratorio di suo padre, il luogo in cui passava la maggior parte del suo tempo.

Aprì la porta con espressione seria, trovandolo intento a lavorare su alcune armi e prototipi. Le luci fredde illuminavano la stanza piena di strumenti, metalli e parti meccaniche sparse ovunque.

“Padre,” disse con tono fermo, aspettandosi che almeno alzasse lo sguardo.

Ryosuke, senza smettere di lavorare, alzò una mano e fece un gesto distratto. “Oh, sei tornata. Ciao.”

Tomoko rimase in silenzio per un momento, stringendo i pugni. Si era preparata mentalmente per affrontarlo, per chiedergli di quel simbolo visto al laboratorio, per capire cosa stesse succedendo davvero… ma lui l’aveva ignorata completamente.

Fece un respiro profondo e si costrinse a mantenere la calma. “Posso parlarti di una cosa importante?”

Ryosuke continuò a lavorare, senza neanche voltarsi. “Se è davvero importante, puoi parlare mentre lavoro.”

Tomoko strinse ancora di più i pugni. Quel suo atteggiamento distaccato era sempre stato così frustrante. Tuttavia, questa volta non sarebbe rimasta in silenzio. Doveva sapere la verità.

Tomoko incrociò le braccia, fissando la schiena di suo padre. Sapeva che non sarebbe stato facile ottenere risposte, ma doveva provarci.

“Durante una missione con la scuola, ho trovato un simbolo familiare su alcune armi rubate da un laboratorio,” disse con tono deciso. “Era una maschera di un demone con la faccia rossa, corna nere e occhi gialli.”

Ryosuke si fermò per un attimo, ma riprese subito a lavorare senza nemmeno girarsi. “E quindi?”

Tomoko strinse i denti. “Quel simbolo è il tuo, padre.”

Questa volta lui fece una breve risata, come se la cosa fosse insignificante. “E cosa vuoi che ti dica? Vendo armi, non posso controllare chi le compra.”

Tomoko sentì un brivido di rabbia e frustrazione. “Vuoi dire che potresti aver venduto armi ai villain e non te ne importa nulla?”

Ryosuke si voltò appena, con un’espressione annoiata. “Affari sono affari, Tomoko. Se non fossi io, sarebbe qualcun altro. Non faccio domande ai miei clienti.”

Tomoko serrò i pugni. Non si aspettava che suo padre fosse uno stinco di santo, ma sentirlo dire quelle parole con tanta leggerezza la fece infuriare. “E se un giorno quelle armi venissero usate contro di me o contro qualcuno che conosco? Ti importerebbe almeno allora?”

Ryosuke la guardò per un attimo con uno sguardo indecifrabile, poi tornò a concentrarsi sul suo lavoro. “Sai difenderti, no? Non vedo il problema.”

Tomoko si sentì come se un muro fosse calato tra loro. Per quanto lo volesse affrontare, sapeva che non avrebbe mai ottenuto da lui il senso di colpa o di responsabilità che cercava.

Fece un passo indietro, con il cuore pesante. “Sei davvero un uomo senza scrupoli.”

Senza aspettare risposta, si girò e uscì dal laboratorio, chiudendo la porta dietro di sé con più forza del necessario.

Tomoko si fermò davanti alla porta della sua stanza, il cuore ancora pesante per la conversazione con suo padre. Aprì lentamente la porta ed entrò, lasciandosi cadere sulla sedia accanto alla scrivania. I suoi occhi vagarono distrattamente per la stanza, finché non si posarono su una vecchia scatola di legno sullo scaffale.

Incuriosita, la prese e la aprì. Dentro c’erano delle foto… di lei da bambina.

Le osservò una per una. In tutte era sdraiata su un letto d’ospedale o su un futon, con espressioni sempre stanche e occhi vuoti.

Tomoko rimase immobile davanti alla scatola aperta, le mani che sfioravano le vecchie fotografie. Le osservò attentamente: in ogni immagine, lei era distesa su un letto, con lo sguardo perso nel vuoto. I suoi capelli erano più corti, il corpo avvolto da coperte pesanti.

Suo padre le aveva sempre detto che da bambina era malata, troppo debole per alzarsi, e che per questo aveva passato gran parte della sua infanzia a letto.

Eppure… qualcosa non tornava.

Non ricordava di essersi mai sentita così male. Non ricordava dolori, febbri o il corpo pesante. E poi c’era un dettaglio che la fece rabbrividire: nelle foto, le sue gambe sembravano perfettamente normali. Non c’erano segni di atrofia, nessuna traccia di una malattia che l’avesse resa incapace di camminare.

Si morse il labbro, il cuore che batteva più forte.

“Se ero così malata, perché le mie gambe sembrano normali? Perché non ricordo nessun dolore?”

Le sue dita si strinsero attorno a una delle foto.

Forse non era stata davvero malata. Forse era stato suo padre a volerla tenere a letto.

Un brivido le percorse la schiena. Era possibile che lui le avesse mentito per tutto quel tempo?

Tomoko abbassò lo sguardo sulle foto, cercando di ricostruire i ricordi confusi della sua infanzia. Poi, all’improvviso, un frammento di memoria riaffiorò: il battito irregolare nel petto, la sensazione di affanno dopo pochi passi, la debolezza improvvisa che la costringeva a fermarsi.

Aveva problemi al cuore.

Non era una malattia che la costringeva a letto, ma suo padre aveva sempre esagerato la situazione, ripetendole che non doveva sforzarsi troppo, che camminare poteva essere pericoloso. E così, per anni, l’aveva convinta che stare ferma fosse l’unico modo per sopravvivere.

Si portò una mano al petto, cercando di sentire il proprio battito. Ora stava bene. Aveva imparato a gestire il problema, a non lasciarsi fermare dalla paura. Ma perché suo padre aveva voluto tenerla in quello stato?

Stringendo la foto tra le dita, Tomoko si voltò verso la porta del laboratorio.

Tomoko rimase seduta sul letto, fissando la foto con un’espressione indecifrabile. Il suo sguardo si soffermò sulla sua immagine: più giovane, con i capelli più corti, seduta su una sedia a rotelle mentre stringeva il trofeo del primo posto. Accanto a lei, leggermente più distante, c’era Masako Hayashida, la seconda classificata, con un sorriso forzato e gli occhi colmi di frustrazione.

Perché non ricordava questo momento?

Passò un dito sulla superficie della foto, come se il contatto potesse aiutarla a scavare nei suoi ricordi. Suo padre le aveva sempre detto che era malata da bambina, che non poteva muovere le gambe, ma… era davvero così? Più guardava quell’immagine, più sentiva che qualcosa non tornava.

Rigirò la foto con mani tremanti, cercando un indizio, una data, qualsiasi cosa. Sul retro c’era scritto:

“Congratulazioni alla nostra campionessa. Ti meriti tutto il meglio. – Papà”

Un brivido le percorse la schiena. Era davvero orgoglio quello che provava suo padre o… qualcosa di più oscuro?

Stringendo i denti, tornò a guardare la bambina accanto a lei. Masako. Era possibile che la loro rivalità fosse iniziata così tanto tempo fa, senza che lei lo ricordasse? E se così fosse stato… cosa significava tutto questo?

Tomoko serrò il pugno attorno alla foto. Doveva scoprire la verità.

Tomoko continuò a scavare tra le vecchie foto, sentendo il battito del suo cuore accelerare sempre di più. C’erano immagini di lei da bambina, sempre sul letto o sulla sedia a rotelle, sempre con un sorriso forzato, sempre sotto lo sguardo vigile di suo padre. Poi, in fondo alla scatola, trovò qualcosa di diverso.

Era una lettera, ingiallita dal tempo, con il nome di suo padre scritto in corsivo sulla busta. La aprì con mani tremanti e iniziò a leggere.

 “Mia piccola geniale Tomoko,

So che là fuori esistono insetti che cercheranno di competere con te. Persone che penseranno di poterti raggiungere, di poterti superare. Ma loro non sanno con chi hanno a che fare.

Uno di questi insetti è Masako Hayashida. Suo padre ha sempre cercato di mettersi al mio livello, ma non ci è mai riuscito. E ora, con la sua piccola creazione, spera di darmi filo da torcere. Ha plasmato sua figlia nella speranza che diventi il tuo rivale. Ridicolo.

Ma tu non devi preoccuparti. Tu sei superiore. Sei nata per dominare con la tua intelligenza. Per loro non sarai altro che un muro insormontabile. Gli Hayashida non saranno mai al nostro livello.

Ricordalo sempre: gli insetti insignificanti si schiacciano.

- Papà”

 

Tomoko sentì un brivido lungo la schiena. Le sue dita stringevano la lettera con forza, mentre il suo stomaco si contorceva in una strana sensazione di disgusto e rabbia.

Era tutto orchestrato.

Non era solo Masako ad avercela con lei. Era il loro destino, deciso dai loro padri ancora prima che loro potessero capire cosa significasse avere un rivale. Era tutta una maledetta eredità di cui non aveva mai chiesto di far parte.

Inspirò profondamente, cercando di mantenere la calma. Cosa significava tutto questo? Doveva parlare con Masako? Doveva affrontare suo padre?

Una cosa era certa. Non voleva più essere una pedina nel gioco di qualcun altro

Con un gesto furioso, Tomoko scaraventò le foto e la lettera in aria, lasciandole cadere sul pavimento in un disordine caotico. Non voleva più vedere niente di tutto quello.

Si sentiva soffocare. Il peso di quelle parole, il significato nascosto dietro ogni ricordo, la manipolazione sottile che suo padre aveva esercitato su di lei per anni… Era troppo.

Si lasciò cadere sul letto senza nemmeno sistemarsi, il viso rivolto verso il soffitto. Gli occhi le bruciavano, ma si rifiutava di piangere. Non voleva dare a suo padre, o a chiunque altro, la soddisfazione di sapere quanto tutto ciò l’avesse colpita.

Chiuse gli occhi con forza, cercando di cancellare ogni pensiero, ogni domanda.

Doveva solo dormire. Almeno nel sonno, forse, sarebbe riuscita a trovare un po’ di pace.

Chapter 10: Un Rifugio Nel Caos

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Shinra aprì la porta di casa e si ritrovò davanti una scena familiare, ma sempre un po’ caotica. Gojo Satoru era sdraiato sul divano con gli occhiali da sole abbassati sul naso, mentre agitava una mano in aria con il solito sorriso divertito. Accanto a lui, Geto Suguru lo osservava con aria paziente, le braccia incrociate e un mezzo sorriso sulle labbra.

“Ben tornato, Shinra!” esclamò Gojo, sollevandosi a metà dal divano. “Ti sei divertito a scuola? Hai già fatto danni?”

Geto sospirò, scuotendo la testa. “Non dargli cattive idee, Satoru.” Poi rivolse a Shinra uno sguardo più serio. “Come è andata?”

Shinra si tolse la giacca e la lanciò distrattamente su una sedia. “Solito. Lezioni, allenamenti, missioni…” fece una pausa, poi aggiunse con un leggero sorriso, “E ho trovato qualcuno che mi intriga.”

Gojo spalancò un occhio, visibilmente divertito. “Ohhh? Qualcuno è riuscito ad attirare la tua attenzione? Questo è interessante!”

Geto lo osservò con un sopracciglio alzato. “Intriga in che senso?”

Shinra si limitò a incrociare le braccia e a guardare altrove, evitando di rispondere direttamente. “Vedremo.”

Gojo scoppiò a ridere e si alzò di scatto, mettendogli una mano sulla testa. “Spero che non gli renderai la vita troppo difficile… o forse sì?”

Shinra si liberò dalla sua presa e sbuffò. “Smettila, vecchio.”

“Vecchio?! Ma io sono nel fiore degli anni!” protestò Gojo, facendo finta di essere offeso mentre Geto sospirava di nuovo.

Shinra scosse la testa, ma dentro di sé non poté fare a meno di sentirsi… a casa.

Geto incrociò le braccia e fissò Shinra con uno sguardo curioso, ma al tempo stesso analitico. “E quindi? Chi sarebbe questo ragazzo che ti intriga tanto?”

Shinra sbuffò leggermente, sapendo che suo padre adottivo non avrebbe lasciato perdere così facilmente. “Non è niente di che, solo un mio compagno di classe.”

Gojo sorrise in modo malizioso. “Ohhh, solo un compagno di classe, eh? E allora perché Geto ha colto un certo… interesse nella tua voce?”

Shinra si massaggiò le tempie, cercando di non lasciarsi provocare. “Si chiama Kazuya. È forte e testardo. Uno di quei tipi che non si arrendono mai.”

Geto annuì, riflettendo su ciò che aveva appena sentito. “Mi sembra interessante. Dovresti invitarlo a pranzo un giorno, così possiamo conoscerlo meglio.”

Shinra spalancò gli occhi. “Cosa?! Ma non è necessario—”

“Ohhh sì che lo è!” esclamò Gojo, ridacchiando. “Voglio vedere chi è riuscito a farti perdere la testa.”

Shinra arrossì leggermente e si voltò di scatto. “Tsk, non ho perso la testa per nessuno.”

Geto lo guardò con un sorriso gentile. “Invitalo. Sarebbe bello conoscerlo.”

Shinra sospirò, rendendosi conto che non aveva scampo. “Ci penserò…” mormorò, cercando di nascondere il piccolo sorriso che gli si stava formando sulle labbra.

Shinra andò nella sua stanza e si sedette sul letto, le gambe incrociate, mentre le dita sfioravano lentamente i bordi delle cornici. Ogni foto era un pezzo del suo passato, ma alcune erano più dolorose di altre.

Il suo sguardo si fermò su un’immagine di lui da piccolo, sporco di terra e con gli occhi spenti. Ricordava fin troppo bene quei giorni…

Il Clan Zenin non lo aveva mai trattato come un membro vero e proprio. Lo picchiavano, lo costringevano ad allenarsi fino allo sfinimento, lo lasciavano dormire all’aperto, anche in pieno inverno, e gli davano da mangiare solo quando decidevano che lo meritasse. Gli avevano inculcato un’unica regola: non doveva mai dire a nessuno che era un Zenin.

Ma ciò che lo tormentava di più era l’assenza di risposte. Ogni volta che chiedeva dei suoi genitori, lo ignoravano o lo punivano con freddezza. Non esistevano foto, ricordi, nulla che dimostrasse la sua appartenenza al clan. Eppure, c’era qualcosa che non tornava…

Lui era mulatto. Nessuno degli Zenin lo era. Nessuno aveva la pelle più scura, i capelli ricci o gli occhi leggermente più chiari. Era diverso da loro in un modo che non poteva ignorare.

Stringendo i pugni, si morse il labbro. “Chi sono davvero i miei genitori?” si chiese tra sé e sé. Era una domanda che lo tormentava da anni, ma che ormai aveva imparato a seppellire.

Posò la foto e si stese sul letto, fissando il soffitto. Qualunque fosse la verità, non avrebbe permesso che il suo passato lo definisse. Lui non era più uno Zenin. Ora era Shinra Gojo. E questa era l’unica cosa che contava.

Shinra si addormentò lentamente, il suo corpo finalmente rilassato dopo una giornata intensa, ma la sua mente continuava a lavorare. Si lasciò andare nel sonno, e subito il sogno lo prese.

Si trovava di nuovo nel passato, in quel periodo oscuro della sua vita. Era ancora un bambino, ma ora si vedeva con occhi diversi. In quel sogno, si trovava in una delle numerose situazioni in cui gli Zenin lo maltrattavano. Era sul campo di addestramento, accanto ad altri bambini che lo guardavano con disprezzo, mentre lui combatteva per non soccombere sotto la violenza e l’abuso.

Ma qualcosa cambiò quella notte. Una ragazza del clan Gojo, una giovane che faceva parte di quella famiglia che lui non conosceva, si trovava nelle vicinanze. Era in pericolo, circondata da alcuni dei più grandi membri degli Zenin, che avevano intenzione di danneggiarla per qualche ragione misteriosa.

Shinra, in quel sogno, si sentì spinto da un’improvvisa forza interiore. Non poteva stare a guardare. La sua rabbia, la sua frustrazione e il suo desiderio di proteggere, tutto ciò che gli Zenin avevano cercato di soffocare, esplose in lui.

Il suo potere scaturì in modo violento. La sua energia e il suo spirito erano così potenti che in un attimo riuscì a fermare gli aggressori. Ogni mossa che faceva sembrava perfetta, ogni attacco una risposta istintiva al dolore che aveva vissuto. Il suo cuore batteva forte, ma non era paura, era determinazione.

Quando i membri del clan Gojo videro la sua forza e la sua abilità, rimasero sbalorditi. Quella notte, per la prima volta, Shinra non si sentì debole o indifeso. Gli Zenin, di fronte alla sua incredibile dimostrazione di potere, capirono che non era più loro. Non avevano più il controllo su di lui.

Il clan Gojo, riconoscendo il suo potenziale, decise di prenderlo sotto la loro ala. Shinra fu ceduto agli Gojo, ma questa volta non come schiavo, non come un oggetto. Fu accettato. E la sua vita cambiò drasticamente.

In quella nuova famiglia, con Satoru Gojo e Suguru Geto, Shinra trovò la pace. Non c’erano più punizioni, non c’era più solitudine. Gli Gojo gli insegnarono come essere se stesso, come usare il suo potere per proteggere chi amava e per rendere giustizia nel mondo. Lì, Shinra scoprì che il dolore e le cicatrici del passato non lo avrebbero mai definito, ma che era lui a scegliere chi sarebbe stato.

Il sogno svanì lentamente, ma Shinra si svegliò con una sensazione di forza e serenità. La sua mente e il suo cuore erano più chiari. Si alzò dal letto, pronto a fronteggiare qualsiasi cosa gli riservasse il futuro, consapevole che, qualunque cosa fosse accaduta, lui non sarebbe mai più stato quello di prima.

Shinra ci pensò per giorni. Ogni volta che ripensava agli sguardi malinconici di Kazuya, alle sue risposte evasive e ai lividi che a volte intravedeva sulla sua pelle, sentiva crescere dentro di sé una sensazione di frustrazione e impotenza.

Sapeva che c’era qualcosa che Kazuya non gli stava dicendo, qualcosa di oscuro che lo tormentava. E più ci pensava, più sentiva che doveva fare qualcosa. Alla fine, prese una decisione.

Una sera, quando la città era immersa nel silenzio e la luna illuminava appena le strade, Shinra uscì di casa. Si avvolse in un cappotto scuro e si mosse con agilità tra i tetti, evitando i posti di controllo. Sapeva di star infrangendo delle regole, ma non gli importava. Superò il muro che divideva il Giappone dalla stregoneria agli Hero, lasciandosi alle spalle la sicurezza della sua casa per inoltrarsi nel mondo degli Hero.

Dopo un’ora di viaggio furtivo, arrivò a destinazione: la casa di Kazuya.

Si fermò davanti alla finestra della sua stanza e bussò piano, sperando di non svegliare nessun altro. Dopo qualche istante, vide una figura muoversi nell’ombra e la finestra si aprì lentamente.

Kazuya lo guardò con occhi spenti, privi della solita sicurezza e arroganza che lo caratterizzavano. Ma la cosa che fece più infuriare Shinra furono i nuovi lividi sulla sua pelle.

Per un attimo, nessuno dei due parlò. Il vento freddo della notte soffiava piano, ma l’atmosfera tra loro era carica di emozioni.

“Kazuya…” mormorò Shinra, con una voce carica di tensione. “Che cazzo è successo?”

L’altro ragazzo abbassò lo sguardo, evitando il suo sguardo. “Nulla di nuovo.”

Quelle parole fecero stringere i pugni a Shinra.

“Vieni con me,” disse improvvisamente, deciso.

Kazuya sollevò lo sguardo, confuso. “Cosa?”

“Vieni con me,” ripeté Shinra, più fermo. “Non puoi restare qui.”

Kazuya sbuffò con un sorriso amaro. “E dove dovrei andare?”

“A casa mia.”

Ci fu un attimo di silenzio. Kazuya lo fissava, incredulo.

“Perché lo stai facendo?” chiese infine, con un filo di voce.

Shinra non esitò. “Perché qualcuno deve farlo.”

Kazuya rimase fermo, combattuto. Poi, dopo qualche secondo, abbassò lo sguardo e sussurrò:

“…Dammi cinque minuti.”

Shinra annuì. Sapeva di aver fatto la scelta giusta.

Kazuya dopo un po’ tornò e in braccio aveva il suo gatto.

Shinra incrociò le braccia, guardando Kazuya con un sopracciglio alzato. “Un gatto?” chiese, osservando il piccolo felino nero con una macchia bianca sul petto che Kazuya teneva tra le braccia.

Kazuya annuì con serietà. “Non vado da nessuna parte senza di lui.”

Shinra sospirò, ma un accenno di sorriso si formò sul suo volto. “Va bene, va bene. Ma muoviamoci prima che qualcuno ci scopra.”

Kazuya si mise lo zaino in spalla e strinse il gatto contro il petto, mentre Shinra si assicurava che la strada fosse libera. Con un rapido movimento, si arrampicarono entrambi fuori dalla finestra e si incamminarono silenziosamente nella notte.

Mentre viaggiavano, il gatto fece le fusa tra le braccia di Kazuya, e Shinra non poté fare a meno di lanciare un’occhiata al suo amico. C’era qualcosa di diverso in lui in quel momento. Forse perché per la prima volta non sembrava solo, ma accompagnato da qualcosa che gli dava conforto.

Shinra fece un piccolo sorriso e continuò a guidarlo verso casa sua.

Shinra guidò Kazuya attraverso la casa silenziosa, illuminata solo dalla luce soffusa delle lampade notturne. L’interno era spazioso e ben arredato, con un mix di elementi tradizionali e moderni. Kazuya osservò con curiosità i dettagli: scaffali pieni di libri sulla stregoneria, pergamene appese alle pareti e qualche foto incorniciata di Shinra con due uomini che dovevano essere i suoi genitori adottivi.

Dopo aver fatto sistemare lo zaino vicino alla porta, Shinra si voltò verso di lui con un’aria decisa. “Dormiremo insieme per ora,” dichiarò, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Kazuya lo fissò con un’espressione sorpresa. “Aspetta, cosa?” strinse il suo gatto tra le braccia, quasi fosse un’ancora di salvezza.

Shinra incrociò le braccia e sbuffò. “Non ho una stanza per gli ospiti pronta e, onestamente, non mi fido a lasciarti da solo dopo quello che ho visto.” Il suo sguardo si abbassò per un istante sui lividi che Kazuya cercava di nascondere sotto le maniche.

Kazuya distolse lo sguardo, il viso si incupì. “Tsk, come se me ne fregasse qualcosa.”

Shinra lo ignorò e si avviò verso la sua stanza, lasciando la porta aperta per fargli capire che doveva seguirlo. Kazuya entrò, ancora un po’ incerto. La camera era grande, con un ampio letto a due piazze e una finestra che dava su un giardino immerso nell’oscurità della notte. Il vento muoveva leggermente le tende, lasciando filtrare la luce argentea della luna.

Shinra si avvicinò al letto e si tolse la felpa con un gesto distratto. “Puoi stare dalla mia parte del letto, ma se provi qualcosa di strano, ti butto giù.” Sorrise con aria divertita mentre lanciava la felpa su una sedia.

Kazuya lo guardò con un’espressione tra il divertito e l’infastidito. “Pff, come se fossi io quello che ci prova.” Sospirò e si lasciò cadere sul letto, facendo spazio al suo gatto, che si acciambellò accanto a lui facendo le fusa.

Shinra si infilò sotto le coperte e lo osservò per un momento con il solito sorrisetto sornione. “Vedremo…”

Il silenzio avvolse la stanza. L’unico suono era il respiro regolare del gatto e il fruscio delle lenzuola mentre Kazuya si girava, cercando di trovare una posizione comoda. Nonostante tutto, per la prima volta da tanto tempo, si sentiva stranamente al sicuro.

Kazuya sentì un movimento dietro di sé, il materasso affondò leggermente quando Shinra si avvicinò. Un attimo dopo, sentì il calore del suo corpo contro la schiena e un paio di braccia avvolgerlo con fermezza.

“Shinra… che diavolo stai facendo?” borbottò Kazuya, irrigidendosi per l’improvvisa vicinanza.

Shinra non rispose subito. Il suo respiro era calmo e regolare, quasi come se fosse sul punto di addormentarsi. “Stai fermo… sei caldo,” mormorò infine, stringendolo un po’ di più, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Kazuya sentì il viso scaldarsi. “Non sono un dannato cuscino, lasciami andare.” Cercò di divincolarsi, ma Shinra lo trattenne con più forza.

“Shh…” sospirò l’altro, con un sorrisetto che Kazuya poteva quasi percepire. “Non fare storie. Dormi.”

Kazuya strinse i denti, il cuore che batteva più forte del normale. Aveva voglia di scaldare il suo corpo con il fuoco per costringere Shinra a mollare la presa, ma una parte di lui esitava. Alla fine, sbuffò e chiuse gli occhi.

“…Se ti muovi troppo, ti do fuoco.”

Shinra ridacchiò piano. “Vedremo chi cede per primo…”

Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dal respiro lento di entrambi e dal suono delle fusa del gatto ai piedi del letto.

 

Kazuya si sentiva fuori posto mentre scendeva le scale insieme a Shinra. La casa era grande, elegante, ma aveva un’atmosfera accogliente che lo metteva leggermente a disagio. Non era abituato a quel tipo di calore familiare.

Appena entrarono nella sala da pranzo, trovarono Gojo e Geto seduti al tavolo, intenti a sorseggiare il caffè. Entrambi alzarono lo sguardo verso di loro, e le loro espressioni passarono rapidamente dalla normale curiosità allo stupore.

“Kazuya, giusto?” disse Gojo, abbassando la tazza con un sorriso sornione. “Non mi aspettavo un ospite a sorpresa, Shinra. Ti sei dato alla carriera di rapitore?”

Shinra sbuffò e si lasciò cadere su una sedia. “Ha bisogno di un posto sicuro per un po’. Non è un problema, vero?”

Gojo e Geto si scambiarono un’occhiata veloce, poi Geto si alzò dalla sedia e si avvicinò a Kazuya, che era rimasto fermo, in silenzio, con le mani affondate nelle tasche della felpa.

“Quindi tu sei Kazuya, eh?” disse Geto con voce calma, scrutandolo con interesse. “Shinra non porta spesso persone a casa, quindi devo dire che sei una sorpresa. Raccontami un po’ di te.”

Kazuya si irrigidì leggermente, non era abituato a ricevere attenzioni del genere. Era sempre stato visto come “il figlio di Dabi”, “il problema”, “quello da cui stare attenti”. Invece, Geto sembrava sinceramente interessato a conoscerlo.

“…Non c’è molto da dire,” rispose infine, distogliendo lo sguardo.

Geto sorrise con comprensione. “Oh, vedrai che lo scopriremo comunque. Qui non scappano molte cose ai nostri occhi.”

Gojo ridacchiò. “Oh, mi piace già. Scommetto che sotto quell’atteggiamento da duro c’è un ragazzo adorabile.”

Kazuya lo fulminò con lo sguardo, ma Shinra ridacchiò. “No, fidati, è un bastardo dentro e fuori.”

“Vaffanculo,” borbottò Kazuya, tirandogli una gomitata sul fianco.

Gojo e Geto risero, mentre Shinra si massaggiava il fianco con una smorfia divertita. “Dai, sedetevi e mangiate,” disse Geto, tornando al suo posto.

Kazuya esitò per un istante, ma poi si sedette accanto a Shinra. Non era sicuro di cosa avrebbe comportato stare lì, ma per la prima volta da tanto tempo, sentì di poter abbassare un po’ la guardia.

Mentre Kazuya fissava il piatto davanti a sé, sentì all’improvviso una pressione sulla coscia. La mano di Shinra si era posata lì con naturalezza, ma quando le sue dita si strinsero leggermente sulla sua gamba, un brivido gli percorse la schiena.

Non era un gesto aggressivo, né troppo evidente. Sembrava più un segno di conforto, come se Shinra volesse dirgli senza parole che andava tutto bene, che non era solo. Ma Kazuya non sapeva come reagire.

Il suo istinto gli diceva di allontanarlo, di togliere la gamba o di dargli una spinta per creare distanza. Eppure, non lo fece. Rimase lì, con lo sguardo basso, concentrandosi sul cibo nel piatto, anche se la sua fame era ormai svanita.

Geto notò il suo atteggiamento e inclinò leggermente la testa. “Non ti piace la colazione? Possiamo prepararti qualcos’altro.”

Kazuya scosse la testa rapidamente. “No… va bene così.”

Gojo sollevò un sopracciglio, ma non commentò. Shinra, invece, continuò a tenere la sua presa, senza allentare la presa sulla coscia di Kazuya. Sembrava quasi voler testare la sua reazione, aspettare un suo movimento.

Kazuya sentiva il calore della mano di Shinra attraverso il tessuto della tuta. Il suo cuore batteva un po’ più veloce, ma non diede segno di nulla. Semplicemente, rimase in silenzio e si costrinse a mandare giù qualche boccone, anche se il cibo gli sembrava insapore.

Gojo lo osservò con attenzione, poggiando il gomito sul tavolo e sostenendo il mento con la mano. I suoi occhi celesti scintillavano di curiosità e preoccupazione.

“Ehi, ragazzino,” disse con un tono più leggero del necessario, ma con uno sguardo che non ammetteva bugie. “Perché non mangi? E, più importante, perché sei così magro?”

Kazuya si bloccò, stringendo le bacchette tra le dita. Sentì la presa di Shinra sulla sua coscia farsi più leggera, come se volesse rassicurarlo.

“Non ho molta fame,” rispose a voce bassa, senza alzare lo sguardo.

“Non sembra solo una questione di fame,” intervenne Geto, incrociando le braccia. “Da quanto tempo non mangi bene?”

Kazuya si irrigidì. La verità era che non ricordava l’ultima volta che aveva fatto un pasto abbondante senza il timore di essere interrotto, senza doversi guardare alle spalle. Ma non voleva parlarne.

“Sto bene,” mentì.

Shinra, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, sbuffò e lo guardò di lato. “Non dire cavolate. Hai perso peso rispetto all’ultima volta che ti ho visto senza maglietta.”

Kazuya arrossì leggermente, ma si costrinse a rimanere impassibile.

Gojo lo fissò per qualche secondo, poi si alzò all’improvviso e si stiracchiò. “Va bene, allora. Se non vuoi parlare, non ti forzeremo. Ma ti avverto, da oggi in poi mangerai regolarmente. Shinra, assicurati che non salti i pasti.”

Shinra annuì senza esitazione. “Ci penso io.”

Kazuya abbassò la testa, sapendo di non avere scampo. Non era abituato a questo tipo di attenzione, e non sapeva se gli faceva piacere o lo metteva a disagio. Ma quando Shinra rilasciò la presa sulla sua coscia e, con un gesto casuale, gli mise un pezzo di pane nel piatto, capì che almeno una persona era dalla sua parte.

Geto sorrise con un’aria nostalgica, appoggiandosi allo schienale della sedia. Osservò Shinra e Kazuya per qualche secondo, poi si girò verso Gojo con un sorrisetto divertito.

“Non ti sembra di rivedere noi due da giovani?” commentò con un tono leggero, ma con un velo di malinconia.

Gojo alzò un sopracciglio, incrociando le braccia. “Oh? Intendi dire che Shinra è il bello e carismatico del duo e Kazuya è quello sempre imbronciato e introverso?”

Kazuya sbuffò e abbassò lo sguardo sul suo piatto, mentre Shinra sorrise in modo provocatorio. “Sei sicuro che non sia il contrario?”

Geto rise piano, scuotendo la testa. “No, intendo dire il modo in cui stanno sempre insieme. Uno trascina l’altro nei guai, ma alla fine si proteggono a vicenda. Un po’ come noi due ai tempi quando frequentavamo la scuola per gli stregoni.”

Gojo fece finta di rifletterci, poi annuì con un sorriso. “Mmh, potrebbe essere. Anche se dubito che loro finiranno per scatenare il caos come noi.”

Shinra si appoggiò al tavolo con un sorriso di sfida. “Non sottovalutarci, Gojo-sensei. Potremmo sorprenderti.”

Kazuya lo guardò di sbieco, sospirando. “Non so se prenderlo come un complimento o una minaccia.”

Geto sorrise con dolcezza. “Qualunque cosa sia, sono sicuro che non vi annoierete mai.”

Il discorso riportò un po’ di leggerezza nell’aria, facendo svanire la tensione. Anche Kazuya, nonostante tutto, sentì un leggero calore nel petto. Forse, per la prima volta da tanto tempo, era in un posto dove non doveva stare sempre sulla difensiva.

Gojo, come sempre, non perse occasione per fare una battuta, e il suo sorriso malizioso non fece altro che intensificare l’atmosfera di divertimento. Mentre continuava a fissare Shinra e Kazuya con un sorriso troppo amichevole, si lasciò scappare una battuta.

“Eh, ragazzi, non pensavo che vi sarebbe capitato di trovare l’anima gemella così presto!” disse Gojo, lanciando uno sguardo scherzoso verso Kazuya, che stava abbassando lo sguardo e cercava di sembrare invisibile. “Siete proprio una bella coppia di fidanzati, eh? Ho sempre detto che Shinra avrebbe trovato qualcuno che lo seguisse in ogni sua follia.”

Shinra non poté fare a meno di ridere, facendo una smorfia mentre si accingeva a dare una risposta. “Ma che stai dicendo, Gojo? Non siamo fidanzati!”

Kazuya, arrossendo visibilmente, alzò gli occhi per un attimo, cercando di smentire la battuta in modo brusco, ma le parole gli rimasero in gola. Non sapeva nemmeno se rispondere o fare finta di niente. “Non siamo una… una coppia,” mormorò, ma la sua voce tremava un po’ mentre cercava di distrarsi continuando a mangiare poco.

Geto, divertito dalla scena, osservò entrambi con una risata soffocata. “Oh, dai Gojo, smettila di prendere in giro i ragazzi. Non possiamo forzarli ad ammettere una cosa che probabilmente nemmeno loro stessi capiscono ancora.”

Gojo alzò le mani in segno di resa, ridendo sotto i baffi. “Va bene, va bene, avete ragione. Ma ammettetelo, sembrate una bella coppia di ragazzi in cerca di avventure insieme. E io non so perché, ma li vedo davvero bene. Come due… eroi.”

Kazuya alzò lo sguardo, per un attimo incontrando gli occhi di Shinra, che sembrava altrettanto imbarazzato. In quel breve istante, Kazuya sentì un’improvvisa ondata di calore salire al volto. Avrebbe voluto fare una battuta per mascherare la sua confusione, ma non riusciva a trovare le parole giuste.

Shinra, percependo l’imbarazzo, cambiò subito argomento. “Sì, vabbè, basta così. Mi sembra che ci sia un po’ troppo entusiasmo oggi. Non è che possiamo avere una colazione tranquilla senza che ci si metta a fare pettegolezzi su di noi?”

Gojo, sempre con il sorriso sulle labbra, si appoggiò alla sedia, guardandoli con un’aria di sfida, ma anche divertita. “Beh, almeno avete una storia interessante da raccontare quando vi chiedono come vi siete conosciuti. Niente male, ragazzi, niente male.”

Kazuya cercò di concentrarsi sul suo piatto, sentendo un leggero imbarazzo crescere. Quello che sarebbe dovuto essere un normale incontro con i genitori adottivi di Shinra si era trasformato in qualcosa che non si aspettava. Eppure, c’era qualcosa di confortante nel modo in cui Shinra stava reagendo, cercando di cambiare argomento, quasi come se volesse proteggere lui da quelle parole.

La conversazione continuò, ma per Kazuya era difficile non pensare a quelle battute. E, più ci pensava, più si rendeva conto che, in un qualche modo, non gli dispiaceva affatto che Shinra si stesse preoccupando per lui.

Gojo, con un sorriso malizioso, non riuscì a resistere. Continuando a guardare Shinra e Kazuya con un’espressione che sapeva essere troppo divertente, iniziò a fare la sua solita serie di battute, questa volta non lasciando nessuno dei due fuori dal suo mirino.

“Dai, su! Vi vedo entrambi imbarazzati… perché non vi scambiate un bel bacio?” disse Gojo, ridendo sotto i baffi. “Sarà divertente, lo giuro! Avete fatto tanta strada insieme, non c’è motivo di nascondersi!”

Shinra si bloccò, gli occhi che si spalancarono leggermente, mentre un’ondata di rosso saliva sul suo viso. “Gojo, smettila… non è il momento!” cercò di rispondere, cercando di sembrare serio, ma la sua voce tradiva il suo imbarazzo.

Kazuya, che era seduto al tavolo cercando di non sembrare più nervoso di quanto già fosse, sentiva il calore aumentare nel suo viso. L’imbarazzo era quasi insopportabile, e sebbene non fosse d’accordo con la battuta di Gojo, qualcosa dentro di lui cominciava a dargli fastidio… un fastidio che non riusciva a identificare del tutto.

“Ma dai!” continuò Gojo, ridendo e facendo un cenno con la mano, come se fosse un’idea incredibile. “Lo dico per il bene della vostra relazione! Un bacio dimostra tutto, no? La vostra connessione è così forte, che fare un passo in più non cambierà nulla… Anzi, sono sicuro che sarà un successo!”

Shinra si strinse nelle spalle, cercando di ignorare le parole di Gojo, ma il suo viso tradiva quanto fosse imbarazzato dalla situazione. “Gojo, basta! È troppo… non possiamo fare una colazione normale senza che tu inizi a fare battute su di noi.”

Kazuya, che non riusciva nemmeno a guardarlo più, si alzò rapidamente dalla sedia e cercò di scappare dalla situazione. “Io… io devo andare,” mormorò, cercando di allontanarsi dalla scena.

Gojo, però, non si diede per vinto. “Ehi, ma che succede? Non vi va davvero di farlo?” continuò a provocare, quasi come se fosse una sfida per lui. “Siete due eroi in crescita, non si può evitare un momento del genere!”

Shinra, con il volto che ormai sembrava un pomodoro, si alzò e si avvicinò a Kazuya, fermandolo gentilmente. “Non ascoltarlo,” disse, cercando di sdrammatizzare. “Gojo si sta solo divertendo. Non devi prendere sul serio quello che dice.”

Kazuya, che ora aveva gli occhi abbassati e non sapeva più dove mettersi, sentiva il cuore battere forte. “Non so cosa dire,” mormorò, cercando di allontanarsi dall’imbarazzo crescente. “Non è facile essere al centro di tutto questo…”

Gojo guardò i due ragazzi con un sorriso, finalmente smettendo di fare battute. “Va bene, va bene… tranquilli, ragazzi. Ma non è stato divertente vedere la vostra reazione?” fece con un altro sorriso scherzoso, prima di alzarsi e cambiare argomento. “Comunque, basta chiacchiere. Mangiate, che la giornata ci aspetta!”

L’atmosfera, anche se ancora tesa, sembrava finalmente alleggerirsi. Kazuya, cercando di riprendersi dalla scena, si sedette di nuovo e cercò di mangiare, ma il suo cuore batteva ancora forte. Non riusciva a smettere di pensare a come le parole di Gojo lo avessero fatto sentire.

Shinra lo guardò per un momento, incerto su cosa dire. “Ehi, non devi preoccuparti. Non è successo niente. Sta solo facendo il suo solito…” cercò di rassicurarlo, ma Kazuya si sentiva come se avesse appena fatto una grande rivelazione a se stesso, anche se non riusciva a spiegare perché.

La conversazione continuò, ma entrambi rimasero leggermente distanti, immersi nei loro pensieri. Nonostante l’umorismo di Gojo, qualcosa era cambiato tra loro, ed entrambi sapevano che non avrebbero potuto ignorare completamente quella sensazione che stava crescendo.

 

Shinra, ancora con un sorriso sulle labbra, ma con un’espressione che tradiva una certa apprensione, si avvicinò a Kazuya. La scena di poco prima aveva lasciato un po’ di imbarazzo, ma ora che erano finalmente soli, sembrava il momento giusto per sistemare un po’ le cose.

“Vieni, andiamo nella tua stanza,” disse Shinra, cercando di mantenere il tono leggero, anche se il suo volto tradiva una piccola scintilla di preoccupazione. “Spero che non ti abbia troppo infastidito Gojo… è sempre così.”

Kazuya lo seguì, ma il suo passo era lento, come se stesse ancora processando le parole e le battute di Gojo. Era come se quella breve conversazione avesse risvegliato delle emozioni che non sapeva come gestire. Shinra notò il silenzio che lo circondava e si preoccupò un po’.

Arrivati alla stanza di Kazuya, Shinra aprì la porta e lo fece entrare. La stanza era semplice, ma accogliente. “Ecco, sentiti a casa,” disse Shinra, chiudendo delicatamente la porta dietro di sé. “Non devi preoccuparti di niente. Se ti senti a disagio o vuoi parlare, sono qui.”

Kazuya si sedette sul letto, guardando il pavimento. “Non mi aspettavo che andasse così,” disse, il tono della sua voce un po’ più basso del solito. “Gojo fa sempre battute del genere, ma oggi… mi ha fatto sentire strano.”

Shinra si sedette accanto a lui, cercando di non invadere troppo il suo spazio. “Capisco,” rispose con un sorriso gentile. “Ma non devi prendertela troppo. Gojo ama fare battute per scherzare, ma non voleva farti sentire a disagio. È solo… il suo modo di fare.”

Kazuya lo guardò finalmente negli occhi, anche se non riusciva a evitare di arrossire un po’. “Non è che… io sono strano, vero? Voglio dire, è solo che non mi piace quando mi mettono sotto i riflettori, soprattutto in situazioni come quella.”

Shinra lo guardò con attenzione, cercando di capire meglio cosa stava cercando di esprimere. “Non sei strano, Kazuya. È solo che non sei abituato a essere trattato in quel modo. Gojo è un po’… esagerato, ma nessuno ti costringe a fare nulla. Quello che pensi e quello che provi conta più di qualsiasi battuta.”

Kazuya annuì lentamente, sentendo una certa tranquillità nel tono di Shinra. La sua presenza sembrava rassicurante. “Grazie,” mormorò, il suo cuore che batteva leggermente più forte. “Non sono abituato a queste cose… non sono abituato a ricevere così tanta attenzione.”

Shinra lo guardò, un sorriso sereno che si dipingeva sul suo volto. “Non preoccuparti, è normale. Sei una persona importante, Kazuya. Non devi nasconderti o sentirti inadeguato.”

Ci fu un lungo momento di silenzio, mentre entrambi si lasciavano avvolgere dalla calma. La tensione che era nell’aria poco prima sembrava essersi dissolta, ma Kazuya non riusciva a smettere di pensare alla battuta di Gojo. Sentiva una certa inquietudine dentro di sé, una sensazione che non riusciva a spiegare, ma che ora sembrava crescere ogni volta che Shinra lo guardava con quel sorriso affettuoso.

“Shinra…” iniziò a dire, ma poi esitò, come se non sapesse come esprimere davvero quello che stava provando. “Non sono sicuro di come affrontare tutto questo… tutto questo legame che c’è tra noi.”

Shinra si avvicinò un po’, ma mantenne una distanza rispettosa. “Non devi avere paura di quello che provi, Kazuya. Noi siamo qui per imparare a conoscerci, passo dopo passo. Non c’è fretta, e non ci sono aspettative. Basta essere te stesso.”

Kazuya non rispose subito, ma il suo respiro divenne un po’ più profondo. Per un attimo, si permise di lasciarsi andare, di rilassarsi. Sapeva che Shinra era sincero, e che non c’era bisogno di forzare nulla. Ma dentro di lui, qualcosa stava cambiando, e non sapeva ancora come affrontarlo.

La stanza era immersa in un silenzio pacifico, e per la prima volta da quando era arrivato lì, Kazuya si sentiva meno solo.

Shinra e Kazuya si guardarono negli occhi, il cuore che batteva forte, un momento di silenzio carico di emozioni non dette. Entrambi sembravano esitanti, come se stessero cercando di capire se fosse il momento giusto. Poi, senza più parole, Shinra si avvicinò lentamente e posò le labbra su quelle di Kazuya. Il bacio fu inizialmente timido, ma man mano che entrambi si rilassarono, la passione cresceva delicatamente, come una scintilla che si trasforma in una fiamma.

Kazuya, sorpreso dal gesto, si perse nel momento, sentendo una sensazione che non aveva mai provato prima. Non c’era fretta, solo il desiderio di stare insieme in quel piccolo, intimo istante. Il bacio divenne un’espressione di tutto ciò che non era stato detto prima, una connessione che andava oltre le parole.

Quando finalmente si separarono, entrambi rimasero in silenzio, come se cercassero di mettere a fuoco le proprie emozioni. Shinra sorrise leggermente, mentre Kazuya abbassava lo sguardo, cercando di comprendere la confusione che aveva nel cuore.

“Non è stato così terribile, vero?” disse Shinra con un tono leggero, cercando di stemperare la tensione.

Kazuya alzò gli occhi, un sorriso timido comparve sulle sue labbra. “No… non lo è stato.”

Kazuya, sentendo il cuore battere forte nel petto, si avvicinò di nuovo a Shinra, quasi come se fosse stato tirato da un’irresistibile forza. Gli occhi di Shinra, sorpresi, incontrarono i suoi, ma stavolta non c’era esitazione. Kazuya, con un respiro più profondo, chiuse la distanza tra di loro, posando delicatamente le sue labbra su quelle di Shinra.

Fu un bacio più deciso, ma altrettanto dolce. Kazuya sentì il calore di Shinra, la sua presenza rassicurante, e si lasciò andare, scoprendo una sensazione che non riusciva a spiegare. Non c’era più spazio per le incertezze, solo il desiderio di quel momento condiviso.

Shinra, inizialmente sorpreso, ricambiò con la stessa passione, afferrando il momento con naturalezza, come se fosse sempre stato lì, ad aspettarli entrambi. Il bacio si fece più intenso, ma sempre rispettoso, come se stessero esplorando un nuovo capitolo della loro storia.

Quando finalmente si separarono, entrambi rimasero in silenzio, i respiri ancora accelerati. I loro occhi si cercavano, un’intensa connessione che non aveva bisogno di parole. Kazuya sorrise, timidamente, ma con un calore che non aveva mai provato prima.

“Non pensavo che… sarebbe andata così,” mormorò Kazuya, cercando di spezzare il silenzio.

Shinra gli sorrise, un sorriso che aveva qualcosa di rassicurante e anche di complice. “Nemmeno io,” rispose, “Ma penso che sia andata esattamente come doveva andare.”

Shinra si allungò sul letto, lasciando che Kazuya si appoggiasse a lui. La sua presenza rassicurante avvolse Kazuya, che si sentì per un momento sollevato da tutte le preoccupazioni che lo tormentavano da tempo. Shinra, con un sorriso tranquillo, iniziò a coccolarlo delicatamente, passandogli una mano tra i capelli.

“Sei al sicuro qui,” disse Shinra, la sua voce calda e rassicurante. “Non c’è bisogno di preoccuparti.”

Kazuya, sentendo quel supporto, chiuse gli occhi e si lasciò andare al conforto che gli veniva offerto. Non era abituato a ricevere tanto affetto, ma sentiva che, in quel momento, era proprio ciò di cui aveva bisogno.

“Grazie, Shinra,” mormorò Kazuya, cercando di respingere l’imbarazzo che cresceva in lui. “Non so cosa farei senza di te.”

Shinra sorrise ancora di più, stringendolo un po’ più vicino. “Non devi fare niente, Kazuya.”

Passò un po’ di tempo, e Kazuya, dopo essersi fatto una doccia, prese una delle maglie di Shinra senza pensarci troppo. La stoffa era morbida e profumava leggermente del suo odore. Scivolava un po’ larga sulle sue spalle, e il bordo gli arrivava giusto sopra ai pantaloncini.

Quando Shinra lo vide così, si bloccò per un attimo. Non era abituato a vedere Kazuya in qualcosa di suo, e per qualche motivo, l’immagine gli fece salire il calore al viso.

Kazuya si accorse dello sguardo di Shinra e inclinò la testa, confuso. “Che c’è?” chiese con naturalezza.

Shinra distolse subito lo sguardo e si schiarì la gola. “Niente… è solo che…” fece una pausa, cercando di non sembrare nervoso.

Kazuya si avvicinò e lo guardò con un sorriso leggero. “Comunque, grazie per tutto. Davvero,” disse con sincerità.

Shinra sentì il suo cuore battere più forte. Era raro che Kazuya esprimesse così apertamente la sua gratitudine, e vederlo lì, con la sua maglia, con quell’aria rilassata, lo fece arrossire ancora di più.

“Non c’è di che,” rispose, cercando di sembrare disinvolto, ma il rossore sul viso lo tradiva.

Kazuya rise piano, trovandolo stranamente adorabile. “Sei tutto rosso, Shinra,” lo prese in giro con un sorriso divertito.

Shinra sbuffò, girandosi dall’altra parte. “T-tu stai zitto,” borbottò, mentre Kazuya rideva ancora più forte.

Kazuya si avvicinò di soppiatto dietro Shinra, un sorrisetto malizioso sulle labbra. Senza dire nulla, gli cinse la vita con le braccia e poggiò la fronte contro la sua schiena, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto della maglietta.

“Allora, perché sei così rosso, eh?” chiese con tono divertito.

Shinra si irrigidì all’istante. “Oi, che diavolo stai facendo?” sbottò, abbassando lo sguardo per vedere la testa di Kazuya contro di lui.

Kazuya rise piano, stringendolo un po’ di più. “Solo controllando se sei ancora vivo,” scherzò. “Ti sei bloccato appena ti ho ringraziato prima.”

Shinra sospirò, portandosi una mano sulla fronte. “Sei incredibile…”

“Lo so,” rispose Kazuya con un sorrisetto soddisfatto.

Shinra si girò leggermente per guardarlo dall’alto, con un sopracciglio alzato. “Se continui così, te la farò pagare.”

Kazuya lo fissò con un lampo di sfida negli occhi. “Oh? Mi fai paura?”

Shinra accennò un sorriso pericoloso. “Dovresti.”

Kazuya sbuffò e si scostò ridacchiando. “Vedremo, vedremo.”

Shinra lo osservò per un attimo, poi scosse la testa con un sorriso appena accennato. “Sei proprio testardo.”

“E tu sei troppo serio,” ribatté Kazuya. “Ogni tanto dovresti divertirti.”

Shinra incrociò le braccia. “Oh, non preoccuparti. Mi divertirò a vedere la tua faccia quando sarai tu quello in difficoltà.”

Kazuya gli lanciò uno sguardo curioso. “Ah sì? Vedremo chi avrà la meglio.”

Shinra si voltò verso Kazuya e, senza pensarci troppo, gli prese la mano. “Andiamo a mangiare prima che Gojo decida di venire a cercarci,” disse con un sospiro.

Kazuya lo guardò sorpreso, ma poi sorrise leggermente e intrecciò le dita con le sue. “Va bene, guida tu,” rispose, seguendolo mentre scendevano insieme.

Arrivati in cucina, trovarono Satoru e Suguru che scherzavano tra loro, ridendo e scambiandosi un bacio senza troppi problemi.

Shinra sospirò, visibilmente rassegnato. “Avrei dovuto immaginarlo.”

Kazuya, invece, osservò la scena con un sorrisetto divertito. “Wow, almeno loro non si fanno problemi a mostrare affetto,” commentò, lasciando andare la mano di Shinra per sedersi.

Gojo si voltò verso di loro con un sorriso luminoso. “Ohhh, finalmente siete scesi! Avete fatto i piccioncini per abbastanza tempo?” chiese con tono malizioso.

Shinra si passò una mano sul viso. “Possiamo mangiare senza commenti inutili?”

Gojo ridacchiò e si sedette di fronte a loro. “Sapete, vedervi mano nella mano è stato adorabile.”

Kazuya si appoggiò con il gomito sul tavolo e lo guardò con aria divertita. “Quindi anche voi due siete come noi?”

Gojo gli fece l’occhiolino. “Siamo molto più avanti di voi, ragazzino.”

Shinra lanciò un’occhiata a Geto, che sorrideva con aria serena. “Non ascoltarlo troppo, Kazuya, o ti farà il lavaggio del cervello.”

Kazuya rise piano e iniziò a mangiare. “In realtà mi diverto a sentirlo parlare.”

Shinra sbuffò, ma sotto sotto era felice di vedere Kazuya più a suo agio. Anche se sapeva che con Gojo nei paraggi non avrebbe mai avuto pace.

Mentre stavano mangiando, Geto si appoggiò con il gomito sul tavolo e guardò Shinra e Kazuya con un sorrisetto furbo.

“Allora, ragazzi… ora siete ufficialmente fidanzati?” chiese con tono casuale, ma con evidente curiosità.

Kazuya, che stava bevendo, si strozzò leggermente e posò il bicchiere di fretta. “C-Come?” chiese con gli occhi spalancati.

Shinra sospirò, passandosi una mano sul viso. “Suguru, non iniziare anche tu…”

Gojo scoppiò a ridere, battendo una mano sul tavolo. “Oh, questa sì che è una bella domanda! Dai, rispondete! Siete una coppia ufficiale o dobbiamo continuare a fare il tifo?”

Kazuya distolse lo sguardo, leggermente arrossito. “Io… non lo so,” ammise, giocando con la forchetta tra le dita.

Shinra lo osservò di lato, poi si voltò verso Geto con un sorriso sornione. “Direi che è ancora presto per le etichette, ma…” fece una breve pausa, posando una mano sulla coscia di Kazuya sotto il tavolo, “qualcosa c’è.”

Kazuya sentì il contatto e abbassò lo sguardo, cercando di nascondere un sorriso imbarazzato.

Gojo sospirò drammaticamente. “Che risposta noiosa! Io e Suguru alla vostra età già ci baciavamo senza problemi!”

Shinra alzò un sopracciglio. “Non dubito che tu sia sempre stato sfacciato.”

Geto ridacchiò e si appoggiò alla sedia. “Va bene, va bene, vi lasciamo respirare. Ma vi terremo d’occhio.”

Kazuya scosse la testa e continuò a mangiare, mentre Shinra gli lanciava un’occhiata divertita. Anche se non avevano ancora messo un nome a ciò che provavano, sapevano entrambi che qualcosa stava crescendo tra loro.

Chapter 11: L'Ombra Della Frustazione

Chapter Text

Le giornate estive erano soffocanti, il sole batteva forte contro le finestre della grande casa degli Hayashida, ma all’interno l’atmosfera era ancora più pesante. Masako si trovava seduta nel salotto, cercando di attirare l’attenzione della sua famiglia. Parlava, cercava di condividere qualcosa della sua giornata, ma ogni volta le sue parole sembravano disperdersi nell’aria, senza mai ricevere risposta.

Suo padre era immerso nei documenti di lavoro, sua madre parlava al telefono con tono freddo e distante, e suo fratello, seduto dall’altro lato della stanza, la ignorava volutamente, fingendo di non averla nemmeno sentita.

Masako si morse il labbro, cercando di trattenere l’irritazione. Da sempre, suo fratello minore aveva un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Non si trattava solo di una rivalità tra fratelli, ma di qualcosa di più profondo: un odio silenzioso e costante. Per lui, Masako era un ostacolo, un peso, qualcuno che non avrebbe mai dovuto esistere.

Eppure, Masako gli voleva bene. Nonostante tutto.

Si ricordava di quando erano più piccoli, di quando giocavano insieme nel giardino di casa, prima che le cose cambiassero. Prima che il rancore prendesse il sopravvento. Non sapeva esattamente quando fosse successo, quando il fratello avesse iniziato a guardarla con quel disprezzo, ma una parte di lei sperava ancora che, un giorno, le cose potessero tornare come prima.

"Lascia perdere, tanto non ascoltano mai." pensò tra sé e sé, mentre si alzava dalla sedia con un sospiro frustrato.

Salì rapidamente le scale, ignorando lo sguardo freddo del fratello che la seguiva fino a quando non scomparve nel corridoio. Appena entrata nella sua stanza, chiuse la porta con un gesto deciso e si lasciò cadere sul letto, stringendo il lenzuolo con le mani.

La frustrazione le bruciava dentro. Non importava quanto si sforzasse, quanto cercasse di essere vista o ascoltata: per la sua famiglia, lei era sempre stata solo un’ombra.

Sdraiata sul letto, Masako lasciò che i ricordi della sua infanzia riaffiorassero, come onde che si infrangevano senza sosta nella sua mente. Fin da piccola, le era stato ripetuto che era un fallimento. I suoi genitori non lo dicevano apertamente, ma lo lasciavano intendere in ogni loro gesto, in ogni sguardo deluso, in ogni confronto con chiunque fosse migliore di lei.

Era nata sotto una cattiva stella, dicevano. Un presagio di sfortuna per la famiglia Hayashida. Non eccelleva a livello accademico, e per i suoi genitori, entrambi brillanti fisici laureati nelle migliori università, questo era inaccettabile. La conoscenza scientifica e la logica erano tutto per loro, e lei… lei non era all’altezza.

Masako, però, aveva altre doti. Era incredibilmente brava nella retorica: sapeva usare le parole con una precisione chirurgica, riusciva a convincere e a manipolare con naturalezza, e possedeva una memoria fotografica eccezionale. Ma ai suoi genitori non importava. Quelle non erano qualità che ritenevano degne di nota.

La loro vera ossessione era un’altra: la competizione con la famiglia Ishimura.

Da sempre, gli Hayashida e gli Ishimura erano in guerra silenziosa, sfidandosi in ogni ambito possibile. Per questo, Masako era stata costretta a partecipare a tutti i concorsi ai quali prendeva parte Tomoko Ishimura. Matematica, scienze, logica… ogni competizione diventava una battaglia, ma il risultato era sempre lo stesso: Masako perdeva, Tomoko vinceva.

La frustrazione dei suoi genitori cresceva a ogni sconfitta, e con essa anche la pressione su di lei. Ma Masako, per quanto fosse difficile, non aveva mai odiato Tomoko. Non l’aveva mai incolpata per ciò che subiva.

Anzi, l’aveva sempre rispettata.

Tomoko era brillante, talentuosa, ma soprattutto… libera. Libera dal peso di dover dimostrare qualcosa ai suoi genitori, libera dal giudizio costante. O almeno così era sembrato agli occhi di Masako.

Ora, ripensandoci, si chiese se fosse stato davvero così.

All’inizio, Masako non aveva mai provato odio verso Tomoko. Per quanto fosse frustrante perdere ogni volta, aveva sempre riconosciuto il talento dell’altra ragazza e, in fondo, l’aveva rispettata. Ma tutto cambiò con il loro primo incontro all’accademia.

Era stata una giornata particolarmente tesa. Masako si era preparata per anni a quel momento, sperando che, una volta fuori dall’ombra della sua famiglia, avrebbe potuto costruire la propria identità senza dover essere costantemente paragonata a Tomoko. Ma il destino sembrava divertirsi a metterle i bastoni tra le ruote.

La loro prima interazione si era conclusa nel peggiore dei modi. Un confronto acceso, parole taglienti scambiate senza pensarci troppo, entrambe troppo orgogliose per fare un passo indietro. Non era stato un litigio violento, ma un susseguirsi di frecciatine e provocazioni, un duello silenzioso in cui nessuna delle due voleva cedere.

Da quel momento, qualcosa dentro Masako si era spezzato.

Il rispetto che aveva provato per Tomoko si era trasformato lentamente in risentimento. Più la vedeva eccellere, più cresceva la rabbia dentro di lei. Non era solo la solita rivalità imposta dalle loro famiglie. Ora era personale.

Masako non poteva più ignorare il fatto che, in qualche modo, Tomoko fosse diventata il simbolo di tutto ciò che non riusciva ad ottenere. E quel pensiero le dava la nausea.

Masako si sedette, fissando il muro con sguardo assente. Le sue dita correvano nervosamente alle unghie, mordicchiandole senza nemmeno rendersene conto. Era un’abitudine che aveva da quando era piccola, un gesto che faceva ogni volta che la frustrazione prendeva il sopravvento.

Era sempre stata sola. I suoi genitori si preoccupavano solo dei suoi risultati, suo fratello la disprezzava apertamente, e fuori da casa non era mai riuscita a costruire legami veri. A scuola, tutti la vedevano solo come la ragazza ambiziosa e competitiva, quella che non si fermava davanti a nulla per essere la migliore. Nessuno si era mai chiesto come si sentisse davvero.

Tomoko, invece… lei aveva amici. Persone che la sostenevano, che la rispettavano, che volevano stare al suo fianco per quello che era, e non solo per il suo talento. Masako la invidiava per questo più di qualsiasi altra cosa.

Stringendo i pugni, sentì le unghie, ormai consumate, premere contro il palmo delle mani. Perché lei no? Perché doveva sempre essere quella che lottava da sola?

Masako si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra, fissando il cielo infuocato dal tramonto. Il senso di ingiustizia che le stringeva il petto diventava ogni giorno più soffocante. Aveva provato a ignorarlo, a convincersi che non le importava… ma non era vero.

Aveva iniziato a odiare tutti gli amici di Tomoko. Perché loro c’erano sempre? Perché la sostenevano in ogni cosa? Non riusciva a sopportarlo. E tra tutti, uno in particolare la faceva infuriare più di chiunque altro.

Kazuya.

Ogni volta che lo vedeva accanto a Tomoko, ogni volta che parlava con lei, ogni volta che la difendeva… il suo sangue ribolliva. Era arrogante, pieno di sé, eppure aveva tutto: amici, rispetto, persino poteri straordinari. Masako lo detestava. Forse più di quanto detestasse Tomoko stessa.

Stringendo i denti, si allontanò dalla finestra. Non poteva continuare così. Doveva trovare un modo per dimostrare che era superiore a tutti loro. E questa volta, non avrebbe accettato di perdere.

Masako si lasciò cadere sul letto, fissando il soffitto con sguardo cupo. Era sicura di una cosa: Kazuya non era poi così forte come tutti credevano. Forse aveva dei poteri impressionanti, ma di certo non era invincibile.

Lo avrebbe potuto schiacciare in qualsiasi momento.

Si convinse che la sua esistenza accanto a Tomoko fosse solo un errore, una coincidenza immeritata. Lui non meritava di starle vicino. Non meritava di essere suo amico.

Eppure, non riusciva a smettere di pensare a Tomoko. A quei momenti in cui, da bambine, si erano incrociate nei concorsi. A come, nonostante tutto, aveva sempre sentito il bisogno di misurarsi con lei.

Ma ormai era troppo tardi per quei pensieri. Masako si strinse le braccia, gli occhi bruciavano di rabbia e invidia. Se voleva riprendersi ciò che le spettava, doveva agire. E lo avrebbe fatto.

Masako si mise seduta sulla sedia della sua scrivania, tamburellando nervosamente le dita sul legno. La sua mente lavorava senza sosta, elaborando ogni possibile scenario per sbarazzarsi di Kazuya e abbattere definitivamente Tomoko.

Forse poteva screditarlo davanti agli altri, dimostrare che era solo un debole che si nascondeva dietro i suoi poteri spettacolari. O forse poteva metterli l’uno contro l’altra, seminare dubbi e far crollare la loro amicizia dall’interno.

E Tomoko? Doveva trovare il modo di colpirla nel punto più vulnerabile, spezzare la sua sicurezza e farle perdere tutto ciò che aveva costruito.

Si perse in quei pensieri, continuando a ripetersi che non avrebbe fallito di nuovo.

Ma il peso della stanchezza alla fine ebbe la meglio. Le palpebre si fecero pesanti e, senza nemmeno rendersene conto, Masako si abbandonò alla sedia, scivolando nel sonno, con il viso ancora segnato dalla frustrazione e il cuore avvolto dall’odio.

Chapter 12: L'Inizio Di Un Nuovo Destino

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La pioggia cadeva incessante quella notte, rimbombando sui tetti e formando pozzanghere lungo la strada. Un fulmine illuminò per un attimo la figura di due adulti incappucciati, fermi davanti al cancello di un orfanotrofio. Tra di loro, rannicchiata e infreddolita, c’era una bambina dagli occhi profondi come l’oscurità e i capelli scarlatti come il fuoco.

Non disse una parola quando la lasciarono lì. Non pianse. Rimase semplicemente immobile, fissando con sguardo vuoto la porta chiusa dell’orfanotrofio mentre il temporale le bagnava i vestiti. Quando una delle donne dell’istituto la trovò, la portò dentro tra le braccia e, con un lieve sussurro, la fece addormentare.

Fu allora che le diedero un nome: Scarlett, come il colore intenso dei suoi capelli.

Crescendo tra quelle mura, la ragazza mostrò presto un’indole distante e tagliente. Non si affezionava a nessuno, trattava gli altri bambini con freddezza e superbia, come se fosse al di sopra di loro. Non chiedeva nulla, non si lamentava mai, eppure c’era un’ombra nei suoi occhi, qualcosa che nessuno riusciva a comprendere.

Scarlett non era come gli altri. E, in fondo, lo aveva sempre saputo.

 

Scarlett sedeva nella biblioteca dell’orfanotrofio, circondata da pile di libri ingialliti dal tempo. Sfogliava con attenzione le pagine di un volume di storia, leggendo con interesse le origini del Giappone. Ciò che trovò la sorprese.

All’inizio, il paese non era governato dagli Hero e dagli stregoni o dalla tecnologia avanzata, ma dalla magia. I maghi erano le figure più potenti e rispettate, e tra loro spiccavano i membri di una leggendaria gilda: Fairy Tail.

I loro nomi erano incisi nella storia come eroi indimenticabili. Erza Scarlett, la guerriera con l’armatura incrollabile e lo spirito indomito. Natsu Dragneel, il salamander del drago di fuoco inestinguibile. Lucy Heartfilia, la custode degli Spiriti Celesti. Gray Fullbuster, il mago del ghiaccio dal cuore forte e tormentato.

Ogni pagina raccontava le loro imprese, battaglie contro esseri sovrannaturali e la determinazione incrollabile che li spingeva sempre avanti. Scarlett sentì un brivido percorrerle la schiena. Non sapeva perché, ma quelle storie la affascinavano più di qualsiasi altra cosa avesse letto fino a quel momento.

Era possibile che la magia fosse ancora viva, nascosta nell’ombra del mondo moderno? E se sì… poteva appartenere anche a lei?

Scarlett continuò a sfogliare il libro, cercando di trovare un finale alla storia di Fairy Tail. Ma qualcosa la lasciò perplessa. Non c’era alcuna spiegazione su come i maghi più potenti della gilda fossero scomparsi.

Non si parlava di battaglie finali, di vecchiaia o di un nemico che li avesse sconfitti. Solo ipotesi e voci tramandate nel tempo.

Tra le varie leggende, una attirò la sua attenzione più di tutte: si diceva che Fairy Tail non fosse mai realmente scomparsa, ma fosse stata sigillata nel ghiaccio da uno dei suoi stessi membri, Gray Fullbuster.

La storia raccontava che, durante una battaglia catastrofica, Gray avesse usato un incantesimo proibito, imprigionando i suoi compagni in un eterno sonno di ghiaccio per salvarli da un destino peggiore.

Nessuno sapeva se fosse vero. Ma alcuni antichi testi sostenevano che, da qualche parte nel mondo, esistesse ancora quel ghiaccio, intatto da secoli, con dentro i più grandi maghi della storia.

Scarlett sentì un brivido lungo la schiena. E se fosse stato vero? Se quei maghi fossero ancora lì, in attesa che qualcuno li trovasse e li liberasse?

Scarlett era immersa nella lettura, studiando ogni dettaglio della leggenda su Fairy Tail e sui maghi più potenti della storia, quando una voce interruppe i suoi pensieri.

“Scarlett! Vieni subito qui, ci sono delle persone che vogliono adottarti!”

La bambina alzò lo sguardo dal libro e si girò verso la porta, dove una delle badanti dell’orfanotrofio la stava chiamando. Adottarla? Nessuno si era mai davvero interessato a lei prima d’ora.

Senza dire una parola, si alzò e seguì la donna lungo i corridoi umidi dell’edificio. Il cuore le batteva forte, ma il suo viso rimase impassibile. Chi poteva volerla?

Arrivata nella stanza delle visite, si fermò sulla soglia e sgranò gli occhi. Davanti a lei c’erano un uomo e una donna dall’aspetto familiare, con un bambino biondo al loro fianco.

Scarlett sgranò gli occhi. Lucy Heartfilia e Natsu Dragneel? Era impossibile. Quei nomi erano gli stessi della leggenda che aveva appena letto! Eppure, quelle due persone davanti a lei sembravano reali, in carne e ossa.

Lucy le sorrise dolcemente, con un’aria gentile e rassicurante. Aveva i capelli biondi raccolti in una coda laterale e indossava abiti semplici ma eleganti. Accanto a lei, Natsu aveva un’espressione più disinvolta e un sorriso sicuro, con la sua solita sciarpa bianca avvolta intorno al collo.

“Tu devi essere Scarlett, giusto?” disse Lucy con voce calorosa.

La bambina annuì lentamente, ancora troppo confusa per parlare.

“Siamo qui per adottarti,” aggiunse Natsu. “Abbiamo già un figlio, Kenji, ma vogliamo allargare la nostra famiglia.”

Scarlett abbassò lo sguardo verso il bambino accanto a loro. Kenji. Aveva i capelli biondi come Lucy, ma gli occhi brillavano di una determinazione che ricordava Natsu. Sembrava leggermente a disagio, come se non fosse sicuro di cosa dire.

“Piacere,” disse Kenji con voce incerta.

Scarlett lo fissò per un attimo, poi riportò l’attenzione sugli adulti. Erano davvero loro? O erano solo due persone con nomi simili?

La sua mente era in subbuglio, ma una cosa era certa: se fossero stati davvero i maghi leggendari, avrebbe trovato il modo di scoprirlo.

Scarlett rimase immobile quando Natsu si avvicinò a lei, ma prima che potesse reagire, l’uomo la prese in braccio con un sorriso entusiasta.

“Andiamo a casa, piccola!” esclamò con tono allegro, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Scarlett sgranò gli occhi, sorpresa da quel gesto improvviso. Perché sembravano così sicuri? Così… felici di averla?

Lucy, nel frattempo, prese per mano Kenji, che la guardò con curiosità ma senza dire nulla. Sembrava abituato alla vivacità di suo padre.

Uscirono dall’orfanotrofio, e Scarlett sentì l’aria fresca accarezzarle il viso. Fu allora che notò un piccolo essere blu con ali bianche che li aspettava fuori, fluttuando nell’aria.

“Finalmente sei arrivata!” disse il gatto con un grande sorriso.

Scarlett lo fissò incredula. “Un… gatto parlante?”

“Lui è Happy!” disse Natsu ridendo. “E anche lui fa parte della nostra famiglia!”

Scarlett abbassò lo sguardo, stringendo il tessuto della camicia di Natsu con le piccole mani. Famiglia… era davvero possibile?

Scarlett non perse tempo e fissò Natsu e Lucy con occhi brillanti di curiosità.

“Siete voi… le leggende che ho letto nei libri?” chiese, la voce carica di incredulità e speranza.

Lucy e Natsu si scambiarono un’occhiata e poi sorrisero.

“Sì, siamo noi,” rispose Lucy dolcemente.

“Wow…” mormorò Scarlett, cercando di elaborare la notizia. “Ma nei libri non dicevano nulla su cosa vi fosse successo… Come siete ancora vivi?”

Natsu incrociò le braccia, sfoggiando un sorriso fiero. “Beh, è una storia lunga… Ma in breve, molto tempo fa, c’è stata una crisi enorme. Volevano eliminare tutti i maghi, così Grey ha usato la sua magia per pietrificarci nella gilda di Fairy Tail, in modo da proteggerci.”

Scarlett spalancò gli occhi. “Quindi… siete stati congelati per tutto questo tempo?”

Lucy annuì. “Esatto. E ora che il mondo è più tranquillo, il ghiaccio si è finalmente sciolto, permettendoci di tornare a vivere come prima.”

Scarlett abbassò lo sguardo, riflettendo su tutto ciò che aveva appena sentito. Se le leggende erano vere… allora il mondo che conosceva era solo un frammento della storia reale.

Happy si avvicinò, fluttuando accanto a lei. “E ora fai parte della nostra famiglia, aye!”

Scarlett li osservò uno a uno. Per la prima volta nella sua vita, qualcuno l’aveva scelta.

Natsu la tenne in braccio per tutto il viaggio fino a casa, e Scarlett si lasciò trasportare senza opporsi. Sentiva per la prima volta un calore familiare, qualcosa che non aveva mai conosciuto prima.

Appena arrivati, Scarlett rimase a bocca aperta. La loro casa era grande, accogliente, con pareti piene di foto e ricordi. Sembrava davvero una casa felice.

“Benvenuta a casa, Scarlett!” esclamò Kenji con un sorriso.

Lucy le accarezzò i capelli. “Qui potrai essere te stessa.”

Scarlett si sentì stranamente… al sicuro.

Una giornata indimenticabile

Quel giorno la portarono alla gilda di Fairy Tail, e Scarlett conobbe tutti. Erza, Gray, Wendy, Gajeel, Juvia, Laxus… erano tutti lì.

All’inizio si sentì sopraffatta: erano così rumorosi, pieni di energia e allegria. Ma pian piano si accorse che, nonostante le battute e le piccole liti, tutti si volevano davvero bene.

Per la prima volta nella sua vita, Scarlett rise di cuore.

Si sentiva parte di qualcosa.

Dopo una giornata così intensa, Lucy la accompagnò nella sua nuova stanza. Il letto era morbido, la coperta calda.

Scarlett si sdraiò e si voltò verso Lucy, che le rimboccò le coperte.

“Buonanotte, Scarlett,” sussurrò dolcemente.

Scarlett chiuse gli occhi con un sorriso.

Per la prima volta nella sua vita, andò a dormire felice.

Scarlett sentì qualcuno scuoterla con insistenza. Mugugnò nel cuscino, cercando di ignorare il fastidio.

“Scarlett, alzati! O arriveremo in ritardo!”

Aprì lentamente gli occhi e si ritrovò davanti il volto seccato di Kenji, che la fissava con le braccia incrociate.

“Mh… solo altri cinque minuti…” borbottò, girandosi dall’altra parte.

Kenji sbuffò. “No, oggi è il tuo primo giorno di scuola! Non puoi arrivare tardi!”

Scarlett sbadigliò e si stiracchiò, ancora mezza addormentata. “Sei insopportabile, lo sai?”

Kenji incrociò le braccia. “Lo prendo come un complimento. Ora muoviti.”

Scarlett lo guardò con espressione annoiata, ma sapeva che non aveva scampo. Era il suo primo giorno, ed era già abbastanza nervosa.

Era finalmente arrivato il momento di entrare nell’Accademia.

Scarlett si trascinò giù per le scale ancora assonnata, sbadigliando mentre sistemava i capelli scarlatti. Arrivata in cucina, trovò Lucy e Natsu che stavano preparando la colazione.

“Buongiorno, dormigliona!” esclamò Lucy con un sorriso dolce, porgendole un piatto di pancake.

Natsu, invece, si avvicinò e le scompigliò i capelli con una risata. “Sei pronta per il tuo primo giorno? Scommetto che spaccherai!”

Scarlett prese posto al tavolo accanto a Kenji, incrociando le braccia. “Non so… Non mi piace stare in mezzo a troppa gente.”

“Ti abituerai!” intervenne Kenji mentre addentava il suo toast. “E poi ci sono io. Nessuno ti darà fastidio.”

Lucy ridacchiò. “Sarà un’esperienza bellissima, vedrai. E poi, chissà, magari troverai anche degli amici.”

Scarlett sbuffò. “Non mi servono amici.”

Natsu rise forte, incrociando le braccia. “Così diceva anche qualcuno che conosco…” disse, lanciando un’occhiata maliziosa a Lucy, che arrossì leggermente.

Scarlett sospirò, ma dentro di sé si sentiva più tranquilla. Anche se era nervosa, sapeva che la sua nuova famiglia era con lei.

Kenji e Scarlett finirono la colazione in fretta, presi dall’emozione della giornata. Dopo aver sistemato i piatti, uscirono di casa e si incamminarono verso l’Accademia Aegis. Scarlett sentiva il cuore battere forte, ma cercava di non darlo a vedere.

Arrivati all’Accademia, Scarlett si diresse verso l’aula per il test d’ingresso. Kenji le diede una pacca sulla spalla. “Spacca tutto, sorellina.”

Scarlett annuì con determinazione e entrò. Il test era difficile, ma lei diede il massimo, usando tutte le conoscenze e le abilità che aveva affinato nel tempo.

Il giorno dopo, mentre facevano colazione, il portale magico di casa si illuminò, segnalando l’arrivo di un messaggio. Lucy si alzò e prese la lettera con il sigillo dell’Accademia.

“Scarlett, è arrivata la risposta!” esclamò con entusiasmo.

Scarlett prese la lettera con mani leggermente tremanti e la aprì. I suoi occhi si allargarono mentre leggeva le parole: “Sei stata ammessa all’Accademia Aegis.”

Per un attimo rimase senza parole, poi sentì Natsu urlare di gioia e stringerla in un abbraccio soffocante. “Lo sapevo! Sei una forza!”

Lucy applaudì felice, mentre Kenji la prese sotto braccio con un sorriso. “Ora siamo ufficialmente compagni di scuola!”

Happy svolazzò intorno a loro ridendo. “Aye! Festeggiamo con tanto pesce!”

Quella sera, la gilda si riunì per celebrare il successo di Scarlett. Mangiarono, risero e raccontarono storie, facendola sentire parte di qualcosa di speciale. Guardando tutti quei volti sorridenti, Scarlett si rese conto che, per la prima volta nella sua vita, non si sentiva più sola.

Il giorno dopo, Scarlett e Kenji si prepararono per tornare all’Accademia Aegis. Scarlett era emozionata ma anche un po’ nervosa: era la prima volta che avrebbe vissuto lontano da casa, anche se Kenji sarebbe stato con lei.

Arrivati all’Accademia, i nuovi studenti vennero divisi in gruppi e guidati dai docenti verso i dormitori. Scarlett osservava tutto con attenzione: la scuola era enorme e imponente, con torri alte e giardini ben curati.

Dopo aver ricevuto la chiave della sua stanza, Scarlett raggiunse il suo dormitorio. Aprì la porta e trovò una stanza accogliente, con una scrivania, un letto e una grande finestra che dava sul cortile interno. Sistemò le sue cose e si sedette un attimo sul letto, guardandosi intorno.

Era ufficiale: da quel giorno avrebbe vissuto lì. Con un respiro profondo, si alzò e uscì per esplorare meglio la scuola, pronta ad affrontare questa nuova avventura.

Scarlett continuò a esplorare i corridoi dell’Accademia, curiosa di conoscere meglio il posto dove avrebbe vissuto. Ad un certo punto, notò Kenji in compagnia di un ragazzo alto dai capelli scuri e dallo sguardo penetrante.

Si avvicinò a passo deciso, incrociando le braccia e assumendo un’aria indifferente. “Kenji, chi è questo?” chiese con voce dura, senza distogliere lo sguardo da Shinra.

Kenji alzò gli occhi al cielo, conoscendo bene il carattere della sorella adottiva. “Scarlett, lui è Shinra. Un mio amico.”

Scarlett lo scrutò attentamente, cercando di mantenere un’espressione neutra, ma dentro di sé il cuore le batteva più forte. Era stato un attimo, ma era bastato: si era innamorata a prima vista di quel ragazzo. Tuttavia, non era certo il tipo che si lasciava andare facilmente a questi sentimenti, quindi fece un sorrisetto presuntuoso. “Ah, capisco. Un altro dei tuoi amici inutili?”

Kenji sbuffò, mentre Shinra la osservava con un misto di divertimento e curiosità. Prima che qualcuno potesse rispondere, una voce allegra interruppe la conversazione.

“Amore~!”

Scarlett si voltò di scatto e vide un ragazzo dai capelli bianchi con le punte nere e occhi azzurri abbracciare Shinra da dietro con affetto. Sembrava completamente a suo agio, come se quella scena fosse la cosa più naturale del mondo.

Shinra sospirò, ma non si allontanò. “Kazuya, quante volte devo dirti di non sorprendermi così?”

Kazuya sorrise e gli diede un bacio leggero sulla guancia. “Ma ti piace, no?”

Scarlett sentì il petto stringersi in una fitta di gelosia. Non capiva perché, ma quella scena le dava fastidio. Prima che potesse dire qualcosa, un’altra persona si avvicinò.

“Avete già iniziato a fare scenate romantiche senza di me?” disse Tomoko, con un sorriso malizioso mentre si avvicinava al gruppo.

Scarlett rimase in silenzio, osservando quella dinamica con occhi attenti. Era chiaro che quei quattro erano molto legati tra loro, e questo le dava fastidio. Si mordeva l’interno della guancia, cercando di ignorare quella sensazione irritante.

Perché mai doveva importarle? E soprattutto… perché non riusciva a staccare gli occhi da Shinra?

Kenji sospirò e decise di spiegare la situazione a Scarlett, intuendo che la sorella adottiva non fosse abituata a vedere relazioni così affiatate.

“Kazuya è il fidanzato di Shinra,” disse, incrociando le braccia. “E Tomoko è la migliore amica di Kazuya. Sono praticamente inseparabili.”

Scarlett sentì un’altra fitta di fastidio. Guardò Kazuya con occhi critici, osservando il suo fisico esile e l’aria un po’ fragile. Non sembrava particolarmente forte, eppure aveva conquistato qualcuno come Shinra. Non le sembrava giusto.

Fece un sorriso sprezzante e incrociò le braccia. “Ah, quindi tu sei il fidanzatino di Shinra? Davvero curioso…”

Kazuya la guardò con un sopracciglio alzato, intuendo subito che non aveva buone intenzioni. “Sì, e allora?”

Scarlett fece spallucce, avvicinandosi con aria sicura. “Solo che… non sembri granché. Voglio dire, Shinra sembra uno forte, mentre tu… beh, sembri uno che si nasconde dietro di lui.”

Kazuya strinse i pugni ma cercò di non reagire. “Non ho bisogno di dimostrare nulla a nessuno,” rispose, mantenendo la calma.

Scarlett rise piano. “Ah, capisco. Sei uno di quelli che si fa proteggere, eh? Chissà cosa ci vede in te.”

Tomoko si intromise immediatamente, avvicinandosi a Scarlett con un sorriso freddo. “Ascolta, nuova arrivata. Se pensi di poter giudicare Kazuya senza conoscerlo, stai facendo un errore bello grosso.”

Scarlett si girò verso di lei con uno sguardo tagliente, ma non rispose. Anche Shinra la fissava, stavolta con un’espressione meno divertita e più seria.

Kenji sospirò, già sapendo che Scarlett non avrebbe smesso facilmente di stuzzicare Kazuya. Dentro di sé, però, si chiedeva perché sua sorella fosse così ostile. Forse… era solo gelosia?

Shinra incrociò le braccia e fissò Scarlett con un sorrisetto sicuro. “Sai, io e Kazuya siamo tra i più forti del secondo anno. Non siamo qui per caso.”

Scarlett sollevò un sopracciglio, incrociando le braccia. “Ah sì? Non sembra proprio.” Il suo sguardo si posò di nuovo su Kazuya, che aveva mantenuto il silenzio per tutto il tempo.

Tomoko osservò il suo amico con attenzione e notò qualcosa che forse gli altri non vedevano. Kazuya stava stringendo i pugni, il suo respiro era leggermente più corto del solito. Stava cercando di trattenere la sua paura delle donne, una lotta silenziosa che affrontava ogni volta che si trovava in situazioni come quella.

Era chiaro che Scarlett lo metteva a disagio, ma lui non voleva farsi vedere debole.

Tomoko si avvicinò di un passo, piazzandosi accanto a Kazuya in modo protettivo. “Sai, Scarlett,” disse con un tono calmo ma fermo. “Prima di giudicare le persone, dovresti osservarle meglio. Potresti sorprenderti.”

Shinra annuì, guardando Scarlett con un’espressione più seria. “Se pensi che Kazuya sia debole, potresti ricrederti molto presto.”

Scarlett strinse i denti, sentendosi sfidata. Non era abituata a sentirsi messa all’angolo, ma qualcosa dentro di lei le diceva che non sarebbe stato facile far crollare Kazuya.

Shinra, senza dire una parola, avvolse un braccio intorno alla vita di Kazuya e lo attirò a sé con naturalezza. Poi, senza esitazione, si abbassò leggermente e lo baciò davanti a tutti.

Kazuya si irrigidì per un istante, sorpreso, ma sentì subito il calore rassicurante di Shinra. Il battito accelerato per l’ansia iniziò a rallentare, e si lasciò andare leggermente tra le sue braccia.

Shinra si staccò appena, guardandolo con un sorriso dolce. “Possiamo andarcene?” chiese con voce calma, come se nulla fosse successo.

Kazuya abbassò lo sguardo per un attimo, poi annuì piano. “Sì… Andiamo.”

Tomoko li guardò con un sorrisetto divertito, mentre Scarlett osservava la scena con un misto di sorpresa e una strana stretta allo stomaco. Kenji, invece, incrociò le braccia e sospirò, come se fosse ormai abituato a certe scene.

Senza aggiungere altro, Shinra prese Kazuya per mano e lo portò via, lasciando Scarlett con i suoi pensieri e un’improvvisa ondata di frustrazione.

Kenji sospirò e incrociò le braccia, scuotendo la testa con espressione esasperata. “Ugh, non riesco proprio ad abituarmi a tutte queste smancerie tra quei due… Mi fanno venire la nausea.”

Non fece in tempo a finire la frase che un pugno ben assestato gli centrò la guancia, facendolo barcollare all’indietro. “Ahia! Ma che diavolo, Tomoko?!” protestò, massaggiandosi il viso dolorante.

Tomoko si rimise in posizione con un sorrisetto soddisfatto. “Se non ti piacciono le smancerie, allora non commentarle,” disse con tono tagliente.

Scarlett, che già covava rabbia nei confronti di Kazuya, strinse i pugni e fece un passo avanti, pronta ad attaccare Tomoko. “Tu chi ti credi di essere per trattarlo così?” sibilò, con uno sguardo freddo e ostile.

Ma prima che potesse fare qualsiasi cosa, Kenji alzò una mano e la fermò. “Lasciala stare,” disse con un sorriso storto. “È normale. È il suo modo di mostrarmi affetto, anche se ha le maniere di un gorilla.”

Tomoko incrociò le braccia con aria di sfida. “Diciamo che è il mio modo di educarti,” ribatté, mentre Kenji sbuffava.

Scarlett li osservò con una smorfia. Non capiva come Kenji potesse accettare una cosa del genere con tanta leggerezza. Tuttavia, per il momento, decise di lasciar perdere, anche se il suo disprezzo per Tomoko cresceva sempre di più.

Chapter 13: Il Fuoco Dentro

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Scarlett passò la mattinata seguendo le lezioni, anche se la sua mente vagava altrove. Non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di Shinra e Kazuya insieme. Per qualche motivo, le dava fastidio.

Quando arrivò l’ora di pranzo, si diresse verso la mensa, afferrò il suo vassoio e iniziò a cercare un posto dove sedersi. Fu allora che lo vide: Shinra era seduto da solo a un tavolo, con le braccia incrociate e lo sguardo fisso sulla porta, come se stesse aspettando qualcuno.

Scarlett strinse il pugno intorno alla forchetta. “Che occasione perfetta,” pensò tra sé. Con passo sicuro e atteggiamento spavaldo, si avvicinò al suo tavolo e si sedette di fronte a lui senza nemmeno chiedere il permesso.

“Che fai qui da solo? Ti ha scaricato il tuo prezioso fidanzatino?” chiese con un sorrisetto altezzoso, appoggiando il gomito sul tavolo e fissandolo con aria di sfida.

Shinra alzò lo sguardo su di lei, apparentemente impassibile. “Sto aspettando Kazuya,” rispose semplicemente, ignorando il tono provocatorio.

Scarlett sbuffò e incrociò le braccia. “Tsk. Non capisco cosa ci trovi in lui. È debole, timido e si nasconde sempre dietro di te. Uno come te dovrebbe stare con qualcuno più… degno,” disse, facendo un leggero sorriso pieno di arroganza.

Shinra la fissò per qualche secondo, poi inclinò leggermente la testa. “E tu pensi di essere più degna?” chiese con un tono neutro, ma con un sottile accenno di divertimento.

Scarlett rimase in silenzio per un attimo, sorpresa dalla sua risposta diretta. Poi fece un sorrisetto altezzoso. “Forse sì,” rispose con presunzione. “Sicuramente più di lui.”

Shinra sospirò e appoggiò la schiena alla sedia, incrociando le braccia. “Sai, non mi interessano le persone che passano il tempo a sminuire gli altri,” disse con calma. “Se pensi che insultare Kazuya possa in qualche modo farti sembrare migliore, sei più patetica di quanto immaginassi.”

Scarlett sentì un brivido di rabbia salirle lungo la schiena. Stava per ribattere, quando all’improvviso la voce di Kazuya interruppe la conversazione.

“Shin!”

Scarlett si voltò e lo vide avvicinarsi, con il solito sguardo timido ma felice. Si sedette accanto a Shinra, che subito gli mise una mano sulla schiena in segno di affetto.

Scarlett serrò i denti e distolse lo sguardo, il fastidio dentro di lei che cresceva sempre di più.

Scarlett tornò a incrociare le braccia e lanciò un’occhiata sprezzante a Kazuya. “Davvero non capisco come uno come te possa essere il fidanzato di Shinra,” disse con un sorriso carico di superiorità. “Sei debole, timido e te ne stai sempre nascosto dietro di lui. Sei solo un peso morto.”

Kazuya sentì il solito nodo alla gola formarsi. Aveva sempre avuto difficoltà a difendersi contro le ragazze, e Scarlett sembrava sapere esattamente dove colpire per farlo sentire piccolo e insignificante. Stava per abbassare lo sguardo e restare in silenzio, come faceva sempre…

Ma questa volta, non lo fece.

Inspirò a fondo, sentendo il calore della mano di Shinra ancora vicino alla sua, e si alzò in piedi.

“Basta,” disse con tono fermo, sorprendendo tutti, persino se stesso.

Scarlett sollevò un sopracciglio, sorpresa dalla sua reazione. “Oh? E cosa fai? Ti difendi da solo, finalmente?” chiese con sarcasmo.

Kazuya la fissò con serietà. “Sì, mi difendo da solo. Perché non ho bisogno che qualcuno lo faccia al posto mio,” rispose con sicurezza crescente. “Tu non mi conosci, Scarlett. Sai solo quello che vuoi vedere. Ma non hai idea di cosa ho passato per essere qui oggi.”

Scarlett sbuffò. “Oh, per favore. Non fare la vittima. Sei solo fortunato ad avere accanto qualcuno come Shinra.”

Kazuya scosse la testa. “Non è questione di fortuna. È questione di scelte,” disse, stringendo i pugni. “Shinra mi ha scelto perché mi ama, e io lo amo. E non permetterò a nessuno, tantomeno a te, di farmi sentire meno di quello che sono.”

Scarlett rimase in silenzio per un istante. Non si aspettava una risposta così diretta da lui.

Ma poi notò qualcosa.

Mentre Kazuya avanzava di un passo, il suo corpo iniziò a tremare leggermente, come se fosse attraversato da un’energia incontrollabile. I suoi capelli, normalmente bianchi e neri, presero improvvisamente fuoco, trasformandosi in fiamme ardenti che danzavano attorno al suo volto. Il calore nell’aria aumentò di colpo.

Scarlett sgranò gli occhi e fece un passo indietro d’istinto. “Che…?”

Kazuya non se ne accorse subito. Era travolto dalla rabbia e dal desiderio di farsi finalmente valere. Ogni parola che Scarlett gli aveva rivolto, ogni umiliazione, ogni paura trattenuta dentro di sé sembrava bruciare con quelle fiamme.

Shinra, invece, lo notò subito.

“Kazuya!” lo chiamò, posandogli una mano sulla spalla.

Quel tocco bastò a riportarlo alla realtà. Kazuya sussultò, il suo respiro si fece irregolare, e si rese conto del calore che lo avvolgeva. Guardò una ciocca dei suoi capelli, ancora avvolta dalle fiamme, e si costrinse a chiudere gli occhi, facendo un respiro profondo.

Pochi istanti dopo, il fuoco si spense, lasciando solo delle leggere scintille danzare nell’aria prima di svanire.

Scarlett cercò di nascondere il suo stupore dietro un’espressione arrogante, ma la tensione nei suoi muscoli la tradiva.

Kazuya riprese il controllo, fissandola con determinazione. “Sai, potresti essere forte, potresti essere intelligente, ma il modo in cui tratti gli altri ti rende solo più debole,” continuò. “Non puoi sentirti superiore cercando di schiacciare gli altri. Alla fine, questo ti lascerà solo… sola.”

Scarlett sentì qualcosa contorcersi dentro di lei. Quelle parole la colpirono più di quanto volesse ammettere. Distolse lo sguardo, incrociando le braccia.

“Tsk. Fate come vi pare,” borbottò, girandosi di scatto e allontanandosi.

Kazuya rimase in piedi per un momento, ancora con il cuore che gli batteva forte nel petto. Poi sentì la mano di Shinra stringere la sua.

“Sei stato incredibile,” gli sussurrò Shinra con un sorriso orgoglioso.

Kazuya abbassò lo sguardo, imbarazzato, ma sentiva qualcosa di nuovo dentro di sé. Per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva forte.

Masako aveva osservato la scena da lontano, nascosta dietro una delle colonne della mensa. Aveva visto ogni dettaglio: la sicurezza con cui Kazuya aveva affrontato Scarlett, il modo in cui i suoi capelli si erano trasformati in fiamme, e soprattutto la calma con cui era riuscito a riprendere il controllo.

Non se lo aspettava.

Fino a quel momento, lo aveva considerato debole, un peso per Shinra, qualcuno che poteva facilmente schiacciare se avesse voluto. Ma ora… ora non ne era più così sicura.

Incrociò le braccia, riflettendo su quello che aveva appena visto. “Forse mi sono sbagliata su di lui…” pensò, ma subito scacciò quel pensiero. “No, non può essere. È stato solo un caso. Uno scatto d’ira. Niente di più.”

Mentre era persa nelle sue riflessioni, Tomoko comparve improvvisamente vicino a Kazuya, interrompendo il silenzio.

“Kazuya, che è successo?” chiese con tono preoccupato, guardandolo da capo a piedi per assicurarsi che stesse bene. Aveva notato che sembrava ancora un po’ scosso.

Shinra intervenne prima che Kazuya potesse rispondere. “Scarlett ha esagerato con le provocazioni. Kazuya ha perso la pazienza e ha finito per rispondere a tono… diciamo che le cose si sono un po’ scaldate.”

Tomoko strinse gli occhi. “Scaldate? Cosa intendi?”

Shinra si grattò la nuca, accennando un sorriso. “Letteralmente. I suoi capelli hanno preso fuoco.”

Tomoko sgranò gli occhi, poi guardò Kazuya con un misto di stupore e preoccupazione. “Aspetta… davvero? Ma hai perso il controllo? Stai bene?”

Kazuya annuì piano. “Sì, sto bene. E sì, ho perso il controllo per un momento, ma…” fece una breve pausa, cercando le parole giuste, “…per la prima volta, non mi sono sentito spaventato. Non mi sono tirato indietro.”

Tomoko lo guardò per qualche secondo, poi sorrise leggermente. “Mi fa piacere sentirlo. Però stai attento, okay?”

Kazuya annuì di nuovo, sentendosi più leggero dopo quelle parole.

In quel momento, un’altra voce si aggiunse alla conversazione.

“Di cosa state parlando?”

Kenji era arrivato, camminando con le mani nelle tasche e un sopracciglio sollevato. Aveva notato che l’atmosfera era tesa e voleva capire cosa fosse successo.

Shinra sbuffò e incrociò le braccia. “Ti sei perso uno spettacolo, Kenji. Kazuya ha finalmente fatto vedere di che pasta è fatto.”

Kenji lo guardò con aria scettica, poi voltò lo sguardo su Kazuya. “Oh? E cos’hai combinato?”

Kazuya abbassò leggermente lo sguardo, ancora un po’ imbarazzato. “Niente di che… ho solo risposto a Scarlett.”

Kenji fece una smorfia divertita. “E questa sarebbe una grande impresa?”

Shinra sorrise. “Diciamo che l’ha fatto nel modo più spettacolare possibile.”

Kenji rise leggermente, ma poi scrutò Kazuya con più attenzione. “Beh, qualunque cosa sia successa, cerca di non farti mettere i piedi in testa da nessuno, okay?”

Kazuya lo guardò, sorpreso da quel consiglio. Non era abituato a sentirsi incoraggiato da Kenji.

“Capito,” rispose con un piccolo sorriso.

Masako, ancora nascosta dietro la colonna, osservava la scena in silenzio. Non poteva fare a meno di notare come fossero tutti così… uniti. Come Kazuya avesse qualcuno a sostenerlo, a incoraggiarlo, mentre lei…

Stringendo i pugni, si voltò e se ne andò senza dire nulla.

Dopo un attimo di silenzio, Kazuya si voltò verso Tomoko con un’espressione più rilassata. Aveva ancora il cuore che gli batteva forte per quello che era successo poco prima, ma cercava di distrarsi.

“Tomoko,” disse, attirando la sua attenzione. “Oggi pomeriggio ti va di andare in giro per il centro commerciale?”

Tomoko sollevò un sopracciglio, incuriosita. “Mh? Perché?”

Kazuya fece spallucce. “Vorrei dare un’occhiata ai negozi. Magari trovare qualche libro interessante, qualche vestito nuovo… e anche qualcosa sulla chimica.”

Tomoko incrociò le braccia e sorrise. “Certo, mi sembra un buon piano. Ci facciamo un giro e magari ci prendiamo anche qualcosa da mangiare.”

Shinra intervenne, guardando Kazuya con un’espressione divertita. “Libri e chimica, eh? Sei proprio un nerd.”

Kazuya arrossì leggermente e distolse lo sguardo. “Meglio essere un nerd che uno spaccone come te.”

Shinra rise e gli diede una leggera pacca sulla spalla. “D’accordo, d’accordo. Divertitevi.”

Tomoko e Kazuya si scambiarono un’occhiata, già entusiasti all’idea del pomeriggio insieme.

Kazuya incrociò le braccia e guardò Tomoko con un sorriso sfidante. I suoi occhi brillavano di competitività mentre annunciava con tono provocatorio:

“Chi arriva per ultimo ai dormitori dovrà pagare il bubble tea e il sushi a entrambi!”

Detto questo, senza darle neanche il tempo di rispondere, Kazuya fece un salto deciso, scavalcando con agilità il tavolo della mensa. Atterrò con leggerezza dall’altra parte e, senza voltarsi, scattò verso l’uscita, lasciando Tomoko per un attimo sorpresa.

“Ah, quel bastardo!” esclamò lei, balzando in piedi e partendo all’inseguimento.

Shinra e Kenji si scambiarono un’occhiata divertita.

“Lo pagherà caro se perde,” commentò Kenji ridendo.

Shinra, con un sorrisetto compiaciuto, incrociò le braccia. “Io punto su Kazuya.”

Nel frattempo, nei corridoi dell’accademia, Tomoko stava recuperando terreno. Spingeva le porte con forza, zigzagando tra gli studenti, mentre Kazuya, con il fiato corto ma il sorriso ancora stampato in volto, si voltò per provocarla ancora.

“Preparati a pagare, Tomoko!”

“Neanche nei tuoi sogni!” ribatté lei, accelerando.

La corsa era appena iniziata, e nessuno dei due era disposto a perdere.

Kazuya, con un ultimo scatto, raggiunse i dormitori e si fermò davanti all’ingresso, appoggiandosi al ginocchio mentre cercava di riprendere fiato. Un sorriso vittorioso si dipinse sul suo volto quando vide Tomoko arrivare qualche secondo dopo, leggermente ansimante.

“Troppo lenta,” disse con un ghigno soddisfatto.

Tomoko si fermò davanti a lui, piegandosi in avanti con le mani sulle ginocchia. “Dannazione… Sei più veloce di quanto ricordassi,” ammise con un sospiro, poi si raddrizzò e lo guardò con un’espressione seccata.

Kazuya si stiracchiò con aria compiaciuta. “Beh, una scommessa è una scommessa. Bubble tea e sushi li paghi tu.”

Tomoko sbuffò, incrociando le braccia. “Tsk. Ti è andata bene stavolta. Ma la prossima vincerò io.”

Kazuya rise, dando una leggera pacca sulla spalla dell’amica. “Vedremo. Ora però sbrigati, che ho fame.”

Tomoko lo guardò con finta esasperazione, ma alla fine sorrise. “Andiamo, campione.”

E così, tra battute e prese in giro, si incamminarono insieme, pronti per il loro giro al centro commerciale.

Arrivati al centro commerciale, Kazuya e Tomoko si diressero subito verso la libreria, un luogo che entrambi adoravano, ma con interessi completamente diversi. Kazuya si avvicinò alla sezione di narrativa, curioso di vedere se c’era qualche nuovo romanzo da esplorare.

“Mi sa che oggi voglio qualcosa di avventuroso,” disse Kazuya, sfogliando un libro di fantasy e lanciando un’occhiata alla copertina. “Sai, ogni tanto un po’ di fantasia non fa mai male.”

Tomoko, d’altra parte, si diresse immediatamente verso la sezione di chimica, dove i volumi scientifici abbondavano. “Io devo trovare qualche libro su reazioni chimiche avanzate,” disse, con gli occhi brillanti di entusiasmo mentre scorreva i titoli sugli scaffali. “Mi piace capire come tutto si mescola e si trasforma.”

Kazuya si avvicinò a lei, con il libro di fantasy ancora in mano. “Tu e le tue reazioni chimiche,” disse con un sorriso divertito. “Non c’è mai un momento di pausa per te, eh?”

Tomoko gli lanciò uno sguardo, sorridendo lievemente. “Non è colpa mia se la chimica è affascinante. Ogni reazione ha il suo perché, ogni formula racconta una storia.”

“Beh, io preferisco le storie di magia e battaglie epiche,” rispose Kazuya, affondando la testa nei suoi libri di fantasia. “Ma se mi lasci leggere il mio, prometto che la prossima volta ti ascolterò parlare di elementi e molecole.”

Tomoko lo guardò con un sorriso più ampio, consapevole che, in fondo, anche Kazuya aveva un lato curioso. “Ok, ma non lamentarti se ti si appiccica qualche formula complicata in testa.”

Alla fine, entrambi raccolsero quello che cercavano: Kazuya qualche romanzo avventuroso, Tomoko alcuni volumi di chimica. Si diressero verso la cassa, pronti per il resto della giornata.

Kazuya, dopo aver messo il libro di fantasy sotto il braccio, notò una sezione che non aveva visto prima. Gli occhi gli si illuminarono quando scorse il titolo di uno dei libri esposti: “Horror e Gore”. Non riuscì a trattenere un sorriso malizioso.

“Tomoko, guarda cosa ho trovato!” esclamò con entusiasmo, avvicinandosi alla sezione horror con passo deciso. “Questo è proprio il mio campo!”

Tomoko lo seguì con uno sguardo perplesso, ma con un’espressione curiosa. “Horror e gore? Seriamente, Kazuya? Non ti sembra un po’ troppo… inquietante?”

Kazuya sorrise mentre iniziava a sfogliare il primo libro che gli capitò tra le mani. La copertina mostrava una scena macabra, un po’ troppo sanguinosa per molti, ma non per lui. “È il massimo,” disse con aria divertita, “questo tipo di libri è perfetto per fare il pieno di adrenalina.”

Tomoko, pur non condividendo l’entusiasmo di Kazuya per quei generi, si avvicinò curiosa. “Come fai a leggere cose del genere senza aver paura? Non è un po’… troppo per uno come te?”

Kazuya si fermò un attimo, guardandola con un sorriso divertito. “Paura? Forse per qualcuno come te, che preferisce formulare reazioni chimiche, ma per me è solo un altro modo per esplorare mondi oscuri e inquietanti,” rispose con aria da esperto.

Tomoko lo guardò scettica, ma non poté fare a meno di sorridere. “Beh, se ti piace, fai pure. Ma non venirmi a parlare di incubi dopo aver letto quelle cose.”

Kazuya ignorò il suo commento e continuò a scorrere le pagine del libro con evidente piacere. Tomoko scuoteva la testa, ma era chiaro che non avrebbe potuto mai cambiare le abitudini di lettura del suo amico. Con un ultimo sguardo alla sezione di chimica, decise che non era il momento di insistere ulteriormente e si allontanò per esplorare altre parti della libreria.

Mentre Kazuya si perdevano nelle pagine del suo nuovo libro horror, Tomoko, con la sua mente sempre curiosa e attenta ai dettagli, si spostò in un angolo diverso della libreria. Tra gli scaffali, scorse una sezione un po’ più nascosta. Quando si avvicinò, il suo sguardo si fissò su alcuni manuali e guide. I titoli erano chiari: “Pistole e Fucili: Guida all’uso e alla manutenzione”.

Tomoko sollevò un sopracciglio, incredula per la presenza di quei libri in una libreria che sembrava così tranquilla e ordinata. “Ehi, ma che cosa sono questi?” pensò tra sé e sé, incuriosita, ma anche un po’ sorpresa. Sembravano libri di vera e propria formazione, da esperti del settore.

Si sentiva un po’ fuori posto mentre li sfogliava, ma non riusciva a smettere di leggere. La parte scientifica e tecnica l’affascinava. Ogni dettaglio su come funzionavano le armi, come potevano essere personalizzate, calibro dopo calibro, la lasciava senza parole. Nonostante fosse affascinata dal suo campo, la chimica, c’era qualcosa in quelle informazioni così precise che la stimolava in un modo diverso. “Non che avrei mai bisogno di sapere queste cose,” si disse, ma non poté fare a meno di notare quanto fossero ben scritti quei manuali.

Nel frattempo, Kazuya, dopo aver trovato un altro libro che gli piaceva, si stava dirigendo verso un’altra sezione della libreria. La sua attenzione fu catturata da una fila di manga esposti con grande visibilità. “Manga per Shinra, eh?” si disse con un sorriso, notando alcuni titoli che pensò potrebbero piacergli. Tra quelli, c’era anche la sua serie preferita. Senza pensarci troppo, Kazuya afferrò un paio di volumi e, con un’aria soddisfatta, si avvicinò al bancone per aggiungere alla sua selezione una figurina esclusiva che aveva notato su un ripiano vicino. Era una figurina di uno dei protagonisti della sua serie, con i capelli sparati verso l’alto e un’espressione determinata.

“Questo piacerà sicuramente a Shinra,” pensò Kazuya, mentre ripensava al sorriso che Shinra avrebbe avuto nel vedere quel piccolo regalo. Con i suoi acquisti in mano, si girò per cercare Tomoko, trovandola ancora immersa nei manuali sulle armi.

“Tomoko, guarda cosa ho trovato!” le disse, mostrandole con orgoglio i manga e la figurina.

Tomoko lo guardò, un po’ sorpresa dal suo entusiasmo, ma non poté fare a meno di sorridere. “Quindi hai pensato a Shinra, eh? Non mi aspettavo di vederti così generoso,” disse con un sorriso ironico.

Kazuya si scrollò le spalle con disinvoltura. “Dai, non è un problema. Poi alla fine, con tutto quello che ha fatto per me, mi sembra il minimo,” rispose, mentre si dirigevano verso il banco per pagare.

Tomoko fece una smorfia. “Io invece sono qui a studiare armi da fuoco,” disse, quasi come per scusarsi per il suo acquisto insolito.

“Beh, ognuno ha i suoi interessi,” rispose Kazuya con una risata, “e comunque, non puoi mai sapere quando un buon manuale di armi possa tornarti utile.”

Entrambi si guardarono e risero, pronti a lasciare la libreria e continuare la loro giornata al centro commerciale.

Tomoko e Kazuya si diressero verso il negozio di abbigliamento gotico, ma, a dire la verità, Tomoko non era particolarmente interessata a quel tipo di moda. Non era mai stata il tipo che seguiva tendenze particolari, e la moda gotica le sembrava strana. Però, dato che Kazuya sembrava apprezzarla e si sentiva a suo agio in quel tipo di abbigliamento, Tomoko decise di seguirlo.

“Non è proprio il mio genere, ma voglio comunque aiutarti a trovare qualcosa che ti faccia sentire bene,” disse Tomoko mentre entravano nel negozio. “Vediamo cosa c’è qui.”

Il negozio era pieno di abiti dai colori scuri, con pizzi, catene e accessori che sembravano usciti direttamente da un film fantasy. Kazuya, invece, sembrava entusiasta, e si avvicinò rapidamente alla sezione degli abiti più stravaganti. Un abito femminile che aveva un look gotico attirò subito la sua attenzione: un vestito nero lungo con dettagli in velluto e decorazioni d’argento.

Tomoko osservò Kazuya mentre lo guardava, leggermente indecisa. Non era abituata a scegliere abiti così, ma voleva che si sentisse bene. Così, prendendo coraggio, si avvicinò e gli indicò il vestito. “Penso che potrebbe stare bene su di te. Non è il mio stile, ma ti vedo bene in abiti come questo.”

Kazuya alzò gli occhi verso di lei, sorpreso per un momento dalla sua proposta. Ma poi sorrise. “Grazie, Tomoko,” disse, toccandosi i capelli con un gesto distratto. “Se mi aiuti a scegliere, magari riesco finalmente a sentirmi davvero come sono.”

Tomoko si guardò intorno mentre Kazuya andava a provare l’abito. Per lei, la moda non era mai stata una priorità. Ma vedere Kazuya così entusiasta e speranzoso, la fece sentire che stava facendo qualcosa di importante per lui. Non aveva mai capito fino in fondo cosa significasse per Kazuya indossare abiti femminili, ma vedeva che stava cercando di vivere la sua verità.

Pochi minuti dopo, Kazuya uscì dai camerini, indossando il vestito nero con una grazia sorprendente. L’abito gli stava perfettamente, e per un attimo Tomoko non riuscì a distogliere lo sguardo. C’era qualcosa di sereno e bello nel vederlo così. Il vestito non sembrava solo un capo di abbigliamento, ma un’espressione di se stesso.

Tomoko sorrise, anche se non aveva mai visto Kazuya così prima. “Wow,” disse, cercando di non sembrare troppo colpita. “Devi prenderlo. Ti sta benissimo.”

Kazuya si guardò allo specchio con un sorriso timido. “Sei sicura? Non ti sembra troppo strano per un ragazzo?”

Tomoko scrollò le spalle, anche se sentiva il cuore battere un po’ più forte di quanto avrebbe voluto. “Non è strano. Semplicemente è… te. E, se ti fa sentire bene, allora va bene.”

Kazuya annuì, sentendosi improvvisamente più leggero. “Grazie, Tomoko. Non so cosa farei senza di te.”

Quando pagarono i vestiti e uscirono dal negozio, Tomoko sentiva una certa soddisfazione. Non solo per aver trovato l’abito giusto per Kazuya, ma per il fatto che, per un momento, si era sentita vicina a lui in un modo che non si era mai aspettata.

Mentre camminavano per il centro commerciale, Tomoko continuò a guardare Kazuya, pensando a quanto fosse importante per lui essere se stesso. “Beh,” pensò, “forse non capisco ancora completamente tutto, ma voglio che tu sia felice.”

Kazuya trascinò Tomoko attraverso il centro commerciale, l’energia che emanava era contagiosa. “Dai, dai, vieni con me!” esclamò mentre si faceva strada tra la folla. Tomoko, pur riluttante, lo seguiva, non riuscendo a capire cosa avesse in mente questa volta. Ma Kazuya sembrava determinato.

Arrivarono davanti a un negozio che non sembrava proprio essere il tipo di posto in cui Tomoko avrebbe mai messo piede. Era uno di quei negozi trendy, con abbigliamento giovanile e audace, perfetto per un look alternativo. I vestiti erano pieni di colori vivaci, scritte moderne e disegni eccentrici. Tomoko alzò un sopracciglio mentre Kazuya si avvicinava con un sorriso malizioso.

“Perché ci porti qui?” chiese Tomoko, mentre Kazuya, senza nemmeno darle il tempo di rispondere, la spingeva dentro il negozio.

“È il mio turno di aiutarti a scegliere qualcosa!” rispose con entusiasmo. “E dai, voglio vedere come ti stai adattando alla moda giapponese. Non è sempre solo praticità, puoi divertirti un po’ anche con il look!”

Tomoko, che normalmente preferiva vestiti più semplici e non particolarmente femminili, sbuffò. In effetti, indossava spesso abiti comodi e pratici: t-shirt larghe, pantaloni da ginnastica e giacche, il tutto lontano dallo stile super elegante che sembrava attrarre le ragazze giapponesi. “Non sono sicura di essere il tipo giusto per queste cose”, disse con un sorriso tirato.

Kazuya fece un gesto teatrale come se avesse sentito una sfida, ma si mise subito alla ricerca di qualcosa che potesse fare al caso di Tomoko. “Scommetto che posso trovare qualcosa che ti farà cambiare idea!”

Dopo un po’, Kazuya prese dei vestiti più casual ma con un tocco di stile giapponese che potevano funzionare bene per Tomoko. “Ecco! Questo è più da te,” disse, mostrando una maglietta con una scritta minimalista e dei pantaloni a vita alta che sarebbero stati perfetti con uno stile più sportivo ma alla moda. “Lo so che non ti piacciono le cose troppo femminili, quindi ho cercato di trovare qualcosa che si adatti a te.”

Tomoko guardò i vestiti con una leggera perplessità. Non era il suo stile abituale, ma Kazuya aveva davvero messo un bel pensiero nel trovarli per lei. “Non sono sicura… Ma suppongo che posso provarli,” disse, più per non deluderlo che per altro.

Kazuya, tutto entusiasta, l’accompagnò nei camerini e si sistemò davanti, curioso di vedere il risultato. “Vai, vai! Non vedo l’ora di vederti!”

Tomoko si cambiò velocemente, uscendo dal camerino con i nuovi vestiti. Si guardò nello specchio e si rese conto che non stava poi così male. La maglietta era comoda e i pantaloni, pur non essendo il suo stile usuale, la facevano sembrare più alta e snodato. Tomoko non poteva fare a meno di notare che, nonostante la sua riluttanza iniziale, il cambiamento la stava facendo sentire un po’ diversa.

Kazuya, che la stava aspettando con il suo sorriso malizioso, la guardò con approvazione. “Ti stanno benissimo! Vedi, ti avevo detto che dovevi provare qualcosa di nuovo!” disse con un tono trionfante.

Tomoko arrossì leggermente, ma poi rispose con un sorriso sincero. “Non sono mai stata del tipo da indossare questi vestiti, ma… devo ammettere che non mi fanno sentire male.”

“Lo sapevo!” esclamò Kazuya. “Ora dobbiamo solo trovare qualcosa di ancora più divertente per te!”

Tomoko rise, e per un attimo si lasciò trasportare dall’entusiasmo di Kazuya. In fondo, non era poi così male lasciarsi coinvolgere in un po’ di spontaneità. “Va bene, va bene,” disse. “Ma solo perché ci hai messo tanto impegno.”

Kazuya, con il suo sorriso solito, fece un gesto trionfante. “Allora, è ufficiale! La missione di shopping per Tomoko è un successo!”

E così, tra risate e divertimento, Tomoko si rese conto che la giornata stava prendendo una piega decisamente migliore di quanto avesse immaginato.

Passarono delle ore tra risate, scherzi e la ricerca di altri vestiti nei negozi del centro commerciale. Kazuya, che si divertiva un sacco a vedere Tomoko interagire con quel nuovo mondo di moda, si ricordò improvvisamente di un altro appuntamento che avevano programmato per la giornata.

Guardando l’orologio, sorrise e si avvicinò a Tomoko, che stava osservando un altro negozio di accessori. “Ehi, Tomoko,” disse, con un’espressione un po’ maliziosa, “non dimenticarti che dobbiamo andare al sushi insieme e prenderci anche il nostro bubble tea!”

Tomoko si voltò sorpresa, come se fosse stata distratta dai vari acquisti. “Oh, hai ragione!” esclamò, abbassando la guardia un attimo e realizzando che il tempo era passato così velocemente. “Vabbè, direi che possiamo andare.”

Kazuya annuì con entusiasmo. “Esatto! Non voglio perdermi quel bubble tea! E per quanto riguarda il sushi… chi sta per perdere alla fine della giornata? Non posso permettermi di non mangiare abbastanza!”

Tomoko, che non era del tutto convinta di essere l’esperta di sushi, sorrise. “Tu e i tuoi giochi, Kazuya. Ma va bene, farò la mia parte!” rispose, divertita dalla sua energia.

Si diressero verso il ristorante di sushi, dove si trovavano già una fila di persone. Kazuya, con il suo spirito vivace, fece una battuta su quanto dovessero mangiare per fare onore alla sfida, ma Tomoko non fece altro che ridere, accettando di buon grado l’invito.

Una volta al sushi, si sistemarono al tavolo, con Kazuya che ordinò una varietà di piatti e Tomoko che si guardava intorno, non proprio abituata a mangiare così tanto. Ma per Kazuya era un’opportunità da non perdere, ed era riuscito a farle apprezzare anche quel lato del Giappone che non aveva mai preso in considerazione.

Tornati ai dormitori, Kazuya e Tomoko si fermarono davanti alla porta, bevendo il loro bubble tea. La giornata era stata lunga, ma divertente, e Kazuya si sentiva soddisfatto. Tomoko, che non si aspettava una giornata così piena di sorprese, sorrideva mentre si godeva il suo drink.

Tuttavia, appena entrarono nell’edificio, Kazuya notò qualcosa che lo fece subito irrigidire. Scarlett era lì, proprio davanti ai dormitori, e stava cercando di attirare l’attenzione di Shinra. Stava parlando con lui in modo provocante, e ogni tanto lanciava occhiate ostili verso Kazuya, accompagnate da parole taglienti.

Kazuya fece un passo in avanti, ma fu fermato subito da Tomoko che gli prese il braccio e lo trascinò via con discrezione. “Aspetta,” disse con voce bassa e seria, “non è il momento. Devi aspettare il momento giusto per fare una bella entrata in scena. Non lasciarti provocare.”

Kazuya, confuso ma anche un po’ frustrato, guardò Tomoko. “Ma… perché devo aspettare? Non mi piace che mi insulti così, soprattutto davanti a Shinra.”

Tomoko lo guardò con un sorriso complice, ma anche un po’ serio. “Lo so, ma se ti arrabbi ora, sarà solo un’altra vittoria per Scarlett. Devi giocare le tue carte con calma. Quando sarà il momento giusto, faremo in modo che non ci sia nessun dubbio su chi sta con Shinra.”

Kazuya guardò di nuovo Scarlett, che continuava a flirtare con Shinra con un sorriso che lui trovava inquietante. Sentiva il fuoco dentro di sé, ma cercò di calmarsi, concentrandosi sulle parole di Tomoko. “Hai ragione,” mormorò infine. “Voglio che sia chiaro che non c’è nessuna possibilità con lei.”

Tomoko annuì e sorrise. “Esattamente. Ora andiamo, il tempo ci darà l’opportunità di far capire tutto a tutti.”

Il momento giusto arrivò quando Scarlett, approfittando di una pausa nella conversazione, si avvicinò troppo a Shinra, il suo corpo quasi a contatto con il suo. Kazuya, che aveva osservato la scena da lontano, decise che era finalmente il momento di intervenire.

Con passo deciso, si avvicinò rapidamente e si fermò a pochi passi da Scarlett, che non si accorse subito della sua presenza. Poi, con un sorriso dolce ma fermo, Kazuya parlò, facendo risuonare la sua voce calda e calma. “Shinra,” disse, attirando l’attenzione del ragazzo, “posso rubarti per un momento?”

Shinra, che non si aspettava una simile interruzione, si voltò subito verso di lui, vedendo il sorriso affettuoso di Kazuya. “Certo,” rispose, senza esitazione, mentre Scarlett rimase in silenzio, quasi scoprendo una smorfia sul volto, ma cercando di mantenere il controllo.

Kazuya si avvicinò a Shinra, prendendolo per la mano con naturalezza e dolcezza. Il contatto tra di loro sembrava quasi naturale, come se il mondo attorno a loro si fermasse per un attimo. Kazuya, con uno sguardo che faceva impazzire Shinra, si avvicinò lentamente e, senza dire una parola, lo baciò con passione e dolcezza. Era un bacio che sembrava dire tutto, che rendeva il resto del mondo invisibile e irrilevante.

Quando si separarono, Shinra sembrava stordito ma felice, con un sorriso che brillava nei suoi occhi. “Andiamo,” sussurrò Kazuya, prendendo la sua mano e portandolo via, lontano da Scarlett, da quella tensione che aveva creato, e verso la loro stanza, dove avrebbero potuto essere soli, senza distrazioni.

Scarlett, vedendo i due allontanarsi, rimase immobile. La rabbia, mischiata a un sottile dolore, si faceva strada dentro di lei, ma cercò di non mostrarlo. Tomoko, che era rimasta lì, osservava la scena e si avvicinò lentamente a Scarlett.

“Non preoccuparti,” disse Tomoko, con un sorriso sarcastico ma anche un po’ triste. “Vedrai che il tempo fa sempre il suo lavoro. Non sono mai riusciti a stare separati troppo a lungo.”

Scarlett, però, non rispose subito. Sentiva un groppo in gola mentre guardava Kazuya e Shinra allontanarsi. Non poteva negare che, in quel momento, le cose erano cambiate. “Non è finita,” mormorò, ma dentro di sé sapeva che quel “non è finita” non significava più ciò che pensava una volta.

Tomoko guardò Scarlett con un misto di comprensione e distacco. “Forse,” rispose, “ma ora possiamo solo aspettare e vedere come si evolve.”

Tomoko, mentre osservava la scena che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi, non poté fare a meno di continuare a ripetere a se stessa che Shinra e Kazuya erano praticamente anime gemelle. La loro connessione era così evidente, così naturale. Si guardavano come se non ci fosse nient’altro al mondo, e Tomoko non poté fare a meno di sorridere per loro, sentendo una leggera invidia per la loro felicità.

Ma all’improvviso, un movimento attirò la sua attenzione. Scarlett, che stava per allontanarsi, si voltò verso di lei. I loro occhi si incontrarono e Tomoko sentì il battito del suo cuore accelerare. Scarlett si trovava ora a pochi passi da lei, e Tomoko, incapace di distogliere lo sguardo, si sentì stranamente paralizzata.

La distanza tra le due ragazze sembrava ridursi istantaneamente, e Tomoko provò una sensazione che non riusciva a comprendere. I suoi pensieri si confusero e il viso le si fece rosso mentre si rendeva conto di quanto Scarlett fosse vicina a lei. Non era solo la sua bellezza che la colpiva, ma qualcosa di più sottile e travolgente.

Scarlett, con il suo sguardo intenso, sembrava notare l’effetto che stava avendo su Tomoko, e per un attimo un sorriso enigmatico attraversò il suo volto. Tomoko, incapace di parlare, si sentì sopraffatta da un’emozione nuova, inaspettata. Era come se il semplice essere vicina a Scarlett le avesse suscitato qualcosa di sconosciuto, e Tomoko non riusciva a distogliere gli occhi da lei.

Scarlett, dopo quel momento di silenzio, si girò e si allontanò, ma non prima di lanciare un ultimo sguardo su Tomoko. Un sorriso, appena accennato, accompagnò il suo gesto di allontanarsi.

Tomoko rimase lì, con il cuore che batteva più forte, confusa e arrossita. Non riusciva a spiegare cosa fosse successo in quell’istante. Si sentiva come se qualcosa fosse cambiato, come se una nuova consapevolezza fosse nata in lei. Una sensazione di disagio la sopraffece mentre la guardava allontanarsi, incapace di formulare pensieri chiari.

Per un momento, tutto ciò che Tomoko poté fare fu fissare il vuoto davanti a sé, il suo volto ancora caldo dal rossore, mentre una domanda che non si era mai posta prima affiorava nella sua mente: “Cosa sto provando?”

Nel frattempo, Shinra e Kazuya erano rimasti soli nella loro stanza. Il silenzio che li circondava era pesante, e Kazuya, guardando Shinra con uno sguardo intenso, non poté fare a meno di fare una domanda che lo tormentava da quando aveva visto l’interazione con Scarlett.

“Stavi per ricambiare le avances di Scarlett?” chiese Kazuya, la sua voce tremante, un misto di incertezza e gelosia. Non voleva sembrare insicuro, ma non riusciva a ignorare il dolore che provava ogni volta che pensava a Shinra e Scarlett.

Shinra, sorpreso dalla domanda, si voltò verso Kazuya, cercando di calmarsi. “Cosa stai dicendo, Kazuya? Non era niente di importante,” rispose, ma la sua voce tradiva una leggera preoccupazione.

Kazuya non riusciva a contenere la frustrazione. “Era chiaro che ti stava cercando, e tu non hai allontanato quella ragazza. Cosa significava, allora?!” Il suo tono si fece più forte, quasi accusatorio. “Se ti piace Scarlett, perché non mi hai detto nulla?”

Shinra cercò di avvicinarsi a Kazuya, ma lui lo respinse, camminando nervosamente per la stanza. “Non è così, Kazuya! Non era niente di serio,” disse, ma Kazuya non riusciva a credere a quelle parole.

Il cuore di Kazuya stava battendo forte nel petto mentre la paura lo assaliva. Non riusciva a pensare chiaramente. “Ma cosa ne sarà di noi? Mi stai dicendo che sono solo un’opzione per te? Che se qualcun altro arrivasse, saresti disposto a lasciarmi?” La sua voce si fece più bassa, quasi come un sussurro, carica di dolore.

Un’onda di panico travolse Kazuya, e in un istante le lacrime iniziarono a scendere sul suo viso. “Non posso perderti, Shinra. Non posso… Non so cosa farei senza di te.” La sua voce tremò, e la tristezza che provava era evidente.

Shinra, colpito dalla vulnerabilità di Kazuya, si avvicinò lentamente. Vedendo le lacrime che scivolavano lungo il viso del ragazzo, si rese conto di quanto fosse importante per lui. “Kazuya, non è come pensi. Io… io ti amo, e non c’è nessuna possibilità che ti perda. Scarlett non significa nulla per me. Sei tu, solo tu.”

Kazuya guardò Shinra con occhi pieni di incertezze, ma quando vide la sincerità nei suoi occhi, qualcosa dentro di lui cominciò a calmarsi. Shinra lo abbracciò dolcemente, e Kazuya si strinse a lui, come se cercasse rifugio in quella presenza rassicurante.

“Non devi avere paura,” sussurrò Shinra, accarezzando i capelli di Kazuya. “Non ti perderò mai. Sei la cosa più importante per me.”

Kazuya annuì, ma il suo cuore batteva ancora forte. Nonostante le parole di Shinra, la paura di perderlo sembrava essere ancora lì, un’ombra che lo seguiva. Ma per ora, abbracciato a Shinra, riuscì a trovare un po’ di pace, come se il mondo fuori dalla stanza potesse aspettare, e come se, per un momento, nessuna paura fosse abbastanza grande da separarlo da lui.

Kazuya, ancora con gli occhi pieni di lacrime, si staccò lentamente dall’abbraccio di Shinra. Guardò a terra per un attimo, cercando di calmarsi. Quando rialzò lo sguardo, i suoi occhi erano ancora segnati dalla tristezza, ma qualcosa dentro di lui sembrava più sereno.

“C’ho una cosa per te…” disse Kazuya con voce bassa, ma determinata. Si avvicinò alla sua borsa e la aprì con mano tremante. Trasse fuori i manga e l’action figure che aveva scelto per lui.

“Ho pensato che ti sarebbero piaciuti questi,” continuò, porgendoli a Shinra, cercando di sembrare più sicuro. “Sono gli ultimi manga della tua serie preferita… e questa è una figurina speciale, quella che volevi tanto,” spiegò, osservando la reazione di Shinra.

Shinra guardò il regalo con un sorriso che illuminò il suo volto, riconoscendo subito la passione e l’attenzione che Kazuya ci aveva messo nel scegliere tutto. “Kazuya…” disse, commosso, “Questo è davvero… troppo gentile da parte tua.” Lo guardò con gratitudine, accarezzando delicatamente l’action figure. “Mi piacciono tantissimo, ti ringrazio.”

Kazuya abbassò lo sguardo per un attimo, sentendo un calore diffondersi nel cuore, anche se un po’ di insicurezza lo assaliva ancora. "Sono contento che ti piacciano,” mormorò, “Volevo solo farti un regalo che ti facesse sorridere.”

Shinra si avvicinò e lo abbracciò di nuovo, questa volta in modo più tenero, come se volesse rassicurarlo ulteriormente. “Mi fa sorridere solo il fatto che tu ci tenga così tanto a me,” sussurrò contro i suoi capelli.

Kazuya, sentendo il calore di Shinra avvolgerlo di nuovo, si rilassò, lasciandosi andare al momento. Sebbene i suoi timori fossero ancora presenti nel suo cuore, in quel momento si sentiva più vicino a Shinra che mai. Non doveva più temere: il suo posto accanto a lui era sicuro, e quel regalo, come il loro legame, non sarebbe mai stato messo in discussione.

“Ti amo,” disse Kazuya, guardando Shinra negli occhi con sincerità. “E non voglio che tu ti senta mai insicuro di me.”

Shinra sorrise e lo strinse più forte, accogliendo quelle parole con il cuore. “Ti amo anche io, Kazuya. Non c’è niente che possa separarci, capisci?”

In quel momento, con il regalo in mano e il cuore pieno di emozioni, Kazuya si sentì finalmente in pace.

Shinra, ancora con il sorriso stampato sulle labbra, posò delicatamente i regali che Kazuya gli aveva dato sul comodino. Non voleva distrarsi troppo, perché sentiva una connessione speciale con lui che voleva vivere in pieno. Con un gesto dolce, prese il viso di Kazuya tra le mani e lo guardò negli occhi, come per comunicargli quanto fosse importante per lui.

Senza dire una parola, si avvicinò lentamente, lasciando che le loro labbra si incontrassero in un bacio tenero. Un bacio che parlava di affetto e sicurezza, lontano dalle preoccupazioni quotidiane. Kazuya rispose con la stessa dolcezza, abbandonandosi al momento, come se il mondo intorno a loro fosse sparito.

Man mano che il bacio continuava, Shinra lo avvicinò a sé, e insieme, senza fretta, si spostarono verso il letto. Non c’era alcuna urgenza, solo il piacere di essere vicini, coccolandosi e trovando conforto nelle braccia dell’altro. Dopo un po’, i loro corpi si rilassarono, e le risate iniziarono a scivolare fuori, leggere come piume. Non c’era nulla da dire, solo quel silenzio pieno di complicità che spesso accompagna i momenti più sinceri.

Si stesero uno accanto all’altro, le mani intrecciate, e le risate lasciarono il posto a un abbraccio caldo, che li avvolgeva come una coperta. I battiti dei loro cuori erano in perfetta sintonia, e il sonno arrivò dolcemente, portandoli via in un mondo dove le preoccupazioni non avevano spazio.

Con il viso sereno e una leggera risata che ancora si rifletteva nei loro occhi, si addormentarono insieme, come se fossero sempre stati destinati a farlo. Nulla di più, ma tutto di più allo stesso tempo: una serenità condivisa che solo l’affetto più puro sapeva donare.

Tomoko era seduta sul bordo del letto, gli occhi fissi nel vuoto mentre cercava di fare ordine nei suoi pensieri. Il suo cuore batteva più velocemente del solito, eppure non riusciva a comprendere completamente cosa stesse succedendo dentro di lei. La scena che aveva visto con Scarlett, la sua presenza così vicina, il modo in cui l’altra ragazza si era rivolta a lei… tutto sembrava così confuso, eppure così chiaro allo stesso tempo.

Aveva sempre avuto una visione molto chiara dei suoi sentimenti, o almeno pensava di averla. Ma Scarlett… Scarlett l’aveva messa in discussione. Ogni volta che si trovava vicino a lei, sentiva il suo cuore accelerare, un calore che non riusciva a spiegare. Non era come quando pensava a Shinra o Kazuya, due persone a cui era affezionata, ma qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo che le dava una sensazione di inquietudine.

Tomoko si alzò e cominciò a camminare nervosamente per la stanza, ripercorrendo le parole e le azioni di Scarlett nella sua mente. Si ricordava il modo in cui la ragazza si era avvicinata a lei, come aveva catturato la sua attenzione con quegli occhi misteriosi e la sua voce sicura. Tomoko si mordeva il labbro inferiore, cercando di dare un senso a tutto.

“Sono solo confusa,” pensò tra sé e sé. “Forse è solo una fase, un momento di vulnerabilità. Non posso essere… non posso essere così.” Ma, nonostante i suoi tentativi di razionalizzare, il suo cuore non la ascoltava. Ogni volta che pensava a Scarlett, sentiva quella fitta di emozioni che non riusciva a fermare. La sua mente era un turbine di domande e dubbi.

Tornò a sedersi sul letto, rannicchiandosi un po’ su se stessa, mentre si abbandonava ai suoi pensieri. Si sentiva sola in quel momento, incapace di confondersi ulteriormente, ma allo stesso tempo un po’ spaventata dal fatto che ciò che stava provando potesse essere qualcosa di più. Avrebbe voluto avere qualcuno con cui parlarne, ma in quel momento sembrava che nessuno potesse aiutarla a capire.

Tomoko guardò verso la finestra, dove la luce del tramonto filtrava delicatamente. La sua riflessione fu interrotta solo dal rumore del suo telefono che vibrava sul comodino. Era un messaggio di Kazuya, che le chiedeva come stava. Lei sorrise amaramente, ma rispose comunque.

“Sto bene. Grazie per chiedere.”

Ma dentro di sé, sapeva che non era affatto così. Non era affatto sicura di niente.

Chapter 14: Ombre Nel Bosco

Chapter Text

Un giorno, mentre Tomoko era immersa nei suoi appunti di chimica nella sala studio dell’accademia, il suo telefono vibrò leggermente. Alzò lo sguardo, leggermente infastidita per l’interruzione, ma quando vide il nome del preside sullo schermo, la curiosità prevalse. Anche Kazuya, Shinra e Kenji avevano ricevuto lo stesso messaggio: il preside li convocava urgentemente nel suo ufficio per discutere di una nuova missione.

Si trovarono tutti davanti alla porta dello studio del preside, scambiandosi occhiate curiose. Kazuya sembrava un po’ nervoso, giocherellava con l’orlo della sua felpa, mentre Shinra gli poggiava una mano sulla spalla per rassicurarlo. Kenji, come sempre, appariva rilassato, le mani infilate nelle tasche e un mezzo sorriso sul volto. Tomoko, invece, era concentrata, cercando di immaginare cosa potesse volerli il preside stavolta.

Una volta entrati, il preside li accolse con un cenno del capo, il suo sguardo serio e penetrante. Dietro di lui, sulla parete, erano appese mappe dettagliate e immagini di creature magiche e territori sconosciuti.

“Grazie per essere venuti così in fretta,” iniziò il preside con tono grave. “Abbiamo una situazione delicata che richiede il vostro intervento.”

Mostrò loro una mappa dettagliata di una foresta ai confini dell’accademia, dove erano stati segnalati strani fenomeni magici: misteriose sparizioni di studenti e segnalazioni di potenti maledizioni mai viste prima.

“Il vostro compito,” continuò il preside, “sarà indagare su questi eventi, identificare la causa e, se possibile, risolvere la situazione. La sicurezza dell’accademia e degli studenti è nelle vostre mani.”

Shinra annuì con sicurezza, mentre Kazuya deglutì a vuoto. Kenji si limitò a fare un cenno affermativo, apparentemente impassibile. Tomoko prese la parola con decisione:

“Ci assicureremo di fare tutto il possibile, signore.”

Dopo aver ricevuto ulteriori istruzioni e dettagli sulla missione, lasciarono l’ufficio del preside con il peso della responsabilità sulle spalle. Sapevano che quella non sarebbe stata una missione semplice, ma erano pronti a mettersi in gioco. Fuori dallo studio, si scambiarono sguardi determinati.

“Ce la faremo, ragazzi,” disse Shinra, stringendo lievemente la mano di Kazuya.

Tomoko annuì, determinata a dare il massimo. Kenji, con il suo solito sorriso sicuro, diede un colpetto amichevole sulla spalla di Kazuya.

“Non c’è niente che non possiamo affrontare insieme, giusto?” aggiunse Kenji, cercando di smorzare la tensione.

Il gruppo, più unito che mai, si preparava ad affrontare quella nuova e misteriosa sfida.

Dopo aver raccolto tutto il necessario per la missione, i ragazzi salirono su un piccolo autobus diretto verso i confini della foresta. Il viaggio fu tranquillo: Kazuya guardava fuori dal finestrino, perso nei suoi pensieri, mentre Shinra gli sedeva accanto, mantenendo una presenza rassicurante. Tomoko sfogliava un libro di chimica, mentre Kenji si era già addormentato, con la testa ciondolante contro il vetro.

Arrivarono nel tardo pomeriggio. Davanti a loro si stagliava una grande casa di legno, imponente ma accogliente, situata ai margini della foresta. La struttura aveva tre camere da letto, tutte arredate con letti singoli e coperte spesse per affrontare le fredde notti nei boschi.

Entrando, esplorarono rapidamente gli spazi: una zona comune con un camino in pietra al centro, una cucina semplice ma funzionale e un bagno condiviso. Le tre camere da letto erano disposte lungo un corridoio stretto.

“Wow, non male!” esclamò Kenji con un sorriso soddisfatto. “Pensavo che ci avrebbero buttato in qualche capanna diroccata.”

“Almeno non dovremo dormire tutti insieme,” commentò Tomoko, apprezzando l’idea di un po’ di spazio personale.

Shinra e Kazuya si scambiarono uno sguardo complice. Era chiaro che avrebbero diviso una delle stanze, lasciando a Kenji e Tomoko le altre due.

Dopo aver sistemato i bagagli nelle rispettive stanze, si riunirono nella zona comune per discutere il piano della missione. Decisero di esplorare la foresta il giorno successivo, dopo essersi riposati e aver preso confidenza con la casa.

Quella sera, mentre il crepitio del fuoco riempiva l’aria di un calore confortante, i ragazzi si lasciarono andare a qualche battuta leggera per stemperare la tensione. Ma sapevano tutti che quella missione sarebbe stata più complessa di quanto sembrasse.

Durante la notte, mentre la casa era immersa nel silenzio e tutti dormivano, Shinra si svegliò di colpo, disturbato da un rumore sordo proveniente dall’esterno. La stanza era avvolta dall’oscurità, rischiarata appena dal pallido chiarore della luna che filtrava attraverso le tende leggere.

Incuriosito e leggermente inquieto, si alzò dal letto cercando di non svegliare Kazuya, che dormiva profondamente accanto a lui. Si avvicinò alla finestra, scostando la tenda con cautela. Fu allora che lo vide.

Un grande gufo dalle piume scure era appollaiato sul ramo di un albero vicino alla casa. Gli occhi gialli dell’animale scintillavano nella notte, fissi su di lui. Per un attimo, il tempo sembrò fermarsi. Poi, davanti ai suoi occhi increduli, il gufo iniziò a mutare forma. Le piume si sciolsero in un bagliore argenteo e, in pochi istanti, al suo posto apparve una donna alta e imponente, vestita con un’armatura greca antica. Il metallo luccicava alla luce lunare, dettagliato e maestoso.

Shinra spalancò gli occhi, incapace di emettere un suono. La donna lo osservò per un istante — uno sguardo che sembrava carico di significato — prima di trasformarsi nuovamente in una scia luminosa che si disperse nell’aria. Quando la luce svanì, il gufo era di nuovo lì, per un breve momento, prima di spiccare il volo e scomparire nella foresta.

Shinra rimase immobile, il cuore che batteva forte. “L’ho immaginato?” si chiese, confuso e leggermente spaventato.

Fu allora che sentì una mano delicata sfiorargli la spalla. Si voltò di scatto e vide Kazuya, il volto assonnato ma segnato dalla preoccupazione.
“Shinra, che succede? Hai avuto un incubo?” gli chiese con voce dolce.

Shinra esitò, guardando ancora una volta fuori dalla finestra. Il silenzio della foresta sembrava ora opprimente.
“Forse… Forse sì. Mi sarò solo immaginato tutto,” rispose infine, cercando di convincere se stesso più che Kazuya.

Kazuya lo osservò per un momento, poi gli prese delicatamente la mano. “Vieni, torniamo a letto.”

Shinra annuì, lasciandosi guidare da Kazuya verso la sicurezza della loro stanza. Ma quella visione gli restò impressa nella mente, come un’ombra difficile da dissolvere.

La mattina dopo, il sole filtrava timidamente attraverso le tende, rischiarando la stanza. Shinra si svegliò stiracchiandosi, ma si accorse subito che il lato del letto di Kazuya era vuoto e ormai freddo. Confuso e ancora un po’ intontito dal sonno, si alzò, infilò una maglietta e uscì dalla stanza.

Seguendo il profumo del cibo, si diresse verso la cucina. Lì trovò Kazuya, già sveglio da tempo, intento a preparare la colazione. Muoveva le mani con naturalezza tra padelle e pentole, e la sua concentrazione era evidente. Seduti al tavolo c’erano Tomoko e Kenji: la prima osservava con serietà ogni movimento di Kazuya, mentre il secondo sembrava già annoiato dall’attesa.

Sorridendo con affetto, Shinra si avvicinò a Kazuya e, senza pensarci due volte, lo abbracciò dolcemente da dietro, appoggiando il mento sulla sua spalla. Kazuya si irrigidì per un momento, sorpreso, poi sorrise imbarazzato.

Tomoko alzò lo sguardo verso di loro con un’espressione indecifrabile, lo sguardo serio e quasi rassegnato, come se pensasse: “Seriamente? Proprio ora?”

Kenji, invece, sbuffò platealmente e si coprì la faccia con una mano. “Giuro, mi sta venendo il vomito per tutto questo romanticismo… Non potete aspettare almeno dopo colazione?” disse, alzando gli occhi al cielo.

Shinra scoppiò a ridere, mentre Kazuya, un po’ imbarazzato, finì di preparare la colazione cercando di ignorare gli sguardi dei due amici. Anche Tomoko, alla fine, lasciò sfuggire un sorrisetto divertito.

Kazuya finì di preparare la colazione e iniziò a distribuire i piatti. Pancake dorati, frutta fresca e sciroppo d’acero riempivano la tavola, diffondendo un profumo invitante.

“Buona colazione a tutti,” disse Kazuya con un sorriso soddisfatto, prendendo posto accanto a Shinra.

Shinra stava per dire qualcosa — probabilmente per prenderlo in giro affettuosamente o fare un commento romantico — ma Kazuya, con rapidità sorprendente, gli infilò un pancake in bocca.

“Zitto e mangia,” disse con tono deciso, ma con un sorrisetto divertito.

Kenji, che aveva assistito a tutta la scena, scoppiò a ridere così forte da rischiare di rovesciare il succo di frutta. “Okay, questo è stato epico!” commentò tra le risate.

Tomoko, con un’espressione tra il divertito e il rassegnato, scosse la testa e iniziò a mangiare in silenzio.

Dopo la colazione, mentre finivano di sistemare la cucina, Shinra batté le mani per attirare l’attenzione di tutti.

“Ok, ragazzi! Andate a cambiarvi e mettetevi i vostri costumi da hero. Dobbiamo iniziare a prepararci per la missione!” annunciò con tono deciso.

Kazuya, Tomoko e Kenji annuirono, dirigendosi verso le rispettive stanze per prepararsi. Kazuya entrò nella sua camera e iniziò a cercare il suo costume tra le sue cose, concentrato sul compito.

Shinra, con un sorriso malizioso e il desiderio di giocare un po’, decise di fare uno dei suoi soliti scherzi. Si nascose dietro la porta, aspettando il momento giusto per cogliere Kazuya di sorpresa.

Quando vide Kazuya girato di spalle, intento a sistemarsi la divisa, Shinra si avvicinò piano, pronto a prenderlo da dietro per spaventarlo.

Ma proprio in quell’istante, Kazuya si voltò di scatto, forse per istinto o per abitudine ai tranelli di Shinra. Senza pensarci due volte, alzò la gamba e tirò un calcio istintivo, centrando Shinra in pieno volto.

“Ma che—?! Shinra!” gridò Kazuya, realizzando chi fosse.

Shinra si ritrovò a terra, con una mano sul naso dolorante e un’espressione tra il sorpreso e il divertito.

“Ahi… ok, ok, forse me lo meritavo,” disse, ridendo leggermente mentre cercava di rialzarsi.

Kazuya, cercando di trattenere una risata, scosse la testa. “Ma sei scemo? Cosa pensavi di fare?”

“Volevo solo salutarti… in modo speciale,” rispose Shinra con un sorrisetto colpevole.

Kazuya sospirò, cercando di mantenere un’aria severa, ma alla fine scoppiò a ridere. “Muoviti, o saremo in ritardo!”

Entrambi si rimisero in ordine, finalmente pronti nei loro costumi da hero, e raggiunsero gli altri per affrontare la giornata.

Quando tutti furono pronti, si ritrovarono nel salone principale della casa, osservandosi a vicenda nei loro costumi da hero.

Tomoko fu la prima a scendere. Indossava un camice da scienziato bianco, arricchito da dettagli rossi che sostituivano i precedenti blu. Le tasche multiple erano piene di strumenti e provette, mentre gli occhiali protettivi con lenti regolabili completavano il suo look professionale e innovativo.

Kenji arrivò subito dopo, sfoggiando un abbigliamento ispirato allo stile di sua madre, Lucy Heartfilia. Il suo outfit consisteva in un abito corto con dettagli dorati e un fiocco azzurro dietro al collo, richiamando l’eleganza e la determinazione materna.

Kazuya fece il suo ingresso indossando un abito rosso bordeaux con due profondi spacchi laterali che lasciavano intravedere entrambe le gambe, coperte da leggings aderenti. Gli stivali alti fino al ginocchio, ornati da fibbie argentate, completavano l’insieme, conferendo un aspetto elegante e funzionale, ideale per muoversi agilmente durante le missioni.

Infine, Shinra scese le scale con il suo consueto sorriso sicuro. Indossava una maglia termica aderente, pantaloni larghi e guanti senza dita. I coprispalle metallici erano progettati per amplificare il suo potere, mentre la cintura appesantita fungeva da limitatore, impedendogli di utilizzare troppa energia in una volta sola.

Osservandosi l’un l’altro, il gruppo sentì crescere la determinazione. Erano pronti per affrontare qualsiasi sfida li attendesse.
Kenji prese un respiro profondo e disse con determinazione: “Dobbiamo andare. Non possiamo perdere altro tempo.” Gli altri annuirono e si addentrarono nella foresta. Gli alberi fitti oscuravano la luce del sole, creando un’atmosfera inquietante. L’aria era umida e pesante, mentre un silenzio innaturale avvolgeva tutto.

Camminarono per un po’ finché, improvvisamente, avvertirono una presenza minacciosa. Davanti a loro apparve una maledizione di grado speciale. Era una creatura mostruosa, alta e deformata, con occhi incandescenti e un’aura opprimente che rendeva difficile persino respirare.

Kenji fece un passo avanti e prese una chiave d’oro dalla sua cintura. “Apriti, Cancello del Leone! Leo!” chiamò. Dalla chiave emerse uno spirito stellare, un uomo dai capelli dorati e un’aria sicura. Leo si posizionò accanto a Kenji, pronto a combattere.

Kazuya preparò le sue fiamme, che avvolgevano le sue mani con un calore intenso, mentre Shinra alzò lentamente una mano, e un’energia oscura cominciò a concentrarsi intorno a lui. La sua ombra sembrava prendere vita, tremolante e minacciosa. Tomoko estrasse velocemente due pistole nere dalle fondine ai lati dei suoi fianchi, controllando rapidamente i caricatori.

La maledizione ruggì e si lanciò contro di loro. Leo balzò avanti per bloccare il primo attacco, respingendo il colpo con la sua forza sovrumana. Kenji coordinò i movimenti dello spirito, mentre Tomoko puntò le pistole e iniziò a sparare con precisione chirurgica, mirando ai punti deboli della creatura.

“Colpisci il cuore! È il suo punto debole!” gridò Tomoko, dopo aver analizzato rapidamente la struttura della maledizione.

Kazuya intensificò le sue fiamme fino a farle brillare di un rosso ardente, mentre Shinra fece un passo avanti e sollevò entrambe le mani. Un’ombra densa e oscura si allungò dal terreno, avvolgendo la creatura e rallentandone i movimenti. L’energia oscura tremolava come un’entità vivente, pronta a stritolare la maledizione.

Con uno sguardo d’intesa, Kazuya e Shinra colpirono insieme: le fiamme incandescenti e l’energia oscura si fusero per un momento, generando un’esplosione che fece vacillare la creatura. Tomoko colse l’opportunità e sparò un ultimo proiettile dritto al cuore della maledizione.

La creatura, ferita e in difficoltà, cercò di reagire, ma ormai era troppo tardi. Con un grido disperato, si dissolse in una nube oscura, lasciando dietro di sé solo il silenzio della foresta.

I ragazzi rimasero per un attimo in silenzio, il respiro affannoso. Poi Kenji fece un cenno soddisfatto a Leo, che svanì in una luce dorata, tornando nel mondo degli spiriti stellari.

“Bel lavoro, tutti quanti,” disse Shinra, con un mezzo sorriso, mentre l’energia oscura si dissolveva lentamente.

Tomoko controllò le sue pistole, sistemando i caricatori con precisione. “Siamo stati efficienti… anche se siete troppo impulsivi.”

Kazuya rise piano, il calore delle sue fiamme ormai svanito. Guardò gli altri con gratitudine: erano una squadra, e insieme potevano affrontare qualsiasi cosa.

Dopo aver sconfitto la maledizione di grado speciale, il gruppo si concesse un momento per riprendere fiato. La foresta sembrava tornata alla sua quiete naturale, con il cinguettio degli uccelli e il fruscio delle foglie mosse dal vento.

Tuttavia, quella calma fu presto interrotta da un suono metallico ritmico che si avvicinava rapidamente. Dai cespugli emersero creature che sembravano uscite da un incubo futuristico: raptor meccanici, con occhi luminosi e artigli d’acciaio, avanzavano verso di loro con movimenti sorprendentemente fluidi. Le loro giunture emettevano scintille a ogni passo, e un ronzio elettrico accompagnava ogni loro movimento.

Kenji reagì prontamente, estraendo una chiave d’argento dalla sua cintura. “Apriti, Cancello del Toro! Taurus!” chiamò. La chiave brillò intensamente e apparve Taurus, uno spirito possente dal corpo massiccio e con corna imponenti, pronto alla lotta.

Kazuya concentrò le sue fiamme, avvolgendo le sue mani con un calore intenso. Tomoko estrasse le sue pistole nere dalle fondine, controllando rapidamente i caricatori. Shinra, con uno sguardo serio, sollevò una mano mentre un’energia oscura cominciava a pulsare intorno a lui; la sua ombra sembrava prendere vita, tremolante e minacciosa.

I raptor meccanici si lanciarono all’attacco. Taurus caricò con una forza devastante, colpendo uno dei raptor con il suo martello massiccio. Kazuya scatenò le sue fiamme su un altro raptor, cercando di fondere i suoi componenti metallici. Tomoko mirò alle giunture delle creature, rallentandole con colpi precisi. Shinra, con un gesto deciso, lanciò tentacoli di energia oscura che avvolgevano e immobilizzavano i nemici.

La battaglia infuriava; il clangore del metallo e le esplosioni di energia riempivano l’aria. Nonostante la loro natura meccanica, i raptor dimostravano una sorprendente agilità e resistenza. Tuttavia, la combinazione delle abilità del gruppo iniziava a dare i suoi frutti: uno dopo l’altro, i raptor cadevano sotto i loro attacchi coordinati.

Alla fine, l’ultimo raptor meccanico crollò al suolo, scintille e fumo che si alzavano dal suo corpo danneggiato. Il silenzio tornò nella foresta, interrotto solo dai respiri affannosi dei ragazzi.

“Non mi aspettavo di affrontare qualcosa del genere,” disse Tomoko, ricaricando le sue pistole.

“Chiunque li abbia creati, sapeva cosa stava facendo,” aggiunse Kazuya, osservando i resti metallici.

Shinra annuì, l’energia oscura svaniva lentamente intorno a lui. “Dobbiamo rimanere vigili. Potrebbero essercene altri.”

Kenji fece un cenno a Taurus, che tornò nel mondo degli spiriti stellari con un sorriso fiducioso. “Andiamo avanti. La nostra missione non è ancora finita.”

Con una nuova determinazione, il gruppo proseguì attraverso la foresta, consapevoli che sfide ancora più grandi li attendevano.

Il gruppo si stava riprendendo dalla battaglia appena conclusa quando un rombo ancora più assordante scosse il terreno sotto i loro piedi. Dai cespugli e tra gli alberi sbucarono altri raptor meccanici, seguiti da creature ancora più terrificanti: tirannosauri robotici dalle mascelle ricoperte di denti affilati come lame, triceratopi blindati con corna acuminate e stegosauri corazzati i cui spuntoni metallici brillavano al sole.

“Ci stanno accerchiando!” gridò Shinra, il tono teso.

Kenji, senza esitazione, estrasse un’altra chiave stellare. “Apriti, Cancello della Vergine! Virgo!” chiamò, e una figura femminile con catene e abiti da cameriera apparve al suo fianco. Virgo si scagliò immediatamente sui dinosauri meccanici, usando le sue catene per intrappolarli e limitarne i movimenti.

Kazuya evocò le sue fiamme, cercando di contrastare l’avanzata dei mostri, ma il numero degli avversari cresceva. Tomoko sparava colpi precisi alle giunture dei raptor per rallentarli, ma sembrava non bastare. Shinra, ormai avvolto dall’energia oscura, provava a immobilizzare i tirannosauri, ma uno di loro ruggì con tale forza da farlo indietreggiare.

La pressione diventava insostenibile. Uno dei raptor balzò su Kazuya, affondando i suoi artigli metallici. Kazuya lo bloccò con il ghiaccio, ma il peso della creatura lo costrinse a terra. Ansimava, il cuore che batteva all’impazzata.

“Non possiamo farcela!” gridò Tomoko, osservando i loro avversari che continuavano a moltiplicarsi.

Qualcosa, però, si accese dentro Kazuya. Un calore diverso dal solito, più intenso, bruciante. Senza pensarci, spalancò la bocca e dalle sue labbra uscì un getto di fuoco rovente che avvolse i nemici più vicini, fondendo il metallo e riducendo in cenere le parti organiche dei dinosauri meccanici.

La gola gli bruciava come se fosse stata graffiata dall’interno. Tossì violentemente e sentì un sapore metallico in bocca. Gocce di sangue rosso vivo scivolarono dalle sue labbra. I suoi occhi si spalancarono, la testa leggera e confusa. Ma quella vista, quel sangue, accese una scintilla di intuizione.

Kazuya guardò le macchie cremisi sulla sua mano e sorrise, con un’ombra di follia e determinazione. Concentrò la sua energia sul sangue e lo lanciò verso i nemici. Al contatto, il liquido esplose con un fragore devastante, squarciando i raptor e i tirannosauri meccanici, riducendoli in pezzi.

I dinosauri robotici arretrarono, disorientati dalla potenza dell’attacco. Shinra e gli altri, vedendo un’apertura, si lanciarono all’offensiva. Virgo avvolse con le catene i nemici rimasti, mentre Tomoko colpì le loro teste con precisione letale.

Quando l’ultimo raptor cadde, il silenzio tornò nella foresta. Kazuya si accasciò sulle ginocchia, respirando affannosamente. La gola gli bruciava e dalle labbra continuavano a scendere gocce di sangue.

“Kazuya!” Shinra corse verso di lui, inginocchiandosi per sostenerlo. “Ehi, stai bene?”

Kazuya annuì debolmente, con un sorriso stanco. “Credo… di aver scoperto qualcosa di nuovo.”

Tomoko, ancora con le pistole in mano, lo guardò con occhi sgranati. “È stato… incredibile. Ma devi stare attento.”

Kenji richiamò Virgo e si avvicinò, posando una mano sulla spalla di Kazuya. “Hai rischiato grosso, lo sai?”

“Lo so,” ansimò Kazuya. “Ma siamo vivi, giusto?”

Il gruppo si raccolse attorno a lui, esausto ma vivo. La foresta, testimone della loro battaglia, sembrava finalmente ritornare alla sua pace naturale.

Dopo la dura battaglia contro i dinosauri robotici, Tomoko si avvicinò ai resti fumanti delle macchine sconfitte. Mentre esaminava attentamente i frammenti metallici sparsi sul terreno, il suo sguardo si fermò su un simbolo inciso su una delle piastre corazzate. Il cuore le saltò in gola: lo aveva già visto prima, durante una missione del loro primo anno all’Accademia Aegis.

Era lo stesso simbolo che appariva nei documenti appartenenti a suo padre, un marchio distintivo che le aveva sempre lasciato dubbi e domande. Quella prima volta lo aveva trovato inciso su un macchinario abbandonato durante un’operazione di recupero, ma lo aveva attribuito solo a una coincidenza, un ricordo distante di ciò che suo padre era stato. Ma ora era diverso: era la seconda volta, e il contesto era ancora più inquietante.

“Non è possibile…” mormorò Tomoko, tracciando i contorni del simbolo con le dita tremanti.

Shinra, notando il suo turbamento, si avvicinò. “Tomoko, va tutto bene? Hai trovato qualcosa?”

Lei esitò, guardandolo per un attimo, prima di indicare il simbolo. “Questo… l’ho visto anche in una missione del primo anno. È lo stesso simbolo che ho trovato nei progetti di mio padre. Ma non capisco cosa significhi che sia qui, sui resti di questi robot.”

Kenji e Kazuya si avvicinarono per osservare meglio. Kenji aggrottò la fronte. “Se questo simbolo è riapparso ed è collegato a tuo padre, c’è qualcosa di grosso sotto. Forse non è una coincidenza.”

Kazuya incrociò le braccia, riflettendo. “Dobbiamo analizzare questi resti appena possibile. Se tuo padre è coinvolto, dobbiamo capire se lo sia come vittima o come complice.”

Tomoko strinse i denti, cercando di mantenere la calma. “Non so cosa pensare… ma devo sapere la verità.”

Con una nuova determinazione, il gruppo raccolse i frammenti con il simbolo inciso, preparandosi a tornare alla base operativa. Le domande crescevano, ma una cosa era certa: quel simbolo nascondeva un segreto troppo importante per essere ignorato.

Dopo aver esaminato il simbolo familiare sui resti dei robot, Tomoko si rialzò, ancora assorta nei suoi pensieri. Kenji, osservando l’ambiente circostante, espresse la sua perplessità: “È davvero strano trovare questi robot in una foresta. Non è il loro habitat tipico.”

Shinra annuì, aggiungendo: “Sì, di solito ci aspetteremmo di incontrare simili tecnologie in ambienti urbani o industriali, non qui tra gli alberi.”

Kazuya, con lo sguardo fisso sui resti metallici, ipotizzò: “Forse qualcuno li ha portati qui per uno scopo preciso. Potrebbe trattarsi di un test o di un esperimento.”

Tomoko, ancora turbata dalla scoperta del simbolo, intervenne: “Se questi robot sono collegati a mio padre, dobbiamo assolutamente scoprire cosa sta succedendo e perché sono qui.”

Kenji incrociò le braccia, riflettendo: “Dovremmo raccogliere più informazioni e cercare eventuali indizi nella zona. Potrebbe esserci qualcosa o qualcuno che controlla questi robot.”

Shinra propose: “Torniamo alla base per analizzare questi resti e confrontarli con i dati che abbiamo. Forse riusciremo a trovare una connessione.”

Il gruppo, con una nuova determinazione, si preparò a lasciare la foresta, consapevole che le risposte che cercavano potevano essere più complesse e inquietanti di quanto avessero immaginato.

Mentre il gruppo si preparava a lasciare la foresta, i suoi membri stavano ancora riflettendo sulle strane circostanze che avevano appena vissuto. Tomoko stava osservando ancora una volta il simbolo familiare che aveva trovato sui resti dei robot, il suo pensiero distolto solo dall’improvviso suono del suo comunicatore.

Era un messaggio del preside.

“Missione completata. Potete tornare alla scuola. Vi aspettiamo.”

La voce del preside, fredda e formale, risuonò nel dispositivo. Tomoko lo ascoltò, i suoi occhi si sgranano di sorpresa.

“Completata? Ma come?” esclamò. “Non avevamo finito. C’erano ancora troppe domande senza risposta.”

Shinra, che aveva appena esaminato uno dei robot distrutti, sollevò lo sguardo verso di lei. “Sì, è strano. Non ci sono stati aggiornamenti sul nostro progresso e improvvisamente ci dicono che la missione è conclusa? Non abbiamo nemmeno fatto un rapporto completo.”

Kenji si fece avanti, scorrendo il suo dispositivo e verificando la comunicazione ricevuta. “Non ci sono dettagli, non ci sono istruzioni precise su come o perché sia terminata così in fretta. Sembra… troppo facile.”

Kazuya, che stava sistemando le sue cose, si avvicinò con uno sguardo serio. “È possibile che qualcuno stia cercando di coprire qualcosa. O forse… non dovevamo sapere tutto ciò che è successo qui.”

Tomoko annuì, lo sguardo preoccupato. “È strano. Il preside non è mai stato così vago. Non ci ha mai detto che la missione era finita così rapidamente, eppure ora ci manda via senza altre spiegazioni.”

Shinra, incrociando le braccia, sembrava pensieroso. “Qualcuno sta cercando di nascondere qualcosa. Dobbiamo scoprire cosa è realmente successo.”

Kenji scosse la testa, un’espressione di dubbio sulla faccia. “Ma cosa potremmo fare ora? Tornare a scuola senza sapere nemmeno cosa abbiamo davvero affrontato? Questa storia non mi convince.”

La sensazione di inquietudine pervadeva il gruppo. Qualcosa non andava. La missione era finita troppo in fretta, e la misteriosa comunicazione del preside non faceva altro che alimentare i loro sospetti. C’era sicuramente qualcosa che non veniva detto, e loro avevano la sensazione che la verità fosse ancora nascosta.

Tomoko guardò il gruppo, un’idea di determinazione che si faceva strada nei suoi occhi. “Non possiamo tornare senza cercare risposte. Questo simbolo, questi robot, il comportamento del preside… è tutto collegato. Dobbiamo scoprire la verità, qualsiasi essa sia.”

Gli altri annuirono, pronti a seguire Tomoko. La missione era finita, ma la loro ricerca era appena iniziata.

Chapter 15: Scintille Di Confessioni e Rivalità

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Il giorno dopo la missione, Tomoko sembrava più silenziosa del solito. Durante una pausa tra le lezioni, riuscì a trovare Kazuya da solo, seduto sul muretto di pietra del cortile dell'accademia. Aveva il naso immerso in un manga horror, ma quando sentì i passi di Tomoko, alzò lo sguardo con curiosità.
"Ehi, Tomoko. Qualcosa non va?" chiese, mettendo da parte il manga.
Lei esitò per un momento, incerta se parlare o meno. "Possiamo parlare un attimo? Da soli."
Kazuya annuì, facendo spazio accanto a sé. Tomoko si sedette, fissando il terreno sotto di lei. Era raro che fosse così esitante.
“Volevo dirti una cosa,” iniziò finalmente. “Io... io non ho nessun quirk.”
Kazuya sbatté le palpebre, colto alla sprovvista. “Cosa?”
“Non ho poteri,” ripeté Tomoko, con voce più decisa. “Sono nella sezione della creazione di oggetti perché non posso fare quello che fate voi. Non posso combattere come te, come Shinra o come Kenji. Io progetto, invento, creo... ma non ho nulla di mio, nessuna abilità innata.”
Per un momento, ci fu silenzio. Kazuya la osservò attentamente, come se volesse assicurarsi di aver compreso bene.
"Quindi?" disse infine, con una risata leggera. "Onestamente, non me ne frega niente."
Tomoko lo guardò, sorpresa dalla risposta diretta.
"Kazuya..."
"Ascolta," continuò lui. "Tu riesci a creare oggetti che ci salvano il sedere ogni volta. Le tue invenzioni sono assurde, precise, geniali. Se non ci fossi stata tu, non saremmo neanche arrivati fino a qui. E che tu abbia o meno un quirk, non cambia nulla."
Tomoko abbassò lo sguardo, stringendo le mani. "Ma... io non potrò mai combattere al vostro fianco davvero. Non potrò mai proteggervi come fate voi con me."
Kazuya si alzò e le diede una leggera pacca sulla spalla. "Stupida. Non ci serve che combatti. Ci serve che tu sia tu. E finché rimarrai te stessa, per me sei più forte di chiunque altro qui dentro."
Tomoko sentì una stretta al petto, un'emozione che non riusciva a definire. Un lieve sorriso le affiorò sul volto.
“Grazie, Kazuya,” mormorò piano.
“Di niente,” rispose lui con un sorriso sfrontato. “Ma se ti sento ancora sminuirti così, giuro che ti faccio saltare in aria con il mio sangue esplosivo.”
Tomoko rise, sentendosi un po' più leggera. Aveva ancora paura di quel segreto, ma almeno sapeva di avere qualcuno al suo fianco, pronto a sostenerla, quirk o no.
Tomoko, dopo quel momento di esitazione, sembrava ancora nervosa. Giocava con le dita, il viso arrossato, come se stesse lottando con qualcosa dentro di sé.

“Kazuya…” sussurrò infine.

“Hmm?”

“C’è… un’altra cosa,” disse Tomoko, evitando il suo sguardo. “Io… penso di essermi innamorata di Scarlett.”

Il sorriso di Kazuya si congelò, gli occhi spalancati per lo shock. “Aspetta, cosa? Scarlett? Quella Scarlett?”

Tomoko annuì debolmente, mordendosi il labbro. “Lo so, è assurdo. È complicato e… non ha senso, ma non riesco a togliermela dalla testa.”

Kazuya cercò di raccogliere i pezzi della sua mente, ancora incredulo. Prima Scarlett lo insultava, poi tentava di attirare Shinra, e ora scopriva che Tomoko, la sua migliore amica, aveva una cotta proprio per lei.

“Wow… Tomoko, questa non me l’aspettavo,” ammise infine, grattandosi la testa con un sorriso confuso. “Ma… insomma, è una cosa carina. Anche se un po’ complicata, eh.”

Tomoko fece un respiro profondo, forse sentendosi più leggera dopo aver confessato.

Tuttavia, non si accorsero che poco lontano, nascosta dietro un angolo, Masako aveva ascoltato tutto. I suoi occhi si erano stretti, il volto rigido in un’espressione di gelida irritazione. La confessione di Tomoko risuonava nelle sue orecchie come un’eco insistente.

Il cuore le batteva forte, un misto di rabbia e frustrazione la attraversava. L’idea che qualcuno come Scarlett — quella ragazza presuntuosa che sembrava avere tutto ciò che lei desiderava — potesse avere anche l’attenzione di Tomoko, era intollerabile.

Senza dire una parola, Masako si allontanò velocemente, con il pensiero fisso su Scarlett. Aveva già abbastanza ragioni per disprezzarla, ma ora sembrava che quella ragazza stesse diventando un ostacolo insormontabile. E questo, Masako, non poteva permetterlo.

Masako trovò Scarlett poco dopo nei corridoi dell’accademia, dove la luce del sole filtrava a strisce dalle finestre alte. La ragazza dai capelli scarlatti stava parlando con alcuni compagni, ma Masako non si curò minimamente della loro presenza.

“Scarlett!” chiamò, la voce tagliente come una lama.

Scarlett si voltò, sorpresa dall’intensità di quel tono. I suoi occhi neri incontrarono quelli di Masako, carichi di sfida.

“Che c’è, Masako?” chiese con un sorriso sfrontato.

Masako non perse tempo. “Voglio una sfida. Qui e ora.”

L’espressione di Scarlett cambiò, diventando più seria. I suoi compagni si guardarono tra loro, incerti se intervenire o meno.

“Una sfida, eh?” Scarlett incrociò le braccia, valutando la situazione. “E se perdo?”

Masako sorrise freddamente. “Non ti preoccupare, non perderai. Non è da te tirarti indietro, no?”

L’orgoglio di Scarlett non le permise di rifiutare. “Va bene, allora. Facciamola finita.”

Si spostarono verso un cortile esterno dell’accademia, uno spazio usato spesso per allenamenti e duelli controllati. Alcuni studenti si erano già radunati, attratti dalla tensione palpabile tra le due ragazze.

Scarlett allungò le mani e le sue fasce di seta resistenti si srotolarono come serpenti scintillanti, pronte a difenderla o a colpire. Masako, invece, si posizionò saldamente, gli occhi fissi sulla rivale. Un’energia elettrica iniziò a pulsare lungo le sue dita, scatenando piccole scintille bluastre.

Il primo movimento fu rapido: Scarlett scattò in avanti e le fasce si slanciarono come fruste verso Masako, cercando di avvolgerla. Masako schivò agilmente, i suoi riflessi affinati dalla determinazione.

“Sei lenta!” gridò Masako, scaricando un fulmine verso Scarlett.

La ragazza dai capelli scarlatti riuscì a deviare il colpo con le sue fasce, ma il braccio le tremò per la scossa ricevuta. Serrò i denti, lottando per mantenere il controllo.

Masako colse l’occasione per avvicinarsi rapidamente, accumulando energia elettrica nelle mani. Scarlett reagì con uno scatto istintivo: le fasce si allungarono avvolgendosi intorno ai polsi di Masako, cercando di immobilizzarla.

“Sembri arrabbiata, Masako! Cos’è, gelosia?” provocò Scarlett, il sorriso di sfida ancora sul volto.

Masako digrignò i denti. “Non credere di sapere tutto!”

Un’esplosione di elettricità percorse le fasce, attraversando Scarlett con una scarica violenta. La ragazza lasciò un gemito, ma strinse i pugni e, con un colpo deciso, tirò Masako verso di sé, accorciando la distanza tra loro.

Ora erano faccia a faccia, il respiro affannoso di entrambe misto alla tensione dell’aria.

“Non ti permetterò di rovinare tutto,” sibilò Masako.

Scarlett la guardò con fermezza, senza cedere. “Io non rovino niente, Masako. Sei tu che ti stai facendo accecare dall’odio.”

Quelle parole colpirono Masako, ma non abbastanza da farle abbassare la guardia. Si separarono bruscamente, gli occhi ancora incatenati in una sfida silenziosa.

Alla fine, alcuni professori intervennero per interrompere il duello, e la folla iniziò a disperdersi, mormorando sull’intensità dello scontro.

Masako se ne andò senza aggiungere altro, ma il suo sguardo freddo lanciato a Scarlett parlava più di mille parole. Scarlett la guardò allontanarsi, il respiro pesante e il cuore ancora martellante nel petto. Quella ragazza era un mistero che non riusciva a decifrare, ma sentiva che quella rivalità sarebbe stata difficile da placare.

Chapter 16: Voci e Vendette

Chapter Text

Dopo il combattimento con Scarlett, Masako notò che le persone la guardavano in modo strano. Alcuni studenti bisbigliavano tra loro quando lei passava nei corridoi, altri si scostavano leggermente, evitando di incrociare il suo sguardo. All’inizio non ci fece caso, pensando fosse solo l’effetto della battaglia recente. Ma col passare delle ore, la sensazione divenne sempre più opprimente.

Poi, mentre era in biblioteca a cercare dei libri, sentì due studenti parlare dietro uno scaffale.

“Hai sentito cosa ha fatto Masako?” sussurrò uno.

“Sì… dicono che sia pericolosa. Ha attaccato Scarlett senza motivo.”

“E non solo! Qualcuno ha detto che usa i suoi poteri sui più deboli per spaventarli.”

Masako strinse i denti, il cuore accelerato. Che diavolo stanno dicendo?

Decise di affrontarli. Girò l’angolo e li fissò con sguardo gelido. “Cosa state dicendo su di me?”

I due studenti sussultarono, evitando il suo sguardo. “N-niente, solo voci che girano…”

Masako si fece ancora più vicina. “E chi le sta facendo girare queste voci?”

Nessuno rispose, ma il silenzio era già abbastanza. Masako capì che qualcuno stava diffondendo menzogne su di lei. Ma chi? E soprattutto, perché?

Le voci su Masako si fecero sempre più pesanti con il passare dei giorni. Non erano più solo sussurri nei corridoi: ora si parlava apertamente di lei, delle sue presunte azioni malvagie, delle sue intenzioni oscure. Alcuni dicevano che si divertiva a usare i suoi poteri sui più deboli, altri che aveva attaccato Scarlett senza motivo, e persino che avesse un piano segreto per eliminare chiunque le desse fastidio.

Masako non riusciva a capire chi fosse l’origine di tutto questo, finché non sentì una conversazione tra due ragazze.

“Hai sentito quello che ha detto Scarlett?”

“Sì! Ha detto che Masako è sempre stata crudele con lei e che l’ha attaccata solo perché gelosa.”

“Allora è vero che ha un lato oscuro… fa paura.”

Masako sentì un brivido di rabbia attraversarle il corpo. Scarlett…

Era stata lei. Lei stava diffondendo quelle bugie. Lei stava cercando di distruggerla.

Stringendo i pugni, Masako giurò che non l’avrebbe lasciata vincere. Se Scarlett voleva giocare sporco, avrebbe scoperto quanto lei poteva essere più forte.

Le voci si diffusero velocemente, come un incendio incontrollato. Masako aveva saputo colpire nel punto giusto, usando parole taglienti e insinuazioni velenose.

“Scarlett ci prova con Shinra, lo sapevi?” sussurravano nei corridoi. “Povero Kazuya… deve essere distrutto.”

“E poi si comporta come se fosse la migliore di tutti, ma in realtà è solo una bambina viziata!”

Alcuni iniziarono a guardare Scarlett con sospetto, altri con disprezzo. Il suo atteggiamento fiero e sicuro di sé, che prima sembrava affascinante, ora veniva visto come arroganza.

Scarlett si accorse del cambiamento. Sentiva gli sguardi addosso, le risatine soffocate quando passava. Sapeva che qualcuno stava tramando contro di lei, ma non aveva ancora capito chi.

Masako, invece, osservava tutto da lontano con un sorriso soddisfatto. Vediamo come reagirai, Scarlett…

Masako non si fermò. Giorno dopo giorno, le voci su Scarlett diventavano sempre più numerose e crudeli. All’inizio era solo un sospetto, poi divenne una certezza per molti.

“Scarlett non ha nemmeno meritato il posto all’Accademia, è stata raccomandata.”

“Hai sentito? Ha rubato le idee di altri studenti per farsi notare dai professori.”

“E pare che usi il suo aspetto per manipolare i ragazzi…”

Masako sapeva esattamente quali parole usare per far sembrare tutto credibile. Bastava gettare un piccolo seme e la gente avrebbe fatto il resto, esagerando e deformando la realtà.

Scarlett iniziò a sentirsi circondata. Ogni conversazione si interrompeva quando entrava in una stanza. Le persone con cui parlava sembravano sempre più fredde, distanti. Perfino Kenji e Tomoko sembravano più cauti nei suoi confronti.

Ma Scarlett non era tipo da lasciarsi abbattere facilmente. Sapeva che qualcuno la voleva distruggere e, con il passare dei giorni, iniziò a sospettare chi fosse il vero burattinaio dietro quelle dicerie. Masako…

Masako voleva dare il colpo di grazia. Una mattina, prima che gli studenti arrivassero nelle aree comuni dell’Accademia, si assicurò che il suo piano fosse pronto.

Sui muri dei corridoi, sulle porte dei dormitori e persino nella mensa, Masako aveva attaccato delle foto compromettenti di Scarlett. In quelle immagini si vedeva chiaramente lei che si avvicinava troppo a Shinra, con espressioni e gesti che potevano facilmente essere interpretati nel modo sbagliato.

Alcuni studenti si fermarono davanti alle immagini, sussurrando tra loro.

“Ma quindi era vero? Scarlett cercava di portare via Shinra a Kazuya?”

“Non mi sorprende, è sempre stata così…”

Quando Scarlett arrivò e vide le foto, sentì un nodo allo stomaco. Il sangue le ribolliva nelle vene. Si guardò intorno e notò Masako, più in là, con un sorrisetto soddisfatto sul volto.

Scarlett strinse i pugni. Questa volta ha davvero esagerato.

Scarlett non rimase con le mani in mano. Se Masako voleva giocare sporco, allora lei avrebbe risposto con la stessa moneta.

La mattina seguente, nei punti strategici dell’Accademia, comparvero nuove foto. Questa volta, però, ritraevano Masako mentre osservava Tomoko di nascosto, mentre sembrava seguirla nei corridoi o fissarla durante le lezioni.

Gli studenti iniziarono a mormorare.

“Ma allora Masako non è così diversa da Scarlett…”

“Anzi, sembra pure peggio. Scarlett almeno è stata diretta con Shinra, Masako invece sembra un’ossessionata.”

Ma i paragoni non si fermarono lì. Qualcuno iniziò a confrontare Masako con Tomoko.

“Perché Masako è così fissata con Tomoko? È invidiosa? O forse… prova qualcosa per lei?”

Le voci si diffusero rapidamente, e Masako si rese conto che la situazione le stava sfuggendo di mano.

Masako si avvicinò a passi decisi, il cuore che martellava nel petto, le mani strette a pugno lungo i fianchi. Aveva passato giorni a sopportare le voci, a vedere la sua reputazione sgretolarsi sotto il peso delle menzogne di Scarlett. Ma ora ne aveva abbastanza.

Scarlett la guardò con un sorriso altezzoso, come se avesse già vinto quella battaglia ancora prima che iniziasse. Incrociò le braccia e la fissò con sguardo divertito, come se Masako fosse solo un piccolo ostacolo sulla sua strada.

“Dimmi, Masako, che cosa vuoi da me?” chiese Scarlett con voce melliflua, inclinando leggermente la testa.

Masako sentì il sangue ribollirle nelle vene, ma si costrinse a mantenere la calma. “Smettila di mettere in giro quelle voci su di me.”

Scarlett rise, una risata fredda e tagliente. “Oh, ma non sono io quella che ha iniziato, ricordi? Tu hai voluto giocare a questo gioco per prima. Io ho solo alzato la posta in gioco.”

Masako serrò i denti. “Hai rovinato la mia reputazione!”

Scarlett fece spallucce. “E tu la mia. Direi che siamo pari.” Poi, con uno sguardo tagliente, aggiunse: “Ma sai cosa trovo davvero divertente? Il confronto tra te e Tomoko.”

Masako aggrottò la fronte, un brutto presentimento serpeggiandole lungo la schiena.

Scarlett sorrise, compiaciuta di avere la sua attenzione. “Tomoko è semplicemente perfetta, non trovi?” disse, con un tono che sembrava quasi sincero. “Intelligente, brillante, una mente acuta che non ha bisogno di sporchi giochetti per emergere. Lei costruisce, mentre tu distruggi. Lei è ammirata, mentre tu… be’, sei solo un’ombra.”

Gli occhi di Masako si spalancarono, la gola le si serrò. “Io non sono un’ombra.”

Scarlett scosse la testa con finta compassione. “Oh, ma lo sei. Sei sempre stata la seconda scelta. Un’imitazione scadente. La copia difettosa di qualcuno di migliore. Tomoko è l’originale, la persona che tutti guardano con rispetto. Tu invece… tu sei solo un errore.”

Quelle parole furono come un pugno nello stomaco. Masako sentì il respiro mozzarsi, il suo orgoglio sgretolarsi sotto il peso di ogni sillaba pronunciata da Scarlett. Il cuore le batteva all’impazzata, la rabbia e il dolore si mescolavano in un vortice pericoloso.

Scarlett fece un passo indietro, il sorriso ancora stampato sulle labbra. “Oh, ma non preoccuparti,” aggiunse con falsa gentilezza. “Anche gli errori hanno il loro posto nel mondo. Basta solo accettare di non essere mai abbastanza.”

Masako rimase immobile, le unghie affondate nei palmi delle mani. Sapeva che quella battaglia non era finita. E soprattutto, sapeva che non poteva permettersi di perdere.

La tensione nell’aria esplose in un istante. Masako, accecata dalla rabbia, non perse tempo e si lanciò su Scarlett con tutta la furia che aveva accumulato dentro. I suoi pugni si mossero veloci, caricati dall’elettricità che scorreva nel suo corpo, ma Scarlett fu altrettanto rapida e si scansò all’ultimo secondo, facendo un agile balzo all’indietro.

Scarlett sorrise, un lampo di divertimento nei suoi occhi. “Oh? Finalmente ti decidi a reagire?” disse con tono sprezzante, mentre le sue fasce di seta resistente si srotolavano dalle sue braccia, pronte a colpire.

Masako non rispose, i suoi occhi erano fissi sull’avversaria. Con un movimento rapido, scagliò una scarica elettrica verso Scarlett, che però fece schioccare le sue fasce come fruste, deviando l’attacco. L’aria si riempì di crepitii elettrici e delle vibrazioni delle fasce che fendettero l’aria con violenza.

Scarlett sfruttò quel momento per avvolgere una delle sue fasce intorno al polso di Masako, tirandola con forza per sbilanciarla. Ma Masako non era così facile da abbattere: lasciò che la corrente del suo corpo attraversasse la seta, colpendo Scarlett con una scossa improvvisa.

Scarlett si irrigidì per un attimo, i muscoli contratti dalla scarica, ma con un ringhio strinse i denti e resistette. “Interessante… ma non abbastanza.” Con uno strattone, la fece cadere a terra, avvicinandosi con lo sguardo trionfante.

Masako, però, non si arrese. Con un movimento rapido delle gambe, fece scattare un arco di elettricità lungo il pavimento, costringendo Scarlett a fare un salto all’indietro per evitare il colpo. Masako approfittò della distrazione per rialzarsi e attaccare di nuovo.

Lo scontro continuò, veloce e violento, con scintille che illuminavano l’aria e fasce che sibilavano come fruste. Nessuna delle due voleva cedere. Nessuna delle due era pronta a perdere. E chiunque avesse assistito alla scena avrebbe capito che quello non era solo un semplice combattimento: era una guerra di orgoglio, di sentimenti e di rabbia repressa da troppo tempo.

Le due ragazze si fissarono per un attimo, i respiri affannati per la fatica, ma nessuna di loro accennava a fermarsi. Il combattimento era ormai diventato qualcosa di personale, una guerra senza parole dove solo i colpi parlavano per loro.

Masako scattò di nuovo in avanti, il suo corpo avvolto da scariche elettriche che crepitavano attorno a lei. Fece un movimento rapido con il braccio e una scarica di fulmini si scagliò contro Scarlett. La ragazza riuscì a evitare l’attacco con un salto laterale, ma il fulmine colpì il terreno, bruciando parte della pavimentazione e facendo tremare l’aria.

Scarlett strinse i denti e srotolò altre fasce, facendole muovere come serpenti intorno a Masako. Con una velocità sorprendente, le fasce si avvolsero intorno alle caviglie della ragazza, stringendo con forza. Masako perse l’equilibrio per un istante, ma invece di cadere, usò l’elettricità per bruciare le fasce e liberarsi.

“Pensi davvero di potermi fermare con questi trucchetti?” ringhiò Masako, il suo sguardo acceso di determinazione.

Scarlett sorrise con aria sicura. “Non sono trucchetti… io combatto con eleganza, non come una bestia rabbiosa.”

Quelle parole fecero scattare Masako. Con una velocità impressionante, si lanciò in avanti e sferzò un pugno carico di elettricità verso Scarlett. La ragazza riuscì a schivare per un soffio, ma il colpo passò accanto al suo viso, facendole sentire il calore della scarica sulla pelle.

Scarlett reagì immediatamente, facendo vorticare le sue fasce come lame taglienti. Una di esse riuscì a sfiorare Masako sul braccio, lasciandole un taglio superficiale. Masako si fermò un secondo, guardando il sangue che iniziava a colare dalla ferita.

Ma invece di fermarsi, la sua espressione si fece ancora più feroce. “Ora hai davvero esagerato.”

Il suo corpo si illuminò di scariche elettriche ancora più potenti, l’aria intorno a lei tremava dall’energia accumulata. Con un urlo di rabbia, si scagliò di nuovo su Scarlett, che si preparò a respingere il nuovo assalto.

Lo scontro continuava, sempre più violento, sempre più intenso. Nessuna delle due era disposta a perdere.

 

Tomoko, che aveva osservato l’intero scontro tra Masako e Scarlett con uno sguardo teso e preoccupato, non riusciva più a restare in disparte. Non avrebbe permesso che Masako continuasse a fare del male a Scarlett, e nemmeno che il conflitto degenerasse oltre. Senza pensarci due volte, fece un passo avanti e si piazzò tra le due ragazze, alzando le mani in segno di interruzione.

“Basta, Hayashida!” disse con voce ferma, ma c’era anche un accenno di frustrazione nelle sue parole. “Non sei tu quella che può decidere come devono andare le cose.”

Masako la guardò con disprezzo, il suo volto segnato dalla rabbia. “E tu che ne sai di cosa è giusto e cosa è sbagliato, Ishimura?” replicò con un tono di sfida. “Mi hai visto lottare per anni per ottenere il mio posto, e ora… tu vuoi fermarmi per lei? Per una ragazza che non è altro che un’ipocrita!”

Tomoko scosse la testa, il suo volto serio. “Non è questione di ciò che sei, Masako. È questione di come trattiamo gli altri. Dragnil non ti ha fatto niente di male, e non c’è bisogno di fare questo, di lanciarsi in un combattimento assurdo. Perché non possiamo semplicemente lasciar perdere?”

Masako alzò il pugno, pronta a scagliarsi contro Scarlett di nuovo, ma Tomoko si parò davanti a lei, con il corpo teso e preparato. “Se vuoi combattere, combatti con me.”

Un silenzio pesante cadde tra loro, mentre Masako osservava Tomoko con incredulità. Poi, con un sorriso sardonico, si fece avanti.

“Molto bene,” disse con una freddezza glaciale. “Se vuoi metterti in mezzo, sarai la mia prossima vittima.”

Tomoko si preparò, mettendo una mano sul suo fianco dove teneva sempre una delle sue pistole. Ma, anziché usarla subito, si concentrò sul suo corpo, sul controllo delle sue emozioni. La sua capacità di affrontare situazioni difficili si basava proprio su quel controllo, sulla precisione dei suoi movimenti e sulle decisioni rapide.

Masako scattò in avanti con un fulmineo movimento, cercando di colpire Tomoko con un calcio potente. Ma Tomoko, con la velocità che l’allenamento le aveva dato, riuscì a evitare il colpo e contrattaccò con una serie rapida di pugni diretti al volto di Masako, ma la ragazza schivò agile e con un movimento fluido. Era chiaro che Masako era ben addestrata in combattimenti fisici, ma Tomoko non era da meno.

“Non pensare che sia facile,” disse Masako, la sua voce fredda e piena di disprezzo. “E non pensare che sarai mai all’altezza!”

Tomoko, tuttavia, non si lasciò intimidire. “Non è una questione di essere all’altezza, Hayashida. È una questione di giustizia,” rispose, colpendo un altro calcio diretto alla pancia di Masako, che riuscì a pararlo appena in tempo.

Le due ragazze continuarono a combattere, ma Tomoko riusciva a difendersi meglio di quanto Masako avesse previsto, mettendo in difficoltà la ragazza. Nonostante la forza di Masako, Tomoko combatteva con determinazione, usando la sua abilità nel calcolare la situazione e nel mantenere la calma anche sotto pressione.

Alla fine, fu Masako a indietreggiare per un attimo, sudata e affaticata, mentre Tomoko la guardava con occhi penetranti. “È finita. Hayashida . Non hai bisogno di continuare. Non possiamo vivere in guerra per sempre.”

Masako la fissò intensamente, la rabbia che ancora ardeva dentro di lei, ma lentamente abbassò la guardia. Senza dire una parola, si voltò e si allontanò, scomparendo nell’ombra.

Tomoko si fermò, il respiro affannoso ma il cuore tranquillo, guardando il punto dove Masako era sparita. Si sentiva esausta, ma anche sollevata che la lotta fosse finita senza ulteriori danni. Poi si voltò verso Scarlett, che l’osservava con uno sguardo di gratitudine.

“Sei… sei ok?” chiese Tomoko con un sorriso stanco, ma sincero.

Scarlett annuì lentamente, guardando Tomoko con un’espressione che tradiva sia la sorpresa che l’apprezzamento. “Grazie, Ishimura… Non so cosa sarebbe successo se non fossi intervenuta.”

Tomoko fece un cenno con la testa, distogliendo lo sguardo per cercare di nascondere il rossore che si stava formando sulle sue guance. “Non è niente. Volevo solo che tutto questo finisse.”

Le due ragazze rimasero a guardarsi in silenzio per un momento, ma Tomoko si sentiva per la prima volta in un lungo periodo di tempo, in pace con se stessa.

 

Scarlett fissò Tomoko con uno sguardo gelido, mentre le parole scivolavano via dalla sua bocca senza alcuna traccia di rimorso o dispiacere. La sua espressione era quella di una persona che aveva già deciso da tempo cosa pensare, senza la minima incertezza.

“Ishimura…” iniziò con tono monotono, senza alcuna emozione nelle parole. “Mi dispiace, ma non posso farci nulla. Non ti ho mai visto più di una semplice amica, e francamente, non sono interessata a te in quel modo.”

Il cuore di Tomoko sembrò fermarsi per un istante. La sensazione di essere ignorata e rifiutata la colpì come un pugno. Eppure, non c’era nemmeno una scintilla di empatia negli occhi di Scarlett. Non c’era rabbia, né pena. Solo un’incredibile indifferenza.

“Non so cosa speravi,” continuò Scarlett, guardandola senza cambiare espressione. “Ma non cambierà nulla. Non mi importa.”

Tomoko stava cercando di trattenere la rabbia e il dolore che si mescolavano dentro di lei. Ogni fibra del suo corpo voleva esplodere, urlare, dirle quanto fosse crudele. Ma, con un gran sforzo, mantenne il controllo, riuscendo a non lasciarsi sopraffare dalle emozioni.

“Capisco,” disse, la sua voce bassa ma tesa. “Mi ero illusa, ma non importa. Va bene così.”

Non riusciva a sopportare di stare lì un momento di più, quindi si voltò bruscamente e iniziò a camminare via. Ogni passo che faceva, sembrava come se qualcosa si spezzasse dentro di lei, ma non lasciò che Scarlett lo vedesse. Non voleva che nessuno vedesse quanto stava soffrendo. Non ora.

Scarlett rimase lì, indifferente, a guardarla allontanarsi senza alcun rimpianto. Non c’era una sola emozione che si legava a quel momento. Il suo volto era impassibile, come se non fosse successo nulla. Si voltò lentamente, come se non le importasse nemmeno più della situazione, e tornò a concentrarsi su ciò che aveva intorno, come se Tomoko non fosse mai stata lì.

Era stato un gioco, uno svago per lei, e ora che era finito, non c’era più nulla a cui aggrapparsi.

Chapter 17: La Trappola

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Tomoko fissava il tabellone pieno di appunti, foto e collegamenti disegnati con fili rossi, come se potesse trovare la risposta semplicemente scrutando con abbastanza attenzione. Erano passati alcuni giorni da ciò che era successo con Scarlett, ma non aveva avuto il tempo di soffermarsi troppo sulle proprie emozioni. C’era qualcosa di più grande in gioco, qualcosa che non poteva ignorare.

 

Le missioni recenti, i simboli trovati nei resti dei robot, la strana comunicazione ricevuta dal preside senza che nessuno avesse segnalato la fine dell’incarico… tutto sembrava collegato, ma il tassello più inquietante era suo padre. Non aveva alcuna relazione con l’accademia, eppure troppe coincidenze portavano a lui.

 

”Perché ogni volta che trovo qualcosa di sospetto, finisco sempre per vedere il suo nome spuntare fuori?” pensò Tomoko, mordendosi il labbro inferiore.

 

Aveva raccolto informazioni da vecchie missioni, da ciò che ricordava degli anni precedenti, e anche dalle chiacchiere che circolavano tra gli studenti. Ma mancava ancora qualcosa, il pezzo che avrebbe reso il quadro completo.

 

Fece scorrere un dito sulla foto di uno dei simboli trovati nella foresta, lo stesso simbolo che aveva visto già durante il primo anno. ”Non può essere un caso.” Sotto quella foto, c’era un’immagine del preside, stampata da una pagina ufficiale dell’accademia. ”E lui? Quanto sa davvero?”

 

Si passò una mano tra i capelli, sospirando. Sentiva il peso di troppe domande senza risposta e la sensazione che qualcuno, da qualche parte, stesse giocando con loro come pedine su una scacchiera.

 

Kazuya, Shinra e Kenji entrarono nella stanza di Tomoko senza nemmeno bussare. L’aria era carica di tensione, e il primo a notarlo fu proprio Kazuya.

 

Tomoko era seduta alla scrivania, circondata da fogli sparsi, appunti confusi e fili rossi che collegavano immagini e nomi su una grande lavagna improvvisata. Le occhiaie sotto i suoi occhi parlavano chiaro: non aveva dormito molto negli ultimi giorni.

 

“Tomoko, stai esagerando,” disse Kazuya, incrociando le braccia mentre la guardava con preoccupazione. “Devi prenderti una pausa, o finirai per impazzire con tutta questa roba.”

 

Tomoko non distolse nemmeno lo sguardo dai suoi appunti. “Non posso fermarmi, Kazuya.” La sua voce era dura, distante. “Ci sono troppi indizi, troppe cose che non tornano. Se non metto insieme i pezzi, nessuno lo farà.”

 

Kazuya si avvicinò e le posò una mano sulla spalla, cercando di farla rilassare. “Va bene essere determinata, ma non a costo della tua salute.”

 

Tomoko, però, si scostò bruscamente, lanciandogli un’occhiata tagliente. “Tu non capisci! Questo potrebbe essere collegato a mio padre, alle missioni, a tutto! Non ho tempo per fermarmi!”

 

Il silenzio calò nella stanza. Shinra e Kenji si scambiarono uno sguardo prima di avvicinarsi alla tabella.

 

“Lei potrebbe anche avere ragione,” mormorò Kenji, esaminando i documenti con attenzione. “Guarda qui, Shinra. Questo simbolo è apparso in due missioni diverse, entrambe in situazioni dove non c’entravano nulla dei robot o delle maledizioni. E il preside ha sempre chiuso la questione senza approfondire.”

 

Shinra annuì, sfiorando con le dita una delle foto appese. “Sembra che qualcuno ci stia nascondendo qualcosa… e Tomoko è più vicina alla verità di quanto immaginiamo.”

 

Kazuya sospirò, incrociando le braccia. “D’accordo, ma almeno mangia qualcosa mentre ci lavoriamo. Non risolverai nulla se collassi per la stanchezza.”

 

Tomoko non rispose subito. Si passò una mano tra i capelli, il viso ancora teso, ma alla fine sbuffò. “Va bene… ma non mi fermerò a lungo.”

 

Kenji fissò la tabella con le braccia incrociate, il volto serio come non mai. Dopo qualche minuto di silenzio, batté con un dito su alcuni documenti appuntati con le puntine rosse.

 

“Avete notato una cosa?” disse, attirando l’attenzione di tutti. “In tutte le missioni che abbiamo svolto, Kazuya e Shinra sono sempre stati assegnati insieme. Mai separati. Nemmeno una volta.”

 

Kazuya aggrottò le sopracciglia e si avvicinò, osservando meglio i dati. “Ora che lo dici… è vero. Anche quando le missioni sembravano casuali, alla fine eravamo sempre insieme.”

 

Shinra incrociò lo sguardo con Kazuya, il suo viso impassibile ma con un’ombra di preoccupazione negli occhi. “Potrebbe essere solo una coincidenza?”

 

Tomoko scosse la testa, incrociando le braccia. “No, troppe coincidenze fanno un piano. Se il preside o qualcun altro ci sta manipolando, dev’esserci un motivo preciso.”

 

Kazuya abbassò lo sguardo sui documenti, il suo viso si fece improvvisamente più scuro. “E se queste missioni fossero solo esperimenti?”

 

Shinra lo guardò sorpreso. “Esperimenti?”

 

Kazuya annuì lentamente. “Pensa a quello che abbiamo affrontato. Nemici troppo specifici per i nostri poteri, situazioni che ci mettevano sempre al limite… e poi il fatto che io ho sviluppato nuovi poteri nel bel mezzo di una missione, come se qualcuno volesse testare il nostro potenziale.”

 

Kenji sbuffò. “Quindi dici che non erano missioni reali, ma prove per qualcosa di più grande?”

 

Tomoko prese uno dei fogli e lo sbatté sul tavolo. “Se è così, dobbiamo scoprire chi sta orchestrando tutto questo… e perché.”

 

Tomoko passò ore davanti al tabellone, cercando di collegare ogni dettaglio, ogni nome, ogni missione. I suoi occhi scorrevano nervosi sulle carte, sui fili rossi che univano eventi e persone, ma più analizzava, più tutto sembrava un vicolo cieco.

 

“Dannazione…” sussurrò tra sé, stringendo i pugni.

 

Kazuya la osservava in silenzio, vedendola sempre più frustrata. Kenji e Shinra erano seduti sul divano, incrociando le braccia mentre aspettavano una svolta, ma niente sembrava combaciare.

 

“Tutte le possibilità portano a un vicolo cieco,” disse Tomoko, con un tono carico di rabbia e impotenza. “Nessun nome, nessuna prova concreta, nessun legame diretto tra il preside, le missioni e mio padre.”

 

Prese un foglio e lo accartocciò, gettandolo a terra con stizza. “Se c’è qualcuno dietro tutto questo, sta facendo un ottimo lavoro per coprire le tracce.”

 

Kazuya si avvicinò e le mise una mano sulla spalla. “Tomoko, respira. Ci arriveremo.”

 

Lei scosse la testa. “No, non capisci. Ogni volta che penso di essere vicina alla verità, mi ritrovo con il nulla in mano. È come se qualcuno avesse previsto ogni nostra mossa.”

 

Shinra finalmente parlò. “Forse è proprio così. Forse non possiamo trovare risposte perché chi sta dietro tutto questo è sempre un passo avanti a noi.”

 

Tomoko si morse il labbro, il cuore che batteva forte. Se era davvero così… allora quanto potevano davvero fidarsi dell’accademia.

 

Shinra si alzò dal divano e si avvicinò al tabellone con le braccia incrociate. “Se non troviamo risposte qui, allora dobbiamo cercarle da un’altra parte.”

 

Kazuya lo guardò con un sopracciglio alzato. “E quale sarebbe questa ‘altra parte’?”

 

Shinra si voltò verso di loro con un’espressione seria. “L’ufficio del preside.”

 

Tomoko sgranò gli occhi. “Sei impazzito? È il luogo più sorvegliato dell’intera accademia! Se ci scoprono, siamo finiti.”

 

Shinra fece spallucce. “E tu hai un’altra idea migliore? Finora non abbiamo nulla di concreto. Se davvero le nostre missioni sono solo esperimenti, allora i documenti devono essere lì. O magari persino qualche registro che ci dice perché Kazuya e io veniamo sempre mandati insieme.”

 

Kenji sospirò e si strofinò il mento. “È rischioso, ma potrebbe essere l’unico modo per scoprire la verità.”

 

Kazuya ci pensò su per qualche secondo, poi annuì. “Va bene. Ma dobbiamo farlo in modo intelligente. Non possiamo semplicemente irrompere come se fosse una missione qualsiasi.”

 

Tomoko incrociò le braccia e abbassò lo sguardo, combattuta. Poi, dopo un lungo silenzio, disse: “Se lo facciamo, lo faremo come si deve. Nessuna traccia, nessun errore.”

 

Shinra sorrise leggermente. “Perfetto. Allora stanotte si entra in azione.”

 

Tomoko si allontanò dal tabellone, afferrò un taccuino e iniziò a scarabocchiare freneticamente, mentre gli altri la guardavano in silenzio. Dopo qualche minuto, si voltò con uno sguardo determinato.

 

“Ok, ascoltatemi bene. Questa non è una semplice intrusione, è una missione di infiltrazione. Se sbagliamo anche solo un dettaglio, ci beccheranno e sarà finita. Ecco il piano.”

 

Appese un foglio con uno schizzo dell’accademia e indicò l’ufficio del preside.

 

“La sicurezza dell’ufficio è divisa in tre livelli: il primo è il sistema di allarme collegato alle porte e alle finestre; il secondo è la sorveglianza tramite telecamere; il terzo… è il preside stesso.”

 

Kazuya si accigliò. “Quel vecchio ci dà già i brividi di suo, figuriamoci affrontarlo.”

 

Tomoko continuò: “Per entrare, abbiamo bisogno di un diversivo. Kenji, userai uno dei tuoi spiriti stellari per creare un disturbo nei sistemi di sicurezza, giusto il tempo per permetterci di entrare.”

 

Kenji annuì. “Posso evocare Virgo. Può scavare un passaggio sotterraneo che ci porterà direttamente dietro l’edificio.”

 

“Perfetto.” Tomoko lo segnò nel piano. “Una volta lì, Kazuya e Shinra dovranno neutralizzare le telecamere senza far scattare alcun allarme. Kazuya, il tuo sangue esplosivo è troppo rischioso qui, quindi userai il ghiaccio per congelare le telecamere. Shinra, il tuo potere oscuro può camuffare le nostre presenze dai sensori.”

 

Shinra sorrise divertito. “Interessante. E per la porta?”

 

Tomoko sollevò un piccolo dispositivo. “Ci penso io. Ho costruito un decodificatore in grado di forzare la serratura elettronica. Una volta dentro, avremo al massimo dieci minuti prima che qualcuno sospetti qualcosa.”

 

Kazuya sbuffò. “E se il preside è lì?”

 

Tomoko incrociò le braccia. “Allora siamo fregati. Ma se seguiamo il piano, non dovrebbe essere un problema. Una volta dentro, Shinra e Kazuya cercheranno i file sulle missioni. Io e Kenji ci occuperemo della rete informatica. Copiate tutto su questa chiavetta e poi ce ne andiamo. Nessuna traccia.”

 

Ci fu un momento di silenzio mentre tutti assimilano il piano.

 

Shinra sorrise. “Mi piace. Quando si parte?”

 

Tomoko incrociò le braccia con un’espressione seria. “Stanotte. Preparatevi, perché non avremo una seconda possibilità.”

 

Kazuya incrociò le braccia, guardando il piano di Tomoko con un’espressione pensierosa. “Ok, ma abbiamo un problema. E se il preside fosse in ufficio quando dobbiamo entrare? Non possiamo lasciare niente al caso.”

 

Tomoko sospirò e guardò la tabella con i sospetti. “Lo so, ma dobbiamo fare qualcosa. Se il preside è lì, non possiamo avvicinarci all’ufficio senza attirare l’attenzione. Dobbiamo agire con discrezione.”

 

Kazuya si fermò un attimo, riflettendo. “Aspetta un attimo. Kenji, che ne pensi di usare lo spirito stellare di Gemini? Se puoi farla sembrare come la vicepresidente, possiamo mandarla a controllare un altro edificio o occupare il preside per un po’.”

 

Kenji alzò un sopracciglio. “Gemini? Ah, intendi fare una copia della vicepresidente?”

 

Kazuya annuì. “Esattamente. Se possiamo ottenere una copia della vicepresidente, possiamo distrarre tutti, soprattutto il preside, e avere il tempo per entrare senza problemi.”

 

Kenji sembrava riflettere per un attimo. “Gemini può duplicare perfettamente le persone che conosce, quindi se posso farla sembrare come la vicepresidente, avremo qualche possibilità. Ma dovremmo fare attenzione a non farlo durare troppo a lungo. Se qualcuno se ne accorge, finiamo nei guai.”

 

Tomoko si illuminò all’improvviso. “E se facessimo un altro piano di distrazione? Magari in un’altra parte della scuola possiamo attivare un allarme, qualcosa che spinga il personale a concentrarsi da un’altra parte mentre la ‘vicepresidente’ distrae il preside.”

 

Shinra sorrise, divertito. “Mi piace. È un piano rischioso, ma se funziona, avremo finalmente un’opportunità.”

 

Kenji sbuffò. “Va bene, ma solo se nessuno scopre che Gemini non è la vera vicepresidente. Io mi fido, ma se qualcosa va storto, io me ne lavo le mani.”

 

Tomoko, soddisfatta del piano, chiuse il suo taccuino. “Perfetto. Stanotte, in azione.”

 

Verso le tre di notte, tutti si ritrovarono nel punto di ritrovo concordato: una piccola stanza nascosta nel corridoio vicino ai dormitori. L’atmosfera era tesa, ma l’eccitazione di avere finalmente un piano a portata di mano era palpabile.

 

Kenji si trovava vicino alla finestra, osservando la strada deserta. “Tutto è tranquillo, nessuno sembra esserci,” disse, cercando di rassicurare gli altri. “Gemini è pronta, e dobbiamo solo fare attenzione.”

 

Shinra, con l’espressione seria che ormai conoscevano, annuì. “Dobbiamo muoverci rapidamente. Se il preside è nell’ufficio e si accorge di qualcosa, rischiamo di essere scoperti. Kenji, quando Gemini inizia a imitare la vicepresidente, dobbiamo fare in modo che nessuno possa avvicinarsi.”

 

Tomoko, che sembrava più determinata che mai, fece un respiro profondo. “Abbiamo solo una possibilità. Se falliamo, tutto sarà compromesso. Per favore, ognuno di voi, fate attenzione.”

 

Kazuya annuì e sorrise debolmente. “Dobbiamo solo stare tranquilli. Se ci separiamo, non dobbiamo perdere il contatto. Il nostro obiettivo è quello di entrare nell’ufficio e trovare tutto ciò che ci serve.”

 

La tensione si faceva sempre più forte mentre si avvicinavano all’ora decisiva. Kenji tirò fuori una piccola chiave d’oro, facendo un gesto verso gli altri. “Gemini è pronta. Posso evocarla.”

 

Shinra si accostò alla porta, pronto a scattare nel momento in cui avessero avuto la certezza che il preside fosse distratto. “Non possiamo permetterci errori. Iniziamo.”

 

Kenji chiuse gli occhi per un istante, concentrandosi, e poi la chiave si illuminò. Un bagliore dorato avvolse la stanza, e in un attimo, una figura identica alla vicepresidente, con il suo stesso portamento elegante e autoritario, apparve davanti a loro. Gemini, perfettamente trasformata, sorrideva e annuiva con un cenno della testa.

 

“Siete pronti?” chiese, la sua voce che imitava perfettamente quella della vicepresidente.

 

Tomoko fece un passo avanti, dandole un’occhiata rapida. “Perfetta. Ora vai.”

 

Kenji fece un altro gesto con la mano, e Gemini, con passo deciso, si incamminò lungo il corridoio, diretta verso la zona amministrativa, mentre gli altri si spostavano verso l’ingresso principale, pronti a entrare in azione.

 

Mentre camminavano con discrezione lungo il corridoio, ogni passo sembrava pesare di più. Il tempo sembrava rallentare, come se tutto fosse appeso a un filo. L’unico suono che riempiva l’aria era quello dei loro passi, e il battito del cuore di ciascuno sembrava sincronizzarsi con l’adrenalina che li pervadeva.

 

“Ok,” sussurrò Shinra, guardando dietro di sé verso gli altri. “Siamo pronti.”

 

Nel frattempo, Tomoko non riusciva a smettere di pensare a cosa avrebbe trovato nell’ufficio del preside. Qualcosa in quella missione non quadrava, e più rifletteva su tutto ciò che avevano scoperto, più il suo sospetto cresceva. Il preside non era solo un’autorità scolastica. C’era qualcosa di più oscuro dietro le sue azioni.

 

“Andiamo,” disse Tomoko, mentre il gruppo si avvicinava al corridoio che conduceva all’ufficio. Il cuore le batteva forte, ma la determinazione nella sua mente la spingeva a non fermarsi. La verità doveva emergere, costasse quel che costasse.

 

L’avventura della notte era solo all’inizio, e mentre si avvicinavano al cuore di tutto, l’incertezza non li fermava.

 

Kazuya e Shinra erano già al lavoro, immersi nell’oscurità della notte che avvolgeva l’edificio. Ogni movimento doveva essere calcolato con la massima precisione. Erano arrivati alla parte cruciale della missione: disattivare le telecamere di sorveglianza. Senza questo passo, tutto sarebbe stato compromesso.

 

Kazuya si chinò su una piccola console elettronica che aveva portato con sé. “Devo congelare i circuiti per un momento,” mormorò, fissando la schermata che indicava i vari sistemi di sorveglianza. Non era la prima volta che usava il suo quirk in questo modo, ma ogni volta sentiva la pressione di farlo al meglio.

 

Con un movimento fluido, Kazuya estese una mano verso la console, e subito una sottile gelata avvolse il dispositivo. Il ghiaccio si estese velocemente lungo i cavi e le connessioni, mentre Kazuya concentrava il suo potere per bloccare il flusso di energia che alimentava il sistema. Il suo respiro si fece più profondo mentre il gelo faceva il suo lavoro, creando uno strato solido e inaccessibile ai segnali elettronici.

 

“Fatto,” disse infine con un sorriso soddisfatto, osservando il sistema ormai disabilitato. “Le telecamere non ci vedranno più.”

 

Shinra, che aveva vigilato sul corridoio, annuì con approvazione. “Perfetto, Kazuya. Adesso possiamo proseguire.”

 

I due si scambiarono uno sguardo deciso, pronti a entrare nel cuore dell’edificio. Il freddo che Kazuya aveva usato per disattivare il sistema di sorveglianza sembrava rispecchiare il gelo che ormai pervadeva il loro piano: una sensazione di apprensione, ma anche di determinazione a portare a termine la missione.

 

“Ora dobbiamo essere rapidi,” disse Shinra, l’energia oscura che si condensava intorno a lui come sempre, pronto ad agire se necessario.

 

Kazuya annuì, le sue mani ancora fredde dal potere che aveva appena utilizzato, ma il suo sguardo era intenso. Non c’era spazio per errori. La missione doveva essere portata a termine, e con le telecamere ora fuori gioco, erano un passo più vicini alla verità.

 

Tomoko e Kenji, che seguivano a distanza, si prepararono anche loro. La tensione nell’aria era palpabile, ma l’unità del gruppo era solida. Una volta che avessero raggiunto l’ufficio del preside, avrebbero finalmente trovato le risposte che cercavano.

 

Il ghiaccio che Kazuya aveva usato aveva bloccato il loro cammino verso la verità, ma ora non c’era più nulla che potesse fermarli.

 

Kenji chiuse gli occhi per concentrarsi e richiamare lo spirito stellare che avrebbe reso possibile l’infiltrazione nell’ufficio del preside senza destare sospetti. Non c’era tempo da perdere e sapeva che, con la giusta evocazione, avrebbero potuto procedere senza intoppi.

 

“Virgo, vieni a noi,” mormorò Kenji. Un istante dopo, una luce brillante invase la stanza, e una figura eterea emerse, avvolta da un’aura dorata. La sua figura era minuta ma incredibilmente elegante. Virgo era un spirito dall’aspetto inconfondibile: i suoi capelli rosa corti e ordinati si fermavano sopra le sue spalle, e indossava un uniforme da cameriera, composta da un grembiule bianco, una gonna corta e calze alte. Nonostante il suo aspetto giovane e innocente, c’era una forza tranquilla nei suoi occhi che non lasciava dubbi sulla sua potenza.

 

Virgo, la cameriera celestiale, guardò Kenji con una calma dignitosa. “Sono qui, Maestro. Come posso servire?”

 

Kenji la fissò, sapendo che avrebbe avuto bisogno di ogni goccia della sua abilità per riuscire a penetrare nell’ufficio del preside senza essere scoperti. “Abbiamo bisogno di passare inosservati, Virgo. Proteggi il nostro cammino e assicurati che nessuno possa accorgerci.”

 

Virgo sorrise delicatamente, un sorriso che non era né malizioso né aggressivo, ma che trasmetteva pura determinazione. “Con la mia forza, nulla ci fermerà.”

 

Con un movimento elegante, Virgo sollevò la mano, e un’onda invisibile di energia si diffuso nell’aria circostante, facendo abbassare il rumore della stanza a un silenzio ovattato. La sua aura dorata creò una barriera intorno al gruppo, invisibile ma forte, schermando ogni possibile intrusione.

 

“Andiamo,” disse Kenji, fiducioso ora che Virgo li stava proteggendo. Kazuya, Shinra e Tomoko seguirono con attenzione, certi che con Virgo al loro fianco, ogni passo sarebbe stato sicuro.

 

Virgo condusse il gruppo verso l’ingresso dell’ufficio del preside, ogni movimento impeccabile e silenzioso. La sua presenza sembrava assorbire ogni possibile pericolo, e ogni angolo buio che avrebbero potuto incontrare lungo la strada sembrava diventare meno minaccioso.

 

Finalmente, arrivati davanti alla porta dell’ufficio, Kenji si fermò, guardando Virgo. “Ora, Virgo. Noi entreremo. Tu copri le nostre spalle.”

Virgo annuì e, con un rapido movimento, fece un passo indietro, pronta a scatenare la sua protezione in caso di necessità.

Il gruppo si preparò, respirando profondamente. Non sapevano cosa avrebbero trovato una volta dentro, ma con Virgo accanto, sentivano che avevano una possibilità di scoprire finalmente la verità.

Tomoko si inginocchiò davanti alla serratura con una precisione quasi chirurgica. Dalle tasche estrasse rapidamente un piccolo set di strumenti, già calcolati con estrema cura nel suo piano. Con movimenti esperti, inserì due sottili grimaldelli nella fessura della serratura, muovendoli con delicatezza e sicurezza.

Kazuya e Shinra rimasero in silenzio dietro di lei, mentre Kenji teneva d’occhio il corridoio, con Virgo pronta a intervenire in caso di necessità.

“Fate piano,” mormorò Tomoko, gli occhi fissi sulla serratura. “Non voglio che tutto il nostro lavoro vada sprecato per un rumore di troppo.”

Con un lieve clic, la porta si sbloccò. Tomoko si alzò lentamente, lanciando un’occhiata soddisfatta ai suoi amici. “Fatto. Entriamo prima che qualcuno ci veda.”

Kazuya fu il primo a infilarsi dentro, seguito da Shinra e Kenji, mentre Tomoko richiudeva delicatamente la porta dietro di loro. Ora erano dentro l’ufficio del preside, il cuore pulsante della scuola, il luogo dove speravano di trovare finalmente delle risposte.

Tomoko si sedette davanti al computer del preside e iniziò a digitare velocemente sulla tastiera. “Dobbiamo muoverci in fretta. Se il sistema ha un allarme interno, abbiamo pochi minuti prima che se ne accorgano.”

Lo schermo si illuminò e, dopo pochi secondi, apparvero diversi file video. Tomoko cliccò sul primo, e immediatamente partirono delle registrazioni di Kazuya e Shinra durante le missioni. I video mostravano ogni loro mossa, ogni combattimento, ogni abilità usata. Ma ciò che li fece rabbrividire fu il tono della voce del preside che descriveva tutto come se fossero semplici esperimenti.

“Questa è follia…” mormorò Kazuya, sentendo il cuore accelerare. “Ci hanno mandati là fuori solo per testare le nostre capacità, non per proteggere nessuno.”

Nel frattempo, Kenji rovistava nei cassetti della scrivania e tirò fuori delle cartelle con il nome di Kazuya e Shinra scritto in stampatello. Aprì una delle pagine e i suoi occhi si strinsero. “Ci sono didascalie dettagliate su di voi due… È come se stessero catalogando ogni vostra abilità, ogni debolezza.”

Kazuya si avvicinò a un angolo dell’ufficio, dove trovò una scatola piena di lettere. Le prese con mani tremanti e ne aprì una. “Queste… sembrano lettere inviate al preside. Alcune sono di persone esterne alla scuola. Guardate questa, parla di un ‘Progetto Aegis’.”

Shinra, intanto, aveva trovato un piccolo taccuino. Lo aprì e lesse le note scritte dal preside stesso. Le sue mani si strinsero in un pugno. “Questo spiega perché siamo sempre stati assegnati alle stesse missioni… e perché non ci hanno mai separati. Il preside sta studiando qualcosa su di noi. Vuole vedere fin dove possiamo arrivare prima di…”

Si fermò, il respiro corto. Kazuya si avvicinò e lesse insieme a lui l’ultima frase scritta nel taccuino:

“Se continuano a svilupparsi in questo modo, il rischio sarà inevitabile. Dovremo prendere provvedimenti prima che la situazione ci sfugga di mano.”

Si guardarono l’un l’altro, il peso della verità schiacciandoli. “Siamo pedine in qualcosa di molto più grande,” sussurrò Tomoko, chiudendo il computer. “E dobbiamo scoprire cosa.”

Kazuya tremava mentre stringeva la lettera tra le mani. Il nome “Ryosuke Ishimura” risaltava chiaramente in cima al documento, e il contenuto che seguiva gli fece gelare il sangue.

“Non può essere vero…” sussurrò, rileggendo quelle parole.

“I soggetti Kazuya e Shinra hanno dimostrato potenzialità straordinarie. Il piano di venderli ai villain come armi viventi è pronto per essere attuato. Con la loro crescita costante, il valore è aumentato notevolmente. L’approvazione è stata confermata dai genitori di Kazuya.”

Sotto, una firma che riconobbe immediatamente: i nomi dei suoi stessi genitori, scritti con inchiostro nero e deciso.

La sua vista si offuscò. “No… no, non può essere…”

Sentiva il battito rimbombargli nelle orecchie. Aveva sempre saputo che i suoi genitori lavoravano a qualcosa di segreto, qualcosa di importante, ma mai avrebbe immaginato che fosse questo.

Shinra notò l’espressione sconvolta di Kazuya e si avvicinò. “Kazuya? Che c’è scritto?”

Le mani di Kazuya iniziarono a tremare mentre porgeva la lettera a Shinra, incapace di pronunciare una sola parola. Shinra la lesse velocemente e i suoi occhi si spalancarono. “Ci volevano… vendere?”

Tomoko, che stava controllando un altro angolo della stanza, alzò lo sguardo al nome di suo padre. Si avvicinò di scatto e strappò la lettera dalle mani di Shinra per leggerla da sola. Il suo viso si fece pallido. “Mio padre è coinvolto in tutto questo?”

Kenji si avvicinò, leggendo le parole sopra la sua spalla. “Questo non ha senso. Perché i tuoi genitori, Kazuya? Perché avrebbero accettato una cosa simile?”

Kazuya si sentì soffocare. Cercava di trovare una spiegazione, un senso a tutto questo, ma nella sua mente c’erano solo confusione e tradimento. Si ricordò di quelle conversazioni sussurrate tra i suoi genitori, di quelle riunioni segrete alle quali non era mai stato ammesso, di come avevano sempre evitato di parlare del loro lavoro con lui.

Forse non era solo per proteggerlo.

Forse, in realtà, non lo avevano mai visto come un figlio… ma solo come un investimento.

Tomoko fissava la lettera con mani tremanti, gli occhi che scorrevano ogni singola parola con un misto di incredulità e disperazione. Il nome di suo padre, Ryosuke Ishimura, spiccava tra le righe come una condanna scritta a fuoco. Ma ciò che la terrorizzava davvero era quello che c’era scritto subito dopo:

“Il progetto di trasformazione e addestramento delle armi umane è sotto la supervisione diretta del Dottor Ryosuke Ishimura. Il suo contributo è stato determinante nello sviluppo del piano e nella selezione dei soggetti idonei. Il prossimo passo sarà il trasferimento finale ai compratori.”

Tomoko scosse la testa violentemente. “No… no, è impossibile.”

Le parole sembravano contorcersi davanti ai suoi occhi, la sua mente rifiutava di accettarle. “Dev’essere un errore. Qualcuno sta cercando di incastrarlo. Mio padre non c’entra nulla con questa follia!”

Kazuya, che era ancora scosso dalla lettera precedente, la guardò con uno sguardo misto di preoccupazione e rabbia. “Tomoko, il suo nome è qui. È scritto chiaramente!”

“E allora?!” Tomoko strinse la lettera tra le dita. “Chiunque potrebbe averlo scritto per farlo sembrare il colpevole! Non significa che sia vero!”

Shinra sbuffò, incrociando le braccia. “Tomoko, dobbiamo considerare la possibilità che—”

“No!” Tomoko lo interruppe con una voce più forte del previsto. “Mio padre lavora con la scienza e la tecnologia! Crea cose per aiutare gli Hero, non per venderli come armi! Non ha senso!”

Kenji, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, prese la lettera dalle sue mani e la esaminò attentamente. “Capisco che sia difficile da accettare, ma queste informazioni combaciano con tutto il resto che abbiamo trovato. Se fosse una trappola, perché ci sarebbero prove così dettagliate?”

Tomoko fece qualche passo indietro, la sua mente si affollava di pensieri contrastanti. Suo padre era una figura severa, un uomo che non mostrava facilmente emozioni, ma aveva sempre creduto che il suo lavoro fosse per il bene della società. Aveva mai sbagliato a fidarsi di lui?

Il dubbio si insinuò nel suo cuore come un veleno. Ma ancora non riusciva a crederci.

Tomoko si morse il labbro, stringendo i pugni così forte da far sbiancare le nocche. “Io… devo vederlo con i miei occhi.” La sua voce tremava, ma nei suoi occhi brillava una determinazione feroce. “Non posso credere a una lettera e qualche documento. Devo parlargli, affrontarlo di persona e sentire la verità dalla sua bocca.”

Kazuya le posò una mano sulla spalla, cercando di trasmetterle un po’ di calma. “Tomoko, lo so che vuoi delle risposte, ma adesso non è il momento.” Si guardò intorno, nervoso. “Abbiamo già rischiato troppo stanotte. Dobbiamo tornare ai dormitori prima che qualcuno ci scopra.”

Shinra annuì, incrociando le braccia. “Ha ragione. Se ci beccano qui, addio missione segreta.”

Kenji sbuffò, infilando i documenti che aveva preso dentro la giacca. “E poi non sappiamo chi altro potrebbe essere coinvolto. Il preside potrebbe avere delle telecamere nascoste, o peggio.”

Tomoko serrò i denti, ma alla fine abbassò lo sguardo e annuì. “Va bene… per ora.” Anche se dentro di sé, il desiderio di scoprire la verità bruciava come una fiamma inarrestabile.

“Allora muoviamoci.” Kazuya prese la guida, assicurandosi che la strada fosse libera mentre il gruppo si muoveva silenziosamente fuori dall’ufficio. Il cuore di Tomoko batteva forte.

Sapeva che quella notte non avrebbe dormito. E soprattutto, sapeva che non si sarebbe fermata finché non avesse avuto tutte le risposte.

Una volta fuori dall’ufficio del preside, il gruppo si fermò in un angolo nascosto del corridoio. Tomoko guardò i documenti tra le sue mani con un misto di ansia e determinazione. Kenji le porse anche le note che aveva raccolto, mentre Shinra e Kazuya le consegnarono le lettere e le altre prove trovate.

“Tieni, Tomoko,” disse Kazuya, con un tono più morbido del solito. “Tu sei quella più brava ad analizzare tutto questo. Se c’è qualcosa che non quadra, tu lo scoprirai.”

Tomoko annuì lentamente, stringendo i fogli come se avessero un peso immenso. “Grazie… Mi prenderò il tempo per leggerli bene.”

Kenji sbadigliò, incrociando le braccia. “Bene, missione compiuta. Ora torniamo nei nostri dormitori prima che qualcuno si accorga che siamo spariti.”

Shinra guardò Tomoko con un’espressione preoccupata. “Cerca di dormire un po’, ok? Lo so che hai mille domande, ma se non riposi finirai per crollare.”

Tomoko fece un piccolo sorriso stanco. “Ci proverò…”

Con un ultimo sguardo complice, il gruppo si sciolse silenziosamente, dirigendosi ognuno verso la propria stanza. Mentre camminava nel buio del corridoio, Tomoko sentiva il peso di tutta quella verità sulle sue spalle.

Quella notte sarebbe stata lunga.

Chapter 18: Simulazione Interrotta

Chapter Text

Dopo qualche settimana, la routine scolastica sembrava essere tornata alla normalità — o almeno, così appariva in superficie.

Kazuya, Kenji e Shinra si trovavano nella grande palestra dell’accademia, assieme al resto della loro classe. Le luci alte illuminavano il pavimento lucido, e l’aria era piena del rumore dei passi, del fruscio dei costumi da hero e del vociare degli studenti pronti alla lezione.

Davanti a loro, con le braccia incrociate e uno sguardo che metteva sempre un po’ di pressione addosso, c’era il professor Seiji Takamura, l’insegnante di strategia e combattimento. Era noto per il suo passato da hero leggendario, ma anche per il suo metodo d’insegnamento duro e diretto. I suoi capelli erano legati in una coda alta e portava un lungo soprabito scuro con placche d’armatura leggera, simbolo del suo stile di combattimento tattico.

“Oggi,” disse Takamura, con voce ferma, “non parleremo solo di forza, ma della capacità di leggere l’avversario. La strategia è la differenza tra un combattente e un eroe.”

Kazuya si sistemò i guanti, un’espressione seria sul volto. Anche se sembrava rilassato, il suo corpo era pronto all’azione. Kenji, al suo fianco, si stiracchiò, sbuffando. “Scommetto che oggi finirà con noi a terra…”

“Come sempre,” aggiunse Shinra, incrociando lo sguardo con Kazuya per un attimo fugace, un sorriso appena accennato tra i due.

“Dividetevi a gruppi. Oggi faremo simulazioni in tempo reale,” annunciò il professore. “Voglio vedere come ragionate, non solo come colpite.”

Gli studenti iniziarono a muoversi e a formare squadre. La tensione salì. Quel giorno, nessuno avrebbe potuto nascondere ciò che aveva imparato… o ciò che stava cercando di tenere dentro.

Essendo che la classe era composta da 22 studenti, il professor Seiji Takamura, esperto in strategia e combattimento, organizzò un’esercitazione speciale. I ragazzi sarebbero stati divisi in coppie per testare la cooperazione sul campo.

“Sceglierete voi i vostri partner,” annunciò con tono deciso. “Ma ricordate: un eroe non combatte mai da solo. Imparare a fidarsi è parte della forza.”

Le coppie si formarono con rapidità:

Kazuya si affiancò naturalmente a Shinra, come sempre. La loro sintonia era tale da non lasciare spazio a dubbi: un duo compatto, devastante e affiatato.

Kenji si mise con Ryuji Mizushima, uno studente silenzioso dal Quirk tidal wrath, perfetto per difesa e contenimento.

Masako si ritrovò con Raiden Kaminari, dal Quirk volt surge, ma grande energia e reattività. Tra i due aleggiava una tensione non detta.

 

Tomoko, essendo nella classe di supporto per la creazione di oggetti, non era presente all’allenamento: quel giorno lavorava in laboratorio su un nuovo prototipo per l’analisi energetica sul campo.

Nel frattempo, il professor Takamura attivò la simulazione. Le pareti della palestra mutarono forma, trasformandosi in un ambiente urbano distrutto, con ostacoli, edifici e punti ciechi. L’aria si fece tesa.

“Simulazione inizia ora,” disse con tono fermo. “Voglio vedere chi è in grado di proteggere… e chi rischia di essere un pericolo per il proprio partner.”

I ragazzi si lanciarono nell’azione.

La simulazione era in pieno svolgimento e i vari team si muovevano tra macerie virtuali e insidie strategiche, ognuno mostrando abilità e collaborazione.

Tra tutti, due studenti attiravano particolarmente l’attenzione: Kaito Kurose e Shirogane Yurei, la coppia più inquietante – e pericolosa – della classe.

Kaito sfoderava il suo quirk: Carnival of Madness, un’abilità che gli permetteva di generare allucinazioni caotiche e distorsioni visive che confondevano i nemici e li spingevano verso stati di panico o euforia incontrollata. Intorno a lui, apparivano giostre fluttuanti, maschere grottesche e colori stroboscopici che disorientavano chiunque gli si avvicinasse.

Shirogane, invece, manovrava il suo quirk: Nightmare Marionette. Con semplici fili d’ombra, riusciva a controllare i movimenti degli avversari colpiti dal panico generato da Kaito, come se fossero pupazzi. Le sue dita si muovevano lentamente e con grazia, ma bastava un gesto per far strisciare un nemico a terra o fargli perdere l’equilibrio in pieno combattimento.

I due sembravano ballare tra il caos, ridendo e sussurrando frasi disturbanti mentre eseguivano la prova con eleganza sinistra.

“Guarda come si contorce quello lì…” sussurrò Shirogane con un sorrisetto, muovendo lentamente le dita mentre un avversario cercava inutilmente di liberarsi dai fili invisibili.

“Non è una battaglia,” aggiunse Kaito con un tono teatrale. “È un carnevale… e noi siamo i giostrai.”

Il professor Takamura li osservava con attenzione. Nonostante lo stile inquietante, la loro sincronia era impeccabile, e la loro combinazione di Quirk era devastante. Tuttavia, la loro eccessiva gioia nel causare sofferenza preoccupava molti, compreso Shinra che, da lontano, strinse i denti osservandoli.

“Quei due mi mettono a disagio,” mormorò Kazuya. “Sembrano divertirsi troppo.”

La simulazione continuava, ma la presenza di Kaito e Shirogane aleggiava su tutti come un’ombra difficile da ignorare.

All’improvviso, un’ombra si mosse con una velocità impressionante tra i detriti simulati. Prima che Shirogane potesse reagire, Riko Usagioka comparve in un lampo e — con uno scatto degno di una lepre predatrice — gli assestò un violento calcio in pieno volto, facendolo volare all’indietro tra le risate soffocate di alcuni compagni.

Il suo quirk, Lepus Max, le conferiva riflessi, velocità e forza esplosiva ispirata all’agilità estrema dei lagomorfi: i suoi movimenti erano rapidi e precisi, ogni colpo carico di una potenza sorprendente per una ragazza della sua corporatura.

Accanto a lei comparve il suo partner nella simulazione: Nao Fujimura, un ragazzo dall’aria pacata e gli occhi scuri, che si toccò il collo in imbarazzo e fece un rapido inchino.
“Mi scuso! Non riesco mai a fermarla in tempo quando si scalda…” disse con voce calma, mentre un tenue bagliore fluttuava intorno a lui: l’effetto del suo quirk: Etere, che gli permetteva di manipolare piccole particelle d’energia eterea per supporto o difesa.

Riko si voltò verso Kaito e Shirogane con sguardo tagliente, le mani sui fianchi.
“Voi due vi credete fichi perché giocate con la mente della gente, ma questa è una simulazione accademica, non uno spettacolo dell’orrore!” sbottò, il tono secco come uno schiaffo.
“Non siamo qui per spaventare o manipolare i compagni. Se non sapete combattere senza diventare dei mostri, allora forse non siete veri eroi.”

Shirogane, ancora a terra, si toccò il mento con aria confusa.
“Aggressiva… mi piace.”

Kaito rise piano, lo sguardo ancora acceso di divertimento, ma stavolta sembrava meno sicuro.
Nao, alle loro spalle, sospirò di nuovo. “Ogni volta così… che stress.”

Il professor Seiji Takamura annotò qualcosa sul suo taccuino, l’espressione indecifrabile. La presenza di Riko aveva riportato un minimo di equilibrio nel caos della simulazione, e ora gli sguardi tornavano a incrociarsi, pronti per il prossimo scontro.

Un’altra coppia che spiccava durante la simulazione per la loro sintonia perfetta e la spettacolarità dei loro poteri era composta da Arisu Takamine e Shiroi Gojo.

Arisu, una ragazza dai lunghi capelli argentati con riflessi rosa, irradiava potere puro. Il suo quirk, Aurora Furiosa, le permetteva di generare e manipolare luci aurorali ad altissima temperatura, che usava come fruste, lame o scudi, danzando sul campo come una vera divinità celeste. Ogni movimento creava onde iridescenti che tagliavano l’aria e accecavano temporaneamente i nemici.

Accanto a lei, con un’aura fredda e imperscrutabile, si muoveva Shiroi Gojo, una giovane dal fascino letale, occhi pallidi come la luna, e i lunghi capelli bianchi legati con un nastro nero. Era la discendente diretta del clan Gojo, la stessa stirpe da cui proveniva anche Shinra, e aveva ereditato l’antica arte segreta del clan: la stregoneria di Eclipse Infinity.

Con un gesto della mano, Shiroi attivava barriere dimensionali, manipolava la gravità e distorceva la percezione dello spazio-tempo, creando illusioni e campi di forza in cui le leggi fisiche sembravano impazzire.

“Arisu, destra!” gridò, e Arisu, con un sorriso complice, fece roteare un fascio di luce aurorale che incenerì un finto bersaglio.
“Copertura, Shiroi!” rispose subito dopo, mentre un’esplosione di luce distraeva un gruppo di avversari, dando a Shiroi il tempo di attivare una “Zona Nera” — un campo in cui tutti i sensi venivano annullati per chi vi entrava, tranne per lei.

I loro stili, apparentemente opposti — la luce travolgente di Arisu e l’oscurità elegante di Shiroi — si intrecciavano in modo perfetto. Sembravano nate per combattere fianco a fianco, come yin e yang in perfetto equilibrio.

Osservandole da lontano, Shinra non poté fare a meno di sorridere con un misto di rispetto e orgoglio.
“Classico stile Gojo… ma con quel tocco in più,” mormorò tra sé, riconoscendo il talento della cugina.

Anche il professor Takamura fece un cenno d’assenso, annotando:
“Livello avanzato di sinergia. Possibile formazione da missioni speciali.”

In mezzo a tanta tensione e competizione, Arisu e Shiroi rappresentavano un raro esempio di potere unito all’eleganza, e attiravano l’ammirazione silenziosa di molti compagni.

Kazuya e Shinra non erano affatto da meno.
Erano i primi della classe per una ragione precisa, e ogni studente presente lo sapeva. Durante la simulazione, i due agirono in perfetta armonia, come se ogni mossa fosse già stata coreografata.

Kazuya, con il suo abito rosso bordò dagli spacchi laterali, si muoveva con una grazia letale. Il suo stile univa tre poteri micidiali: ghiaccio, fuoco e il suo temuto sangue esplosivo. Con un rapido gesto delle mani, creava lastre ghiacciate per scivolare a tutta velocità sul campo, schivando colpi e creando trappole improvvise. Quando l’occasione lo richiedeva, sputava fiammate incandescenti dalla bocca, ma ogni getto gli causava un dolore lancinante alla gola, fino a sputare sangue. Eppure, anche quel sangue era un’arma: poteva farlo esplodere a comando, trasformando un apparente punto debole in un vantaggio mortale.

Shinra, al suo fianco, incarnava l’equilibrio. Il suo quark dell’energia oscura gli permetteva di generare esplosioni d’ombra capaci di destabilizzare il campo. Con la sua maglia termica aderente, i coprispalle potenzianti e la cintura di contenimento, Shinra sembrava un’arma che camminava sulla linea sottile tra controllo e distruzione. Ogni volta che Kazuya colpiva con il fuoco o il ghiaccio, Shinra sfruttava l’apertura per amplificare l’effetto con un’ondata oscura che si espandeva come un’onda d’urto.

“Dietro di te!” gridò Shinra.
Kazuya si girò di scatto, aprì le braccia e un cerchio di fuoco e ghiaccio esplose intorno a lui. Un secondo dopo, una goccia di sangue si staccò dalle sue labbra e cadde a terra. Kazuya la toccò con la punta del dito, e l’intero terreno tremò per l’esplosione controllata.

Gli altri studenti rimasero senza parole. Nessuno osava interrompere lo spettacolo che stava avvenendo al centro del campo. Non era solo forza, era alchimia perfetta tra due combattenti.

Il prof Seiji Takamura, che osservava tutto dal bordo del campo, annotò qualcosa sul taccuino.
“Kazuya… ghiaccio, fuoco e sangue… Shinra con l’oscurità. Se restano così affiatati, saranno inarrestabili.”

E mentre il sole filtrava dalle finestre della palestra, il campo sembrava un’arena.
Kazuya e Shinra non erano solo studenti. Erano leggenda in costruzione.

Durante il pieno della simulazione, mentre la classe era immersa nel combattimento e nella strategia, Shinra si immobilizzò per un istante. I suoi occhi si sgranarono leggermente, il respiro si fece più corto. Aveva visto qualcosa… o meglio, qualcuno.

Ai margini della palestra, in piedi accanto a una porta di sicurezza, la figura di una donna alta con un portamento austero e una lucente armatura greca antica era apparsa per un solo istante. I suoi occhi sembravano fissare proprio lui. Era la stessa visione che aveva avuto durante l’ultima missione nella casa vicino alla foresta.

Ma quando si voltò di scatto, non c’era più nessuno.

“Shinra?”
La voce di Kazuya lo riportò alla realtà. Era corso subito al suo fianco, notando la tensione nelle sue spalle e lo sguardo perso nel vuoto.

“Che succede? Hai visto qualcosa?”

Shinra abbassò lo sguardo, incerto se parlarne. Dopo qualche secondo di silenzio, rispose solo:
“Non lo so… forse sì. Ho… visto qualcosa. Di nuovo.”

Kazuya si mise davanti a lui in posizione difensiva, con lo sguardo serio ma protettivo.
“Se c’è qualcosa che ti segue, allora non sei da solo. Qualsiasi cosa sia, l’affronteremo insieme.”

Shinra annuì piano, ma dentro di sé non era tranquillo. Quella figura era reale. Lui lo sapeva. Ma non riusciva ancora a capire perché lo stesse osservando.

La simulazione sembrava stesse per concludersi, ma improvvisamente, un portale nero si aprì nel centro della palestra, emettendo un forte rimbombo che fece gelare l’aria. Tutti i ragazzi si fermarono di colpo, guardando incuriositi, pensando che fosse una parte dell’esame. Ma quando dal portale cominciarono a emergere figure oscure e minacciose, con movimenti rapidi e decisi, l’atmosfera cambiò immediatamente.

I villain erano reali, e non solo apparsi in modo casuale: erano delle minacce pericolose. Nessuno poteva più dubitarne quando una campana, proveniente da una delle alte torri della scuola, suonò con un suono grave e minaccioso, segnalando l’inizio di un’infusione di pericolo. Era il segnale che indicava che si trattava di un’emergenza reale, e che il piano della simulazione era stato interrotto da una minaccia esterna.

“Non è un’esercitazione!” gridò Kazuya, correndo indietro per prendere una posizione difensiva. L’adrenalina cominciò a salire e i ragazzi della classe si prepararono a combattere.

Il professore Seiji Takamura, che fino a quel momento aveva osservato la situazione con calma, si fece largo tra gli studenti e si pose al centro, esponendo la sua aurora di potere. Le sue mani sollevarono lentamente l’aria intorno a lui, e una misteriosa energia oscura cominciò a farsi strada, avvolgendo il suo corpo come un’ombra.

“State indietro!” ordinò, con un tono di voce fermo, che non lasciava spazio a dubbi.
Il suo quirk, Phantom Dominion, aveva il potere di creare un dominio illusorio.

Mentre il professore Seiji Takamura combatteva con le sue illusorie energie oscure, intrappolando i nemici in trappole mentali, la situazione stava rapidamente degenerando. I villain, per qualche motivo sconosciuto, sembravano concentrarsi soprattutto su Kenji, Kazuya e Shinra, ignorando quasi completamente gli altri studenti che cercavano di riprendersi dal colpo iniziale.

I tre ragazzi si trovarono improvvisamente a dover fronteggiare una marea di attacchi. Kenji, il ragazzo dall’abilità di evocare spiriti stellari, chiamò a sé una costellazione di spiriti guerrieri, ma i villain non si fermavano. Erano rapidi, letali, e sembrava che avessero una specie di mappa mentale per localizzare i ragazzi, come se li avessero riconosciuti come le vere minacce.

Kazuya non perse tempo. Con un suo potente incantesimo di ghiaccio, alzò muri di cristallo per bloccare gli attacchi, mentre cercava di non lasciarsi sopraffare dal ghiaccio che si stava rapidamente solidificando attorno a lui. Ogni colpo che infliggeva agli avversari faceva frantumare le loro armature, ma l’energia che emettevano sembrava più aggressiva di quanto avessero mai affrontato prima. I villain si rialzavano con una ferocia mai vista. Non avevano paura del freddo o del calore che i ragazzi stavano cercando di opporre loro.

Shinra, per non essere da meno, scatenò tutta la potenza della sua energia oscura, cercando di assorbire i nemici, ma la sua forza sembrava non avere abbastanza impatto sui villain, che sembravano aver sviluppato un’immunità naturale alle temperature estreme. Gli attacchi, che solitamente mandavano in frantumi le difese più forti, sembravano scivolare via dalle armature dei villain, come se non li toccassero affatto.

“Non ci fermiamo, non possiamo!” urlò Shinra a Kazuya e Kenji, cercando di trovare un punto debole nei nemici. Si sentiva l’adrenalina correre nelle sue vene, e il suo cuore batteva all’impazzata mentre combatteva.

Uno dei villain, un grande mostro meccanico, con occhi rossi brillanti e un’armatura dorata scintillante, si avventò su di lui, cercando di sopraffarlo con colpi rapidi e devastanti. Shinra, non avendo il tempo di pensare, si gettò in avanti, utilizzando la sua energia oscura per assorbire parte dell’energia dell’attacco e renderla propria. Ma la sua mossa non bastò a fermarlo del tutto, e la bestia meccanica lo afferrò con una mano gigante, sollevandolo da terra.

“Shinra!” urlò Kazuya, ma non poteva fare molto senza lasciare il suo fianco vulnerabile.

Kenji, vedendo il suo compagno in difficoltà, fece un passo in avanti. “Gemini!” ordinò. La chiave dell’spirito gemello brillò sopra di lui, evocando una doppia proiezione astrale che apparve immediatamente al suo fianco. Con un movimento fluido, Gemini si lanciò verso il mostro meccanico, distrazione perfetta per Shinra, che approfittò della confusione per liberarsi dalla presa del nemico.

“Grazie, Kenji!” disse Shinra, riprendendo posizione, le sue fiamme ardenti più vive che mai, ma consapevole che dovevano ancora affrontare molti nemici.

Nel frattempo, Kazuya usò il suo potere del ghiaccio in modo strategico. Creò una rete di cristallo congelato per immobilizzare i villain, bloccandoli temporaneamente. Tuttavia, il ghiaccio non durava a lungo, e i villain sembravano essere abbastanza forti da rompere rapidamente i suoi blocchi.

“Non è abbastanza!” sbottò Kazuya, mentre il ghiaccio si scioglieva sotto i colpi dei nemici.

Il professore Takamura, vedendo la situazione peggiorare, iniziò a scagliarsi contro il gruppo di villain, ma anche lui era sopraffatto dalla loro resistenza. Ogni attacco che lanciava sembrava non avere l’effetto che desiderava. Le illusioni che aveva creato non erano sufficienti a confondere questi nemici, che sembravano avere un controllo totale sulle loro percezioni.

“Dobbiamo fare qualcosa di più, e subito!” urlò Takamura, mentre combatteva con l’energia più potente che possedeva. “Non sono solo dei villain, sono parte di qualcosa di molto più grande!”

Mentre il gruppo di villain continuava a fare pressione su Kenji, Kazuya e Shinra, sembrava che ogni tentativo di sopraffarli si rivelasse inutile. La situazione stava diventando critica, e i ragazzi capirono che dovevano fare qualcosa di drastico per fermare quella minaccia. Con un piano che si formava rapidamente nella mente di Kazuya, l’idea di usare tutti i loro poteri insieme divenne la loro unica via di salvezza.

Il piano era rischioso, ma forse l’unico modo per sperare di sopravvivere. I ragazzi si prepararono per un attacco combinato, con Shinra pronto a scatenare la sua energia oscura, Kazuya che preparava il suo ghiaccio le sue fiamme e Kenji che evocava un esercito di spiriti guerrieri.

La battaglia finale stava per cominciare.

Kenji concentrò la sua energia e, con un rapido movimento, evocò Taurus, uno degli spiriti guerrieri più potenti che possedeva. La figura gigantesca di Taurus apparve in un’esplosione di luce dorata, un imponente spirito con l’aspetto di un minotauro armato di un enorme martello. Con una forza che sembrava scuotere il terreno, Taurus si eresse davanti a Kenji, pronto ad affrontare i nemici.

“Taurus, prepara il terreno per noi!” ordinò Kenji, e il gigantesco spirito, con una forza incredibile, iniziò a spazzare via i villain più piccoli con colpi potenti del suo martello, mandandoli a volare via come se fossero bambole di pezza. Il terreno tremava ad ogni suo passo, e i villain, che avevano già preso piede in quella battaglia caotica, non sembravano in grado di contrastare la furia di Taurus.

Nel frattempo, Kazuya si posizionò con una determinazione glaciale. Con un movimento fluido e deciso, creò una barriera di ghiaccio che circondava il gruppo, intrappolando temporaneamente i villain che cercavano di avvicinarsi. Il ghiaccio agiva come una trappola congelata, rallentando gli avversari e dando loro il tempo di organizzarsi per un altro attacco.

Accanto a lui, Shinra si affidava completamente alla sua energia oscura. La sua presenza emanava un’oscurità inquietante, che sembrava risucchiare la luce attorno a lui. Con un gesto rapido della mano, Shinra lanciò un’onda di energia oscura che si abbatté sui nemici, facendo esplodere la terra e creando vortici di ombre che smaterializzavano i nemici che ne venivano colpiti.

“Shinra, concentra la tua energia!” urlò Kazuya, notando che alcuni nemici stavano cercando di riprendersi. Shinra rispose con un sorriso oscuro, spingendo la sua energia oscura a livelli ancora più elevati. L’aria stessa sembrava piegarsi intorno a lui mentre scatenava un’ondata di potere oscura, creando vortici che risucchiavano i nemici nelle tenebre, dissolvendoli in una nebbia opaca e impalpabile.

Kenji, vedendo che i nemici più piccoli stavano venendo sopraffatti, decise di concentrare ulteriormente il potere di Taurus. Con una carica furiosa, Taurus abbatté un’altra serie di nemici, mentre Kenji dirigeva il suo spirito guerriero con precisione.

Ma proprio mentre pensavano di aver preso il controllo della situazione, qualcosa si mosse nell’ombra. Un gigantesco mostro meccanico, più imponente e minaccioso di qualsiasi altro nemico incontrato finora, si materializzò dal portale. La creatura era alta come un edificio, con arti metallici che sembravano in grado di stritolare tutto ciò che gli stava davanti.

“Non possiamo lasciarlo fare!” gridò Kazuya, vedendo il nuovo nemico, e subito si preparò per l’attacco finale. La sua energia di ghiaccio esplose in un’ondata gelata che invase l’area circostante, creando un terreno di battaglia congelato che riduceva la mobilità del mostro.

“Dobbiamo spingere i nostri limiti!” rispose Shinra con una voce bassa, mentre concentrazione ed energia oscura si mescolavano attorno a lui come una tempesta. Senza alcun avvertimento, Shinra lanciò un altro colpo di energia oscura, più forte e più distruttivo, che ruppe l’aria con un frastuono terrificante. Le tenebre sembravano avvolgere il mostro, cercando di disintegrare ogni pezzo di metallo e carne che lo componeva.

Nel frattempo, Taurus non si fermò mai. Con un colpo poderoso del suo martello, mandò uno dei nemici più piccoli a volare via, facendolo sbattere contro una parete vicina. Kenji non aveva intenzione di perdere tempo: “Taurus, ancora un colpo potente!” La bestia rispose con una forza devastante, colpendo il terreno con il suo martello, facendo tremare la terra e creando un’ondata di forza che mandò a terra tutti i villain circostanti.

Ma la battaglia non era ancora vinta. Il mostro meccanico gigante sembrava rispondere all’assalto, rigenerando parti di sé e attaccando con colpi devastanti. La situazione stava diventando critica, e Kazuya, Shinra e Kenji si resero conto che avrebbero dovuto affrontare la sfida finale con tutte le loro forze.

“Non possiamo fermarci adesso!” esclamò Kazuya, mentre preparava la sua mossa finale. Tutto dipendeva da loro. Se non riuscivano a sconfiggere questo nemico, sarebbe stato impossibile salvarsi.

Shinra concentrò la sua energia oscura al massimo, avvolgendo la sua mano in una sfera di pura oscurità, pronta a scatenare un attacco definitivo. Kazuya, con il ghiaccio che si formava attorno a lui come un’armatura, si preparò a lanciare l’ultimo colpo.

Tutto sembrava pronto per una battaglia epica, dove solo la forza del loro spirito e il loro coraggio avrebbero potuto determinare l’esito finale.

Mentre il terreno tremava per i colpi di Taurus, i vortici oscuri di Shinra e le esplosioni gelate di Kazuya, uno dei villain – un uomo dalla figura massiccia e il volto parzialmente coperto da una maschera metallica – si fece avanti tra i detriti, ridendo in modo inquietante.

“Avete davvero creduto che tutto questo fosse solo una coincidenza?” ringhiò, la voce distorta dal dispositivo vocale sulla maschera. “Che fosse solo un attacco a caso? No, ragazzini. Questa è la ricompensa. La punizione per aver ficcato il naso in affari che non vi riguardano.”

Si voltò verso Kazuya, indicando con un gesto teatrale. “Siete andati troppo oltre. Avete violato confini che non dovevano essere toccati. L’ufficio del preside… le lettere… pensavate davvero che nessuno se ne sarebbe accorto?”

Fece un passo avanti, la sua presenza pesante come piombo. “Adesso pagherete il prezzo. Non solo per ciò che avete scoperto… ma per ciò che rappresentate.”

Alle sue spalle, altri villain si prepararono all’assalto finale, mentre l’aria si caricava di tensione. Kenji, Kazuya e Shinra si scambiarono uno sguardo: non avevano scelta. Dovevano resistere.

Nel pieno del caos, mentre Taurus abbatteva l’ennesimo nemico e Kazuya erigeva nuove barriere di ghiaccio per proteggere Kenji alle sue spalle, Shinra si fermò per un istante. I suoi occhi si spalancarono, catturati da una presenza inquietante tra la polvere e le macerie.

Là, in piedi su una trave piegata, una figura femminile alta, vestita con una tunica greca chiara e un’armatura scintillante, li osservava in silenzio. Non sembrava minacciata né interessata a combattere. Era la stessa donna della missione alla casa vicino al bosco, quella che Shinra aveva visto di sfuggita… ma stavolta non era scomparsa. Era lì, reale, tangibile. E li stava fissando.

“È lei…” sussurrò, paralizzato da un misto di terrore e stupore.

Ma non ebbe il tempo di riflettere. Uno dei villain più spietati si era gettato su Kazuya, lo aveva fatto crollare al suolo e ora stava per colpirlo con un’arma letale, mirando al cuore. Kazuya, esausto, non riusciva a rialzarsi. Nessuno sarebbe arrivato in tempo.

“NO!”

Fu in quel momento che qualcosa in Shinra esplose. Un’ondata di pura energia oscura si sprigionò da lui, come un urlo dell’anima. Il suo corpo cominciò a mutare, avvolto da una tempesta di ombre impetuose e fulmini neri che si contorcevano intorno a lui.

Il cielo sopra la palestra si oscurò, e un ruggito terrificante squarciò l’aria.

Dove un tempo c’era Shinra, ora si ergeva un drago d’energia oscura: gigantesco, coperto di scaglie nere che sembravano assorbire la luce, con ali immense e occhi incandescenti di rabbia. Ogni passo faceva tremare il suolo, ogni battito d’ali sollevava raffiche di vento taglienti.

“SHINRA!” gridò Kenji, ma il drago non rispose. Non era più solo Shinra… era qualcosa di più grande, più primitivo, guidato dall’istinto e dalla furia.

Con un urlo terrificante, il drago si scagliò sul villain che stava per uccidere Kazuya, frantumando il terreno e scaraventandolo via come un insetto. L’intero campo di battaglia si fermò per un attimo, colpito dalla presenza mostruosa che ora dominava il campo.

Nessuno sapeva se fosse un salvatore… o una minaccia ancora più grande. Ma una cosa era certa: Shinra non era più lo stesso. E la donna, lassù, continuava a osservarlo… come se stesse aspettando proprio questo.

La battaglia sembrava essersi congelata nel tempo. Il gigantesco drago d’energia oscura che aveva preso il posto di Shinra dominava la palestra come una divinità furiosa, e i nemici, prima così sicuri, ora tremavano. Ma gli occhi della donna, quella figura alta, maestosa, vestita con una tunica greca e un’armatura decorata, non mostravano paura. Mostravano… meraviglia.

“Incredibile…” mormorò tra sé. I suoi occhi, severi ma affascinati, seguivano ogni movimento del drago.
“Lui è quello che cercavo. Sarà il mio guerriero più forte… un giorno sarà al mio fianco.”

Ma nel cuore della battaglia, Kazuya non aveva occhi per la donna. Steso a terra, ferito e tremante, guardava il drago con dolore e amore.

“Shinra…” mormorò, con voce spezzata. “Sono io. Sono qui.”

La creatura oscura si arrestò. L’energia che crepitava intorno a lui cominciò a vacillare, come se una voce, più forte della rabbia, stesse chiamando da lontano.

“Per favore, amore mio… torna da me.”

Le ali d’ombra si ritrassero lentamente. Al centro del petto del drago, una luce familiare pulsava debole, come un cuore che cercava di battere ancora. Un battito… poi un altro.

In un’esplosione di oscurità che si dissipò come fumo al vento, Shinra tornò umano, inginocchiato davanti a Kazuya, il viso rigato dal sudore, il respiro affannoso, gli occhi lucidi.

“Kazuya…” sussurrò, tremando. “Ti ho quasi perso.”

“No,” gli rispose Kazuya, con un sorriso stanco ma sincero, “Mi hai salvato. Come sempre.”

Shinra si avvicinò e lo strinse a sé, senza curarsi del campo di battaglia intorno a loro. La sua energia oscura si avvolse dolcemente attorno al corpo di Kazuya, curando le ferite e donandogli calore. Il potere che prima distruggeva ora era protezione, amore, cura.

“Non voglio vederti soffrire mai più,” sussurrò Shinra, tenendolo stretto.
“E io non voglio perderti,” rispose Kazuya, posando la fronte contro la sua.

Sopra di loro, su una delle travi più alte, la donna osservava in silenzio. I suoi occhi scintillavano.
“Lui ama,” disse. “Ama davvero. Questo lo renderà ancora più potente.”

Poi svanì, come se fosse stata solo un’illusione. Ma Shinra l’aveva vista. E sapeva… che quella figura misteriosa non aveva finito con lui.

Ma per ora, l’unica cosa che contava era Kazuya, vivo tra le sue braccia.

Nel pieno del caos, Kenji, deciso a cambiare le sorti dello scontro, sollevò il braccio con forza e pronunciò l’incantesimo:

“Acquarius! Rispondi alla mia chiamata!”

Dall’aria stessa si sprigionò una luce acquamarina e, in un turbine d’acqua e vento, apparve Acquarius: una maestosa sirena, fluttuante a mezz’aria. I suoi lunghi capelli blu ondeggiavano come alghe nelle profondità marine, la coda squamosa scintillava di riflessi tra l’azzurro e il turchese, e indossava gioielli dorati che brillavano come stelle. Tra le braccia reggeva il suo vaso dorato, dal quale scrosciava un flusso continuo d’acqua.

Il suo sguardo si posò su Kenji, altezzoso e infastidito.

“Come osi disturbarmi? E mi evochi in una vasca per allenamenti? È vergognoso!” sbottò, con una voce melodica ma intrisa di disprezzo.

“Ma stai zitta e colpisci i villain, sei un mio spirito o no?” replicò Kenji, esasperato, alzando la voce mentre indicava i nemici che avanzavano.

Acquarius spalancò gli occhi, offesa. “Che maleducazione…” mormorò. Ma invece di obbedire, con uno sguardo vendicativo rovesciò il vaso e un gigantesco vortice d’acqua eruppe dal contenitore.

Kenji fu preso in pieno, trascinato via con forza. Shinra fu investito e sbattuto al suolo, mentre Kazuya, pronto e protettivo, creò rapidamente una zattera di ghiaccio per attutire l’impatto e difendere Shinra. Anche i villain vennero travolti, urtati e lanciati in ogni direzione dalle potenti onde.

L’intera palestra fu inondata, il pavimento coperto da uno spesso strato d’acqua, e gli spruzzi si riflettevano sulle pareti. Acquarius si sollevò con grazia sopra la scena, lanciando a Kenji uno sguardo tagliente.

“Questa è l’ultima volta che rispondo a una tua chiamata con questo tono, mortale ingrato.”

Poi, con un ultimo sbuffo d’acqua e uno scintillio di bolle blu, scomparve nel nulla.

Proprio in quel momento, Masako fece irruzione nella palestra insieme al preside e alla polizia. Il caos era totale.

Uno dei villain, con il volto graffiato e il corpo madido d’acqua, urlò mentre attivava un portale:

“Questa è la ricompensa per aver ficcato il naso in affari che non vi riguardano!”

Svanirono tutti, inghiottiti nel nulla.

Kenji, inzuppato dalla testa ai piedi, si rialzò lentamente sputando un po’ d’acqua. “La prossima volta evocherò un cactus… almeno quello non mi annega.”

Kazuya, ancora accanto a Shinra, lo aiutò a sollevarsi con delicatezza, la mano nella sua.

“Ci sei?” sussurrò, cercando i suoi occhi.

“Ora sì… sei salvo.” Rispose Shinra, stringendolo con forza.

Il preside fece qualche passo avanti, osservando il disastro.

“Se questi erano solo emissari… dobbiamo aspettarci qualcosa di molto più grande. Preparatevi.”

E nel riflesso dell’acqua ferma sul pavimento, il destino sembrava già muoversi.

Dopo che la confusione si era placata e i villain erano fuggiti, Kazuya, Shinra e Kenji furono accompagnati dagli agenti in una delle sale laterali dell’istituto, dove la polizia stava facendo i primi rilievi e interrogando i presenti. I tre, ancora provati dallo scontro, espressero con urgenza ciò che avevano scoperto nell’ufficio del preside: strani documenti criptati, tracciati di spostamenti sospetti, nomi codificati, e addirittura una possibile connessione con i villain.

Kenji, più agitato degli altri, sbatté un pugno sul tavolo:
“Ve lo stiamo dicendo, c’è qualcosa che non torna! Quel portale, i villain… sapevano chi eravamo. Non può essere una coincidenza!”

Kazuya, con lo sguardo freddo ma lucido, incalzò:
“Abbiamo trovato documenti nell’ufficio del preside, delle mappe… simboli identici a quelli visti nella missione vicino al bosco. Ci nasconde qualcosa.”

Shinra annuì lentamente, la voce più calma ma tagliente:
“Non siamo solo studenti adesso. Abbiamo visto la verità. E vi stiamo dando la possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi.”

I poliziotti si scambiarono sguardi scettici, uno scrollò le spalle.
“Ragazzini… dovreste pensare agli allenamenti, non a creare teorie da romanzo. Non ci sono prove concrete. E l’ufficio del preside era inaccessibile, ufficialmente.”

Uno di loro rise anche:
“Vi siete fatti suggestionare da troppi film. Il vostro lavoro è diventare eroi, non detective.”

Con quel tono seccato e condiscendente, la polizia si alzò e se ne andò, lasciandoli lì.

I tre rimasero in silenzio.

Poco dopo, il preside entrò nella stanza, la sua figura imponente avvolta da un’aura di silenzio glaciale. Non disse nulla. Non un ringraziamento, né una domanda. Solo uno sguardo lungo e gelido, diretto a tutti e tre, ma soprattutto a Shinra.

Poi si voltò, uscì senza proferire parola, il suono dei suoi passi che si allontanavano come un’eco pesante nella stanza muta.

Kazuya strinse la mano di Shinra.
Kenji li guardò entrambi.
“Non ci credono. Ma noi sappiamo cos’abbiamo visto.”

E in quel momento, capirono che non potevano più fidarsi di nessuno, se non di loro stessi.

Chapter 19: Sotto IL Velo Dell'Accademia

Chapter Text

Il giorno seguente, l’atmosfera era ancora più cupa. Quando Kenji, Kazuya e Shinra vennero convocati nell’ufficio del preside, tutti sapevano che non sarebbe stata una semplice chiacchierata.

Entrarono in silenzio. Il preside, con il solito sguardo impassibile, era già seduto dietro la sua scrivania. Senza alzare gli occhi, consegnò loro tre fascicoli.

“Avete una nuova missione. Partite domattina.”

Kazuya prese il fascicolo senza aprirlo, poi guardò il preside dritto negli occhi.
“E Tomoko? Perché non è con noi?”

Il preside si limitò a rispondere freddamente:
“Non farà più missioni insieme a voi.”

Le parole rimasero sospese nell’aria come una condanna.
Kazuya strinse i denti, mentre la sua espressione cambiava tra shock e rabbia.

“Cosa vuol dire? Perché?” chiese, ma il preside non aggiunse nulla.

Shinra si alzò lentamente in piedi, la voce ferma ma carica di tensione.
“Non può mandarci in missione adesso. Non ci siamo ancora ripresi da quello che è successo. Questo non è addestramento, è abuso.”

Il preside sollevò lo sguardo per un istante, poi tornò a osservare i documenti sulla scrivania.
“Non siete qui per stare bene. Siete qui per essere utili.”

Il gelo calò nella stanza.
Kenji chiuse il fascicolo con forza, ma non disse nulla.
Kazuya abbassò lo sguardo, col cuore gonfio di rabbia e impotenza.
Shinra, con gli occhi fissi sul preside, sembrava pronto a esplodere.

Il preside, impassibile, indicò la porta.
“Preparatevi. Partirete all’alba.”

I tre uscirono senza aggiungere altro. Non era solo una missione: era l’inizio di una guerra silenziosa.

Appena uscirono dall’ufficio del preside, il silenzio pesava tra i tre come una coltre di nebbia. Kenji camminava avanti, il fascicolo sotto braccio, lo sguardo serio e carico di tensione. Kazuya lo seguiva con passi più pesanti, il cuore ancora scosso dalla notizia su Tomoko.

Dopo qualche secondo, Kazuya ruppe il silenzio.

“Kenji… di cosa si tratta la missione?” chiese a voce bassa, ma con fermezza.
“Tu sei stato l’unico a leggere quei dannati fascicoli.”

Kenji si fermò e si voltò verso di lui. C’era un’espressione indecifrabile sul suo volto, come se fosse combattuto tra dirglielo o risparmiargli un’altra preoccupazione. Ma alla fine sospirò e parlò.

“È una ricognizione. Ma non una normale… ci mandano in una struttura abbandonata fuori dalla città. A quanto pare era un vecchio laboratorio affiliato all’accademia, poi chiuso per ‘motivi sconosciuti’. Devono esserci delle prove lì dentro, qualcosa che vogliono recuperare o nascondere.”

Shinra si voltò subito, scrutando Kenji con attenzione.
“Un altro segreto del preside?”

Kenji annuì lentamente.
“Sembra di sì. Ma c’è dell’altro. Ci sarà un’unità di supporto… ma non ci accompagneranno. Ci osserveranno solo da lontano. In pratica, se succede qualcosa… saremo soli.”

Kazuya serrò i pugni, la rabbia cominciava a ribollire di nuovo.
“Sta cercando di farci fuori. Una missione suicida mascherata da indagine.”

Shinra, con la voce più bassa e oscura, aggiunse:
“E vuole che falliamo… o che scompaia un’altra prova.”

I tre si guardarono per un momento. Anche senza dirlo, sapevano che non potevano fidarsi più di nessuno… tranne che l’uno dell’altro.

“Allora andiamoci preparati.” Disse infine Kenji.
“Stavolta, non giochiamo secondo le loro regole.”

Kenji rimase in silenzio per un attimo, stringendo il fascicolo tra le mani. Lo sguardo era fisso nel vuoto, come se stesse valutando ogni possibilità.

Poi, con tono deciso, disse:

“Dobbiamo andare da Tomoko.”

Shinra lo guardò sorpreso.
“Cosa? Ma ci hanno detto chiaramente che non farà più missioni con noi.”

Kenji annuì, ma non vacillò.
“Lo so. Ma questo non vuol dire che non meriti di sapere la verità. È sempre stata una di noi. Se c’è qualcuno di cui possiamo fidarci, è lei. E poi… potremmo aver bisogno del suo aiuto, anche solo per capire cosa sta succedendo davvero.”

Kazuya, con un’espressione cupa, aggiunse:
“E se scopriamo che la stanno tenendo lontana apposta, perché sa qualcosa…?”

Shinra incrociò le braccia, riflettendo.
“Allora sì. Andiamo da lei. Ma con discrezione. Se il preside o qualcuno ci tiene d’occhio, dobbiamo essere pronti a tutto.”

Kenji annuì, gli occhi determinati.

“Stanotte. Appena cala il sole. Ci muoviamo senza farci notare.”

Era chiaro che la verità andava cercata… e Tomoko poteva essere la chiave per arrivarci.

Quella notte, sotto la luce soffusa della luna che filtrava dalle finestre dell’accademia, Kazuya, Shinra e Kenji si incontrarono in silenzio. Avevano tutti lo stesso pensiero: andare da Tomoko. Anche se non avrebbero più fatto missioni insieme, lei faceva ancora parte del loro gruppo. E avevano bisogno della sua mente lucida e del suo intuito.

Raggiunsero la sua stanza senza farsi notare, bussando piano. Tomoko aprì quasi subito, sorpresa dalla loro visita notturna.

“Kenji? Kazuya? Shinra? Ma che succede?” chiese a bassa voce, mentre li faceva entrare.

“Dobbiamo parlarti,” disse Kenji, tirando fuori un fascicolo spesso. “Ce li ha dati il preside oggi. È la documentazione della missione che ci vuole affidare… ma c’è dell’altro.”

Tomoko aggrottò le sopracciglia e prese i documenti con attenzione, sedendosi subito al tavolo per leggerli sotto la luce della lampada. Le sue dita sfogliavano le pagine con rapidità e concentrazione.

“Questi… non sono normali ordini di missione,” mormorò. “Ci sono informazioni classificate, nomi cancellati… e qui si parla di esperimenti, test condotti in vecchi impianti abbandonati. Il Protocollo Eris… cos’è questa roba?”

Kazuya si avvicinò:
“Anche noi ce lo chiediamo. E il fatto che il preside non abbia risposto a nessuna domanda, nemmeno su di te…”

Tomoko alzò lo sguardo per un attimo. “Se me ne hanno tenuta fuori, è perché sapevano che avrei fatto domande. Ma hanno commesso un errore dandovi quei fascicoli. Sanno che siete curiosi, e sanno che vi fidate di me.”

Shinra parlò, con la voce bassa ma ferma:
“Pensi che sia una trappola?”

“O un test… oppure un modo per usarvi. Ma una cosa è certa,” disse Tomoko, chiudendo il fascicolo. “Se andate in missione, non sarete soli. Io vi aiuterò da qui. Studierò ogni informazione, ogni dettaglio. E vi terrò aggiornati.”

Kenji annuì.
“Allora restiamo uniti, anche se vogliono dividerci.”

“Sempre,” rispose Kazuya, incrociando lo sguardo di Shinra.

L’ombra del pericolo si faceva più vicina, ma quella notte, nella stanza di Tomoko, la scintilla della resistenza era appena nata.

Dopo aver passato del tempo con Tomoko, Shinra, Kazuya e Kenji si avviarono silenziosamente verso i rispettivi dormitori. L’aria era fredda, carica di tensione e di pensieri sospesi. Il corridoio era immerso in una quiete irreale, rotto solo dal suono leggero dei loro passi.

Davanti alla porta della sua stanza, Kazuya si fermò. Si voltò verso Shinra, che lo guardava con uno sguardo affaticato ma dolce. Senza dire nulla, Kazuya si avvicinò e lo baciò piano sulle labbra, stringendogli la mano per un momento.

“Buonanotte, Shin,” mormorò con un piccolo sorriso.
“Buonanotte a te,” rispose Shinra, con un lampo di tenerezza nello sguardo.

Kazuya entrò nella sua stanza, e Shinra rimase solo nel corridoio per qualche secondo, ancora scaldato da quel gesto.

Quando aprì la porta della sua stanza, però, sentì un brivido corrergli lungo la schiena. L’oscurità all’interno sembrava più profonda del solito. E proprio lì, in mezzo alla stanza, c’era lei.

La donna alta, con la lunga tunica greca intrecciata a una lucente armatura antica, stava immobile, osservandolo in silenzio. I suoi occhi brillavano in modo inquietante nella penombra. Era la stessa figura che aveva visto nella missione della casa vicino al bosco, e anche quella apparsa durante la battaglia in palestra.

Appena Shinra mosse un passo verso di lei, la donna si voltò leggermente, come per fargli capire che lo aveva notato, ma senza dire nulla.

Poi, in un movimento fluido e irreale, il suo corpo si dissolse in piume nere, e si trasformò in un gufo maestoso, che spiccò il volo attraverso la finestra aperta.

Shinra non esitò. Senza pensare, saltò fuori dalla finestra, inseguendo il gufo che si allontanava nel cielo notturno. Il suo cuore batteva forte, ma non per la paura—qualcosa lo attirava verso quella figura misteriosa. Doveva sapere chi era. Doveva sapere perché lei lo stava osservando.

Shinra correva senza fermarsi, seguendo il gufo che volava tra gli alberi. I rami lo graffiavano mentre saltava tra le radici e i massi muschiosi, ma non si fermava. Il gufo planò oltre un crinale… e Shinra si ritrovò davanti a qualcosa che non avrebbe mai immaginato.

Un antico tempio greco, abbandonato, sorgeva tra le ombre della foresta, nascosto come un ricordo dimenticato. Le colonne di marmo erano incrinate dal tempo, ma maestose. Vite e rovi si arrampicavano sulle sue pareti, eppure l’edificio emanava ancora una strana energia.
Shinra si avvicinò con cautela.
“Un tempio greco… in Giappone?”, sussurrò.
Sembrava impossibile. Surreale.

Appena mise piede all’interno, le candele sparse lungo i corridoi si accesero da sole, una dopo l’altra, illuminando debolmente le decorazioni dorate e le antiche statue. Un’eco eterea si diffuse per le navate.

“Mostrati…”
“So che mi stai guardando.”
“Mostrati.”
“Posso vederti.”

Per un istante, silenzio. Poi, una voce vellutata risuonò come un sussurro nei suoi pensieri.

“Come puoi vedere attraverso il mio incantesimo?”

Shinra sorrise sornione, incrociando le braccia con arroganza.

“Haha! Stavo mentendo e tu sei caduta nel mio bluff.”
“Hahaha.”

La donna gli girò intorno leggera come il vento, muovendosi con grazia tra i raggi di luce lunare filtrati dall’alto.

“Ben fatto… illuminami, come ti chiami?”

“Tu per prima, e forse farò lo stesso.”

Lei sorrise, per nulla infastidita, ma anzi divertita.

“Bel tentativo… ma a questo gioco si può giocare in due.”

Shinra scosse la testa con un mezzo sorriso e disse:

“Nah, non essere modesta, so chi sei.”
“Quindi siamo onesti: sei Atena.”
“Tosta nell’arena, ineguagliabile, spiritosa e regina delle migliori strategie che il mondo abbia mai visto.”

A quelle parole, la donna abbassò leggermente il capo. Il suo elmo scomparve, dissolvendosi in un turbine di piume bianche e grigie, e il suo volto divenne più chiaro. I suoi occhi erano grandi e penetranti, proprio come quelli di un gufo, e delle piume delicate ornavano i lati del suo viso come un velo sacro.

Atena sorrise a Shinra, un sorriso che portava dentro secoli di saggezza… e un crescente interesse.

Atena fece un passo indietro e alzò una mano, evocando una lancia d’energia eterea, lucente come il sole del mattino. Il tempio tremò lievemente, come se riconoscesse la presenza della sua padrona.

“Mostrami di che pasta sei fatto, Shinra.”
“Se stai cercando un mentore, mi assicurerò che il tuo tempo sia ben speso.”

Shinra sorrise con audacia, le sue mani si ricoprirono di energia oscura pulsante, che sfrigolava nell’aria come fiamme d’ombra.
Senza esitare, si lanciò contro di lei, i loro colpi si scontrarono creando onde d’urto che scossero le pareti del tempio. Le candele tremolavano, le statue sembravano osservarli.

Il combattimento era più danza che lotta, un incontro tra potere grezzo e grazia divina. Atena si muoveva con la precisione di chi ha combattuto mille guerre. Shinra con l’istinto e la forza del caos dentro di sé.

Dopo un ultimo scambio, Shinra si fermò, ansimante ma sorridente, e disse:

“Sembra un piano, dea e uomo… migliori amici!”

Atena lo guardò per un istante, poi abbassò la sua lancia, un sorrisetto divertito sulle labbra.

“Vedremo a dove ci porterà la cosa.”

“Ok.”

Il silenzio calò su di loro per un istante. Era nato qualcosa. Forse un patto, forse una promessa.
Ma sicuramente una connessione tra due spiriti forti, pronti a sfidare il destino.

Nel silenzio della notte, Tomoko era seduta alla scrivania della sua stanza, illuminata solo dalla luce soffusa di una lampada da lettura. I fascicoli sparsi sul tavolo sembravano più che semplici documenti scolastici: erano pieni di mappe antiche, annotazioni criptiche, e simboli che non sembravano nemmeno appartenere alla loro epoca.

“Ma che razza di missione è questa…”
Mormorò tra sé, facendo scorrere le dita su un diagramma che sembrava rappresentare un portale magico, collegato a qualcosa… o qualcuno.

Sfogliando ancora, trovò una pagina scritta a mano con l’intestazione “Progetto Ataraxia – Livello di autorizzazione: segreto assoluto”.
I suoi occhi si strinsero.
“Perché mai darebbero questa roba a degli studenti? A Kazuya, Shinra e Kenji, proprio ora?”

Alzò lo sguardo verso la finestra, pensierosa.
Era evidente: non si trattava di una semplice missione di addestramento, e il fatto che il preside si fosse rifiutato di parlare di lei… non era un caso.

Stringendo i fogli tra le mani, decise che li avrebbe aiutati, che avrebbe scoperto la verità anche da sola se necessario.

Tomoko si alzò per prendersi un bicchiere d’acqua, ma mentre si voltava per tornare a letto, lo sguardo le cadde su una particolare immagine rimasta semi-coperta sotto i fogli.

Un cristallo viola, incastonato su un piedistallo antico, simile a quelli che aveva visto solo nei libri di mitologia. Il suo cuore ebbe un sussulto.

“Aspetta un secondo…”

Corse di nuovo alla scrivania, spostando di scatto tutti i documenti. Tornò a guardare il diagramma del portale. Le linee, i simboli, i riferimenti geografici…
Era tutto lì.

La foto del cristallo non era solo decorativa: era la chiave. Il portale rappresentato era reale, e secondo le annotazioni, si trovava proprio nella zona dove il preside voleva mandare Kenji, Shinra e Kazuya.

“Quindi è questo il vero motivo… Vuole che trovino il cristallo. Oppure che lo attivino. Ma perché?”

Serrò i pugni, la mente ormai in piena corsa.
Non si trattava solo di una missione. Era qualcosa di molto più grande.

Doveva assolutamente avvertirli. Prima che fosse troppo tardi.

Tomoko afferrò il cellulare con mani tremanti e aprì la chat con Kazuya. L’orologio segnava quasi le 3 di notte, ma non poteva aspettare. Iniziò a scrivere velocemente, il cuore che batteva all’impazzata.

 

Dopo un attimo di esitazione, aggiunse:

 

Premette invio, poi rimase a fissare lo schermo in silenzio, sperando che Kazuya leggesse prima dell’alba.

 

La luce del mattino filtrava appena dalle finestre quando Kazuya si svegliò al suono del suo cellulare. Gli occhi ancora mezzi chiusi, lo afferrò per controllare i messaggi. Appena vide il nome di Tomoko, la mente gli si destò di colpo. Lesse ogni parola con crescente tensione.

Non perse tempo.

Si vestì in fretta, si legò i capelli come faceva sempre prima di una missione seria, e uscì dalla stanza. Bussò prima a Kenji, poi a Shinra. Entrambi lo guardarono assonnati, ma quando videro il suo volto serio, capirono che non era il momento per domande inutili.

Kazuya chiuse la porta alle loro spalle e parlò a bassa voce.

“Tomoko ha scoperto tutto. Quella missione… non è solo un’esplorazione. Quel posto nasconde un portale vero e proprio, e il cristallo nelle foto del fascicolo è una chiave.”

Kenji aggrottò la fronte

“Un portale? E ci stanno mandando lì senza dire nulla?”

Shinra, seduto con le braccia incrociate, fissava il pavimento con sguardo cupo.

“Ovviamente. Il preside sa qualcosa. E se Tomoko ha ragione… potremmo trovarci davanti a qualcosa di grosso.”

Kazuya annuì.

“Dobbiamo stare all’erta. E soprattutto… non possiamo più fidarci di nessuno.”

Il sole era appena sorto, gettando i suoi primi raggi dorati sulle mura dell’accademia ancora silenziosa. L’aria del mattino era frizzante, quasi elettrica, come se il mondo stesso sapesse che qualcosa di importante stava per accadere.

Kazuya, Kenji e Shinra stavano ancora discutendo a bassa voce sotto uno degli archi del cortile interno, quando tre figure vestite di nero si avvicinarono con passo deciso. I loro abiti sobri, ma curati, e l’auricolare che portavano sull’orecchio sinistro non lasciavano dubbi: erano uomini del preside. Nessuno parlò per un istante. I loro stivali battevano sul pavimento in pietra con un suono ritmico, scandito, come una marcia silenziosa.

Uno dei tre, apparentemente il più anziano, fece un passo avanti e fissò i ragazzi con occhi severi.

“È ora. Dovete venire con noi. Il laboratorio è pronto per ricevervi.”

Kenji si scambiò uno sguardo rapido con gli altri due. Nessuno fece domande. Tutto sembrava già scritto, orchestrato. Kazuya fece un leggero cenno con la testa.
Shinra serrò la mascella ma non disse nulla.
Kenji annuì lentamente, come se accettasse una sfida invisibile.

“Va bene. Portateci lì,” disse con voce ferma.

I tre uomini si voltarono all’unisono e iniziarono a camminare con passo deciso lungo uno dei sentieri secondari che costeggiavano il lato nord dell’accademia. I ragazzi li seguirono, in silenzio, con i pensieri che si facevano via via più densi.

Superarono corridoi che nessuno di loro ricordava di aver mai visto, discendendo scale che sembravano scomparire sotto terra. Man mano che si addentravano, la luce del sole lasciava il posto a luci artificiali fredde e intermittenti. L’aria diveniva più pesante, intrisa di un odore metallico che sapeva di vecchi ingranaggi e segreti custoditi troppo a lungo.

Arrivarono infine davanti a una porta blindata, sorvegliata da una tastiera luminosa e da un lettore di impronte. Uno degli uomini digitò un codice, poi appoggiò il pollice sul sensore. Un bip acuto risuonò nell’aria e la porta si aprì con un sibilo.

Oltre quell’ingresso li attendeva qualcosa che avrebbe cambiato tutto.

Una volta varcata la soglia, gli uomini si fermarono.

“Da qui in poi, siete da soli,” disse il più anziano con voce ruvida. “Seguite il protocollo. Il laboratorio è lì in fondo.”

La porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo pesante, lasciando Kazuya, Shinra e Kenji immersi in un corridoio silenzioso e opprimente. L’aria era densa, intrisa di polvere, muffa e un vago odore ferroso che pizzicava le narici.

Si fecero strada tra pareti spoglie, luci tremolanti e macchinari arrugginiti. I loro passi risuonavano tra le stanze vuote, ma l’eco sembrava rimbalzare in modo strano… come se non fossero soli.

Kazuya, attirato da un senso di inquietudine familiare, si inoltrò in una stanza laterale. Fu lì che notò qualcosa di raccapricciante: una scia sottile di sangue fresco che si muoveva lentamente, come viva.

“Kenji, Shinra… subito qui!” disse a mezza voce, teso. “Qualcosa non va.”

Appena i tre si ricompattarono, un rumore improvviso li fece voltare di scatto verso il soffitto. Le luci si spensero per un istante, poi una figura atterrò con grazia al centro della stanza, come scesa dal nulla.

Era una donna alta, dalla presenza regale.

Indossava un abito elegante, cucito su misura, di un nero profondo con ricami dorati che riflettevano la poca luce presente. I suoi lunghi capelli scuri ondeggiavano lievemente nell’aria, ma a colpire davvero era quella singola ciocca bianca, spessa e luminosa, che scendeva da un lato del viso. I suoi occhi, freddi e penetranti, si posarono su Kazuya.

“Benvenuti…” disse, la voce controllata e morbida come seta. “…miei cari.”

Freya.

Sua madre.

Kazuya rimase immobile per un attimo, come paralizzato da emozioni contrastanti. Ma non ci fu tempo per reagire.

Un alone di luce azzurra, intensa e gelida, esplose da un angolo buio. Le fiamme danzarono sul pavimento, e da esse emerse una seconda figura, le braccia incrociate, il sorriso distorto.

“Ahahah… sempre troppo prevedibile, Kazuya.”

Dabi, suo padre, avvolto da fiamme blu spettrali, si materializzò nel laboratorio con un’espressione di pura follia.

“Spero vi piaccia la sorpresa.”

Freya li osservava in silenzio, elegante e impassibile, come se stesse studiando ogni loro reazione. Dabi, invece, ridacchiava come un predatore eccitato.

Kazuya indietreggiò appena, il cuore che gli martellava nel petto. Avevano camminato dritti in una trappola.

Dopo un secondo.

Kazuya si lanciò con un urlo di rabbia, il corpo avvolto da lingue di fuoco che si intrecciavano a scaglie di ghiaccio e a schegge di sangue pulsante. Si scagliò contro sua madre, Freya, con la furia di chi ha represso troppo a lungo un dolore silenzioso. I loro poteri collisero in una danza caotica di sangue e ghiaccio, tra fendenti e onde d’energia che facevano tremare l’intero laboratorio.

Freya rispose con eleganza crudele, sollevando colonne di sangue che prendevano forma come lame, scudi, serpenti. Ogni attacco di Kazuya veniva respinto con un contrattacco preciso e spietato, come se Freya avesse previsto ogni sua mossa.

Ma non era solo.

All’improvviso, un’esplosione di energia oscura squarciò l’aria accanto a Dabi. L’uomo non ebbe il tempo di reagire: Shinra apparve in un lampo d’ombra, colpendolo con una raffica concentrata al fianco, facendolo sbattere contro il muro.

“È bello sapere chi sono veramente i genitori del mio ragazzo,” disse Shinra, con un mezzo sorriso mentre l’oscurità vorticava intorno a lui.
“Sai? Mi ha parlato spesso di voi. Ma sai cosa? Non erano certo ricordi affettuosi… parlava solo di ciò che gli avete inflitto.”

Dabi si rialzò lentamente, pulendosi la bocca insanguinata con il dorso della mano. Le fiamme blu ricominciarono ad ardere più forti, alimentate da un ghigno distorto.

“Oh, quindi è con te che si consola ora… Interessante.”

Ma Shinra non rispose. Avanzò con occhi che brillavano di una determinazione feroce. L’ombra attorno a lui crebbe come ali scure, e il terreno sotto i suoi piedi si oscurò.

“Non mi interessa chi sei. Tocchi di nuovo Kazuya e giuro che brucerai… ma dall’interno.”

Nel frattempo, Kenji, che era rimasto nascosto per cercare un momento utile, si preparava a evocare un altro spirito guerriero. Ma sapeva bene che questo scontro era personale.
Era la resa dei conti.

E il laboratorio abbandonato stava per diventare un campo di battaglia degno degli dei.

Kazuya digrignò i denti, il cuore martellante nel petto. In un rapido movimento, fece esplodere una raffica di sangue incandescente verso Freya. Le gocce si frammentarono in schegge appuntite, accecanti, come una pioggia cremisi che esplose in un lampo. Freya fu costretta a coprirsi, creando un muro di sangue che assorbì l’impatto. Era solo un diversivo.

Kazuya si girò su se stesso con un balzo fulmineo, puntando dritto verso Dabi. I suoi occhi erano gelidi e pieni d’ira. Fuoco e ghiaccio si mescolavano intorno al suo corpo, creando un turbine letale mentre si preparava a colpire.

Ma Dabi sorrideva.

Con una mossa rapida e precisa, prese il braccio sinistro di Kazuya, bloccando l’attacco a mezz’aria. Le fiamme blu avvolsero la sua mano come serpenti famelici.

“La tua ustione non è guarita del tutto…” sussurrò Dabi con voce velenosa, stringendo con più forza.
“Chissà come stanno tutte le altre che ti ho creato…”

Le dita di Dabi si chiusero come artigli, e il calore divenne insopportabile.

“Ne vuoi una nuova?”

Il braccio di Kazuya cominciò a tremare sotto la presa, il dolore che risaliva come una corrente impazzita. Ma Kazuya non gridò. I suoi occhi, pieni di furore e dolore represso, si strinsero.

“Fallo,” sibilò, mentre un cerchio di ghiaccio si formava sotto i suoi piedi.
“Ma sappi che stavolta… ti porto con me all’inferno.”

Nel frattempo, Shinra si voltò verso quella scena, pronto a intervenire, ma qualcosa gli disse che Kazuya aveva bisogno di affrontarlo… almeno per un istante, da solo.

Anche Freya stava abbassando il muro di sangue, le sue pupille che riflettevano una scintilla di sorpresa. Il suo stesso figlio… non stava più fuggendo dal dolore. Lo stava affrontando a testa alta.

E l’aria si caricò. Tutto stava per esplodere.

Nel cuore del laboratorio abbandonato, immerso nel buio e nel silenzio rotto solo da qualche scintillio elettrico, Kenji si muoveva con cautela. Accanto a lui, la piccola Mimì lo seguiva saltellando, gli occhi grandi attenti a ogni movimento nell’ombra.

Un rumore improvviso fece voltare Kenji di scatto. Sentì un brivido lungo la schiena, come se qualcosa – o qualcuno – li stesse osservando. Proprio in quel momento, Mimì si fermò di colpo.

“Mimì…” disse con una vocina sottile, quasi come un sussurro.

Kenji si voltò verso di lei, annuendo con serietà. Aveva imparato a capirla. Quando Mimì diceva solo il suo nome, voleva dire pericolo.

Un secondo dopo, dal buio, il sangue esplose come una frusta vivente. Kenji si gettò di lato, evitando per un soffio l’attacco.

Dalle ombre emerse Freya, elegante e inquietante. I suoi occhi brillavano, e intorno a lei il sangue fluttuava, obbediente e letale.

“Non avresti dovuto venire qui da solo,” disse con voce tagliente.

Ma non era solo.

“Allontanati da lui.”

La voce di Shinra si fece strada nel laboratorio, profonda, controllata, ma carica di un’oscurità pulsante. Apparve tra le ombre, lo sguardo fisso su Freya.

Con un semplice gesto, dissolse il sangue in arrivo con una barriera d’energia oscura. L’aria intorno a lui si fece più pesante, carica di tensione.

“Lui è sotto la mia protezione.”

Freya lo scrutò con curiosità, quasi divertita.

“Interessante. Il drago oscuro protegge il suo piccolo branco. Che tenero.”

Shinra avanzò di un passo, gli occhi colmi di sfida.

“Puoi insultarmi quanto vuoi. Ma non toccherai lui. E neppure Kazuya.”

Il silenzio cadde per un istante, prima che un sorriso sfuggisse alle labbra di Freya.

“Vediamo se riesci a proteggere tutti, allora.”

Il laboratorio era pronto a esplodere in battaglia. I fili elettrici tremavano. L’aria era satura di energia.

Nel caos elettrico del laboratorio, mentre il sangue ondeggiava nell’aria come lame liquide, Shinra si concentrava. I suoi occhi erano fissi su Freya, ogni muscolo teso, pronto allo scontro. Ma poi… sentì una presenza.

Un brivido familiare lo attraversò.

Dietro di lui, silenziosa come una brezza tra rovine antiche, Atena apparve. La sua figura eterea si materializzò a pochi passi da lui, visibile e udibile solo a Shinra. Indossava la sua armatura lucente, ma non brandiva armi: il suo sguardo era sufficiente per trafiggere chiunque.

“Fai quello che ti ho insegnato ieri sera.”

La sua voce era calma ma autorevole, e Shinra annuì con un’espressione dura, come se l’eco di quella notte nel tempio lo avesse appena scosso.

Inspirò profondamente e poi alzò le mani, canalizzando l’energia oscura nel suo corpo. Le ombre ai suoi piedi iniziarono a muoversi come onde inquiete, e in pochi istanti si alzarono in piedi tre soldati, fatti interamente di tenebra pulsante, occhi rossi incandescenti e armature che sembravano scolpite dal buio stesso.

“Adesso giocate con lei.” Sussurrò Shinra, e con un gesto tagliente li scagliò contro Freya.

I soldati balzarono in avanti come furie, le lame d’ombra pronte a colpire. Freya alzò una mano, il sangue si raccolse a mezz’aria come uno scudo, ma i soldati si divisero, uno le balzò sopra, un altro le girò attorno, il terzo colpì da sotto, secondo la strategia che Atena aveva instillato nella mente di Shinra.

Atena lo guardava soddisfatta.

“Bene. Stai imparando.”

Poi sparì, lasciando Shinra solo nella luce tremolante, ma non più impreparato.

Nel mentre la battaglia infuriava e l’energia oscillava come un pendolo impazzito, Kenji entrò correndo nella sala principale del laboratorio, lo sguardo deciso e il medaglione degli spiriti già stretto nel pugno.

“Non resterò a guardare!”

Sollevò la mano al cielo e un’onda di energia celeste lo avvolse come un turbine.

“Scorpio, rispondi alla mia chiamata!”

Un’esplosione di sabbia e luce cremisi colpì il centro della stanza. Da essa emerse Scorpio, lo spirito guerriero dalla forma di un gigantesco scorpione corazzato, con chele taglienti e una lunga coda terminante in una lama brillante come una stella. I suoi occhi scintillavano di intelligenza e ferocia.

Scorpio si voltò verso Kenji, il suo sguardo tagliente.

“Chi osi disturbarmi questa volta?”
“Siamo nel mezzo di un campo di battaglia, non di una parata nel deserto.”

“Combatti, Scorpio! Freya è il nemico!” gridò Kenji, ignorando la provocazione.

Con un sibilo minaccioso, Scorpio si girò verso la donna e caricò. Le sue chele frantumarono il terreno mentre avanzava con velocità sorprendente, e la coda si alzò minacciosa come una falce pronta a colpire.

Freya, colta di sorpresa dal triplice assalto – i soldati d’ombra di Shinra, la pressione magica di Kazuya e ora anche Scorpio – iniziò a cedere terreno. Ma i suoi occhi non vacillarono: il sangue si contorceva intorno a lei come serpenti affamati, pronta a contrattaccare.

Kenji si posizionò accanto a Shinra e Kazuya, le spalle unite, lo sguardo d’acciaio.

“Oggi non combattiamo da soli.”

Il trio era pronto. Per la prima volta da quando era iniziata quella lunga battaglia, sembravano avere il controllo.

Nel pieno della battaglia, quando Scorpio affondava i suoi colpi e i soldati d’ombra si lanciavano su Freya, Shinra e Kenji si resero conto di un dettaglio che li fece gelare per un istante.

Kazuya non era più in pieno controllo.

Si voltarono appena, richiamati da un leggero tremolio nell’aria, un vibrare che sembrava provenire da lui stesso. Il ragazzo era immobile, il respiro affannato. Un brivido freddo correva lungo la sua schiena e il suo corpo tremava appena, impercettibile ma costante.

“Kazuya… che ti è successo?” chiese Kenji, cercando di raggiungerlo con lo sguardo.

Kazuya si voltò lentamente verso di loro, quel tanto che bastava per mostrare il lato destro del suo volto. Lo sguardo era perso, i suoi occhi scuri segnati da paura… e da una nuova ustione, profonda e viva, che gli segnava l’occhio destro, bruciando fino alla tempia.

Shinra fece un passo avanti, la voce spezzata da rabbia e sgomento.

“Chi… chi ti ha fatto questo?”

Un’eco cupa rispose prima che Kazuya potesse parlare. Una risata distorta, lenta e malata, rimbalzò tra le pareti del laboratorio.

Dalla penombra di una sala laterale, Dabi emerse. I suoi occhi brillavano di follia controllata, e ogni suo passo era lento, misurato, come se la scena fosse tutta una sua opera.

“Io,” disse con tono divertito.
“Era ora che vedeste di cosa è capace un padre amorevole.”

Fece schioccare le dita e una lingua di fuoco blu gli guizzò attorno al braccio come un serpente, mentre il suo sguardo ricadeva su Kazuya, ancora tremante.

“Non è ancora guarita, vero?” sussurrò con veleno.
“Chissà come stanno tutte le altre… vuoi che te ne regali un’altra, proprio qui, davanti ai tuoi amici?”

Shinra fece un passo istintivo in avanti, l’oscurità già radunata nelle sue mani.

“Se lo tocchi ancora una volta, giuro che non resterà niente di te da piangere.”

Ma Kazuya lo fermò con un gesto debole della mano, stringendo i denti. Il suo sguardo, anche se ferito, era carico di fuoco.

“No. Questo… è tra me e lui.”

Dabi rise. Una risata aspra, velenosa, come il crepitare sinistro delle sue fiamme azzurre.

“Hai ancora la forza di provarci? Davvero pensi di poterci fermare?”

E senza attendere risposta, si lanciò contro Kazuya con una velocità innaturale, le braccia avvolte dal fuoco. Ma Kazuya era pronto.

Con un movimento rapido e deciso, sparò alcune gocce del suo sangue sul corpo del padre. Il sangue, denso e pulsante di energia, si attaccò ai vestiti di Dabi, alle braccia, alle gambe. E prima che potesse rendersene conto…

“Ora vediamo se ti diverti ancora,” sussurrò Kazuya, con gli occhi colmi di rabbia e dolore.

Il sangue esplose, in una deflagrazione controllata e precisa, spingendo Dabi indietro con forza. Il fuoco si spezzò, frammentandosi in scintille. Dabi barcollò, sorpreso per la prima volta.

Shinra fece un passo in avanti, pronto a intervenire, ma una voce gelida lo bloccò.

“Tesoro…”
“Qui non c’è il cristallo.”

Freya era ferma sul lato opposto della stanza, il volto elegante, i lunghi capelli neri che ondeggiavano, e quella ciocca bianca che sembrava brillare alla luce fioca del laboratorio. Il suo tono era calmo, distante, come se stesse parlando di una passeggiata interrotta.

“Non vale la pena sprecare altra energia. Lasciamoli qui, con le loro ferite e i loro sogni patetici. L’errore della nostra famiglia… può restare con i suoi amichetti.”

Dabi annuì, lo sguardo ancora rivolto a Kazuya, le labbra stirate in un ghigno distorto.

“Per questa volta, Kazuya. Ma ci sarà una prossima.”

E proprio mentre i due si voltavano per andarsene, Kazuya scattò un’ultima volta, stringendo i pugni, cercando di colpire almeno uno di loro.

Ma il suo corpo cedette.

Il sangue perso era troppo. Le energie lo avevano abbandonato. E in un attimo, crollò a terra, il respiro debole, le palpebre pesanti.

“Kazuya!” gridò Shinra, correndo verso di lui.

Ma Freya e Dabi erano già svaniti, inghiottiti da un portale di fumo e ombre.

Il laboratorio ricadde nel silenzio. Solo il rumore del respiro affaticato di Kazuya e i passi concitati dei suoi amici rompevano quell’atmosfera pesante.

Shinra non perse tempo. Appena vide Kazuya crollare, lo prese tra le braccia come una sposa, con una delicatezza che contrastava con l’oscurità che ancora vorticava intorno a lui. Il cuore gli batteva forte. Vedeva l’ustione sull’occhio destro di Kazuya, il sangue sulle sue mani, il respiro debole.

“Tranquillo… ti porto via da qui,” sussurrò.

 

Kenji li seguì, guardandosi le spalle nel caso i due mostri avessero deciso di tornare.

Quando uscirono dal laboratorio abbandonato, i tre uomini li aspettavano ancora fuori, le braccia incrociate, lo sguardo impassibile.

“Avete trovato il cristallo?”
La voce era piatta, quasi infastidita.

Kenji scosse la testa.

“Non c’era nulla. Era una trappola.”

Gli uomini si scambiarono uno sguardo rapido, ma non dissero altro. Poi, li scortarono in silenzio verso la scuola.

 

Appena arrivati, Shinra non esitò nemmeno un secondo. Corse verso l’infermeria con Kazuya sempre tra le braccia, ignorando tutto e tutti. Lo adagiò con cura sul lettino, mentre un’infermiera si precipitava a soccorrerli. Dopo aver verificato che Kazuya fosse in condizioni stabili, Shinra e Kenji si allontanarono per dirigersi dritti nell’ufficio del preside.

 

L’ufficio era silenzioso, troppo ordinato.

Il preside, seduto come se nulla fosse successo, alzò lo sguardo e disse con freddezza:

“Avete fatto ritorno. Bene. Raccontatemi.”

Ma Shinra esplose.

“Bene?! È questo che hai da dire?! CI HAI MANDATI IN UNA TRAPPOLA!”
“Sapevi perfettamente chi c’era lì dentro! Non era una semplice missione! Era una dannata condanna!”

Il suo pugno si abbatté sulla scrivania, facendo tremare gli oggetti sopra. L’energia oscura si agitava intorno a lui, incontrollata, come un riflesso del suo stato d’animo.

“Kazuya stava per morire! I suoi genitori erano lì! E TU NON CI HAI DETTO NULLA!”

Il preside restò in silenzio per qualche secondo, lo sguardo impassibile. Poi incrociò le mani davanti a sé.

“Mi sembra che siete ancora vivi.”

Una frase secca, tagliente come una lama.

Shinra fece un passo avanti, ma Kenji lo bloccò con una mano sul petto.

“Non ne vale la pena. Non qui. Non ora.”

Shinra serrò i denti, ma si costrinse a tornare in silenzio, i pugni chiusi, l’odio negli occhi.

“Questa non è finita,” disse solo, prima di voltarsi e uscire.

 

La porta dell’infermeria si aprì lentamente.
Shinra entrò per primo, seguito da Kenji. L’aria odorava di disinfettante e silenzio teso. Kazuya era ancora privo di sensi, disteso sul lettino con una flebo attaccata al braccio e una garza che gli copriva parte del viso.

Accanto a lui, seduta su uno sgabello con le mani intrecciate, c’era Tomoko. Il volto serio, gli occhi gonfi dalla stanchezza. Si girò appena sentì i passi dietro di sé.

“Finalmente. Che è successo?”

Shinra si accostò al letto, lo sguardo fisso su Kazuya.
Poi sospirò, e iniziò a raccontare tutto. Dal laboratorio vuoto, al sangue sul pavimento, all’apparizione improvvisa di Freya e Dabi.

Il tono della voce di Shinra era tagliente, e a ogni parola sembrava che la rabbia dentro di lui volesse riemergere.

“È stata una trappola. Una fottuta messa in scena… solo per farlo soffrire.”

Tomoko rimase in silenzio per un momento. Poi guardò Kenji.

“E il cristallo?”

Kenji scrollò le spalle, gli occhi puntati a terra.

“Non c’era. O meglio… sembra che lo avessero già preso. Dabi e Freya sembravano solo interessati a lui.”

Tomoko strinse le labbra. Si alzò lentamente in piedi e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza, riflettendo a voce alta.

“Allora è stato tutto orchestrato. Il preside ci ha dato documenti parziali apposta… forse per farci credere che quella fosse la vera missione.”
“Ma in realtà… era tutto un malinteso costruito a tavolino. Una messinscena. Ci ha voluti distrarre da qualcos’altro.”

Shinra la fissò.

“E distrarci da cosa, esattamente?”

Tomoko si fermò. Guardò Shinra, poi Kenji.

“È questo che dobbiamo scoprire. Ma una cosa è certa…”
“Quel cristallo era importante. E se lo hanno già… il peggio deve ancora arrivare.”

Chapter 20: Vol 2: Le Sfide. Parte 1

Chapter Text

La stanza era immersa nel silenzio dell’alba.
Le prime luci del mattino filtravano timide dalle tende bianche, disegnando ombre morbide sulle pareti dell’infermeria. Il cuore di quella quiete era il lettino dove giaceva Kazuya.

Il suo respiro, regolare ma debole, era l’unico suono costante. Dopo un mese di silenzio e incertezze, le sue palpebre si mossero appena. Un piccolo gemito sfuggì dalle sue labbra secche, poi lentamente, gli occhi si aprirono.

La luce gli bruciò un po’ la vista, ma riuscì a mettere a fuoco la figura accasciata al suo fianco.
Shinra, con la testa appoggiata al bordo del letto, dormiva profondamente, le mani ancora intrecciate a quelle di Kazuya come se avesse paura di perderlo di nuovo.

Kazuya lo osservò per un istante. Gli sembrava più magro, gli occhi segnati dalla stanchezza. Si mosse appena e, quasi come se avesse percepito il cambiamento nel respiro, Shinra si svegliò di scatto.

I suoi occhi si spalancarono e quando videro quelli di Kazuya aperti, una lacrima gli scivolò sul volto.

“Kazuya…” sussurrò, con voce spezzata.

Senza pensarci due volte, Shinra si gettò su di lui e lo baciò. Un bacio lungo, carico di sollievo, rabbia trattenuta e amore profondo. Kazuya, sebbene ancora debole, ricambiò con un sorriso appena accennato sulle labbra.

“Mi sei mancato,” sussurrò, sfiorandogli la guancia con le dita.

Shinra gli prese la mano e la strinse come se fosse l’unica cosa reale al mondo in quel momento.

“Non andartene più, idiota…”

“Non ci penso nemmeno,” rispose Kazuya con un filo di voce, ma con il cuore colmo.

Shinra si tirò su appena, ancora incredulo, e asciugandosi in fretta le lacrime con la manica della felpa.

“Sei arrivato giusto in tempo, sai?” disse con un sorriso ancora tremante, ma finalmente luminoso.

Kazuya lo guardò, confuso.

“In tempo per cosa?” chiese con voce ancora roca.

Shinra rise piano, poi si piegò un po’ su di lui, con lo sguardo pieno di entusiasmo.

“Le Olimpiadi della scuola.”

Kazuya sbatté le palpebre, sorpreso.

“Le… cosa?”

“Sì! Quelle che servono per farsi notare dai professionisti, le agenzie, i reclutatori per gli anni futuri,” spiegò Shinra. “È tipo l’evento più importante dell’anno. E tu, principe del sangue esplosivo, non puoi assolutamente perdertelo.”

Kazuya sorrise debolmente, il cuore che batteva più forte del previsto.

“Hai già deciso che ci partecipo, eh?”

“Ovviamente.” Shinra lo baciò delicatamente sulla fronte. “Siamo una squadra, no? E poi… voglio che tutti ti vedano. Che vedano quanto sei forte. Quanto vali.”

Kazuya chiuse gli occhi un attimo, assaporando quel momento.

“Allora… mi sa che devo guarire in fretta.”

“Oh sì. Abbiamo una scuola da conquistare.”

Kazuya si sistemò meglio tra le coperte, voltandosi verso Shinra con un sorriso malizioso.

“Sono sicuro che ti metterai in mostra alle Olimpiadi…” disse con tono finto-serio, inclinando la testa. “E io sarò il tuo fan numero uno~”

Shinra lo guardò con un’espressione divertita.

“Oh, quindi niente gelosie se mi guardano in troppi, eh?”
“O vuoi che metta un cartello con scritto “Già occupato dal tizio bello nel letto d’infermeria”?”

Kazuya rise piano, e prima che potesse ribattere, Shinra lo sollevò con delicatezza e lo sistemò sopra di sé, allungandosi sul lettino stretto dell’infermeria.

“E ora ti bacio finché non ti torna tutto il sangue in circolo.”

Kazuya sorrise ancora prima di avvicinarsi. Il bacio fu lento, carico di tutto quello che si erano detti — e non detti — nei giorni in cui avevano lottato, sofferto, e aspettato di potersi rivedere così.

Proprio quando il mondo sembrava essersi fermato attorno a loro, la porta dell’infermeria si spalancò.

“Oh. Ma guarda chi si è svegliato,” disse Tomoko con voce piatta. Senza perdere un secondo, si avvicinò al lettino, tirò su la manica, e BAM, diede a Kazuya un pugno dritto sulla testa.

“Ai! Tomoko!”

“Ben tornato, idiota,” disse lei mentre si sistemava gli occhiali sul naso, nascondendo a malapena un sorriso.

Shinra la guardò con occhi strabuzzati, ancora sdraiato, con Kazuya sempre sopra di lui.

“Davvero? Appena tornato alla vita e gli spacchi la testa?”
“…hai rovinato il nostro momento romantico, per caso te ne sei accorta?”

Tomoko scrollò le spalle.

“Beh, almeno è abbastanza sveglio da lamentarsi.”

Poi, con un’espressione più tenera, lo guardò.

“Sono felice che tu stia bene, Kazuya.”

Shinra sbuffò, tirandosi su a fatica con Kazuya ancora addosso.

“Certo, picchi d’affetto, eh? Hai mai pensato di… non esprimere sentimenti con le nocche?”

“Mai,” rispose Tomoko secca, sedendosi vicino al letto. “Ora possiamo parlare di cose serie?”

Shinra sbuffò con un’espressione teatrale, ancora visibilmente contrariato dall’interruzione. Si lasciò ricadere contro il petto di Kazuya con un gesto plateale e, con voce bassa e un po’ capricciosa, sussurrò:

“Ugh… eri morbido… ne volevo un altro.”

Kazuya rise piano, abbassando lo sguardo su di lui con affetto. Gli infilò lentamente le dita tra i capelli e iniziò ad accarezzargli la testa con movimenti lenti e delicati, come se stesse calmando un cucciolo testardo.

“Che bambino…,” mormorò.
“Vuoi anche una favola della buonanotte?”

“Sì, ma solo se finisce con un bacio,” borbottò Shinra senza spostarsi, il viso ancora sepolto nel petto del ragazzo.

Tomoko alzò gli occhi al cielo, cercando di ignorare la scena da commedia romantica in corso.

“Quando avete finito di fare i piccioncini… posso rispondere alla domanda di Kazuya?”

Kazuya sbirciò verso di lei, curioso.

“Avete scoperto altro?”

Tomoko si fece seria e incrociò le braccia.

“No, niente di nuovo su quello. Ma… riguardo le Olimpiadi, posso dirti questo: saranno piene di sfide, tutte differenti, e verranno annunciate solo il giorno stesso.”
Fece una pausa, aggiustandosi gli occhiali.
“Saranno coinvolte tutte le classi, anche quelle di supporto. I professionisti saranno lì a guardare. In poche parole, è la nostra occasione per farci notare. Per dimostrare chi siamo.”

Shinra alzò lentamente la testa dal petto di Kazuya, i capelli un po’ scompigliati.

“Sfide a sorpresa, classi miste, pressione alle stelle… wow, suona come una tragedia greca.”

“Oppure un grande palco dove brillare,” aggiunse Tomoko, guardandoli entrambi con uno sguardo serio.
“E forse… anche un’occasione per scoprire chi c’è davvero dietro tutto questo.”

Kazuya annuì lentamente, lo sguardo determinato nonostante la stanchezza ancora evidente.

“Allora sarà meglio non deludere nessuno.”

Shinra si voltò verso di lui, sorridendo.

“Con te al mio fianco? Neanche per sogno.”

Kazuya si stiracchiò leggermente, facendo scivolare una mano sulla guancia di Shinra e sussurrando con un sorriso furbo:

“Mi lasci a secco di baci, così? Davvero crudele…”

Shinra sollevò la testa di scatto, con gli occhi grandi e la bocca spalancata come se avesse appena assistito al più grande tradimento romantico della storia.

“Secco? Secco?! Ma sei tu che mi fai sentire come un dolcetto negato! Io vivo di quelli!”

Proprio in quell’istante, una voce forte e autorevole echeggiò nella stanza:

“Ho sentito dire Grecia invano.”

Un lampo dorato attraversò l’aria e… splat!
Uno schiaffo educativamente preciso atterrò sulla testa di Shinra.

“AH! Perché sempre io?!” sbottò Shinra, massaggiandosi la testa.
“Prima Tomoko, ora anche le entità divine! Mi state bullizzando, lo sento!”

Davanti a loro era apparsa una donna alta, con lunghi capelli scuri raccolti in un’acconciatura elegante, avvolta in una tunica greca ornata da dettagli dorati e piume. Il suo sguardo era quello tipico di chi porta sulle spalle secoli di saggezza… e pazienza appena finita.

Tomoko si pietrificò, gli occhiali quasi le caddero dal naso.
Kazuya la guardò, poi tornò con gli occhi sgranati sulla figura maestosa.

“Ehm… chi…?”

Shinra sbuffò, allungando una mano verso la donna come se fosse tutto normale.

“Kazuya, Tomoko… vi presento Atena.”

“La dea.” Aggiunse Atena, incrociando le braccia con fierezza.

“Sì, sì, quella Atena,” confermò Shinra.
“Tipo… strategia, guerra, saggezza e schiaffi sacri. Abbiamo fatto un patto. Lei mi allenerà. Dice che diventerò il suo guerriero invincibile.”

Kazuya e Tomoko rimasero a fissarlo in silenzio.

 

“…E tu l’hai conosciuta… quando esattamente?” chiese Tomoko con la voce un filo sottile.

“Quando ho inseguito un gufo fuori dalla finestra, ho trovato un tempio greco abbandonato, ci siamo presi un po’ in giro e poi ci siamo sfidati in duello.”
Shinra alzò un dito.
“E ho vinto, ovviamente.”

Atena lo squadrò con un sorriso sornione.

“Ti ho lasciato vincere. Era una valutazione.”

“Dettagli.” Borbottò Shinra, cercando di riguadagnare un briciolo di dignità.

“Bene,” intervenne Atena, con tono solenne,
“Ora che vi siete riuniti e l’umano coccolone si è svegliato, è tempo di prepararvi. Le sfide a venire non si affronteranno con soli baci e carezze.”

Shinra sbuffò ancora, guardando Atena, poi Tomoko, poi Kazuya.

“E niente… sono ufficialmente il punching bag spirituale del gruppo.”

Kazuya rise piano, prendendogli la mano.

“Però sei il punching bag più forte che conosco.”

Atena si fece avanti con la solennità di chi calpesta i secoli. Ogni passo sembrava far vibrare l’aria stessa. Si avvicinò al letto dove Kazuya era ancora sdraiato e lo scrutò con intensità, come se potesse vedere oltre la pelle, oltre il sangue, fin dentro la sua anima.

Il sorriso sulle sue labbra era calmo, ma quegli occhi — profondi e antichi — avevano l’effetto di far gelare il cuore anche al più impavido.

“Shinra mi ha parlato molto di te,” disse infine con voce bassa e melodica.
“Più di quanto immagini.”

Kazuya deglutì a vuoto, sentendo la fronte imperlarsi leggermente.

“Spero… in bene?” chiese, cercando di mascherare l’ansia con una battuta.

Atena piegò appena la testa, come se stesse valutando qualcosa.
Poi, improvvisamente, si allontanò di un passo e lo sguardo divenne più distaccato, più divino.

“Non preoccuparti. Non sono qui per giudicarti.”
Fece una pausa, lasciando che le sue parole cadessero pesanti nell’aria.
“Ma c’è qualcun altro che ti osserva. Un dio.”

Il silenzio calò per un istante nella stanza.

“Interessato a me…? Perché?” chiese Kazuya, cercando lo sguardo di Shinra per un minimo di stabilità.

“Non posso dirlo. Non ancora. Ma è raro che un dio manifesti interesse per un mortale senza motivo.”

Poi Atena si voltò verso Tomoko, che si raddrizzò come se fosse stata punta da Ilun ago.

“E lo stesso vale per te.”

Tomoko, nonostante il lampo di sorpresa, sistemò i suoi occhiali con calma e chiese con freddezza:

“Quale dio?”

Atena sorrise con un’espressione che non dava risposte.

“Lo scoprirai… quando sarà il momento.”

E con questo, la dea si voltò di nuovo verso Shinra, come se avesse appena concluso una semplice chiacchierata e non avesse appena stravolto le certezze dei presenti.

Le luci nella stanza tremolarono impercettibilmente, come se l’aria avesse cambiato densità. Tomoko si voltò di scatto verso la finestra, mentre Kazuya si mise a sedere di scatto, ancora pallido, ma con lo sguardo all’erta. Accanto ad Atena, altre due figure apparvero con la calma solenne di chi non ha bisogno di chiedere permesso per esistere.

La prima era una presenza aggraziata ma autorevole. Il suo hanfu fluttuava leggermente, come se fosse immerso in un’acqua invisibile. I lunghi capelli rosa pallido, raccolti solo da un nastro trasparente, riflettevano la luce come fili di seta. I suoi occhi — di un verde tenue — si posarono su Kazuya con curiosità e una punta di malizia.

“Xuan Qing,” annunciò con voce morbida ma cristallina.
“Un tempo incarnavo l’ideale di bellezza nei vostri mondi. Oggi, mi interesso solo di forza… e di spiriti affini.”

Fece un passo avanti, osservando Kazuya con un mezzo sorriso.

“Sei stato forgiato nel fuoco, ghiaccio e sangue. Un connubio pericoloso… affascinante.”

Kazuya strinse le coperte tra le mani, confuso ma incantato.

“Hai detto… che ti interesso?”

Xuan Qing annuì, piegando la testa con grazia.

“Sì. Potresti diventare qualcosa di molto più grande. Voglio essere lì per guidarti… e forse anche vederti brillare.”

Ma prima che l’atmosfera potesse ammorbidirsi troppo, un’ombra distinta si stagliò accanto a loro. L’aria divenne più tesa, più fredda.

Un uomo imponente, con lunghi capelli neri legati in alto, apparve in silenzio. Indossava un’armatura scura rifinita in rosso porpora, elegante e severa. Non disse nulla per un lungo momento, ma i suoi occhi si posarono su Tomoko come se potessero leggerla come un libro aperto.

“Generale Ming Yichen,” annunciò Atena per lui, come fosse un titolo e un avvertimento.
“Comandante di mille battaglie nei cieli superiori.”

Il generale finalmente parlò con voce profonda e autoritaria:

“Tomoko, il tuo ingegno non appartiene a questo mondo scolastico. Lo sprecheresti. Tu sei adatta alla strategia, al comando, all’intelletto puro. Ed è per questo che sei sotto la mia attenzione.”

Tomoko lo fissò per qualche secondo, poi sollevò il mento con compostezza.

“E se rifiutassi?”

“Non sei qui per accettare o rifiutare,” rispose Ming senza scomporsi.
“Sei qui per capire chi sei destinata a diventare.”

Atena incrociò le braccia, osservando la scena con un sorriso appena accennato.

“Sembra che la nuova generazione abbia attirato l’attenzione dell’Olimpo… e non solo.”

Il generale Ming Yichen si voltò lentamente verso Atena, la fissò con i suoi occhi impassibili, e con tono deciso la corresse:

“Non olimpo, dea Atena. Intendevi dire mondo divino.
Non ci siamo riuniti solo per capriccio o per semplice curiosità. Qui non ci sono soltanto dei greci… ma divinità da ogni pantheon esistente. Siamo parte di qualcosa di ben più vasto.”

Tomoko alzò un sopracciglio, sorpresa. Kazuya e Shinra si scambiarono uno sguardo incerto.

Ming Yichen fece per continuare, la voce sempre più intensa:

“Tutti noi agiamo sotto l’autorità di un—”

Ma prima che potesse pronunciare oltre, Xuan Qing si voltò con uno scatto elegante e gli sfiorò il polso con due dita, interrompendolo dolcemente ma fermamente.

“Basta così, caro,” disse con un sorriso enigmatico.
“L’identità del Dio Superiore non è qualcosa che può essere condivisa… neppure con loro. Non ancora.”

Ming serrò le labbra e non replicò. Si voltò di nuovo verso Tomoko, tornando a fissarla con lo stesso sguardo austero.

“L’informazione è un privilegio. Ma l’addestramento… quello non può più essere rimandato.”

Nel silenzio che seguì, Atena sorrise e diede un colpetto amichevole sulla spalla di Shinra.

“Sembra che ognuno di voi abbia attirato l’attenzione di qualcuno importante. Questo è solo l’inizio, miei giovani eroi.”

Shinra, con un sorriso malizioso, strinse Kazuya a sé, avvolgendo le braccia attorno al suo corpo come se volesse proteggerlo da ogni pericolo che potesse arrivare. Kazuya, sorpreso dal gesto affettuoso, gli sorrise a sua volta, ma una leggera tensione si poteva vedere nel suo viso, come se fosse consapevole che la situazione stava diventando sempre più complicata.

Atena, che osservava il tutto con un’aria divertita, non poté fare a meno di commentare:

“Hah, vedo che sei proprio come Ulisse,” disse, sorridendo mentre fissava Shinra.
“E lui sembra proprio essere la tua Penelope.”

Shinra, incurante della battuta, continuò a tenere Kazuya vicino a sé, ma fece un occhiolino ad Atena.

“Non posso negare che ci sono delle somiglianze,” rispose, ma con una punta di orgoglio nel tono.
“Solo che, se io sono Ulisse, non mi preoccuperei troppo di altre avventure. Ho già la mia Penelope qui.”

Kazuya arrossì leggermente a quelle parole, ma non poté fare a meno di sorridere. Non era abituato a sentirsi paragonato a un personaggio leggendario come Penelope, ma sentiva che, in qualche modo, quel paragone era anche un segno della forza del loro legame.

Atena, con un’espressione enigmatica, continuò a osservare i due.

“Molto interessante…” disse, come se stesse analizzando ogni movimento, ogni parola.
“Ma ricordate, le sfide che vi aspettano sono ben più complesse di qualsiasi storia d’amore mitologica. Il cammino che intraprenderete vi metterà alla prova in modi che non potete nemmeno immaginare.”

Shinra sorrise, quasi sfidante, e rispose con sicurezza:

“Ci siamo preparati per questo, Atena. Io e Kazuya, insieme, possiamo affrontare qualunque cosa.”

Kazuya, ora con una leggera espressione di determinazione, si voltò verso Shinra e gli strinse la mano, un gesto silenzioso ma significativo. Era pronto a combattere per ciò che amava, qualunque fosse la sfida che il destino aveva in serbo per loro.

Atena alzò le sopracciglia, visibilmente colpita dalla loro fermezza.

“Bene,” disse finalmente. “Vedremo quanto durerà questa convinzione.”

Il tempo per prepararsi era ormai giunto, e la battaglia che li aspettava non era solo quella contro nemici visibili, ma anche contro le forze invisibili che operavano nel mondo divino.

Tomoko, che stava osservando la scena con un’espressione imperturbabile, non poté fare a meno di scuotere la testa con un sospiro. Mentre Shinra e Kazuya si scambiavano parole e gesti affettuosi, un’espressione di fastidio attraversò il suo volto.

 

“Ugh…” mormorò, incrociando le braccia. “Questa dolcezza… mi sta facendo venire il mal di stomaco.”

Shinra e Kazuya si staccarono un attimo, guardando Tomoko con sorpresa. Kazuya, un po’ imbarazzato, cercò di giustificarsi.

“Non è… così male, no?” disse, cercando di alleviare la tensione.

Tomoko, senza perdere il suo sguardo critico, lo guardò con un’espressione di chiara disapprovazione.

“Sì, è… adorabile, davvero,” rispose con sarcasmo. “Ma almeno ricordatevi che non siamo qui per fare una soap opera. Ci sono questioni più importanti in gioco.”

Atena sorrise, divertita dalla reazione di Tomoko, ma non disse nulla. Sembrava apprezzare quel contrasto di personalità tra la serietà di Tomoko e la leggerezza di Shinra e Kazuya.

Shinra, sempre con quel sorriso malizioso, si avvicinò a Tomoko e fece una piccola piroetta con un gesto teatrale.

“Cosa posso dire, Tomoko? L’amore è il nostro superpotere.”

Tomoko lo guardò con uno sguardo che riusciva a tagliare come un coltello, ma Shinra si limitò a ridacchiare.

“Comunque, vedo che siete tutti presi dalle vostre piccole storie personali, ma ricordatevi che siamo qui per un motivo più grande,” disse, riportando l’attenzione sulla missione. “L’addestramento, le sfide, il destino che ci aspetta… non dimenticatevi di cosa c’è in gioco.”

Kazuya annuì, perplesso, ma determinato.

“Non lo dimenticherò,” disse con fermezza. “Ma ogni tanto è giusto avere un po’ di dolcezza, no?”

Tomoko fece una smorfia, ma sapeva che non sarebbe mai riuscita a farli smettere. “Questi due…” pensò tra sé, scuotendo la testa ancora una volta.

Il gruppo, sebbene diviso tra chi credeva che l’amore fosse una forza potente e chi trovava tutto ciò un po’ troppo melenso, sapeva che doveva concentrarsi su ciò che li aspettava. Il mondo divino, i pericoli, le sfide… ma, almeno per un momento, il loro legame li rendeva più forti. E in quel momento, l’amore, per quanto Tomoko fosse riluttante a mostrarlo, sembrava essere la loro arma segreta.

Era passato un mese intenso. Tomoko, Kazuya e Shinra avevano ricevuto l’addestramento diretto dei tre dei che li avevano scelti. Ciascuno di loro era cambiato in modo evidente.

Shinra dominava l’energia oscura con una grazia spaventosa, evocando creature e forme complesse come fossero un’estensione del suo corpo. Kazuya aveva raffinato l’arte del combattimento, padroneggiando l’unione di fuoco, ghiaccio e sangue esplosivo con una potenza quasi artistica. Tomoko, sempre più brillante, era diventata una mente tattica di livello superiore: calcolava, prevedeva e adattava strategie in tempo reale con freddezza chirurgica.

Kenji, invece, non sapeva nulla dei dei né del mondo divino. Aveva continuato ad allenarsi da solo, sviluppando un legame sempre più profondo con le sue evocazioni zodiacali. Pur non essendo sotto l’ala di alcun dio, il suo spirito era incrollabile e la sua volontà incisa come pietra. Non ne aveva bisogno: la sua forza l’aveva costruita da sé.

Il giorno delle Olimpiadi dell’Accademia Aegis era finalmente arrivato. L’arena era colma. Studenti del secondo anno da tutte le sezioni si erano radunati per partecipare o assistere all’evento più atteso dell’anno. Le tribune vibravano di tensione ed entusiasmo. Alcuni professionisti sedevano tra il pubblico, pronti a osservare e forse… a scegliere.

Il preside si fece avanti al centro dell’arena, su una piattaforma galleggiante, e parlò con tono solenne ma deciso:

“Studenti del secondo anno, benvenuti alle Olimpiadi dell’Accademia Aegis! Questo evento sarà una vetrina per il vostro talento. Dimostrate cosa valete. La prima sfida… sarà una corsa a ostacoli. Sei chilometri di pura resistenza, reattività e strategia. Non trattenetevi.”

Fece una pausa e aggiunse, lasciando un attimo di silenzio drammatico:

“Potrete usare i vostri poteri. Senza alcun limite.”

Un brusio eccitato si diffuse tra i partecipanti. Alcuni si prepararono a evocare, altri iniziarono a scaldare muscoli e magie. Kazuya lanciò un’occhiata a Shinra con un mezzo sorriso.

“Sono sicuro che ti metterai in mostra… io sarò il tuo fan numero uno~”

Shinra rise e si voltò verso di lui con uno sguardo divertito:

“Allora cerca di starmi dietro, fanboy.”

Lo prese di sorpresa, sollevandolo e facendogli dare un bacio rapido prima di lasciarlo giù. Poco distante, Kenji li raggiunse, già pronto, e scosse la testa.

“Se vi baciaste un altro po’ inizierei a pensare che sia questa la prima prova.”

Tomoko, con aria serissima e le braccia conserte, osservava gli altri concorrenti mentre mormorava a se stessa i possibili punti critici del percorso.

“I primi dieci a tagliare il traguardo riceveranno un vantaggio nella seconda sfida,” concluse il preside. “Posizioni in linea. Al mio segnale…”

Tutti si schierarono. Gli sguardi erano affilati, i cuori accelerati.

“…Pronti…”

 

“VIA!”

Un’esplosione d’energia segnò l’inizio. Gli studenti scattarono avanti. Shinra balzò come un’ombra viva, lasciandosi dietro scie nere. Kazuya alternava il ghiaccio sotto i piedi per scivolare e fiammate per spingere. Kenji, con l’aura dello zodiaco che lo circondava, correva agile e deciso. Tomoko, precisa come sempre, seguiva una traiettoria studiata al millimetro.

La corsa era iniziata. E ognuno di loro correva non solo per vincere… ma per essere notato.

Il primo ostacolo li colse di sorpresa.

Dopo circa un chilometro di corsa, il terreno si aprì su una vasta spianata circondata da mura d’acciaio. Appena il primo gruppo di studenti la raggiunse, un boato metallico fece tremare il suolo. Dalle pareti emersero tre giganteschi robot da combattimento, alti almeno sei metri, con armamenti integrati e occhi rossi che si illuminarono al riconoscimento dei bersagli.

Un messaggio olografico comparve sopra l’arena:

“Primo ostacolo: SOPRAVVIVI. Disattiva i robot o aggirali. Tempo limite: 10 minuti.”

I robot si mossero in sincronia, emettendo un suono meccanico stridente. Le loro armi si attivarono: cannoni al plasma, lame rotanti, e artigli idraulici pronti a falciare chiunque si avvicinasse.

Shinra fu il primo a reagire, evocando soldati d’ombra che si lanciarono contro il robot centrale per distrarlo.

Kazuya si voltò verso Kenji e gridò:

“Punta alle giunture! Sono le parti più vulnerabili!”

Kenji annuì e invocò Scorpio, che lanciò i suoi aculei energetici direttamente nei cavi esposti sotto il braccio del robot più vicino.

Tomoko attivò un visore magico per analizzare i punti deboli della struttura. Subito si mise a dare istruzioni agli altri con freddezza e chiarezza.

“Occhi ai fianchi! Non hanno una difesa laterale attiva!”

Il campo si trasformò in una vera e propria zona di guerra. Esplosioni, scie di energia e urla si mescolavano in un caos controllato. Ma i quattro ragazzi sapevano cosa fare. Erano stati preparati per questo. Anche Kenji, pur senza un dio dalla sua parte, dimostrava abilità e sangue freddo impressionanti.

E quello era solo il primo ostacolo.

Kazuya atterrò con grazia dopo un salto acrobatico, le sue mani ancora incandescente per l’ultima esplosione di sangue fuso che aveva dissolto il primo robot come cera sotto il sole. Non si prese nemmeno un attimo per respirare: si voltò con un sorriso malizioso verso il secondo colosso meccanico e, con un gesto fluido, evocò una colonna di ghiaccio che esplose dai suoi piedi e avvolse la macchina in una spirale gelida.

Il metallo si crepò sotto la pressione del gelo, e con un boato fragoroso, il secondo robot crollò in ginocchio, completamente congelato.

Kazuya si voltò verso Shinra con un lampo di sfida negli occhi, spazzandosi i capelli indietro con un gesto teatrale. Il vapore del calore e del ghiaccio si mescolava intorno a lui, incorniciandolo come una visione mistica.

“Vediamo se mi riesci a stare tu dietro~”, disse con un sorrisetto provocante, prima di scattare in avanti a tutta velocità.

Shinra sbuffò, con un mezzo sorriso sulle labbra, mentre scatenava un’esplosione d’ombra che respinse il terzo robot.

“Tsk, mi provoca e poi corre via… Che ragazzo.”, borbottò, ma i suoi occhi brillavano di divertimento mentre si lanciava all’inseguimento.

Ora Kazuya era in testa alla corsa, ma gli altri non erano lontani. E i prossimi ostacoli li aspettavano dietro l’angolo.

Shinra correva veloce, con l’ombra che gli sollevava i piedi ad ogni passo, come se la terra stessa volesse aiutarlo a raggiungere Kazuya. Davanti a lui, il suo ragazzo si voltò un attimo con un sorriso divertito e poi — con un gesto fluido — creò una pista di ghiaccio scintillante.

“Oh no, non pensare di sfuggirmi così facilmente,” mormorò Shinra, cercando di seguire ma slittando leggermente.

Kazuya, invece, ci pattinava sopra con eleganza, lasciandosi scivolare in avanti come un danzatore sull’acqua. Ma il divertimento si spense di colpo quando la pista finì bruscamente davanti a un abisso con piattaforme altissime, sparse nel vuoto come isole fluttuanti.

Kazuya si fermò appena in tempo, il ghiaccio screpolato sotto i piedi. Dietro di lui, Shinra atterrò con una scivolata decisa e si bloccò, un po’ ansimante.

“…Ok, questo è tosto.”

Prima che potessero dire altro, una figura li sfrecciò accanto: Tomoko, concentrata e determinata, attivò gli stivali potenziati che aveva costruito durante le sue notti insonni.

“Studiate meno e vi fate fregare da una tecnica base,” disse con tono secco, mentre balzava in alto, superando la prima piattaforma con facilità meccanica.

“Eh?!” fecero in coro Kazuya e Shinra.

Subito dopo arrivò Kenji, più tranquillo, che alzò il suo braccio e invocò Aries. Una figura celestiale comparve sopra di lui e soffiò dolcemente, creando una serie di nuvole compatte sotto i suoi piedi. Kenji iniziò a saltarci sopra come se stesse salendo una scala fatta d’aria.

“A volte, basta avere amici tra le stelle~,” disse con un sorriso mentre superava il vuoto con grazia.

Shinra guardò Kazuya e sbuffò, prendendogli la mano.

“Ok, pattinatore. Facciamo vedere a tutti che anche l’ombra può danzare.”

E con uno sguardo d’intesa, saltarono insieme verso il secondo ostacolo.

I ragazzi cercavano di avanzare con cautela, concentrati a mantenere l’equilibrio sulle piattaforme altissime. Ogni salto era un rischio, ogni atterraggio un piccolo trionfo. Kazuya sfruttava il ghiaccio per creare piccoli appigli temporanei, mentre Shinra richiamava brevi slanci d’ombra sotto i piedi per spingere il proprio corpo più in alto. Kenji continuava a balzare agilmente sulle nuvole create da Aries, mentre Tomoko già studiava l’angolazione migliore per il prossimo salto.

Dietro di loro, un rombo improvviso attraversò l’aria. Una scossa elettrica lampeggiò dietro le loro spalle.

“Fate largo, dilettanti.”

Masako era in piena corsa. Il suo corpo brillava di scintille viola mentre i fulmini scorrevano lungo le braccia. Alzò una mano e scagliò un fulmine verso una delle piattaforme più lontane, che si illuminò e iniziò a vibrare, attirando magneticamente i suoi stivali rinforzati.

Saltò con grazia e potenza, planando da una piattaforma all’altra, usando le scosse elettriche per propulsione, come se il fulmine la trascinasse verso la meta.

“Quella è competitiva sul serio,” mormorò Kenji, osservandola.

“Se cado è colpa tua, Shinra!” urlò Kazuya a metà salto, aggrappandosi alla mano del ragazzo mentre una raffica di vento li fece vacillare.

“Io? Sei tu che mi hai sfidato!” ribatté Shinra, con un sorriso malizioso.

Il secondo ostacolo era tutt’altro che finito, e la corsa era appena cominciata.

Tomoko, mentre saltava agilmente grazie ai suoi stivali potenziati, osservò Masako che si stava avvicinando troppo velocemente.

“Sta cercando di superarci tutti, eh?” mormorò con un sorriso tagliente.

Dal cinturone alla coscia sganciò una piccola pistola argentata con canna corta e cristalli incastonati lungo il corpo, un suo prototipo personale. La mirò con calma verso la piattaforma su cui Masako stava per atterrare.

BANG.

Un colpo preciso. Il proiettile colpì uno dei supporti laterali della piattaforma, attivando una scarica destabilizzante. La struttura tremò e un piccolo impulso sonico fece vibrare l’aria. Masako atterrò… ma perse l’equilibrio per un istante.

“Ehi!” urlò Masako, mentre riusciva per miracolo a rimanere in piedi, scattando uno sguardo infuocato a Tomoko.

Tomoko si rimise la pistola nella fondina con disinvoltura.

“Oops. Dev’essere partito un colpo per sbaglio,” disse, senza nemmeno voltarsi.

Kazuya scoppiò a ridere da lontano mentre continuava a correre, e Shinra alzò un pollice verso Tomoko, divertito.

“È ufficiale,” sussurrò Kenji. “Tomoko è più spaventosa dei robot giganti.”

La corsa continuava, ma ora la tensione tra i partecipanti era salita di livello.

I cinque ragazzi riuscirono, uno dopo l’altro, a superare l’ostacolo delle piattaforme tra salti al limite, slanci aiutati dai poteri e un po’ di audacia. Appena Kazuya mise piede sull’ultima piattaforma, senza nemmeno fermarsi per riprendere fiato, poggiò la mano a terra e con un movimento fluido del braccio creò una lunga pista di ghiaccio che si estendeva in avanti, serpeggiando tra gli alberi del percorso successivo.

“È ora di accelerare il ritmo,” sussurrò con un sorriso.

Si slanciò sopra la pista, pattinando con eleganza e velocità, come se stesse fluttuando. I cristalli di ghiaccio sotto i suoi piedi riflettevano la luce del sole creando un bagliore azzurro, e ogni curva sembrava calcolata al millimetro. La sua figura scivolava tra gli ostacoli naturali del tracciato, superandoli con agilità.

Dietro di lui, Shinra strinse i denti.

“Tsk… lui pattina, io corro,” disse con una risata, aumentando il passo mentre lo inseguiva.

Tomoko attivò un’altra carica nei suoi stivali per recuperare velocità, mentre Kenji fece salire Aries su una nuvola per trasportarlo più in avanti.

Masako, con una scossa di rabbia, scaricò elettricità nei suoi stivali, guadagnando uno scatto in avanti con una scia di scintille.

La gara era tutt’altro che finita.

Appena oltrepassata la zona alberata, i cinque si trovarono di fronte a un’area apparentemente tranquilla… ma bastò il primo passo di Kenji per far scattare un “click” metallico sotto i suoi piedi.

“Campo minato,” disse Tomoko, osservando il terreno.
“Non sono letali, ma… sicuramente fastidiose.”

Non appena Kenji si mosse, una bomba esplose con un boato sordo, rilasciando una spessa nube di fumo e scaraventandolo all’indietro tra urla strozzate e risate confuse.

“Ma che cavolo!” tossì, atterrando su una nuvola fortunatamente morbida.

Kazuya si fermò di colpo, il ghiaccio sotto i suoi piedi scricchiolò, e con un gesto fluido fece emergere una sottile lastra di ghiaccio trasparente, utile a rilevare le trappole sotto il terreno. Iniziò a muoversi con cautela, ma mantenendo una buona velocità.

Shinra, invece, creò un’onda d’ombra che scivolava avanti come un velo sul terreno, segnalando ogni mina nascosta con piccoli sbuffi di energia oscura. Saltava da un punto sicuro all’altro, leggero e preciso.

Tomoko analizzava lo schema delle esplosioni e cominciò a seguire un percorso logico, calcolando dove sarebbero scattati i meccanismi. Le sue lenti lampeggiavano di blu mentre raccoglievano dati in tempo reale.

Masako, invece, si lanciava con audacia, deviazione dopo deviazione, sfruttando l’energia dei colpi per proiettarsi in avanti come una scheggia.

Il campo era caotico, pieno di suoni ovattati e fumo danzante, ma tutti continuavano ad avanzare… la corsa era ancora viva.

Kazuya e Shinra correvano testa a testa, ognuno cercando di superare l’altro con ogni mezzo possibile. Le bombe del campo minato esplodevano dietro di loro, ma sembrava non importare: erano completamente concentrati l’uno sull’altro.

Kazuya allungò una mano, facendo scorrere una lama di ghiaccio sotto i piedi per aumentare la velocità, mentre Shinra lo guardava di lato e fece un mezzo sorriso, richiamando due ali d’ombra che lo proiettarono in avanti con un colpo secco.

“Non pensare di battermi così facilmente, amore~,” disse Kazuya, ma Shinra non rispose: era concentrato, il volto teso, i muscoli tesi come corde pronte a scattare.

All’ultima curva, Shinra scivolò sull’ombra come fosse su rotaie, superando Kazuya per una manciata di secondi e tagliò per primo il traguardo con un balzo.

Kazuya arrivò subito dopo, sorridendo nonostante la sconfitta, il respiro affannato ma felice.

“Okay, okay… primo round tuo.”

Tomoko atterrò poco dopo di loro con una capriola e un sorriso soddisfatto, terza classificata, seguita da Masako che aveva sfruttato un’esplosione ben calcolata per darsi l’ultima spinta.

Kenji, un po’ malconcio e impolverato, arrivò quinto, ma con un’espressione ancora combattiva.

“Okay… la prossima volta porto un lanciafiamme. O due.”

La prima sfida era finita, e la classifica era chiara:
1. Shinra
2. Kazuya
3. Tomoko
4. Masako
5. Kenji

 

Ma le Olimpiadi erano appena iniziate.

 

Appena l’ultima bomba disorientante si spense dietro di loro, una voce potente rimbombò nell’aria, amplificata da un sistema di comunicazione magico:

“Tutti gli studenti sono pregati di tornare immediatamente al punto di partenza.”

Le luci lungo il percorso si accesero, guidando tutti i partecipanti verso l’area iniziale. I ragazzi, ancora ansimanti e con i vestiti segnati dalla corsa, si guardarono tra loro e iniziarono a camminare lentamente indietro, alcuni ancora ridacchiando, altri più silenziosi e concentrati.

Quando tutti furono riuniti, il preside salì su una pedana rialzata, circondato da insegnanti e responsabili dell’evento. Aveva il volto serio, ma negli occhi si leggeva un certo orgoglio per ciò che aveva visto.

“Avete affrontato la prima prova con forza, astuzia e determinazione. Complimenti tutti.”

Fece una pausa, osservando gli studenti schierati davanti a lui.

“Ora vi sarà concessa un’ora di riposo. Recuperate le energie, curatevi se necessario e preparatevi… perché la prossima sfida verrà annunciata al vostro ritorno.”

Un mormorio serpeggiò tra gli studenti, alcuni eccitati, altri nervosi. Il campo si rilassò, trasformandosi quasi in un piccolo accampamento pieno di voci e risate.

Kazuya si allontanò silenziosamente, dirigendosi verso gli spogliatoi. Aveva bisogno di un momento per sé, lontano dal trambusto, per riflettere sulla prova appena conclusa e prepararsi mentalmente per la prossima sfida.

Nel frattempo, Tomoko si sedette con Kenji su un muretto, osservando i vari team e iniziando già ad ipotizzare quali potessero essere le prove successive.

L’ora di riposo era iniziata… ma la tensione non era affatto scomparsa.

 

(Attenzione: ci sarà un momento spicy ma non troppo)
(skippate fino al segno se non volete leggere)

 

L’aria nello spogliatoio è densa di calore e umidità, l’odore di sudore si mescola al leggero sentore di sale marino portato dalla brezza esterna. Kazuya è in piedi davanti a una delle lunghe panche, con le spalle alla porta, mentre si spoglia metodicamente, lasciando cadere ogni indumento a rivelare una parte sempre più chiara della sua pelle.

Mentre allunga la mano verso l’orlo della canottiera, una mano si posa sulla sua spalla, le dita che affondano delicatamente nel muscolo. È Shinra. Si era intrufolato inosservato dietro Kazuya. Il ragazzo più alto si avvicina, il suo respiro caldo contro l’orecchio di Kazuya mentre mormora: “ Ehi, amore~”.

Kazuya rabbrividisce per il tono intimo e la pelle d’oca gli sale sulle braccia nonostante il calore della stanza.

Le labbra di Shinra scendono lungo il collo di Kazuya, lasciando una scia calda e formicolante. Le sue mani scivolano sul petto di Kazuya, i pollici sfiorano i capezzoli pallidi che palpitano sotto il suo tocco. Mentre bacia e mordicchia, la voce di Shinra è un brontolio basso e provocante sulla pelle di Kazuya.

Mmm, il mio piccolo secondo classificato, fa le fusa, pizzicando giocosamente il capezzolo di Kazuya. Te la sei cavata alla grande, ma diciamoci la verità… avrei sempre vinto questo round.

Kazuya emette un leggero sussulto, inclinando la testa all’indietro per dare a Shinra un migliore accesso alla sua gola. Sente il sorriso dell’altro ragazzo sulla pelle, l’orgoglio e il dominio che esprime lo pervadono.

“Sei proprio un idiota arrogante.” Disse kazuya.

Le mani di Kazuya si alzano per afferrare i polsi di Shinra, bloccandone l’avanzata. Gira la testa per incontrare lo sguardo di Shinra, i suoi occhi brillano di desiderio ma anche di incertezza.

“Aspetta, rallenta,” dice, con voce roca ma decisa.

“Io… io non sono ancora pronto. Abbiamo appena finito di correre e ho bisogno di un minuto per riprendere fiato.”

Si guarda, sentendosi esposto e vulnerabile solo in mutande. Nonostante la passione che cresce tra loro, Kazuya sa di dover stabilire dei limiti.

“Ti amo e mi fido di te, ma non dobbiamo affrettarci in tutto, “ continua, stringendo le dita intorno ai polsi di Shinra.

“Prendiamoci il tempo che ci serve, okay? Ti prometto che ne varrà la pena.”

Shinra si imbroncia leggermente alle parole di Kazuya, ma si riprende subito, con un luccichio malizioso negli occhi.

“Va bene, va bene. Niente sesso… per ora,” concorda, con voce carica di allusioni. “Ma possiamo comunque divertirci un po’, no?”

Prima che Kazuya possa rispondere, Shinra ha già iniziato a spogliarsi, con movimenti rapidi ed efficienti. In pochi istanti, si ritrova davanti a Kazuya in mutande, con il corpo tonico e lucido di sudore.

“Dai, tesoro,” lo incita Shinra, prendendo la mano di Kazuya.

“Andiamo a lavarci e a scivolare per bene. Chissà che guai potremmo trovare sotto la doccia…”

Kazuya ridacchia dolcemente, scuotendo la testa divertito dalle buffonate di Shinra.

“Va bene, va bene, allora solo un bacio, si arrende, con un piccolo sorriso sulle labbra. Ma niente scherzi, capito?”

Shinra sorride, annuendo con entusiasmo. “Sull’onore del nostro amore”, promette, alzando tre dita in un finto saluto.

“Ora dai, andiamo nelle docce!”

Detto questo, trascina Kazuya verso la fila di cabine doccia, l’acqua scorre già in diverse di esse. Il vapore sale, creando un velo nebbioso che si aggrappa alla loro pelle mentre entrano insieme nel getto caldo.

Shinra preme Kazuya contro la parete di piastrelle fredde della doccia, le sue mani scivolano verso l’alto per cullare il viso del ragazzo più piccolo mentre gli conquista la bocca in un bacio intenso e appassionato. Kazuya respira a fatica per l’improvvisa intensità, ma si scioglie rapidamente nell’abbraccio di Shinra, le sue braccia avvolgono la vita dell’uomo più alto.

Le bocche si muovono avidamente l’una contro l’altra, le lingue danzano e si intrecciano, i due ragazzi si perdono nell’acceso scambio. L’acqua scorre a cascata sui loro corpi intrecciati, rendendoli scivolosi e facendo sì che ogni carezza e ogni morso trasmettano scintille di piacere.

Quando finalmente si separano per prendere fiato, entrambi ansimano, con i volti arrossati e gli occhi vitrei di lussuria. Le dita di Shinra si insinuano tra i capelli umidi di Kazuya, tenendolo stretto mentre lo guarda dall’alto con adorazione e desiderio.

Le labbra di Shinra scendono lungo il collo di Kazuya, lasciando una scia di baci a bocca aperta che fanno rabbrividire di piacere il piccolo. Ma è quando torna a reclamare la bocca di Kazuya che la situazione precipita.
Questa volta, i baci di Shinra sono più intensi, più esigenti, i suoi denti raschiano delicatamente il labbro inferiore di Kazuya prima di spingersi in avanti per approfondire ulteriormente il bacio. Kazuya geme tra l’assalto, le sue mani afferrano le spalle di Shinra mentre si inarca contro il corpo dell’altro ragazzo.
L’acqua continua a scorrere su di loro, il vapore appanna la parete di vetro della cabina doccia, ma nessuno dei due se ne accorge o se ne preoccupa. Tutto ciò che esiste è la pressione della pelle contro la pelle, il sapore delle bocche avvinghiate, l’urgente bisogno di toccare ed essere toccati.

Le forti braccia di Shinra avvolgono Kazuya con forza, inchiodandolo saldamente alle piastrelle bagnate mentre il bacio si fa ancora più intenso. Le dita di Kazuya si intrecciano tra i capelli di Shinra, attirandolo a sé mentre esplora la pelle calda e viscida del petto del suo amante con la mano libera.

La sensazione del cuore di Shinra che batte forte sotto il suo palmo fa vibrare Kazuya, che lo stringe ancora di più, sincronizzando il suo battito cardiaco con quello del compagno. L’acqua continua a scorrere su di loro, ma ora sembra una carezza sensuale, più che una semplice purificazione.

Interrompendo il bacio per un attimo, Shinra ansima pesantemente, gli occhi scuri di desiderio mentre guarda Kazuya.

“Dio, ti desidero così tanto,” ammette, con la voce roca per il bisogno. “Proprio qui e ora…”

Proprio mentre le parole di Shinra risuonano nell’aria, l’altoparlante si accende, annunciando che è ora di tornare tutti al punto di partenza. Kazuya inizia ad allontanarsi a malincuore dal muro, voltandosi verso Shinra con un piccolo sorriso imbarazzato.

“Be’, suppongo che dovremmo andare,” dice con voce intrisa di delusione. “Prima che finiamo nei guai per essere rimasti troppo a lungo sotto la doccia.”

Shinra ridacchia, allungando la mano per dare una pacca scherzosa sul sedere di Kazuya mentre passa.

“Oh, andiamo, non c’è nessuno che ci tiene d’occhio,” scherza, ammiccando da sopra la spalla.

“E poi, credo che abbiamo fatto abbastanza rumore perché tutta la scuola ci sentisse~”

Kazuya ride, arrossendo al ricordo del loro incontro acceso .

 

(Fine scena)

Kazuya e Shinra tornarono al punto di ritrovo camminando affiancati, le guance ancora leggermente arrossate. Lo sguardo di Shinra era puntato avanti, cercando in ogni modo di non incrociare quello di Kazuya, mentre quest’ultimo si sistemava distrattamente i capelli, evitando di guardarlo.

Appena arrivarono, Kenji si fece avanti e con un sorrisetto stampato in faccia sferrò un pugno amichevole sulla spalla di Shinra.

“Ehi! Che fine avevate fatto, piccioncini?”

Kazuya sobbalzò leggermente, e i suoi occhi celesti si allargarono mentre il rossore sulle sue guance aumentava visibilmente. Shinra si voltò di scatto dall’altro lato, borbottando qualcosa di incomprensibile mentre si grattava la nuca.

Tomoko, che era rimasta qualche passo più indietro, li osservava in silenzio con le braccia incrociate. Dietro gli occhiali, i suoi occhi scintillavano di un misto tra divertimento e rassegnazione.

Kenji, colto subito il significato di quegli sguardi imbarazzati e delle reazioni maldestre, si mise a ridere di gusto.

“Ma dai! Era ovvio che stesse succedendo qualcosa! Vi siete persi negli spogliatoi, eh? Mi raccomando, almeno non lasciate qualcosa di voi da lavare!”

Kazuya gli tirò un’occhiata fulminante, mentre Shinra sembrava voler sprofondare sotto terra.

Tomoko si limitò a sospirare e scosse la testa. “Non voglio sapere nulla.”

Il preside salì sulla pedana con passo deciso, la sua voce echeggiò forte e chiara nel campo mentre tutti gli studenti del secondo anno si radunavano con attenzione.

“Ascoltate bene, ragazzi!» esordì, facendo calare un improvviso silenzio sull’area. «La seconda sfida delle Olimpiadi avrà inizio a breve. Si tratta di una prova di strategia, cooperazione e riflessi.”

Tutti si guardarono incuriositi, mentre il preside continuava:
“In base alla posizione con cui siete arrivati al traguardo nella corsa a ostacoli, vi è stato assegnato un punteggio. Il primo classificato ha ricevuto 250 punti. Il secondo, 200. Il terzo, 150. Il quarto, 100. Il quinto, 50. Chiunque sia arrivato dopo, ha ricevuto 5 punti.”

Un brusio si diffuse tra i presenti, ognuno cercava di calcolare mentalmente il proprio valore.

“Ora formerete squadre da massimo quattro studenti. Tre saranno i “cavalli”, uno sarà il “cavaliere”. Il cavaliere salirà sulle spalle o verrà portato dal trio, e insieme affronterete le altre squadre.”

La voce del preside si fece più seria.

“La somma dei vostri punteggi determinerà il valore iniziale della vostra squadra. Vi verrà assegnata una fascia con il vostro punteggio scritto in grande. L’obiettivo sarà semplice: sottrarre le fasce degli altri gruppi per aumentare i vostri punti. La squadra con il punteggio più alto alla fine del tempo limite… vincerà.”

Tutti rimasero in silenzio per un attimo. Era chiaro che non sarebbe stata una sfida solo fisica, ma anche di logica e cooperazione.

Il preside sorrise leggermente. “E naturalmente, potete usare i vostri poteri senza limitazioni. Vediamo cosa sapete fare quando si gioca sul serio.”

La folla esplose in un mix di entusiasmo, tensione e competizione.

Tomoko, con lo sguardo già concentrato e calcolatore, aveva preso in mano il suo taccuino prima ancora che il preside finisse di parlare. Le sue dita scorrevano veloci sulla carta mentre valutava punteggi, abilità e possibilità di combinazioni vantaggiose.

Non appena fu dato il via alla formazione delle squadre, Kenji si allontanò senza troppe spiegazioni. “Devo vedere una cosa,” disse in modo vago, mentre si dirigeva verso un altro gruppo di studenti. Tomoko lo osservò per un attimo, senza commentare, già consapevole che Kenji aveva il suo piano.

“Tanto meglio,” mormorò con freddezza, chiudendo il taccuino con uno scatto.

Poi si voltò verso Kazuya e Shinra, che la guardavano in attesa.

“Hayashida,” chiamò Tomoko con decisione, attirando l’attenzione della ragazza dai capelli elettrici che era lì vicino. “Unisciti a noi. Faremo squadra insieme.”

Masako alzò un sopracciglio, sorpresa. “Oh? Interessante… Sapevo che avresti avuto un piano pronto. Va bene, ci sto.”

Con uno sguardo soddisfatto, Tomoko annuì. “Perfetto. Con voi tre e la mia strategia, abbiamo ottime probabilità di arrivare in cima.”

Kazuya e Shinra si scambiarono un’occhiata rapida, poi annuirono. Il gruppo era pronto.

Kazuya si sistemò la fascia al braccio, poi si voltò verso il gruppo con un’espressione riflessiva.

“Secondo me, Tomoko dovrebbe essere il cavaliere,” disse, rompendo il silenzio. “Non è una questione di ruoli o altro… è solo che, beh… non sei abbastanza forte fisicamente per sostenere il peso di qualcuno, anche se diviso in tre.”

Tomoko lo fissò per un momento, con uno sguardo piatto dietro gli occhiali. “Direi che è il complimento più brutale ma onesto che abbia mai ricevuto.”

Shinra si trattenne a malapena dal ridere e Masako alzò le spalle con un sorrisetto. “A dire il vero, ci sta. Meglio metterla dove può usare la testa più che i muscoli.”

Tomoko sospirò e si sistemò gli occhiali. “Va bene. Ma se perdiamo, ti userò come cavia per il mio prossimo esperimento.”

Kazuya deglutì piano. “D’accordo”

Shinra si portò una mano al mento, osservando il gruppo con un’espressione seria, quasi strategica. “Dobbiamo decidere la formazione. Uno sta davanti, gli altri due dietro a sostenere…”

Fece un cenno con il pollice verso se stesso. “Io mi metto davanti. Ho più equilibrio e riesco a coordinare meglio i movimenti.”

Kazuya lo guardò di lato con un mezzo sorriso. “Solo perché vuoi stare in prima fila a fare scena.”

Shinra lo ignorò con eleganza. “Tu e Masako dietro. Tu, Kazuya, sei più agile e puoi reagire meglio se Tomoko perde l’equilibrio. E Masako ha la forza per mantenere la stabilità.”

Tomoko annuì, posando già una mano sull’elsa della sua pistola. “Va bene per me. Ma ricordatevi: se crolliamo, non è colpa mia.”

“Stai tranquilla,” rispose Shinra con un sorrisetto. “Se crolliamo, sarà colpa di Kazuya. È tradizione.”

Kazuya sbuffò, gonfiando leggermente le guance. “Ma perché ogni volta la colpa deve ricadere su di me?!” protestò a voce alta, piantando un pugno — non troppo forte — sulla spalla di Shinra.

“E tu smettila di ignorarmi quando ti parlo!” aggiunse con tono piccato, fissandolo con un’espressione a metà tra l’offeso e l’indignato.

Shinra, colpito e teatralmente ‘ferito’, si mise una mano sulla spalla dove era stato colpito. “Ahia… il mio povero cuore!” disse fingendo dolore. “Un giorno questo tuo amore mi ucciderà.”

Kazuya lo guardò torvo, arrossendo appena. “Ma vedi se ti devo anche sopportare mentre combatti…”

Tomoko osservava la scena in silenzio, incrociando le braccia. “Siete ridicoli.”

Masako sbuffò con una risata appena trattenuta. “Spero solo che non ci facciate perdere punti mentre litigate come una coppia di vecchietti.”

Kazuya strinse i pugni e fece un passo minaccioso verso Masako, gli occhi brillanti di stizza. “Ripeti un po’ se hai il coraggio!” ringhiò, pronto a scagliarsi contro di lei.

Masako sorrise con un’aria di sfida, ma prima che Kazuya potesse avvicinarsi di un passo, Shinra lo afferrò con decisione e lo sollevò da terra, bloccandolo in braccio come se fosse una piuma.

“Nope!” disse con un sorriso sornione, stringendolo bene. “Già abbastanza caos per oggi, non credi, tesoro?”

“Shinra! Lasciami giù, questa la sistemo in due secondi!” sbraitò Kazuya dimenandosi, le guance infuocate sia dalla rabbia che dall’imbarazzo.

“Mmh, no. Sei troppo carino quando sei arrabbiato.” rispose Shinra senza scomporsi, continuando a tenerlo sospeso mentre Tomoko si massaggiava le tempie, esasperata, e Masako rideva sotto i baffi.

Tra le braccia di Shinra, Kazuya iniziò a riscaldarsi, letteralmente. Il suo corpo emise un bagliore rossastro, e il calore intorno a lui crebbe in pochi secondi fino a diventare incandescente. L’aria vibrava, e una leggera onda di calore fece ondeggiare i capelli di Shinra.

“Shinra… te lo dico una volta sola… mettimi giù.” sibilò Kazuya, gli occhi celesti brillanti come fiamme vive.

Shinra deglutì e sorrise nervosamente, iniziando a sentire il calore penetrargli attraverso i vestiti. “Ok, ok, ricevuto.” Lo lasciò delicatamente a terra, sollevando le mani in segno di resa.

Appena toccato il suolo, il calore di Kazuya si attenuò lentamente, ma i suoi occhi erano ancora puntati su Masako. Tomoko sospirò pesantemente. “Un giorno mi esploderete il cervello, giuro.”

Masako, con un sorrisetto divertito, fece un passo indietro. “Vedi che se vuoi sei anche caldo… ma nel senso letterale.”

Kazuya stava già aprendo la bocca per ribattere con un’altra frecciatina tagliente, le mani ancora fumanti dal calore che gli avvolgeva la pelle. Ma in quell’istante, la voce del preside rimbombò forte e chiara dagli altoparlanti disseminati nel campo:

“Studenti, preparatevi. La seconda sfida… ha ufficialmente inizio!”

Un suono acuto, come una sirena, tagliò l’aria.

Tutti si voltarono verso il centro del campo dove le fasce numerate venivano proiettate sugli schermi giganti. Un conto alla rovescia apparve.

10… 9… 8…

Tomoko aggiustò la sua fascia sul braccio, guardando il gruppo con sguardo serio. “Formazione, ora.”

Kazuya sbuffò e si voltò verso Shinra con un cenno, mentre Masako iniziava a scaldare i muscoli.

“Non finisce qui,” borbottò Kazuya sottovoce, ma si mise subito in posizione.

Il countdown continuava a scorrere. 3… 2… 1…

Appena il conto alla rovescia toccò lo zero, l’intero campo esplose in un caos organizzato. Squadre corsero in ogni direzione, i cavalli cercavano equilibrio mentre i cavalieri tendevano le mani per afferrare le fasce degli avversari. Alcuni usavano la forza bruta, altri la strategia, e qualcuno tentava di mimetizzarsi tra la confusione.

Kazuya, Shinra e Masako tenevano salda la formazione, con Tomoko come cavaliere in posizione elevata, gli occhi vigili come un radar. Ogni squadra puntava a quelle con le fasce dal punteggio più alto. Era una guerra di numeri, velocità e riflessi.

“Alla nostra sinistra! Squadra 214!” urlò Tomoko, e immediatamente il trio che la sorreggeva sterzò verso destra, evitando un assalto.

Un’altra squadra non fu così fortunata: vennero sbalzati e la fascia volò in aria. Un altro cavaliere la afferrò a mezz’aria, guadagnando punti.

“Shinra, vai più veloce!” gridò Kazuya, con il corpo ancora caldo, pronto a surriscaldarsi se serviva un diversivo.

“Sei tu quello incandescente, spingi tu!” ribatté Shinra.

La battaglia era appena cominciata… e nessuno aveva intenzione di cedere.

Nel pieno del caos, mentre continuavano a schivare squadre e difendere la loro fascia, Kazuya sibilò a bassa voce con un sorriso minaccioso:

“Appena rimaniamo soli, giuro che ti castro, Shinra.”

Shinra sbiancò in volto, letteralmente rallentando il passo per un secondo. “A-Aspetta, cosa?! Ma che ho fatto stavolta?!”

Tomoko, che aveva sentito tutto nonostante il trambusto, si voltò di scatto e, con un tono secco e autoritario, li zittì:
“Smettetela di flirtare con la violenza! Shinra, vai più a sinistra. Kazuya, tieni stabile la formazione! Masako, preparati a saltare se ci saltano addosso. Non possiamo permetterci di perdere nemmeno un punto!”

Kazuya e Shinra obbedirono all’istante, evitando lo sguardo tagliente di Tomoko. Ma tra i due, l’aria restava elettrica… e un po’ pericolosa.

Nonostante le continue punzecchiature tra Kazuya e Shinra e l’autorità glaciale di Tomoko, la squadra riuscì a mantenere la formazione compatta, sfruttando ogni apertura possibile. Masako, agile e precisa, riusciva a prevedere i movimenti delle altre squadre, segnalando il momento giusto per evitare gli attacchi o tendere imboscate.

Kazuya, ancora leggermente incandescente, intimoriva chiunque si avvicinasse troppo, mentre Shinra utilizzava la sua energia oscura per respingere gli avversari senza perdere equilibrio. Tomoko, dal suo posto sopra di loro, guidava ogni passo con strategia millimetrica.

Alla fine, dopo una serie di scontri serrati, riuscirono a rubare più fasce delle altre squadre, accumulando un punteggio totale altissimo. L’annuncio del preside risuonò tra gli applausi e i fischi dell’arena:

“La squadra vincitrice è… Tomoko, Kazuya, Shinra e Masako!”

Kazuya alzò le braccia vittorioso, Shinra sorrise compiaciuto, Masako annuì con un mezzo sorriso e Tomoko… si sistemò gli occhiali, come se la vittoria fosse stata solo un’equazione prevedibile.

“Prossima volta, però,” borbottò Kazuya guardando Shinra di lato, “ti castrerò dopo la sfida.”
“…Grazie?” rispose Shinra, ancora palesemente turbato.

Shinra rimase per un attimo sorpreso, gli occhi che si spalancarono appena prima di socchiudersi piano. Le risate leggere di Kazuya riecheggiarono sopra il brusio degli altri studenti, mentre lo teneva per la divisa e lo baciava con un sorriso divertito sulle labbra.

Tomoko si voltò dall’altra parte, visibilmente infastidita. “Risparmiateci almeno il finale da soap opera, grazie.”

Masako invece alzò un sopracciglio e commentò, scrollando le spalle. “Beh, almeno la vittoria vi ha reso utili… a modo vostro.”

Shinra, ancora col viso un po’ arrossato, si appoggiò a Kazuya ridacchiando. “Se questa è la ricompensa ogni volta che vinciamo, voglio solo tornei con te.”

Da molto lontano, sopra una collinetta artificiale usata dagli spettatori, si intravide Kenji. Aveva le mani infilate in gola per finta, la lingua penzoloni e faceva versi esagerati mentre fingeva di vomitare nell’erba. Poi si buttò a terra in modo teatrale, rotolandosi con una mano sul petto come se stesse per svenire. “QUALCUNO MI AIUTI! L’AMORE MI STA UCCIDENDO!”

Altri studenti si girarono a guardarlo, alcuni ridendo, altri scuotendo la testa. Uno dei professori lo osservò in silenzio con le braccia incrociate, mentre Kenji gridava: “DOVE SONO I SACCHETTI PER IL MAL D’AUTO QUANDO SERVONO?!”

Kazuya lo guardò dall’altro lato del campo e si mise a ridere. “Vado io o ci pensi tu?” chiese rivolto a Shinra, indicando Kenji.

Shinra rise. “Facciamo a turno, oggi tocca a me prenderlo a calci.”

La giornata si concluse con l’ultima sfida individuale, un mix tra abilità, resistenza e strategia. Gli studenti erano stremati, ma l’adrenalina dell’ultimo sforzo li aveva spinti oltre i propri limiti. Quando il fumo della competizione si dissipò, vennero annunciati i vincitori: Shinra al primo posto, Kazuya secondo e Masako terza.

Un’esplosione di applausi riempì il campo, ma subito dopo, come da tradizione, iniziarono i soliti bisbigli tra gli studenti:

“Era ovvio che vincevano loro…”
“Sono i migliori dell’accademia, non c’è storia.”
“Shinra e Kazuya sono imbattibili insieme.”
“Masako poi… ha distrutto chiunque si sia messo sulla sua strada.”

Shinra alzò le mani come a dire ‘troppo facile’ mentre Kazuya lo colpì amichevolmente al fianco con un gomito, borbottando: “Non fare il modesto, lo so che stavi dando il massimo.”

“Solo perché tu eri alle calcagna,” ribatté Shinra con un sorriso provocatorio.

Masako, più in là, si sistemò i guanti con aria indifferente. “Chi parla troppo, spesso finisce quarto la prossima volta.”

Tomoko, seduta in panchina a osservare la scena con le braccia incrociate, alzò gli occhi al cielo. “E io che volevo solo una giornata normale…”

Chapter 21: Vol. 2: Le sfide pt 2

Chapter Text

Era passato un mese da quella frenetica e caotica giornata delle Olimpiadi, e finalmente Shinra e Kazuya si erano ritagliati un momento solo per loro. Un primo appuntamento, vero e proprio. Nessun combattimento, nessuna missione, nessun dio ad apparire all’improvviso — solo loro due.

Il prato dove si erano rifugiati era lontano dall’accademia, circondato da alberi alti e ondeggianti, con fiori selvatici sparsi come se la natura avesse deciso di decorarli solo per quell’occasione. Una coperta era stesa sull’erba, e sopra di essa c’erano una cesta con il pranzo, delle bevande fresche e qualche dolce che Kazuya aveva insistito per portare.

Il cielo stava iniziando a tingersi di sfumature calde, tra arancione, rosa e un viola profondo che cominciava a farsi strada all’orizzonte. Il vento leggero faceva muovere i capelli bicolore di Kazuya, mentre Shinra lo osservava in silenzio, seduto accanto a lui con un’espressione stranamente calma.

«Hai scelto un bel posto,» disse Kazuya, appoggiandosi con le mani dietro la schiena per guardare il cielo. “E con il tramonto… è perfetto.”

Shinra si sporse un po’ in avanti, osservandolo da vicino con un sorriso sornione. “Certo che lo è. Dovevo assicurarmi che il nostro primo appuntamento fosse all’altezza del ragazzo più bello della scuola.”

Kazuya arrossì, voltandosi di lato. “Stai zitto.”

“Oh, ora ti vergogni?” ridacchiò Shinra, poggiando la testa sulla spalla di Kazuya. “Lo sai che ti adoro quando fai così.”

Il sole cominciava a scendere, lento, infuocando il cielo sopra di loro. In quel momento, il mondo sembrava essersi fermato: niente drammi, niente minacce, solo loro, il silenzio del prato, e un tramonto che sembrava fatto su misura per il loro amore.

Shinra non perse l’occasione di continuare a flirtare, il sorriso malizioso stampato sul volto mentre stuzzicava Kazuya con parole dolci e sguardi intensi.

“Sai…” disse piano, accostandosi di più, “quando arrossisci sei ancora più carino. Mi fa venire voglia di baciarti ogni volta.”

Kazuya si voltò di scatto, il viso già color cremisi. “Sh-Shinra!”

“Che c’è?” rise l’altro, sporgendosi ancora di più fino a sfiorargli il naso con il proprio. “Sto solo dicendo la verità. Sei il mio ragazzo, no? Devo pur farti i complimenti…”

Kazuya distolse lo sguardo, cercando inutilmente di coprirsi il viso con una mano. “Sì, ma… non devi dirle così… davanti al cielo e tutto…”

“Davanti al cielo?” ripeté Shinra, ridacchiando. “Allora lo faccio anche per lui. Guarda che bel tramonto si è messo a guardare i tuoi occhi celesti.”

“Sei… insopportabile…” borbottò Kazuya, cercando di sembrare serio, ma con un mezzo sorriso che gli sfuggiva tra le labbra.

Shinra si sdraiò sulla coperta, le mani dietro la testa e uno sguardo sognante. “Chissà, magari un giorno porterò questo ragazzo dal viso rosso ovunque. Anche nel mondo divino, davanti a tutti gli dei… e gli dirò che è mio.”

«Shinra!» esclamò Kazuya, colpendolo piano con un cuscino che avevano portato. “Smettila di dire cose del genere!”

“Ma ti piacciono, ammettilo,” disse Shinra con un sorrisetto, mentre si lasciava colpire senza opporre resistenza. “Anche se fai finta di no.”

E anche se Kazuya non rispose, il rossore sulle sue guance parlava da solo.

Shinra sollevò un sopracciglio mentre sentiva il peso leggero di Kazuya che si adagiava sul suo petto. Il ragazzo non disse nulla, si limitò a stringere tra le braccia uno dei cuscini del pic-nic con aria tranquilla, gli occhi mezzi chiusi e un’espressione serena, ma leggermente imbarazzata.

Shinra lo guardò, poi osservò il cuscino con fare teatrale e sospettoso. “…Davvero? Ti sdrai su di me, e poi abbracci lui?” disse indicandolo con il mento. “Hai a disposizione tutto questo petto muscoloso, caldo e amorevole, e stringi un sacco imbottito?”

Kazuya non rispose subito. Fece solo un piccolo verso assonnato e affondò un po’ di più nel cuscino, nascondendo il viso.

Shinra fece una smorfia esagerata, allungando un braccio verso il cuscino come se volesse strapparglielo via. “Questo è tradimento affettivo, lo sai? Lo chiamerò ‘il rivale’ d’ora in poi.”

“Shinra… sei ridicolo…” mormorò Kazuya, con la voce smorzata dal tessuto, mentre un piccolo sorriso gli piegava le labbra.

“Ridicolo? No. Ferito. Tradito. Emotional damage…” continuò Shinra, con tono melodrammatico, mentre con l’altra mano accarezzava piano i capelli bicolore di Kazuya. “Ma ti perdono… solo perché sei tu.”

Kazuya sospirò piano, rilassandosi di più contro di lui, mentre il cielo si tingeva sempre più d’arancio.

Shinra, dopo essersi lamentato ancora qualche secondo con sguardi accusatori rivolti al povero cuscino innocente, piegò leggermente il capo verso Kazuya. I suoi occhi, neri con quelle leggere sfumature viola, lo fissarono con un misto di affetto e malizia.

“Okay… basta scenate, lo ammetto: sono geloso. Ma c’è solo un modo per rimediare.”

Senza lasciare a Kazuya il tempo di rispondere o fuggire nell’imbarazzo, si avvicinò con calma e delicatezza, accorciando la distanza tra i loro volti. Poi, con un gesto dolce e deciso, Shinra lo baciò. Un bacio lento, tenero, pieno di emozione trattenuta — il tipo di bacio che parlava più delle parole.

Kazuya rimase immobile un attimo, poi chiuse gli occhi e ricambiò, lasciando il cuscino andare, come se tutto il resto in quel momento fosse irrilevante. Il vento accarezzava l’erba intorno a loro, e dietro le nuvole rosate, il sole stava calando lentamente.

Per un istante, il tempo si fermò lì, in mezzo al nulla, tra le risate passate e i sentimenti che finalmente prendevano forma.

I baci tra Shinra e Kazuya si facevano sempre più dolci e lunghi, quasi infiniti, come se volessero recuperare tutto il tempo in cui avevano solo sfiorato quella complicità. Il cielo era ormai dorato e le ombre si allungavano lievi sull’erba.

All’improvviso, il telefono di Kazuya iniziò a squillare. Il suono ruppe l’incanto come una secchiata d’acqua fredda.

Kazuya cercò di scostarsi, imbarazzato: “Aspetta… il telefono…”

Shinra lo ignorò totalmente, continuando a baciarlo con aria finta offesa. “È solo un’interferenza del destino. Fingiamo che non esista.”

“Shinra…!” Kazuya cercava di staccarsi, ma Shinra si aggrappò alla sua vita come una piovra coccolosa, facendo persino un piccolo gemito di protesta infantile.

Alla fine, con uno sforzo eroico, Kazuya riuscì a liberarsi e rispondere al telefono. Sullo schermo c’era scritto “Tomoko”.

“Pronto?”

“Kazuya, dovresti iniziare a prepararti per il test di fine anno. Se vuoi passare in seconda, devi dare il massimo. Non fate tardi.”

“Ah… giusto. Grazie, Tomoko.” Chiuse la chiamata con un sospiro pesante.

Poi si lasciò cadere all’indietro sul plaid da picnic, braccia spalancate verso il cielo: “Ugh… Il secondo anno è un incubo. Nemmeno un giorno di riposo ci lasciano. Pensavo che almeno l’amore fosse una pausa!”

Shinra, ancora mezzo abbracciato a lui, lo guardò con un sorrisetto: “Be’, possiamo studiare insieme… oppure possiamo fingere di studiare.”

Kazuya gli lanciò un’occhiata di sbieco, ridendo piano: “Tu sei il mio problema, non la soluzione.”

Shinra fece una smorfia esagerata, gonfiando le guance e voltandosi di lato con le braccia incrociate come un bambino offeso. “Wow. Il mio cuore. Infranto. A pezzi. Sparsi nel prato.”

Kazuya lo guardò per un attimo in silenzio… poi scoppiò a ridere. “Dai, Shinra… davvero fai così solo perché ho detto la verità?”

“La verità fa male!” rispose lui drammaticamente, senza smettere di tenere la posa teatrale.

Kazuya si mise seduto e lo indicò con un dito, trattenendo a fatica le risate: “Guarda che sei ridicolo. Sembravi tutto figo prima, tipo ‘guerriero protettore divino’… e ora sembri un peluche abbandonato in saldo.”

Shinra sbuffò. “Io sono un guerriero ferito nei sentimenti! C’è differenza!”

Kazuya si avvicinò e gli tirò piano una ciocca di capelli: “Poverino… vuoi che il tuo problema ti dia un bacino per farti passare il dolore?”

Shinra lo guardò di lato con aria sospettosa, ma non disse di no. Solo che era già rosso come un peperone.

Kazuya si avvicinò piano, le dita che sfioravano la guancia di Shinra con fare leggero, quasi distratto, ma il suo sguardo era tutto tranne che innocente.

“Sai, quando ti fai vedere così sensibile…” sussurrò con voce bassa, “mi viene voglia di…” fece una pausa teatrale, mentre Shinra lo guardava confuso e leggermente teso, “di farti cose dolci.”

Shinra si schiarì la gola, cercando di mantenere la calma. “Che tipo di cose dolci…?”

Kazuya gli sorrise, afferrò un macaron color pastello dal cestino del pic-nic, e senza avvertimento glielo ficcò in bocca con forza, facendo sobbalzare Shinra che quasi si strozzò. “Tipo questo! Vedi? Ti vizio come un principe~”

Shinra, con la bocca piena e gli occhi spalancati, lo guardò scioccato mentre Kazuya lo prendeva in giro con voce tenera: “Ti sta bene quel colore… rosa fragola è proprio il tuo stile.”

Poi si sporse un po’ e aggiunse con un sorrisetto malizioso: “Dovresti ringraziarmi. Ti sto nutrendo con amore.”

Shinra cercò di mandare giù il macaron mentre scuoteva la testa, cercando di non ridere. “Tu sei pericoloso.”

“Solo per chi si lascia sedurre,” rispose Kazuya ammiccando, mentre si sporgeva ancora un po’ per dargli un bacio sulla guancia.

I giorni erano volati tra allenamenti, lezioni e momenti di leggerezza rubati nei corridoi dell’Accademia Aegis. E infine, era arrivato il fatidico giorno:
l’esame finale per essere ammessi al terzo anno delle superiori.

Tutti gli studenti del secondo anno erano stati radunati nel grande cortile centrale, dove l’aria vibrava di tensione. Indossavano i loro costumi da hero, ciascuno adattato alle abilità personali. C’era chi si scaldava con esercizi rapidi, chi ripassava mentalmente le strategie, chi invece cercava solo di respirare con calma.

Kazuya sistemava il colletto del suo costume con le mani guantate, cercando di non lasciar trapelare l’ansia. Accanto a lui, Shinra si stiracchiava con noncuranza, lanciandogli uno sguardo laterale e un sorriso sornione.

Il preside salì su una piattaforma sopraelevata, attirando subito l’attenzione. La sua voce era chiara e decisa:

“Ragazzi, oggi è un giorno fondamentale per il vostro percorso da eroi.
Questo esame individuale stabilirà chi sarà pronto a entrare nel terzo anno dell’Accademia Aegis.”

Un mormorio attraversò la folla.

“Vi troverete di fronte a uno scenario simulato in cui i vostri professori interpreteranno i villain. Dovrete affrontarli da soli. Usate ogni risorsa, ogni potere, ogni lezione che avete imparato. Oggi dimostrerete quanto valete veramente.”

Kenji strinse i pugni, determinato. Shinra si avvicinò un attimo a Kazuya e gli sussurrò: “Chi arriva ultimo paga la cena. Ma non preoccuparti, ti lascio il dessert.”

Kazuya lo spinse via con il gomito, ma un piccolo sorriso gli si disegnò sul volto. “Fatti trovare, allora.”

Il test stava per iniziare.
Uno per uno, sarebbero stati chiamati nel campo di simulazione.

Era il momento di brillare.

Le grandi porte dell’arena si spalancarono e gli studenti si riversarono all’interno, ognuno diretto verso la propria prova. L’esame per l’ammissione al terzo anno era finalmente iniziato. Kazuya si allontanò dal gruppo, seguendo il proprio istinto, finché non si trovò davanti a una figura solenne:

Il professor Raito Kazehara, docente di tutte le materie teoriche, lo aspettava in silenzio. I suoi occhi brillavano di una luce bluastra mentre attivava il suo Quirk: Chrono Dominion, il dominio del tempo.

L’aria attorno a lui divenne pesante, come se il tempo stesso rallentasse ogni movimento.

“Benvenuto, Todoroki,” disse con tono calmo ma carico di autorità. “Mostrami di cosa sei capace.”

Kazuya non rispose subito. Invece, tirò fuori un piccolo coltello da combattimento e con un rapido gesto si fece un taglio sull’avambraccio. Il sangue iniziò a colare, e appena uscì dal corpo, divampò in fiamme.

“Non posso controllare il tempo… ma il mio sangue può fare un bel casino,” sibilò Kazuya con un sorriso.

Il ragazzo mosse la mano ferita con precisione, facendo roteare alcune gocce di sangue incandescente attorno a sé. Con un gesto rapido, ne lanciò una contro il terreno vicino a Raito: l’esplosione fu secca e improvvisa, spezzando per un attimo l’effetto di rallentamento del Quirk del professore.

Il combattimento era cominciato. Tempo contro sangue. Strategia contro istinto.

Il terreno fumava ancora per l’esplosione quando Kazuya si abbassò di scatto, poggiando la mano libera a terra. Una sottile brina si diffuse velocemente sotto i suoi piedi, poi si espanse con violenza verso Raito.

Un’ondata di ghiaccio si sollevò come una cresta d’onda, cercando di intrappolare il professore all’interno di una prigione gelida.

“Fuoco e sangue non bastano a rallentarti? Allora vediamo come te la cavi col freddo,” sussurrò Kazuya, gli occhi celesti brillanti di concentrazione.

Raito sorrise appena, evitando per un soffio l’ondata gelida grazie a un’accelerazione improvvisa del tempo intorno a lui. Ma Kazuya non si fermò: un’altra scheggia di sangue esplosivo roteava tra le sue dita, pronta ad accendersi con un bagliore letale.

Ora il campo era una danza di ghiaccio tagliente, sangue infuocato e esplosioni controllate, mentre il tempo stesso sembrava vacillare sotto la pressione del combattimento.

Il professore Raito Kazehara avanzò lentamente verso Kazuya, il suo sguardo tagliente come una lama.

“Non importa quanto ti sforzi,” disse con tono gelido. “Rimarrai sempre un’ombra. Figlio di due criminali… davvero pensavi di poter essere qualcosa di diverso? Il tuo destino è già scritto, e non è tra gli Hero.”

Kazuya serrò i pugni, il respiro si fece irregolare. Sentiva il sangue ribollire nelle vene, la rabbia mista al dolore. Si ferì di proposito con un rapido movimento, lasciando colare il proprio sangue sulla punta di una lancia di ghiaccio appena creata.

“Non decidi tu dove devo stare!” urlò, la voce carica di furia. “Non sarò come loro… mai!”

Con uno scatto potente, scagliò la lancia insanguinata verso Raito, che sorrise appena, un lampo di energia lo avvolse e sparì da davanti all’arma un istante prima che lo colpisse.

“Interessante,” mormorò alle sue spalle, riapparendo con un guizzo di energia temporale. “Ma ancora troppo lento.”

Kazuya si voltò di scatto, gli occhi celesti ardenti di determinazione. “Non ho finito.”

Raito ridacchiò mentre schivava con facilità ogni colpo di Kazuya, muovendosi con la precisione letale di chi domina il tempo.

“Patetico. È tutto qui il potere del figlio dei tuoi genitori?” disse mentre lo evitava ancora una volta. “Stai solo recitando la stessa parte, Todoroki. Sei nato da mostri… e morirai come loro.”

Con un colpo secco lo atterrò, scaraventandolo a terra con violenza. Gli piantò un ginocchio sulla schiena, tenendogli il viso premuto contro il suolo.

“Guarda che posizione ridicola. Non sei un eroe, sei solo un errore.”

Il corpo di Kazuya tremava sotto la presa, non più solo di rabbia ma di un dolore sordo e bruciante nell’anima. Le lacrime gli scesero dagli occhi… ma non erano normali. Erano gocce incandescenti, fuoco puro.

Le fiamme iniziarono ad avvolgere i suoi capelli, trasformandoli in un fuoco vivo e selvaggio. Un ringhio gli sfuggì dalle labbra mentre il calore cresceva.

“Non… parlare più dei miei genitori…” sibilò.

E poi, spalancò la bocca e sputò una fiammata diretta sulla mano del professore. Raito gridò e si ritrasse di scatto, la pelle bruciata in parte dalle fiamme improvvise.

Kazuya si alzò a fatica, il volto sporco di terra e sangue, ma gli occhi brillavano di una luce feroce.

“Non sono come loro… ma se devo usare il loro fuoco per dimostrartelo… allora brucerò tutto.”

Kazuya tremava mentre il respiro gli si faceva più profondo e irregolare. Le sue pupille si restringevano come quelle di una belva in caccia, e il calore che emanava da lui era ormai insopportabile anche a distanza.

Il fuoco attorno a lui esplose in un’onda improvvisa, trasformandosi da rosso ardente a un blu glaciale, fino a tingersi di un verde velenoso e vibrante. La sua voce, ormai alterata, era un ringhio profondo, privo di umanità.

“Lasciami… stare!”

Con uno scatto animalesco si lanciò contro il professore, le mani avvolte da fiamme verdi che crepitavano come se avessero vita propria. Ogni passo lasciava segni carbonizzati a terra, e ogni attacco sembrava mosso da pura furia, non più strategia.

Il fuoco non era più solo potere: era rabbia pura, era dolore trasformato in distruzione.

Raito si ritirava con movimenti rapidi, ora più concentrato, sorpreso dal cambiamento improvviso. “Sta… perdendo completamente il controllo.”

Kazuya non ascoltava più. I suoi occhi erano completamente incendiati, e tutto il suo corpo sembrava quello di una creatura fatta di fiamme e rabbia. Non c’era più distinzione tra sé e il potere. Ora era solo una bestia infuocata pronta a incenerire tutto.

Kazuya si bloccò di colpo, i muscoli tesi e il respiro ansimante. Le fiamme verdi che avvolgevano il suo corpo cominciarono a stringersi su di lui come catene roventi, bruciandogli la pelle già ferita. Un gemito soffocato gli sfuggì dalle labbra mentre si portava una mano al petto.

“Che… cos’è questa sensazione?” pensò, stringendo i denti.

Le fiamme verdi si affievolirono rapidamente, quasi respinte dal suo stesso corpo, sostituite da un fuoco blu intenso e vibrante, stabile, ma altrettanto potente. Un fuoco che non lo divorava, ma che rispondeva alla sua volontà.

Alzò lo sguardo, gli occhi ancora accesi di luce, ma questa volta lucidi e consapevoli. Una nuova determinazione si accese in lui.

“Basta parole.”

Con un’esplosione di energia, si lanciò di nuovo verso il professore Raito, la fiamma blu che gli danzava attorno come un’aura. I suoi colpi divennero precisi, controllati, ma ogni volta che colpiva, il fuoco si intensificava. Una raffica dopo l’altra, riuscì a colpire il professore più volte, costringendolo alla difensiva.

Raito cercava di riprendere terreno, ma Kazuya ormai aveva invertito la marea. Il ragazzo che prima era sopraffatto dalla rabbia, ora combatteva con lucidità, alimentato dalla sofferenza ma guidato dalla volontà di non essere più schiacciato dal passato.

“Non decidi tu chi sono.” Urlò Kazuya tra un colpo e l’altro, “Io non sono i miei genitori. Io sono me.”

Il professore Raito barcollò all’indietro, il respiro spezzato e le mani ustionate. Le sue ginocchia cedettero e crollò a terra con un tonfo sordo. Il suo sguardo, ormai appannato e tremante, si sollevò verso la figura di Kazuya, ancora avvolta in quella fiamma blu viva e instabile.

Per un attimo, la mente di Raito vacillò tra presente e passato. Quegli occhi brillanti, il fuoco che bruciava con ferocia e determinazione… non vide più lo studente davanti a sé.

“Tu… tu sei… Dabi…” sussurrò con voce roca, quasi un sussulto di terrore e confusione.

La visione si fece sfocata mentre le sue palpebre si abbassavano. Il nome del villain gli rimase impresso sulla lingua un istante prima di perdere conoscenza. Il suo corpo si afflosciò sul pavimento dell’arena, inerme.

Kazuya rimase immobile, il petto che si alzava e abbassava pesantemente. Le fiamme blu lentamente si ritirarono, lasciandolo solo, tremante, con il respiro ancora affannato e il cuore che batteva all’impazzata. Aveva vinto… ma quelle ultime parole del professore gli si piantarono dentro come un ago rovente.

Le fiamme blu esplosero di nuovo attorno a Kazuya quando vide le sagome muoversi contro di lui. I suoi occhi erano spalancati, fissi, iniettati di fuoco. Non c’era più distinzione tra alleati e nemici.

Dall’alto, diversi professori si lanciarono contemporaneamente su di lui nel tentativo di immobilizzarlo. Alcuni attivavano i propri poteri per contenere il calore, altri cercavano di colpirlo con onde d’urto o barriere protettive. Ma Kazuya reagì d’istinto, come una bestia in gabbia.

“Stanno arrivando… vogliono fermarmi… VOGLIONO FARMI DEL MALE!” urlò, la voce distorta dal fuoco e dalla paura.

Le sue mani si aprirono e il sangue, già colante dalle ferite, si incendiò all’istante, creando serpenti infuocati che frustarono l’aria. Colpivano a casaccio, fendendo le difese dei professori, spingendoli indietro.

Una colonna di ghiaccio si alzò da terra, seguita da un’esplosione rossa: Kazuya aveva mischiato i suoi poteri e scagliato contro di loro un attacco devastante. Ogni passo che faceva lasciava una scia incandescente, e ovunque si girasse, un’esplosione pronta a sbocciare.

I professori, ora più cauti, si guardarono tra loro. Alcuni cominciavano a dubitare:
“Non possiamo prenderlo con la forza… sta entrando in uno stato instabile!”
“È pericoloso… per sé stesso e per gli altri!”

Nel mezzo della battaglia, Kazuya era solo. Intrappolato nella sua furia. E in quella fiamma blu che urlava più forte di lui.

Shinra arrivò correndo, il cuore in gola e gli occhi pieni d’ansia. Le fiamme blu erano visibili da lontano, e il campo dell’arena era ormai irriconoscibile. Il terreno era carbonizzato, l’aria vibrava di calore, e i professori cercavano disperatamente di contenere Kazuya, sempre più fuori controllo.

Shinra si fece largo tra i detriti e le barriere di sicurezza, senza esitare. Sapeva cosa doveva fare. Atena gliel’aveva insegnato: “Quando l’oscurità lo inghiottirà, dovrai ricordargli chi è.”

Si fermò a pochi metri da Kazuya, il volto contratto dal dolore e dalla determinazione. “Kazuya! Sono io! Guardami!” gridò, ma il suo compagno non rispose. Le fiamme azzurre lampeggiavano con sfumature verdi, e Kazuya continuava a muoversi come una creatura selvaggia, pronto a colpire ancora.

Masako, poco più indietro, osservava tutto con un’espressione attonita. “…L’ho sempre considerato impulsivo, ma questo… questa è potenza bruta. Controllata, avrebbe potuto essere inarrestabile.” Pensava, stringendo i pugni. “L’ho sottovalutato. E di grosso.”

Shinra si avvicinò ancora. Il calore lo bruciava, ma non si fermò. Le sue mani si illuminarono di una debole aura viola, il potere di Atena che si attivava. Si avvicinò ancora un passo, poi due, e infine… lo abbracciò.

“Va tutto bene. Sono qui. Sei tornato, Kazuya. Non sei solo.”

Il contatto fu come uno schiocco nella mente di Kazuya. Le fiamme tremarono. La luce verde si spense. Le mani si abbassarono lentamente. I suoi occhi, carichi di rabbia, si velarono di lacrime. Poi… crollò. Sulle ginocchia, tra le braccia di Shinra.

“Shinra…” mormorò, la voce incrinata. “Ho… ho perso il controllo.”

“Ma sei tornato. E ci sei riuscito da solo,” sussurrò Shinra, stringendolo ancora più forte.

Kazuya, ancora tremante tra le braccia di Shinra, si rannicchiò contro il suo petto. Le sue dita si aggrappavano al tessuto della divisa dell’altro come se temesse che, mollando la presa, potesse scomparire. Le lacrime scendevano calde e silenziose sulle sue guance, ma presto la voce gli si spezzò in gola.

“Mi ha detto… che non potrò mai essere un Hero…” sussurrò, a fatica. “Che il mio posto è tra i villain. Che sono solo il figlio di Dabi… e nient’altro.”

Si morse il labbro, il viso nascosto nel collo di Shinra, e le lacrime iniziarono a cadere più veloci, come se le stesse parole lo avessero spezzato di nuovo.

“Diceva che non importa quanto mi sforzi… che dentro di me c’è solo distruzione. E… e forse aveva ragione. Non riuscivo a smettere, Shinra. Ho visto le sue mani bruciare, ma non… non riuscivo a fermarmi…”

Il corpo gli tremava, e ogni singola parola sembrava un peso troppo grande da portare. “Io non voglio essere come lui. Non voglio far male a nessuno. Ma mi sento… sbagliato. Sempre.”

Shinra non rispose subito. Lo tenne stretto, lasciando che piangesse tutto quello che aveva dentro. Poi, con dolcezza, gli sollevò il viso e gli asciugò le lacrime con le dita.

“Kazuya… tu non sei lui. Tu sei mio, e sei tuo. E ogni giorno combatti per essere diverso. Quello che è successo oggi non cambia niente. Anzi… dimostra solo quanto sei forte.”

Poi gli sorrise piano. “E la prossima volta che qualcuno dice che il tuo posto è con i villain… beh, digli che il tuo ragazzo ti ha già prenotato un posto tra gli Hero.”

Kazuya rise piano, con il viso ancora arrossato e gli occhi lucidi, poi si sporse e lo baciò con un affetto che aveva un retrogusto di gratitudine e amore profondo. Il fuoco dentro di lui, almeno per quel momento, sembrava essersi calmato.

Da lontano, su un tetto poco distante, Kenji li guardava inorridito, piegato in avanti con una mano sulla fronte e l’altra sullo stomaco.

“Bleeeh! Troppo zucchero! Sto vomitando arcobaleni!” urlò, con teatralità esasperata, mentre fingeva di cadere all’indietro come se l’amore altrui lo stesse uccidendo.

Masako, accanto a lui, alzò un sopracciglio e commentò secca:
“Kenji, sei solo geloso perché nessuno vuole baciarti.”

Kenji si sollevò solo per rispondere:
“Preferisco la solitudine all’intossicazione da romanticismo!”

E si rimise a fingere di soffrire, esagerando ogni suono come se fosse in un’opera teatrale.

Masako lo guardò con un’espressione indecifrabile e chiese, con voce piatta ma curiosa:
“Ti piaceva Light, vero?”

Kenji fece un mezzo sorriso amaro, le mani nelle tasche della giacca.
“Già… ma tanto ha occhi solo per Shinra,” ammise, scrollando le spalle. “E Shinra è già preso. Quindi… soffro in silenzio, come un personaggio secondario in un dramma scolastico.”

Masako lo osservò un secondo in più del necessario, poi sbuffò e incrociò le braccia.
“Ma che ci trovano tutti in Shinra? Pure Scarlett sbava dietro a lui. Sembra che si sia messo un incantesimo addosso.”

Kenji alzò gli occhi al cielo, frustrato.
“Non ne ho idea! Forse è quel suo sorrisetto da str…atega o il modo in cui si lancia nei guai col cuore in mano. Oppure è il fatto che non ha mai una maglietta addosso quando c’è bisogno di restare vestiti.”

Masako fece un mezzo sorriso sarcastico.
“Quindi dici che dovrei iniziare anche io a togliermi la maglietta, per diventare popolare?”

Kenji la guardò per un attimo e scoppiò a ridere.
“Magari comincia con un sorriso. È meno drastico.”

Masako fece finta di alzare il pugno ma sorrise appena, complice.

Il preside batté le mani due volte con forza, facendo riecheggiare il suono nell’arena ancora scossa dagli eventi. La sua voce si alzò potente sopra i mormorii degli studenti e il fruscio del vento:

“Silenzio, ragazzi. La prova di oggi finisce qui.”

Tutti si voltarono verso di lui, chi ancora scosso, chi visibilmente esausto.

“Avete dato il massimo, ognuno a modo suo. Prendetevi la serata per riposare. Domani discuteremo i risultati. Per ora, tornate a casa.”

Con quel semplice ordine, la tensione calò. Gli studenti cominciarono a muoversi lentamente, alcuni ancora commentando sottovoce, altri trascinandosi via con i costumi sporchi e rovinati. Ma ognuno, nel proprio silenzio, sapeva che quell’esame aveva segnato un punto importante.

Chapter 22: Vol. 2: Una Notte tra Dei e Desideri

Chapter Text

Appena Kazuya e Shinra varcarono la soglia di casa, furono accolti da una figura familiare in piedi al centro del soggiorno: Bryan, con il suo solito sorriso calmo e affettuoso. Kazuya spalancò gli occhi, incredulo.

“Bryan?!”

Non aspettò una risposta. Si lanciò verso di lui, stringendolo in un abbraccio carico di emozione. “Fratellone!” sussurrò con la voce spezzata, mentre le lacrime gli rigavano il volto.

Bryan gli accarezzò dolcemente la testa. “Sono tornato, Kazu. E questa volta resto. Vivrò qui con voi.”

Quelle parole fecero crollare ogni briciolo di autocontrollo in Kazuya, che singhiozzò forte, stringendosi ancora di più a lui. Shinra osservava la scena con un sorriso intenerito, rimanendo discretamente a lato.

Nel frattempo, Gojo e Geto apparvero sulla soglia della casa, notando subito il ritorno dei ragazzi. Geto, con il suo tono calmo, salutò: “Bentornati, voi due.”

Gojo invece si preparò a modo suo: “Mio figlio adottivooo!” urlò spalancando le braccia e lanciandosi per abbracciare Shinra con entusiasmo.

Shinra, con un riflesso freddo e preciso, fece un passo di lato.

THUD

Gojo finì per stendersi a terra con un gemito teatrale. “Ah! Tradito da mio figlio… che dolore… nel cuore!”

Geto si coprì il volto con una mano, mentre Bryan, Kazuya e Shinra scoppiarono a ridere. L’atmosfera si era finalmente fatta leggera e familiare.

Kazuya, asciugandosi ancora qualche lacrima, lanciò uno sguardo a Shinra e fece una smorfia divertita.
“Comunque… ti comporti uguale a Gojo, eh.”

Shinra spalancò gli occhi, portandosi subito un dito alle labbra per fargli segno di smettere: “Taci subito.”

Ma Gojo, che aveva colto ogni parola, si illuminò. “Davvero?! Davvero?!” E senza perdere un secondo, si lanciò addosso a Shinra stringendolo in un abbraccio esageratamente affettuoso. “Mio figlio è proprio come me! Sono così orgoglioso!”

Shinra, intrappolato tra le braccia di Gojo, guardò Kazuya con aria rassegnata. “Mi vendicherò.”

Kazuya rise, mentre Geto sospirava a fondo: “È proprio come vivere con due bambini.”

Kazuya si staccò delicatamente dall’abbraccio di Bryan, asciugandosi il viso con la manica. “Bry, devo dirti una cosa,” disse, con un mezzo sorriso e lo sguardo un po’ esitante.

Shinra, che si era finalmente liberato della morsa di Gojo, si avvicinò a lui, affiancandolo in silenzio.

Kazuya prese un respiro profondo. “Io e Shinra… siamo fidanzati.”

Bryan rimase per un secondo immobile, sbattendo le palpebre. “Fidanzati…?” ripeté, come se dovesse elaborare bene la parola. Poi guardò suo fratello, poi Shinra. “E ti tratta bene?” chiese serio, ma con tono protettivo.

Shinra annuì. “Sempre.”

Bryan lo fissò un secondo più del dovuto, incrociando le braccia. Lo sguardo si fece un po’ più cupo, quasi intimidatorio. “Meglio per te.”

Kazuya sospirò, colpendo il braccio del fratello con affetto. “Non spaventarlo, Bry.”

“Sto solo facendo il mio dovere da fratello maggiore,” rispose Bryan, finalmente accennando un mezzo sorriso.

Bryan rise divertito e scompigliò i capelli di Kazuya. “Ti ricordi che domani è il tuo compleanno, vero?” chiese con un sorriso.

Kazuya si bloccò, gli occhi sgranati. “Eh?! No… me l’ero completamente dimenticato!” ammise, visibilmente confuso.

Geto, che stava rientrando con Gojo dopo aver assistito alla scena, incrociò le braccia e scosse la testa. “Come fai a dimenticare il tuo stesso compleanno?” commentò, quasi esasperato.

Kazuya si strinse nelle spalle, imbarazzato. “Non lo festeggio da quando avevo tre anni… quindi, alla fine, mi dimentico sempre che esiste,” ammise a bassa voce, grattandosi la nuca.

Shinra, che era rimasto accanto a lui, lo guardò con tenerezza, già iniziando a pensare a come rendere quel giorno speciale.

Geto sorrise in modo soddisfatto, appoggiando una mano sulla spalla di Kazuya. “Non preoccuparti, questa volta la tua festa sarà perfetta,” disse con tono deciso.

Kazuya lo guardò confuso, mentre Geto continuava: “Abbiamo già organizzato tutto. Abbiamo invitato anche Kenji, Tomoko e Light. Sarà una giornata che non dimenticherai mai.”

Kazuya arrossì leggermente, ancora incredulo che qualcuno si fosse preso la briga di preparare qualcosa per lui. Shinra, di fianco, gli diede una leggera spinta col fianco, sorridendo: “Stavolta niente scuse, ti toccherà divertirti.”

Bryan annuì energicamente, pronto a rendere la giornata del fratellino memorabile.

Bryan sorrise mentre estraeva con cura dalla busta un elegante vestito gotico dai toni rosso scuro, adornato con veli in pizzo nero e dettagli raffinati. Il taglio aderente e la linea sinuosa lo rendevano affascinante e unico.

“È per te, Kazuya. Appena l’ho visto, ho pensato subito che fosse perfetto,” disse con un tono affettuoso.

Kazuya rimase senza parole, gli occhi lucidi e il respiro corto dall’emozione. “È… davvero per me?”

“Vai a provarlo,” lo incoraggiò Bryan con un sorriso.

Senza aggiungere altro, Kazuya annuì emozionato e corse a cambiarsi, stringendo tra le braccia il vestito con immensa felicità.

Kazuya tornò nella stanza con passo incerto, stringendosi le mani davanti al vestito per l’imbarazzo. Le luci morbide della casa illuminavano ogni dettaglio dell’abito gotico, con le sfumature di rosso che sembravano riflettere la luce come braci sotto la seta. Il tessuto aderiva con eleganza al suo corpo, mettendo in risalto la sua silhouette slanciata, mentre il pizzo scuro cadeva come ali sulle sue braccia. Aveva raccolto leggermente i capelli per lasciare scoperto il collo, e il contrasto tra la sua pelle chiara e i colori profondi dell’abito rendeva la scena quasi irreale.

“Allora… vi sembra troppo?” chiese con voce esitante, abbassando lo sguardo, arrossito.

Bryan fu il primo a rispondere, con un sorriso fiero e una luce commossa negli occhi. “Ti sta perfettamente, piccolo. È esattamente come lo immaginavo.”

Geto annuì con un’espressione serena e approvante. “Hai un portamento naturale. Ti dona.”

Gojo applaudì piano con un sorriso affettuoso. “Se non fossi già tu il protagonista della serata, ora lo saresti di sicuro.”

Kazuya sorrise timidamente, ma i suoi occhi cercarono istintivamente solo uno sguardo: quello di Shinra.

Lui non diceva nulla. Era immobile, quasi trattenesse il fiato. I suoi occhi, profondi e neri con leggere sfumature viola, erano fissi su Kazuya. Lo guardava come se fosse la cosa più bella che avesse mai visto. Il tempo, per un istante, sembrava essersi fermato solo per lui.

“Shinra…?” mormorò Kazuya, confuso da quel silenzio.

Shinra si avvicinò lentamente, senza distogliere lo sguardo. Sembrava faticare a trovare le parole, ma alla fine, con voce profonda e piena di stupore, disse solo: “Sei… sei meraviglioso.”

Kazuya arrossì ancora di più, sorridendo piano. Il suo cuore batteva all’impazzata, non tanto per l’abito… ma per quello sguardo.

Gojo batté le mani con entusiasmo, rompendo l’incanto del momento con la sua solita energia contagiosa. “Okay, okay! Basta emozioni da melodramma romantico… Stasera si festeggia sul serio!”

Tutti lo guardarono mentre faceva un passo avanti con un sorriso sornione. “Ho già prenotato un locale bellissimo in città. Ci meritiamo una serata fuori, elegante e divertente. E no, non si accettano rifiuti.”

Shinra sbuffò appena, ma Gojo lo fissò con aria teatrale, puntandogli un dito contro. “E tu, mio caro figlio adottivo, non pensare di presentarti con quella maglietta scolorita. Vai a cambiarti, subito. Giacca. Cravatta. O ti ci infilo io di forza.”

Shinra roteò gli occhi ma accennò un sorriso divertito. “Sapevo che sarebbe finita così…”

“Bravo ragazzo,” rispose Gojo con finta autorità. “Su, forza! Il tempo stringe. Il mondo deve vedere quanto sono fighi i miei figli!”

Kazuya rise piano, mentre Shinra si allontanava a malincuore verso la sua stanza, borbottando qualcosa su quanto Gojo fosse peggio di un padre vero. Ma la leggera piega sulle sue labbra tradiva quanto in fondo fosse felice.

Bryan, ancora con un mezzo sorriso stampato in volto, si voltò per dire qualcosa a Kazuya, ma rimase senza parole. “Aspetta un attimo… Kazuya, voltati un secondo.”

Kazuya, incuriosito, si voltò lentamente. Appena i suoi occhi incrociarono la figura elegante e imponente di Atena, sobbalzò di colpo, emettendo un piccolo grido. Senza pensarci due volte, saltò tra le braccia di suo fratello, aggrappandosi come un gattino spaventato. “Ma che ci fa qui?!”

Atena rise con grazia, portandosi una mano alla bocca. “Hai ancora così tanta paura di me, piccolo erede del fuoco?” Poi il suo sguardo si addolcì e aggiunse con voce più morbida: “È vero che domani è il tuo compleanno?”

Geto si fece avanti, ancora sorpreso dalla sua presenza. “Sì… lo è. Ma come fai a saperlo?”

Prima che Atena potesse rispondere, un lampo dorato illuminò l’aria accanto a lei. Un giaguaro apparve con eleganza regale, si stiracchiò come fosse appena uscito da un sogno, e in un battito d’occhio mutò forma: il felino lasciò spazio alla figura aggraziata ma vivace di Dioniso, vestito con drappi color porpora e un sorriso malizioso.

“Come potevo mancare a una festa del genere?” disse allargando le braccia. “Una celebrazione divina merita… una presenza divina.”

Kazuya, ancora tra le braccia di Bryan, si voltò verso Dioniso e sorrise piano. “Va bene… se volete venire tutti, siete i benvenuti.”

Dioniso fece un piccolo inchino esagerato. “Allora sarà una notte indimenticabile.”

Proprio mentre l’atmosfera cominciava a scaldarsi, con Dioniso che gesticolava entusiasta per la festa imminente, le porte si spalancarono di colpo.

Ermes fece il suo ingresso con la sua solita aria sbarazzina e il bastone alato appoggiato alla spalla. “Aspettate un secondo…” disse con un sorrisetto curioso. “Ho sentito parlare di una festa. È vero?”

Dioniso si voltò verso di lui con gli occhi che brillavano. “Certo che è vero! Domani si festeggia il compleanno del nostro caro Kazuya. E sarà leggendario!”

I due iniziarono a sclerare insieme, quasi danzando per la stanza con entusiasmo esagerato, parlando di musica, cibo, vino e decorazioni con toni esagerati e teatrali, come due attori sul palco.

Gojo si appoggiò allo stipite della porta, alzando un sopracciglio. “Un attimo. Ma perché ci siete voi? Dei… veri e propri dèi?”

Atena, calma come sempre, si voltò verso di lui con grazia. “Perché Shinra è il mio allievo diretto. Gli ho trasmesso parte della mia conoscenza e della mia disciplina.” Poi il suo sguardo si spostò su Kazuya. “Lui invece è seguito da un altro dio, un mentore diverso, ma ugualmente importante. Anche Tomoko ha ricevuto l’interesse divino, per la sua genialità.”

Gojo rimase in silenzio per qualche secondo, poi sospirò. “Questa casa sta diventando sempre più… mitologica.”

Shinra scese le scale aggiustandosi i polsini della camicia con aria tranquilla, ma si fermò di colpo appena vide la scena davanti a sé: Atena, Dioniso ed Ermes nella sala, tutti e tre immersi in un’atmosfera quasi surreale.

“Che… sta succedendo esattamente?” chiese guardando soprattutto Atena, sperando in una risposta razionale.

Atena, con il suo solito tono pacato, accennò un sorriso e rispose: “Nulla di importante, solo un’improvvisata.”

In quel momento Ermes si avvicinò con passo leggero, gli occhi che brillavano di malizia. “Caro,” disse con enfasi affettata, inclinando leggermente il capo, “ma guarda un po’ che fascino, sei venuto vestito per conquistare il mondo o solo il cuore del nostro Kazuya?”

Si mise a ridacchiare mentre girava attorno a Shinra come se lo stesse valutando, divertito. “Ma che eleganza, davvero… quasi mi fa venire voglia di mettermi in ghingheri anch’io.”

Shinra sbuffò leggermente, abituato ormai ai toni teatrali degli dèi, ma non poté evitare di arrossire un po’, soprattutto mentre Kazuya lo guardava trattenendo a stento le risate.

Shinra si avvicinò con passo deciso e, senza dire una parola, circondò la schiena di Kazuya con un braccio saldo, tirandolo a sé con dolcezza ma fermezza. Lo teneva stretto, quasi a volerlo proteggere da tutto ciò che li circondava.

“Abbiamo un appuntamento da rispettare,” disse con tono calmo ma fermo, guardando Dioniso ed Ermes con un’espressione che voleva essere seria, anche se un po’ arrossata.

“Uuuh, che possessivo…” commentò Dioniso, portandosi una mano alla bocca in modo teatrale. “Sembra che il nostro Shinra non voglia proprio condividerlo!”

“Ma guarda quanto sono adorabili,” aggiunse Ermes, piegando il capo con un sorrisetto. “Quasi quasi li accompagniamo per assicurarci che non saltino i convenevoli.”

Gojo scoppiò a ridere divertito, piegandosi in avanti. “Eccoli, gli dèi dell’amore… ma versioni moleste.”

Kazuya, con le guance completamente rosse, nascondeva il viso nel petto di Shinra. “Portami via prima che dicano altro…” mormorò.

Shinra fece solo un mezzo sorriso e lo guidò verso la porta, ignorando il chiacchiericcio dietro di loro.

Shinra e Kazuya si allontanarono piano, fianco a fianco, quando Shinra si voltò d’istinto verso l’ingresso della casa. Bryan era lì, appoggiato allo stipite con le braccia incrociate e un sorrisetto sinistro. Alzò lentamente una mano, puntò due dita verso i suoi occhi e poi li rivolse verso Shinra, mimando un chiaro: “Ti tengo d’occhio.” Poi, con un sorriso innocente, gli fece il gesto del taglio alla gola.

Shinra deglutì a vuoto. “Perfetto… sono morto.”

Kazuya lo guardò di lato, trattenendo una risata. “Benvenuto in famiglia.”

Appena i due furono fuori, Dioniso, che aveva osservato tutta la scena con una certa curiosità, si avvicinò sornione a Bryan. “Mmm… severo e protettivo, eh? Mi piacciono i tipi intensi.” Gli fece l’occhiolino. “Se non ti va di controllare tuo fratello tutta la sera… potrei distrarti un po’ io.”

Bryan si voltò lentamente verso di lui, lo squadrò dall’alto in basso. “Dioniso, giusto?”

“Il solo e inimitabile,” rispose lui, con un inchino esagerato e un sorriso smagliante.

Bryan sospirò, incrociando le braccia. “Ti avviso: se provi a ubriacarmi con le tue strane pozioni, finisci legato a un albero.”

Dioniso rise sonoramente. “Oh, minaccioso… mi intrighi sempre di più.”

Bryan lo fissò per qualche secondo, poi sorrise di lato, incuriosito. “Sei un tipo diretto, eh?”

Dioniso gli fece un occhiolino, con un sorrisetto malizioso. “Con chi vale la pena, sempre. Allora, che ne dici? Vieni con me sull’Olimpo stasera? Solo noi due. Vino, musica, stelle… e magari qualche piccolo eccesso.”

Bryan alzò un sopracciglio, divertito. “Mi stai invitando a un appuntamento divino la sera prima del compleanno di mio fratello?”

Dioniso si avvicinò, abbassando la voce in un tono più morbido. “Un piccolo regalo anticipato. Ti riporto sano e salvo… forse.”

Bryan rise, incrociando le braccia. “Sai che c’è? Mi hai convinto. Ma se finisco rapito o ubriaco per tre giorni, ti assumo come responsabile legale.”

Dioniso fece un piccolo inchino teatrale. “Accetto con onore! Preparati, sarà una notte da leggenda.”

Ermes sbuffò con finta gelosia. “Ugh, sempre tu che li porti via tutti…”

Bryan guardò Dioniso con un mezzo sorriso. “Dai, fammi vedere se gli dei sanno davvero divertirsi come si dice.”

Bryan, con un sorriso ironico, si chinò verso Dioniso e gli diede un bacio veloce sulla guancia. “Consideralo un anticipo, divino.”

Dioniso però non perse tempo: afferrò Bryan per la vita con una velocità sorprendente, lo attirò a sé e lo baciò con passione, senza preavviso.

Bryan aprì appena gli occhi, colto di sorpresa, ma non sembrava del tutto dispiaciuto.

“Troppo lento,” sussurrò Dioniso con un sorriso affascinante, e con uno schiocco di dita, sparirono in un lampo dorato.

Atena sbuffò, incrociando le braccia. “Come al solito, impulsivo.”

Ermes scoppiò a ridere. “Almeno stavolta non ha rapito un intero gruppo musicale… solo un bel ragazzo!”

Ermes, ancora ridacchiando, fece un elegante inchino con un cenno della mano. “Cari, è stato un piacere. Divertitevi anche senza di me!”
Poi svanì in una scia di piume dorate e scintille leggere.

Geto, con la sua solita calma, si voltò verso Atena. “Ti andrebbe un po’ di tè caldo? È appena pronto.”

Atena annuì con un piccolo sorriso. “Accetto volentieri, grazie. Dopo tutto, anche una dea ha bisogno di una pausa ogni tanto.”

I due si incamminarono verso la cucina, mentre la casa ritrovava un momento di quiete dopo l’improvvisa visita divina.

Nel frattempo, Kazuya e Shinra erano arrivati in un locale elegante del centro città, con luci calde, vetrate luminose e una terrazza affacciata sui tetti. L’atmosfera era perfetta: serata tiepida, musica di sottofondo jazzata, e un’accoglienza raffinata che metteva subito a proprio agio. Kazuya, ancora un po’ timido nel suo vestito gotico, camminava accanto a Shinra, che ogni tanto si girava per lanciargli sguardi pieni d’affetto.

Mentre cercavano il tavolo riservato, Kazuya si voltò per osservare le luci della terrazza, ma nel farlo finì per urtare qualcuno. Il colpo fu lieve, ma bastò a farlo barcollare di un passo indietro. Quando alzò lo sguardo, si trovò di fronte un ragazzo dai capelli bicolori, metà bianchi e metà rossi, con un’espressione seria ma non ostile.

Era Shoto Todoroki.

“Scusa,” disse Kazuya d’istinto, piegando leggermente la testa, imbarazzato.

Prima che Todoroki potesse rispondere, una figura imponente li raggiunse. Era Enji Todoroki, alias Endeavor, accompagnato dagli altri membri della famiglia. Fecero tutti qualche passo avanti e si fermarono di colpo. I loro occhi si posarono su Kazuya, silenziosi, osservandolo con uno sguardo che si fece via via più analitico.

Endeavor strinse la mascella.

Shinra, percependo la tensione, si posizionò immediatamente accanto a Kazuya, avvolgendogli la schiena con un braccio protettivo. Non disse nulla, ma il gesto parlava chiaro: se qualcuno anche solo avesse provato a infastidirlo, avrebbe fatto i conti con lui.

Kazuya abbassò leggermente lo sguardo, intimidito da quella presenza, e mormorò: “Mi scusi davvero, non stavo guardando.”

Poi si voltò, evitando altri sguardi, e si avviò con passo svelto verso il loro tavolo, sfiorando appena il braccio di Shinra per farsi seguire.

Endeavor rimase a fissarlo mentre si allontanava. Gli occhi si fecero più duri, ma anche incerti. Si rivolse in un sussurro a se stesso, senza che nessuno lo sentisse chiaramente:

“Ha qualcosa… quella faccia, quegli occhi. Somiglia a Touya.”

Shoto si voltò di lato, rimanendo in silenzio, mentre gli altri della famiglia si scambiarono sguardi perplessi.

Nessuno di loro sapeva che quello non era solo un caso di somiglianza. Davanti a loro era passato davvero il figlio di Touya Todoroki, il nipote che Endeavor non aveva mai saputo di avere.

Una volta seduti al tavolo, Shinra si spostò velocemente per sistemare la sedia a Kazuya, accertandosi che fosse comodo. Poi, con un mezzo sorriso, gli passò il menu, facendo attenzione a spostare con garbo i capelli che Kazuya aveva sul viso, in un gesto naturale e premuroso.

“Signore prima,” disse con tono ironicamente elegante, inchinandosi leggermente con una mano sul petto.

Kazuya lo guardò un attimo, alzando un sopracciglio e trattenendo a fatica una risatina. “Che cavaliere,” disse con voce un po’ canzonatoria. “Sei sicuro di non esserti scambiato con un nobile di qualche regno dimenticato?”

Shinra sorrise, senza rispondere, limitandosi a versargli l’acqua con la stessa solennità, mentre Kazuya scuoteva la testa divertito. “Sei proprio scemo,” disse a mezza voce, ma il rossore che gli colorava le guance diceva tutt’altro. Nonostante le prese in giro, gli piacevano quei gesti. E soprattutto, gli piaceva riceverli da Shinra.

Kazuya sfogliò il menu distrattamente, poi lo chiuse con un sorriso soddisfatto. “Prendo solo carne. A sangue, ovviamente,” disse, appoggiando il gomito sul tavolo e il mento sulla mano, con aria rilassata.

Shinra sbirciò il menu per un attimo in più, poi annuì deciso. “Perfetto, io vado con il ramen speziato e gyoza. E anche del tè freddo,” disse, posando il menu accanto a quello di Kazuya.

Fece cenno al cameriere con un semplice gesto della mano e, appena si avvicinò, ordinò per entrambi con voce sicura. “Una bistecca al sangue per lui, ramen speziato e gyoza per me, grazie.”

Kazuya lo osservava con un sorriso malizioso. “Mi piace quando fai quello serio. Ma non abituarti, eh.”

Shinra alzò gli occhi al cielo, ma un piccolo sorriso tradiva la sua soddisfazione.

Mentre aspettavano il cibo, Kazuya abbassò lo sguardo e, senza dire nulla, allungò lentamente la mano verso quella di Shinra. Le sue dita sfiorarono le sue con delicatezza, poi iniziarono ad accarezzarle piano, con un gesto intimo ma quasi distratto.

Shinra si voltò verso di lui, sorpreso dalla dolcezza improvvisa, e non disse nulla. Si limitò a stringere leggermente la sua mano, lasciando che il momento parlasse da sé.

Kazuya, ancora con la mano appoggiata a quella di Shinra, alzò lo sguardo verso di lui con un’espressione rilassata e un po’ curiosa.

“Di cosa ti va di parlare?” chiese con un mezzo sorriso, la voce bassa e tranquilla, come se volesse prolungare quella piccola bolla di pace tutta per loro.

Shinra incrociò lo sguardo celeste di Kazuya e inclinò leggermente la testa, riflettendo per un attimo.

Shinra sorrise e strinse un po’ la mano di Kazuya.

“Parliamo del futuro,” propose con tono calmo. “Che tipo di Hero vuoi diventare tra qualche anno? Intendo… oltre al più forte,” aggiunse con un sorrisetto divertito.

Kazuya lo guardò con un’espressione sorpresa e poi abbassò un po’ gli occhi, pensieroso.

“Non ci penso spesso,” ammise. “Ma… credo che vorrei essere il tipo che arriva quando tutto sembra perduto. Che non scappa, anche se ha paura.” Poi alzò di nuovo lo sguardo, più deciso. “E tu?”

Shinra rimase in silenzio per qualche istante, poi disse: “Io voglio essere quello che protegge… anche chi non se lo merita. Perché se cominciamo a scegliere chi vale la pena salvare, allora che Hero saremmo?”

Si guardarono in silenzio per un momento, entrambi colpiti dalle proprie parole, mentre fuori il cielo notturno continuava a scurirsi.

Kazuya rimase per un attimo in silenzio, poi tornò ad accarezzare piano le dita di Shinra.

“E… se un giorno volessimo avere una famiglia?” chiese con voce più bassa, quasi timorosa. “Cosa ne penseresti?”

Shinra lo guardò sorpreso, ma senza esitazione gli sorrise.

“Se è con te, allora sì. Mi piacerebbe,” rispose. “Una casa nostra, un po’ di pace, magari anche qualcuno da crescere… non sarebbe male.”

Kazuya arrossì visibilmente e nascose il viso tra le mani.

“Ti rendi conto che parli come un papà già pronto?” disse ridacchiando.

Shinra rise anche lui. “Solo se tu sarai pronto a essere il genitore più impulsivo e coccolone del mondo.”

“Impulsivo sì, coccolone magari,” rispose Kazuya con un sorrisetto malizioso, prima di appoggiare la testa sulla spalla di Shinra.

La loro conversazione continuò, più dolce e intima, mentre nel locale le luci diventavano più soffuse e la musica di sottofondo sembrava accompagnare quella promessa non detta di un futuro insieme.

Kazuya rimase un po’ in silenzio, giocherellando con la forchetta, poi disse piano:
“Quando ho iniziato la mia transizione… ho chiesto ai medici se potevo tenere le ovaie. Non ero sicuro di voler diventare genitore un giorno, ma… non volevo chiudermi tutte le porte.”

Shinra lo guardò con dolcezza, lasciando che le sue dita si intrecciassero con quelle di Kazuya.
“È una cosa bellissima,” disse sottovoce. “Hai pensato a te stesso, ma anche al tuo futuro. Sei incredibilmente forte, lo sai?”

Kazuya abbassò lo sguardo, cercando di non arrossire troppo. “Lo so che può sembrare sciocco, ma… parte di me ci sperava, che un giorno qualcuno avrebbe voluto quel futuro con me.”

Shinra lo strinse più forte, sorridendo con tenerezza.
“Quel qualcuno sono io. E non vedo l’ora di vivere ogni possibilità con te.”

La mano di Kazuya tremò appena, ma il sorriso che gli nacque sulle labbra era autentico e pieno di calore.

Nel silenzio ovattato dell’Olimpo, la stanza era immersa in una luce soffusa, dorata e irreale. Dioniso era mezzo seduto tra morbidi cuscini di seta, il calice di vino in mano, le labbra piegate in un mezzo sorriso rilassato. Il suo sguardo era rivolto verso la finestra, dove le stelle sembravano brillare con un’intensità diversa dal mondo mortale.

Bryan era disteso accanto a lui, la testa appoggiata sul suo petto nudo, gli occhi chiusi e un’espressione serena. I suoi capelli ricadevano morbidi, mentre ascoltava il battito lento e costante del dio sotto di sé. Le dita di Dioniso giocherellavano pigramente con una ciocca dei suoi capelli, il vino che oscillava nel calice a ogni piccolo movimento.

“Ti sei divertito?” chiese Dioniso con voce bassa, vellutata.

Bryan non aprì gli occhi, ma un sorriso gli si formò sul volto. “Molto più di quanto pensassi.”

“Mi fa piacere,” sussurrò Dioniso, chinandosi appena per posargli un bacio sulla fronte. “Spero sia solo il primo di molti.”

“Lo spero anch’io,” rispose Bryan, stringendosi un po’ di più contro di lui.

Bryan, ancora disteso contro il petto di Dioniso, stava accarezzando con lentezza le linee sottili tracciate sulla pelle del dio. Il silenzio tra loro era piacevole, rotto solo dal suono leggero del vino che Dioniso stava ancora sorseggiando. Poi, quasi senza preavviso, Bryan alzò leggermente lo sguardo e chiese con tono curioso ma sincero:
"Posso chiederti una cosa? Perché proprio io? Perché ti sei interessato a me?"
Dioniso abbassò lo sguardo verso di lui, le dita ancora intrecciate nei suoi capelli. Per un momento parve riflettere sul tono serio della domanda, poi sorrise con un'aria enigmatica.
"Perché tu non sei come gli altri," disse con calma, facendo roteare lentamente il vino nel calice. "Hai dentro di te una luce… e un’ombra. Un equilibrio che pochi riescono a portare con tanta naturalezza."
Bryan lo guardò con le sopracciglia leggermente aggrottate. "Cioè… sei attratto dal mio trauma?"
Dioniso rise, quella risata calda e avvolgente che sembrava sempre sul punto di ubriacare l’aria stessa. "No, caro mio. Non dal trauma, ma da come lo porti. Non ti sei piegato, non ti sei nascosto. Sei diventato più interessante di mille eroi perfetti. Sei umano… eppure così dannatamente affascinante."
Si chinò di nuovo, il calice ormai poggiato da parte, e sfiorò le labbra di Bryan con le sue. "E poi… sei bello. Non fingiamo che questo non abbia contato."
Bryan ridacchiò, alzando gli occhi al cielo. "Almeno sei onesto."
"Lo sono sempre… quando mi conviene," ribatté Dioniso strizzandogli l’occhio.

I due si baciarono di nuovo nel tempio di Dioniso, perdendosi in quella nuova complicità fatta di sguardi, carezze e calore. Dioniso assaporava il vino con calma, mentre Bryan, sdraiato sul letto con la testa sul suo petto, accarezzava la pelle dell’altro con dita distratte, in un silenzio che sapeva di intimità e comprensione.

Intanto, al ristorante stellato, tra luci soffuse e posate che tintinnavano appena, la musica dal vivo cambiò tono: una melodia più dolce, adatta a un lento. Shinra si alzò dal tavolo e si avvicinò a Kazuya con una mano tesa e un sorriso incerto ma sincero.

“Ti va di ballare?” chiese sottovoce.

Kazuya sollevò lo sguardo dal piatto, sorpreso. “In un ristorante?”

“È un posto elegante,” replicò Shinra. “Scommetto che è successo altre volte.”

Kazuya sbuffò con un mezzo sorriso, alzandosi. “Solo perché sei tu.”

Shinra lo prese per la vita, guidandolo con delicatezza verso il piccolo spazio libero tra i tavoli, dove altri due clienti stavano già ondeggiando al ritmo della musica. Kazuya si lasciò cullare da quei movimenti leggeri, il viso vicino a quello di Shinra, sentendo il calore del suo corpo, il battito regolare del suo cuore.

“Sei davvero romantico, lo sai?” mormorò Kazuya, appoggiando la fronte alla sua spalla.

“Solo con te,” rispose Shinra, stringendolo un po’ di più.

Kazuya, mentre si lasciava guidare da Shinra nel lento ballo tra i tavoli eleganti del ristorante stellato, lo fissò con un sorriso ironico. Poi, senza perdere il ritmo, sussurrò con tono pungente:

“Wow… non pensavo sapessi ballare.”

Shinra lo guardò con un’espressione a metà tra l’offeso e il divertito. “E invece guarda caso lo so fare meglio di te,” ribatté, stringendolo un po’ di più.

Kazuya rise piano, appoggiando la fronte alla sua spalla. “Non metto in dubbio le tue doti, ma non ti montare la testa.”

“Tranquillo,” rispose Shinra con un sorrisetto, “sei tu che la monti da solo abbastanza per entrambi.”

Risero entrambi, stretti l’uno all’altro, mentre la musica continuava a cullarli sotto le luci soffuse.

Kazuya si sporse leggermente verso Shinra, con un’espressione più dolce del solito, e lo baciò delicatamente sulla guancia. Un gesto semplice, ma pieno di gratitudine. Shinra si bloccò un attimo, sorpreso, e poi abbassò lo sguardo verso di lui con un sorriso che cercava di nascondere quanto quel gesto lo avesse colpito.

“Per cosa mi merito questo bacio?” chiese con tono scherzoso, ma la sua voce era bassa, quasi timida.

Kazuya non rispose subito. Guardò il bicchiere davanti a sé, poi le mani intrecciate sul tavolo, come se cercasse il coraggio tra le dita. Infine tornò a guardarlo, serio.

“Perché mi hai salvato. Se non mi avessi portato via da lì… se non fossi intervenuto quella notte… io sarei ancora in quella casa.” Fece una pausa, la voce tremava. “Con quelle persone che chiamavo famiglia. A farmi spegnere giorno dopo giorno. Mi avrebbero continuato a picchiare, forse fino a uccidermi. E io… non avrei mai saputo cosa voleva dire vivere davvero.”

Shinra allungò la mano e la posò sopra la sua, stringendola con forza ma con delicatezza. Kazuya sorrise, un sorriso fragile, ma sincero.

La serata proseguì tra risate soffuse, sguardi carichi di complicità e piccoli gesti affettuosi che rendevano l’atmosfera sempre più intima. Quando il conto fu saldato e le luci del ristorante iniziarono ad affievolirsi per la chiusura, Shinra e Kazuya uscirono mano nella mano, lasciandosi accarezzare dal fresco della notte.

Camminarono a lungo, senza fretta, godendosi il silenzio della città addormentata. Kazuya appoggiò la testa sulla spalla di Shinra, e lui lo avvolse con il braccio, proteggendolo dal vento. Nessuno dei due parlava, ma tra loro non servivano parole.

Quando finalmente arrivarono a casa, le luci erano tutte spente. Shinra aprì piano la porta, facendo attenzione a non far cigolare le cerniere. Kazuya si tolse le scarpe in punta di piedi e lo seguì. Camminarono come due ladri nella notte, soffocando risate trattenute mentre evitavano con attenzione ogni asse scricchiolante del pavimento.

Una volta nella loro stanza, chiusero la porta piano, senza un suono. Kazuya si voltò verso Shinra e gli sorrise, sussurrando: “Siamo stati bravi, non abbiamo svegliato nessuno.” Shinra gli rispose con un cenno e un bacio lieve sulla fronte.

Si misero entrambi il pigiama, scambiandosi qualche sguardo stanco ma complice. La stanza era immersa nella penombra, illuminata solo da un debole riflesso lunare che filtrava dalla finestra. Una volta sotto le coperte, Kazuya si rannicchiò su un fianco, pronto a lasciarsi cullare dal silenzio della notte.

Ma Shinra non si fermò lì. Con movimenti lenti e decisi, si avvicinò, infilando con delicatezza le mani sotto la maglietta di Kazuya. Poi ci si infilò anche con la testa, posando le labbra sulle cicatrici sotto il suo petto, residue dell’operazione che aveva segnato una parte fondamentale della sua transizione. Ogni bacio era leggero, rispettoso, quasi reverente.

Kazuya si irrigidì di colpo, il volto che diventava rosso fuoco. “Shinra, che fai… smettila,” sussurrò cercando di spingerlo via con poca convinzione. Ma le sue mani tremavano, e il suo cuore batteva troppo forte.

Shinra non rispose, continuò a sfiorare quelle cicatrici con piccoli baci, come a dire che non c’era nulla da nascondere, nulla da temere. Kazuya smise di opporsi, sentendo il calore di quell’affetto sincero sciogliersi contro la pelle. Alla fine sospirò, arreso, una mano tra i capelli di Shinra. “Sei davvero un idiota… ma grazie,” mormorò.

Shinra sollevò appena la testa dalla maglietta di Kazuya, ancora rintanato sotto le coperte, e sussurrò con un sorriso furbo: “Da stanotte in poi dormirò sempre così… il tuo petto sarà il mio nuovo cuscino personale.”

Kazuya aggrottò le sopracciglia, ancora arrossito. “Ma che cuscino e cuscino?! Toglimiti di dosso, pirla.”

“Troppo tardi, è comodo,” ribatté Shinra, stringendosi a lui come una piovra.

Cominciarono a litigare sottovoce, spintonandosi piano sotto le coperte, tra piccoli graffi e risatine soffocate, cercando di non svegliare nessuno in casa. “Ti dico di no!” bisbigliava Kazuya.

“E allora sai cosa?” mormorò Shinra, finalmente staccandosi. “Se non vuoi farmi usare il tuo petto come cuscino… sei tu che dovrai usare me come cuscino.”

Kazuya lo fissò per un secondo, poi sbuffò con un mezzo sorriso. “Sei insopportabile.”

“Ma mi ami lo stesso,” ribatté lui stendendosi di schiena e aprendo le braccia.

Kazuya rotolò lentamente su di lui, posando il viso sul suo petto, ascoltando i battiti del suo cuore. “Sì, purtroppo,” mormorò, già accoccolato. Shinra lo strinse forte, avvolgendolo come una coperta viva.

E così si addormentarono, stretti l’uno sull’altro, respirando all’unisono nel silenzio della notte.

La porta si aprì piano con un leggero clic, e Gojo infilò la testa nella stanza con l’intento di svegliarli. Ma si fermò di colpo. Gli occhi azzurri si posarono sulla scena davanti a lui: Kazuya sdraiato sopra Shinra, entrambi ancora profondamente addormentati, abbracciati come se il mondo fuori non esistesse.

Gojo rimase immobile qualche secondo, gli occhi socchiusi perplessi, poi con un’espressione tra il confuso e il divertito richiuse lentamente la porta senza dire una parola.

Dentro la stanza, qualche istante dopo, Kazuya sbatté piano le palpebre, stiracchiandosi leggermente come un gatto assonnato. Sollevò la testa dal petto di Shinra con lo sguardo stordito e i capelli spettinati, borbottando: “Che giorno è…?”

Shinra, ancora con gli occhi chiusi, gli fece un piccolo sorriso sonnolento e mormorò: “Buon compleanno, Kazuya…” Poi sollevò una mano e gli accarezzò piano il viso, trascinandolo verso di sé per un bacio tenero sulle labbra.

Kazuya rimase un secondo sospeso, poi arrossì leggermente e sorrise, stringendosi di nuovo a lui. “Forse… è davvero iniziato bene questo compleanno.”

Kazuya e Shinra scesero lentamente le scale, ancora un po’ intontiti dal sonno ma con i visi sereni. Kazuya indossava una maglia larga che gli scivolava da una spalla, mentre Shinra si passava una mano tra i capelli arruffati.

In cucina, Geto stava già apparecchiando la tavola con calma e precisione. Una teiera fumante, pane tostato, uova strapazzate, frutta fresca e dolci tipici erano disposti ordinatamente. Appena li vide entrare, sorrise e disse: “Buongiorno, ragazzi. Auguri di nuovo, Kazuya.”

“Grazie, Geto,” rispose lui con un sorriso genuino, sedendosi.

Gojo apparve dietro di loro in modo teatrale, posandosi su una sedia con una gamba alzata come se fosse in posa per una foto. “Bene, bene! Oggi è una giornata speciale… quindi Shinra, tu ti alleni con me, niente scuse! E Kazuya, il festeggiato, aiuterà Geto con i preparativi. Festa o no, si lavora!”

Shinra sbuffò, sollevando una fetta di pane tostato. “Nemmeno nel giorno del suo compleanno ci lasciate stare?”

Gojo rise. “Proprio perché è il suo compleanno. Deve essere perfetto, e questo richiede… sforzo.” Poi strizzò l’occhio a Kazuya.

Kazuya rise piano, accettando con un’alzata di spalle. “Va bene, ma solo perché oggi mi sento generoso.”

Geto sorrise, già pronto a coinvolgerlo. “Ottimo. Ho bisogno di una mano con la decorazione del giardino.”

“E io ho bisogno di rinforzi spirituali,” brontolò Shinra, ma si alzò lo stesso.

“Dividiamoci il lavoro allora,” disse Kazuya, alzandosi anche lui con una scintilla negli occhi. “Sarà un compleanno indimenticabile.”

In cucina, l’aria profumava di spezie dolci e aromi freschi. Kazuya indossava un grembiule con disegni di coniglietti che Geto aveva insistito per fargli mettere, e stava tagliando con attenzione frutta e verdure per gli antipasti. Geto invece era alle prese con una torta a più strati, sistemando con precisione la glassa.

“Tagli benissimo,” disse Geto, osservandolo di lato con un sorriso tranquillo. “Hai una mano attenta. Proprio come Shinra.”

Kazuya alzò un sopracciglio e continuò a tagliare. “Non so se prenderla come un complimento.”

“Dovresti,” rispose Geto con calma, versando uno sciroppo profumato sulla base della torta. “Siete diversi, ma in certi momenti sembrate… in sintonia. Stessa tenacia, stesso modo di voler proteggere chi amano.”

Kazuya sorrise appena, abbassando lo sguardo. “Shinra è un idiota, ma è il mio idiota.”

Geto ridacchiò. “E tu per lui sei molto più di quanto tu creda, lo sai?”

Nel frattempo, nel cortile, si sentivano le urla di Gojo che stava “allenando” Shinra: “Non ti muovi abbastanza velocemente! Se un nemico ti guarda così, sei già morto!”

Shinra, sudato e con la maglia attaccata alla schiena, rotolò sull’erba. “Questo non è allenamento, è tortura legalizzata!”

“Esatto!” rispose Gojo felice, facendo roteare un bastone imbottito. “Ma sarà utile per il tuo futuro da eroe e da fidanzato!”

Shinra rotolò di lato, borbottando: “Lo faccio solo per Kazuya…”

Di nuovo in cucina, Kazuya guardò fuori dalla finestra un momento e sorrise nel vedere Shinra a terra, esausto. “Sta morendo là fuori.”

Geto rise piano, poi riprese a lavorare. “L’amore prende forme curiose. A volte è una torta al cioccolato. A volte, un esercizio fisico brutale.”

Kazuya ridacchiò. “Beh… io porto il dolce, lui porta i lividi.”

Geto si fermò un attimo mentre decorava la torta, il cucchiaio sospeso a mezz’aria. Un’espressione malinconica gli attraversò il volto, seguita da un sorriso gentile e pieno di ricordi.

“Quando lo abbiamo adottato… Shinra aveva otto anni. Era piccolo, pelle ossuta e quegli occhi—quegli stessi occhi determinati che ha adesso, ma allora erano pieni di diffidenza. Non parlava molto, osservava tutto. Sembrava pronto a scappare da un momento all’altro.”

Kazuya si fermò anche lui, girandosi ad ascoltare con attenzione.

“Gojo gli portava ogni giorno un dolce diverso, convinto che il cibo lo avrebbe conquistato,” continuò Geto con una leggera risata. “Alla fine, Shinra ha parlato solo per dire che non gli piaceva il matcha.”

“Già allora con gusti forti,” mormorò Kazuya, sorridendo.

“Eppure… ogni notte, quando pensava che nessuno lo vedesse, si avvicinava alla nostra stanza. Non chiedeva nulla. Si sedeva dietro la porta, in silenzio, solo per sapere che eravamo lì. Solo per sentire che non era solo.”

Kazuya abbassò lo sguardo, toccato. “Non me l’aveva mai detto…”

“Non lo dirà mai,” disse Geto con dolcezza, “ma è per questo che si aggrappa così forte alle persone che ama. Tu sei uno di quei rari legami per lui. E non ti lascerà mai andare, finché glielo permetterai.”

Kazuya inspirò lentamente, poi sorrise sottile. “Io non ho intenzione di lasciarlo.”

Geto rise sotto i baffi mentre affettava della frutta. “Sai che ti dico, Kazuya? Se mai vi sposerete o andrete a vivere insieme…” fece una pausa per dargli un’occhiata complice, “Shinra sarà uno di quei mariti appiccicosi. Scommetto che metterà il letto contro il muro solo per poterti schiacciare lì e non farti scappare. Ti terrà fermo tutta la notte, tutto abbracciato.”

Kazuya arrossì di colpo, cercando di nascondere il sorriso.

“Lo conosco bene,” continuò Geto divertito, “quando sarete da soli, sarà la sua versione più coccolosa. Tutto dolce, tutto ‘Kazuya qua, Kazuya là’. Altro che eroe imperturbabile. Sei spacciato.”

“Penso di poterci sopravvivere…” mormorò Kazuya, un po’ imbarazzato e un po’ divertito.

Kazuya, ancora con un sorriso timido ma divertito, incrociò le braccia e guardò Geto con aria teatrale. “Allora farò anch’io la mia parte,” disse con tono ironico. “Cucinerò dolci ogni singolo giorno solo per lui. Vedrai, Shinra diventerà dipendente dai miei macaron e dalle mie torte. Così magari si stanca prima di assillarmi di coccole.”

Geto scoppiò a ridere. “Ah, ma così lo vizierai ancora di più! Sarai tu a non liberartene mai.”

Kazuya alzò le spalle con un sorriso affettuoso. “Forse non voglio liberarmene.”

Kazuya abbassò per un momento lo sguardo sulle sue mani, poi tornò a fissare Geto con un’espressione più seria e dolce allo stesso tempo. “La verità è che… amerò sempre Shinra,” disse con voce tranquilla. “Anche se un giorno cambiasse aspetto, anche se cambiasse carattere o si perdesse per un po’. Io lo aspetterò. Lo aspetterò sempre. Anche per un milione di volte.”

Fece un piccolo sorriso, come se quelle parole venissero da un posto molto profondo dentro di lui. “Perché lui… è casa.”

Dalla finestra aperta della cucina, si sentì un urlo spezzato dalla fatica: “Gojo… ti odioooo!” seguito da un tonfo e da un altro grido strascicato, “Sto morendoooo!”

Kazuya e Geto si guardarono un attimo, poi scoppiarono a ridere. “Povero amore mio,” disse Kazuya con un sorriso tenero, asciugandosi una lacrima di risata.

Geto scrollò le spalle, ridacchiando. “Ti conviene iniziare a preparare un dolce. Se sopravvive, lo avrà sicuramente meritato.”

Nel tardo pomeriggio, la casa si animò con l’arrivo di numerosi ospiti. Bryan giunse insieme agli dei greci, portando con sé un’aria di maestosa solennità. I due mentori di Tomoko e Kazuya arrivarono poco dopo, seguiti da Kenji, Tomoko e Light, completando così il gruppo.

La sala si riempì di voci e risate mentre tutti si salutavano calorosamente, pronti a condividere una serata speciale insieme.

Mentre gli ospiti continuavano ad arrivare e la casa si riempiva di risate, chiacchiere e profumi invitanti, Shinra decise di prendersi un momento per allontanarsi dalla confusione. Uscì in giardino, dove il tramonto cominciava a colorare il cielo con sfumature rosate e dorate. Lì, in piedi vicino alla fontana decorata con motivi marini, notò una figura che non aveva mai visto prima.

Il dio era alto, elegante, con lunghi capelli che sembravano muoversi come onde in una tempesta silenziosa. La sua pelle era chiara con riflessi iridescenti, e negli occhi portava il blu profondo dell’oceano. Indossava vesti che sembravano fatte d’acqua e alghe intrecciate, adornate da conchiglie e perle naturali.

“Ciao,” disse Shinra, avvicinandosi con rispetto, incuriosito dalla presenza distinta e dal potere calmo che emanava.

“Buonasera,” rispose il dio con un sorriso sereno, “Tu devi essere Shinra. Io sono Nereusphorós.”

Shinra inclinò la testa in segno di rispetto. “Non ho mai sentito parlare di lei… mi scusi, di te. Chi sei, esattamente?”

Nereusphorós sorrise, con un tono dolce e musicale: “Sono il dio delle correnti marine, custode delle sirene e protettore di Scilla. Ma, forse più noto a chi ci conosce bene, sono anche il marito più prezioso di Poseidone.”

Shinra rimase sorpreso e affascinato da quella rivelazione. “È un onore conoscerti… Non sapevo che Poseidone avesse un consorte.”

Nereusphorós annuì con un sorriso malinconico. “Sono una divinità dimenticata da molti, ma non da lui.”

In quel momento, Poseidone uscì dal portale dorato che lo collegava al mondo terreno, con passo deciso e maestoso. Appena i suoi occhi incrociarono la figura del marito accanto a Shinra, il suo volto si illuminò. Senza dire una parola, si avvicinò e si pose tra i due, avvolgendo Nereusphorós con un braccio possente, tenendolo stretto al proprio fianco con una naturalezza possessiva ma affettuosa.

“Nereusphorós,” disse con voce bassa e profonda, “è sempre bello vederti parlare con altri… ma ricordati che sei mio.”

Il dio delle correnti marine rise piano, divertito ma compiaciuto, appoggiando la testa sulla spalla del marito. “Stavo solo facendo amicizia con un ragazzo molto interessante.”

Shinra sorrise, imbarazzato ma affascinato dalla complicità tra i due. “Prometto che non ruberò nessun dio, signore.”

Poseidone lo fissò per un attimo, poi rise con fragore, facendo tremare l’aria intorno a loro. “Ti tengo d’occhio, ragazzo,” scherzò, prima di tornare a coccolare il suo prezioso consorte.

La scena lasciò Shinra con una sensazione inaspettata di rispetto e calore nel cuore, testimone di un amore divino così profondo da resistere anche all’oblio del tempo.

Kazuya, con indosso un abito elegante scelto per l’occasione, uscì in giardino cercando Shinra. Lo trovò accanto a due figure maestose, una delle quali riconobbe subito come Poseidone. Nonostante la presenza imponente del dio del mare, i suoi occhi andarono subito a Shinra. Senza dire una parola, si avvicinò e lo abbracciò da dietro, poggiando il mento sulla sua spalla.

Shinra sorrise, sollevando una mano per accarezzare il braccio di Kazuya. “Sei bellissimo,” sussurrò con dolcezza.

In quel momento, con il tempismo teatrale di chi vive per attirare l’attenzione, Hermes si fece strada tra gli ospiti e si avvicinò al gruppetto con un sorrisetto malizioso sul volto. “Ma guardate che scenetta romantica,” disse con voce allegra. “Shinra, sembri proprio un moderno Ulisse… e tu, Kazuya, la tua Penelope. Ora manca soltanto il piccolo Telemaco che corre loro incontro!”

La battuta, che per molti sarebbe stata solo un momento di leggerezza, ebbe l’effetto di un colpo di tuono per Poseidone.

Il volto del dio si irrigidì. Lo sguardo che poco prima era affettuoso verso suo marito si fece improvvisamente cupo e tempestoso, come un mare sul punto di ribellarsi. Le acque della fontana dietro di loro iniziarono a incresparsi senza vento. “Non evocare quel nome davanti a me, messaggero,” disse con tono profondo e carico di rabbia trattenuta. “Ulisse mi ha sfidato. Ha disonorato il mio volere e la mia pazienza. Non ho dimenticato.”

Hermes, pur mantenendo il suo sorrisetto ironico, fece un mezzo passo indietro. “Touché,” disse sottovoce, alzando le mani in segno di pace.

Nereusphorós posò delicatamente una mano sul petto del marito, il tocco calmo come una brezza marina. “Amore mio, sono solo parole leggere,” sussurrò con voce liquida e soave. “Il ragazzo non è Ulisse, e nessun uomo qui osa sfidarti. Lascia che la festa sia gioia, non vendetta.”

Poseidone guardò per qualche secondo Kazuya e Shinra, poi abbassò lentamente le spalle, la tensione scivolò via come sabbia tra le dita. “Lo faccio per te,” borbottò, rivolgendosi a Nereusphorós. “Solo per te.”

Hermes si voltò verso Kazuya e gli sussurrò all’orecchio con un tono complice: “Mi sa che ti conviene non cucinare pesce per cena.”

Kazuya scoppiò in una risata trattenuta, e Shinra lo tirò un po’ più vicino, come a proteggerlo. Anche dopo la tempesta, il loro rifugio rimaneva lo stesso: l’uno nell’altro.

Dal portale circondato da una luce iridescente emersero due figure straordinarie che, in un istante, catturarono l’attenzione di tutti gli dei e mortali presenti alla festa. Il primo ad apparire fu Jinmei-jun, la cui presenza sembrava sospendere il tempo stesso. I suoi passi leggeri parevano sfiorare il terreno, e ogni movimento del suo corpo era come una coreografia silenziosa di grazia e stile.
Avvolto in un hanfu bianco avorio che fluttuava come nebbia tra i rami d’un giardino incantato, Jinmei-jun portava i ricami verdi con la stessa eleganza con cui si indossa una corona. I fili dorati che si intrecciavano nel corsetto sopra l’abito facevano scintillare la luce intorno a lui, e il ventaglio bianco e verde, con cui si copriva parte del volto, accentuava ancora di più la sua aria misteriosa e androgina.
Ogni tratto del suo volto sembrava scolpito da un artista divino: pelle perlata con riflessi rosati, occhi a mandorla rossi come granati, labbra perfette che sembravano accennare un sorriso ironico, e lunghi capelli bianchi come la neve appena caduta. Sulla sua fronte brillava il simbolo sacro di sua madre, Jin Xiù, una runa che pulsava con luce divina, incisa come fosse parte della sua stessa pelle. Alla sua vista, perfino le onde dell’oceano si fecero più lente, e persino Poseidone, per un breve istante, tacque.
Subito dopo, il portale si squarciò con un’ondata di vento e caos, e da esso uscì Jin Zenco, il fratello minore. L’aria si fece più tesa, più viva, come se ogni elemento si preparasse a un’improvvisa esplosione. I suoi capelli neri scendevano disordinatamente sulle spalle, con punte bianche come se portassero ancora l’impronta dell’energia del portale. I suoi occhi verdi brillavano con uno scintillio folle e vivace, simili a tempeste in bottiglia.
A differenza del fratello, Jin Zenco indossava solo una maglia nera attillata che evidenziava i muscoli asciutti e un paio di pantaloni baggy grigi, decorati da catene sottili e rune incise nel tessuto. Portava lo stesso simbolo sulla fronte, ma a differenza della compostezza di Jinmei-jun, in lui sembrava quasi un marchio ardente, pulsante di energia primordiale.
Appena mise piede nel giardino, un lampo attraversò il cielo, seguito da un improvviso vento caldo. Alcuni ospiti si voltarono di scatto, mentre Dioniso rise piano: “Beh, la festa ora è davvero completa.”
Jinmei-jun si voltò verso il fratello con un'espressione di garbata tolleranza e sventolò il suo ventaglio. “Zenco, potevi almeno sistemarti i capelli prima di apparire davanti agli altri dèi.”
Zenco rise con sarcasmo, passandosi una mano tra i capelli ribelli. “E tu potevi evitare di sembrare un’intera collezione primavera-estate.”
I due fratelli si fissarono per un momento, il contrasto tra loro tanto evidente quanto affascinante. Poi, quasi all’unisono, rivolsero lo sguardo a Shinra e Kazuya. Il loro arrivo non era stato casuale.

Dal portale ancora aperto, una nuova figura femminile fece il suo ingresso, preceduta da un’ombra silenziosa e da un vento che parve sussurrare il suo nome: Jin April. I suoi passi erano leggeri ma decisi, come se ogni movimento fosse accompagnato da una musica inaudibile. Era la sorella minore di Jinmei-jun e Jin Zenco, ma il suo fascino era del tutto unico. I suoi capelli neri le scendevano fino alla schiena anche come un velo d’inchiostro, mossi appena dalla brezza che sembrava obbedire solo a lei. La sua pelle era pallida, quasi traslucida, in netto contrasto con i suoi occhi: l’iride completamente nera, la pupilla bianchissima, uno sguardo che sembrava scrutare l’anima.
La sua voce, quando parlò, fu come un sussurro di vetro rotto e miele insieme, eppure riempì ogni angolo del giardino:
«Fate spazio… i miei genitori stanno arrivando.»
Il portale dietro di lei tremò come attraversato da forze opposte, e quando si aprì definitivamente, la terra sembrò sospendere il respiro. Due figure emersero.
La prima fu Jin Xiu — e, contrariamente a ciò che si poteva pensare dal nome o dalla raffinatezza dei suoi figli, era un dio. Il dio primordiale della creazione degli dei. La sua pelle era interamente bianca, come scolpita nel marmo più puro. I capelli lunghi, candidi come la neve, avevano punte nere che scendevano lungo la schiena come gocce di inchiostro. I suoi occhi, completamente neri, erano privi di sclera o iride, e la bocca era un’apertura d’ombra pura, come se parlasse direttamente dal vuoto.
Indossava abiti che richiamavano l’Antico Egitto — tuniche leggere e dorate, un colletto decorato con gemme e simboli antichi, e numerosi bracciali alle braccia, che tintinnavano con un suono quasi ipnotico. Ma la cosa più sorprendente era il suo comportamento: Jin Xiu era caotico, più di suo figlio Zenco. I suoi occhi brillavano di una curiosità quasi infantile, e appena vide i presenti, si mise a saltellare, esaminando le loro vesti, toccando dettagli, sussurrando commenti incomprensibili e affascinanti. Ogni suo gesto sembrava generare frammenti di realtà nuova, come se il mondo dovesse costantemente adattarsi al suo volere.
Accanto a lui arrivò l’opposto perfetto: Null, il dio della distruzione. Se Jin Xiu era luce, estro e disordine divino, Null era silenzio, gravità e gelo assoluto. La sua pelle era nera come l’ossidiana, e sembrava riflettere nulla, assorbendo la luce intorno. I suoi occhi, bianchi e penetranti, sembravano congelare lo spazio su cui si posavano. Nulla in lui si muoveva inutilmente: ogni passo era preciso, ogni gesto misurato. Indossava un lungo mantello fatto di un tessuto che sembrava nebbia solida, privo di decorazioni, con solo un simbolo argenteo inciso all’altezza del petto.
Dove Jin Xiu creava, Null cancellava. Ma non con rabbia, bensì con la calma terribile dell’inevitabile. Si fermò accanto a Jinmei-jun, che gli rivolse un piccolo cenno d’inchino, mentre Zenco fece un passo indietro, lasciando al padre spazio senza provocarlo.
Jin April si avvicinò ai suoi genitori, tenendo le mani dietro la schiena come una bambina diligente, ma il suo sorriso nascondeva qualcosa di più enigmatico.
“Papà, papà, guarda, è la festa di compleanno di Kazuya…” disse rivolta a entrambi. Jin Xiu rise come se avesse sentito la cosa più meravigliosa del mondo. Null annuì lentamente, il suo sguardo fisso su Shinra e Kazuya, silenzioso e indecifrabile.
La presenza dei creatori dell’intero pantheon non era solo solenne: era destabilizzante, come se il mondo stesso fosse in bilico su un filo sottile… e a quella festa, tutto poteva succedere.
Kazuya, con un gesto elegante e sentito, fece un profondo inchino di rispetto davanti a Jin Xiu e Null. Nonostante il suo cuore battesse più forte per la maestosità che quei due dei emanavano, mantenne la compostezza e la grazia che lo contraddistinguevano. Jinmei-jun sorrise compiaciuto al gesto, mentre Jin Xiu lo accolse con un applauso gioioso, come se fosse entusiasta del saluto ricevuto da un mortale tanto educato. Null, invece, rimase immobile, ma il suo sguardo si posò su Kazuya con una curiosa intensità, come a registrare quel rispetto e conservarlo.

Col passare dei minuti, l’atmosfera si scaldò nuovamente. Le conversazioni ripresero, le risate tornarono a echeggiare tra i giardini del tempio, e la musica si fece via via più vivace. Jin Xiu, con l’entusiasmo tipico di un dio caotico, afferrò senza troppi preamboli la mano del suo serissimo marito, Null, e lo trascinò nel mezzo della sala dove si stava formando una piccola pista da ballo improvvisata. Il dio della distruzione si lasciò trascinare con uno sguardo impassibile, ma quando Jin Xiu iniziò a danzare attorno a lui con movimenti eleganti e teatrali, persino lui si mosse — forse per non calpestare il mantello del marito, o forse per assecondare, con un tocco di grazia segreta, quell’amore eterno e caotico che lo teneva legato a lui da sempre.

Nel frattempo, in un angolo più appartato, Dioniso e Bryan si scambiarono uno sguardo d’intesa. Con movimenti lenti e intenzionali, si avvicinarono ad Ares, il dio della guerra, che sorseggiava tranquillamente un drink da solo, osservando l’intera scena con uno sguardo fiero e vagamente annoiato.

«Allora, Ares…» esordì Dioniso con un tono malizioso, appoggiando una mano sulla spalla possente del dio. «Non ti sembra un peccato restare da solo con tutto questo amore che gira nell’aria?»

Bryan, con un sorriso tagliente e complice, si accostò dal lato opposto. «Sarebbe un crimine non provare a sedurre la guerra stessa. Sai… noi due siamo piuttosto bravi a vincere le battaglie.»

Ares sollevò un sopracciglio, sorpreso ma incuriosito, e guardò i due con un mezzo sorriso che prometteva guai — o divertimento.

La serata proseguiva in un turbinio di risate, vino e musica celestiale, mentre le stelle sembravano brillare più intensamente sopra di loro, quasi volessero partecipare alla festa. In uno degli angoli più caldi del giardino, Ares aveva perso ogni traccia della sua consueta rigidità marziale: baciava con ardore Bryan, le mani saldamente strette attorno alla sua vita, prima di voltarsi e reclamare con uguale passione le labbra di Dioniso. I tre ridevano e bevevano insieme, scambiandosi calici di vino e sguardi carichi di malizia e complicità, come se la guerra, l’amore e il vino fossero finalmente diventati alleati.

Nel frattempo, poco più in là, Jinmei-jun chiacchierava elegantemente con la sua inseparabile migliore amica Afrodite. I due dei, splendidi l’uno accanto all’altra, sembravano incarnare ogni forma di bellezza e grazia esistente. Parlavano di abiti, di estetica divina e delle ultime tendenze cosmiche, alternando sorrisi leggeri e gesti raffinati con i ventagli. Ogni tanto, qualcuno si fermava a guardarli come si osservano le opere d’arte più rare.

Jin Zenco, invece, completamente opposto per stile e modo al fratello maggiore, si era trovato a proprio agio in una conversazione animata con Light. I due parlavano fitto, e mentre Zenco faceva battute taglienti e teatrali, Light rispondeva con intelligenza e ironia, creando una dinamica esplosiva ma divertente. Sembravano due energie contrastanti che si respingevano e si attraevano allo stesso tempo.

Kazuya si era intanto appartato in un angolo tranquillo del giardino con Tomoko, e i due amici si stavano scambiando confidenze tra un sorso di succo fruttato e l’altro. Kazuya rideva di gusto, sentendosi finalmente leggero e compreso, mentre Tomoko condivideva storie e ascoltava con il cuore aperto, felice di vedere Kazuya così sereno.

Shinra, infine, era immerso in una specie di mini sfida amichevole con Kenji. Ridevano come due bambini, rincorrendosi tra i tavoli, lanciandosi palline di frutta e ridendo fino alle lacrime. Kenji sembrava riuscire a tirare fuori da Shinra quel lato infantile e libero che di rado mostrava, e Shinra, per una volta, si godeva ogni secondo, il cuore pieno di leggerezza e gioia.

Tutto intorno, il mondo sembrava essersi fermato per assistere a quella notte perfetta, dove dei e mortali condividevano lo stesso cielo, lo stesso vino e, per qualche ora, la stessa felicità.

Chapter 23: Vol 2: Il Patto Dei Cinque

Chapter Text

Light tornò a casa tardi, ben oltre la mezzanotte, dopo aver partecipato alla vivace e surreale festa di compleanno di Kazuya. L’aria era ancora intrisa di profumi misti: l’incenso bruciato dagli dei orientali, il vino sparso da Dioniso e le essenze floreali lasciate da Afrodite. Ogni dettaglio della serata gli danzava ancora nella mente come una visione onirica: le risate, la musica, le figure divine, gli abbracci, i sguardi intensi.
Appena chiusa la porta dietro di sé, lasciò cadere il cappotto su una sedia e sospirò profondamente. Era stanco, ma il cuore gli batteva forte. Non solo per la magia dell’evento, ma per tutto ciò che aveva osservato in silenzio: gli sguardi tra Shinra e Kazuya, l’energia sovrannaturale che aleggiava nella stanza, la propria solitudine riflessa negli occhi verdi di Jin Zenco con cui aveva scambiato qualche parola.
Si fermò davanti allo specchio e si guardò negli occhi. La festa era finita, ma qualcosa dentro di lui sembrava appena cominciato.

Light si tolse la maglia con un gesto lento, quasi distratto, e si lasciò cadere di peso sul letto. Le lenzuola fredde gli aderirono alla pelle calda, ma lui non ci fece caso. Guardava il soffitto, il pensiero annebbiato da immagini confuse, sguardi e parole non dette. Un nome continuava a emergere tra tutti: Shinra.

Per tanto tempo aveva creduto che fosse qualcosa di più di un ammirazione. Un affetto profondo, forse amore. Ma dopo la festa, vedendo quanto Shinra guardasse Kazuya come se fosse l’unico essere al mondo, Light aveva compreso qualcosa: non era gelosia quella che sentiva… era rispetto. Ammirazione per la forza di Shinra, per la sua dedizione, ma non amore. Non davvero.

Poi un altro nome fece capolino nei suoi pensieri, e subito dopo un lieve rossore gli salì alle guance.

Kenji.

Cercò subito di scacciarlo. Pensò ai suoi modi impacciati, alla sua testardaggine, al suo modo fastidioso di punzecchiarlo ogni volta che poteva. Trovava mille difetti, mille motivi per negare… eppure, ogni volta che Kenji rideva, o che lo guardava con quei suoi occhi sinceri, Light si scopriva a sorridere dentro. E quando si voltava, lo cercava con lo sguardo. Sempre.

Chiuse gli occhi. Il cuore gli batté più veloce.

Con Shinra era ammirazione.

Con Kenji… era qualcosa che gli scaldava il petto e che, nonostante tutto, non riusciva a fermare. Era qualcosa di vivo. Qualcosa di vero.

Mentre Light era ancora immerso nei suoi pensieri, il telefono vibrò accanto a lui sul comodino, illuminando debolmente la stanza buia. Con un sospiro pigro, allungò la mano e lo prese, convinto fosse una notifica qualunque. Ma appena vide il nome sullo schermo, si bloccò.

Alaric Vermillion.

Un battito mancato, un ricordo che si riaccese come un lampo. Era il suo ex. Ma anche il suo migliore amico. Si erano lasciati al primo anno, non per mancanza di sentimenti, ma perché la scuola aveva trasferito temporaneamente Alaric in un altro istituto, lontano da tutto. Erano giovani, eppure avevano affrontato quella separazione con una promessa: rimanere migliori amici. Sempre.

Light aprì il messaggio.

“Sono appena arrivato a Tokyo. Ti va di vederci domani?”

 

Per un attimo rimase in silenzio, il cuore che batteva in modo strano. Ricordava ancora perfettamente il sorriso di Alaric, i suoi occhi ambrati che sembravano saper leggere ogni suo pensiero, la complicità che avevano condiviso… e quanto era stato difficile lasciarlo andare.

La sua mente si scontrava ora con due emozioni: quella nuova e confusa che provava per Kenji, e quella antica, mai del tutto svanita, legata a una promessa fatta anni prima.

Light si sedette lentamente sul letto, lo sguardo fisso sul messaggio.

Il passato era appena tornato. E forse stava bussando per entrare di nuovo nella sua vita.

 

La stanchezza della giornata, i pensieri contrastanti su Kenji e il messaggio di Alaric si mescolarono nella mente di Light come una marea emotiva. Alla fine, sopraffatto, si sdraiò di nuovo, il viso rivolto al soffitto, lasciando che il buio lo avvolgesse. In pochi minuti, si addormentò profondamente, cullato dai battiti irregolari del suo cuore.

Il mattino seguente, la luce del sole filtrava tra le tende mentre Light si stiracchiava nel letto, ancora leggermente frastornato dai sogni della notte. Si preparò con calma e uscì per andare a incontrare i suoi genitori, come avevano programmato.

Arrivò in un piccolo caffè tranquillo, e li vide subito: Mirio Togata, sorridente come sempre, con la sua energia contagiosa, e Tamaki Amajiki, più riservato ma con quello sguardo affettuoso che solo chi lo conosce davvero sa decifrare. Erano seduti vicini, Tamaki con un cappuccino tra le mani e Mirio che salutava energicamente i passanti.

Appena Light si avvicinò, Mirio lo accolse con un abbraccio stretto.

“Ehi, campione! Hai dormito bene?”

“Più o meno…” rispose Light, sorridendo appena.

Tamaki gli fece un lieve cenno con la testa, accennando un piccolo sorriso. “Hai un’aria… pensierosa. Tutto bene?”

Light si sedette con loro e, anche se non parlò subito dei suoi dubbi, sapeva che prima o poi avrebbe dovuto farlo. Quei due lo conoscevano troppo bene per fargliela passare liscia.

Light abbassò lo sguardo, mescolando lentamente il cucchiaino nel suo caffè prima di rompere il silenzio con una voce pacata, ma chiara.

“La mia vita amorosa si è… aggiornata,” disse, sollevando appena gli occhi verso i suoi padri.

Mirio quasi sobbalzò dalla sedia, con un sorrisone acceso sul volto. “Eh?! Davvero?! Finalmente! Lo sapevo che prima o poi qualcuno ti avrebbe fatto perdere la testa!”

Tamaki invece si irrigidì un po’, sorpreso, ma cercò di restare calmo. “Hai… incontrato qualcuno?” chiese con tono più cauto.

Light fece un sospiro e sorrise, timido. “Sì. Mi sono innamorato di Kenji.”

Il cucchiaino cadde di mano a Tamaki per un attimo, mentre Mirio restò con la bocca spalancata per qualche secondo, poi esplose in un’esclamazione.

“Kenji?! Il figlio di Natsu e Lucy?! Ma è tipo… il figlio dei due maghi più forti di Fairy Tail!” esclamò Tamaki, più confuso che contrariato.

“Sì…” annuì Light. “Lo so. È stato tutto molto… improvviso. All’inizio cercavo difetti in lui per convincermi che non era nulla. Ma più cercavo, più mi piaceva. Con Shinra… era solo rispetto, ammirazione. Con Kenji è diverso.”

Mirio batté una mano sulla spalla del ragazzo con entusiasmo. “Se ti fa sentire così, allora è quello giusto! E poi, dai, sei figlio di due eroi! Ti meriti una storia d’amore epica!”

Tamaki rimase in silenzio per qualche istante, poi si lasciò andare a un lieve sorriso. “Se ti fa stare bene… allora noi saremo sempre con te.”

Light stava ancora parlando con Mirio e Tamaki, quando sentì una presenza alle sue spalle. Non c’erano parole, solo un’ombra discreta e silenziosa che si avvicinava. Quando si voltò, sobbalzò:

“Alaric?!”

Alle sue spalle c’era proprio lui: Alaric Vermillion. I capelli biondi ordinati, gli occhi color ghiaccio che lo fissavano con distacco, l’espressione fredda e composta. Indossava un lungo cappotto nero e portava con sé un’aura glaciale, come se l’intero mondo intorno a lui fosse rallentato.

“Ti spaventi ancora facilmente,” disse con tono piatto, senza traccia di ironia.

Light si passò una mano tra i capelli, ancora sorpreso. “Potevi… non so, dire qualcosa invece di apparirmi alle spalle come un fantasma!”

Alaric abbassò leggermente lo sguardo. “Non volevo interromperti.”

Mirio lo riconobbe subito e si illuminò. “Ma guarda chi c’è! Alaric! Sei tornato!”

Tamaki lo salutò con un piccolo inchino, mentre osservava la scena in silenzio.

Light si schiarì la voce, imbarazzato. “Non pensavo saresti arrivato così presto…”

“Ho preso il primo volo disponibile,” rispose Alaric, senza alcuna emozione. “Volevo mantenere la promessa. Restare il tuo migliore amico.”

Le parole erano fredde, ma in quegli occhi c’era qualcosa di più profondo. Una nota impercettibile di cura.

Alaric, senza dire nulla di più, fece un passo avanti e con un gesto sicuro afferrò Light per un fianco. Il tocco fu deciso, ma non invadente — come se sapesse esattamente quanto potersi permettere.

“Vieni con me. Dobbiamo parlare,” disse con la sua solita voce fredda, senza lasciare spazio a repliche.

Light sgranò gli occhi. “Ehi! Aspetta, ma che fai? Almeno salut—”

“Parlare, ho detto.” Lo interruppe Alaric, trascinandolo via senza rallentare il passo.

Mirio rise allegramente. “Eh, eccolo! Sempre lo stesso, eh?”

Tamaki sospirò piano. “Sembra più un rapimento che un’uscita tra amici.”

Light, arrossendo, provò a liberarsi. “Va bene, ma… potevi chiederlo con più calma! Sei sempre così glaciale!”

“Se ti chiedevo, avresti detto di no.”

Light non seppe cosa rispondere. Si lasciò trascinare, ancora stupito da quanto quel lato di Alaric fosse rimasto uguale… ma con una sensazione nuova nel petto, difficile da ignorare.

Alaric trascinò Light per un fianco con una fermezza silenziosa. Il biondo si muoveva con passo sicuro, freddo come sempre, senza una parola superflua. Light cercò di tenere il passo, ancora un po’ disorientato dal suo ritorno improvviso.

Lo condusse in un angolo tranquillo del campus, dietro la vecchia serra abbandonata, dove nessuno poteva ascoltarli.

Alaric si voltò di scatto, estraendo alcune foto leggermente piegate dalla tasca interna del cappotto. Le mostrò a Light. Ritraevano un simbolo inciso su una parete, un marchio noto.

“Queste le ho trovate in America. Era un vecchio magazzino abbandonato… dove si nascondevano alcuni degli ultimi seguaci di quell’organizzazione.”

Light riconobbe subito quel marchio. “È quello del padre di Tomoko…”

Alaric annuì lentamente. “Mi aspettavo di vederlo… ma non lì. E non in mano ai nemici. Non è un caso.”

Fece una pausa e fissò Light negli occhi, il tono ancora più gelido:
“Se quel marchio è stato trafugato, se è ricomparso tra quei bastardi… vuol dire che qualcuno dell’Accademia potrebbe avere legami con i villain. Con quella famiglia.”

Il silenzio tra loro diventò pesante. Poi Alaric chiese:

“Secondo te, c’è qualcuno tra di voi che potrebbe essere imparentato con loro? Qualcuno che tiene nascosto qualcosa?”

Light abbassò lo sguardo un attimo, cercando nella memoria. Poi disse piano:
“Kazuya Todoroki… è figlio di Dabi e Freya. Freya è americana. Ma lo scarterei subito.”

Alaric lo fissò in silenzio.

Light proseguì:
“Kazuya odia i suoi genitori. Li detesta. Letteralmente li eviterebbe anche se stessero morendo. Non li vede da anni, e se potesse, cancellerebbe pure il cognome. Non credo sarebbe dalla parte dei nemici. Non dopo quello che gli hanno fatto.”

Fece una breve pausa, poi aggiunse:
“Tomoko… suo padre lavora per gli Hero. È un ingegnere, produce armi. A volte le vendite possono sfuggire di mano, certo… può capitare qualche errore. Ma lei è una delle persone più corrette che conosca. Non mentirebbe mai.”

Light si passò una mano tra i capelli, visibilmente frustrato.

“Non conosco nessun altro che possa avere legami simili. Se c’è davvero qualcuno… è molto bravo a nasconderlo.”

Alaric rimase pensieroso, il suo sguardo serio e tagliente come sempre.

Alaric incrociò le braccia, lo sguardo fisso nel vuoto come se stesse ricostruendo ogni dettaglio. Poi parlò con tono basso ma deciso:
“Quel preside mi ha sempre puzzato. Non era nemmeno finito il primo anno e già mi mandavano in America per uno scambio che non aveva alcun senso. Nessuno lo aveva chiesto, nessun altro studente era coinvolto.”

Light lo fissò, perplesso.

“All’inizio pensavo fosse solo un trasferimento strano,” continuò Alaric, “ma poi ho messo insieme i pezzi. Ero tra i più forti dell’anno. Se fossi rimasto, avrei notato cose. Avrei fatto domande. Probabilmente… avrei scoperto troppo. Così mi hanno tolto di mezzo.”

Strinse il pugno.
“Era una mossa studiata. Volevano mettermi fuori gioco prima che potessi capire chi sta muovendo i fili. E quel preside è nel mezzo. Ne sono certo.”

Light deglutì. Iniziava a rendersi conto che il ritorno di Alaric non era solo nostalgia o amicizia: era una missione.

Alaric guardò Light per qualche secondo in silenzio, poi con un gesto lento si portò una mano verso il medaglione nascosto sotto la maglia. Lo aprì con un clic metallico quasi impercettibile.

“Ho un’arma,” disse con tono grave. “Una che non è fatta d’acciaio o magia convenzionale.”

Light lo fissò curioso. “Che tipo di arma?”

Alaric sollevò lo sguardo, i suoi occhi freddi ma carichi di peso.
“Draghi.”

Light sgranò gli occhi. “Draghi? Come… vivi?”

“Sì. Ma non sono tutti uguali. Sono di razze diverse. Razze antiche. Alcuni sono elementali, altri provengono da dimensioni che nemmeno conosco. Li porto con me, legati a questo medaglione.”

“E perché proprio tu?” chiese Light, avvicinandosi un passo.

Alaric chiuse il medaglione con uno scatto secco.
“Non lo so. So solo che me li hanno affidati in America. I custodi mi hanno detto che il mio compito è tenerli nascosti… e aspettare il momento giusto. Quando sarà il tempo, mi guideranno da soli.”

Il silenzio tra i due divenne denso. Light sentiva il peso di quella rivelazione, e la certezza che il ritorno di Alaric stava portando con sé molto più di vecchi ricordi.

Alaric si appoggiò con la schiena contro il muro del vicolo isolato dove aveva trascinato Light. Il suo sguardo si perse per un istante nel vuoto prima di tornare fisso su di lui.

“C’è un’altra cosa,” disse con tono basso, quasi segreto. “I draghi non sono solo un’arma. Mi è stato detto che non sono tutti per me. Alcuni… devono essere consegnati ad altri. A persone degne. Persone che credono nella nostra causa.”

Light si irrigidì. “La nostra causa?”

“Quella contro chi sta corrompendo dall’interno il sistema degli Hero e delle accademie. Contro chi sfrutta le arti divine e le discendenze per scopi oscuri.”

Alaric si avvicinò. “Tu sei qui da più tempo. Hai vissuto con loro. Conosci le loro intenzioni. C’è qualcuno in cui puoi dire con certezza di fidarti?”

Light non ci pensò troppo. Il suo sguardo si fece sicuro.

“Kazuya,” iniziò. “Nonostante quello che ha passato, ha un cuore incrollabile. È disposto a combattere per il bene, anche se viene da una famiglia distrutta.”

“Tomoko,” proseguì. “È intelligente, strategica e ha un senso di giustizia molto più profondo di quanto lasci credere.”

“Shinra… non ho mai visto nessuno così determinato a proteggere gli altri, anche a costo di se stesso.”

Si fermò un attimo, esitando, ma poi aggiunse con un piccolo sorriso:

“E Kenji. Anche se all’inizio sembra superficiale, ha una forza che va oltre la magia. Sa leggere le persone e non si tira mai indietro.”

Alaric annuì lentamente. “Allora forse è il destino che io sia tornato proprio ora. Presto… ognuno di loro potrebbe dover fare la sua scelta. E io dovrò affidargli qualcosa che nessuno dovrebbe mai portare alla leggera.”

Alaric fissò Light con serietà, incrociando le braccia mentre il vento scompigliava leggermente i suoi capelli biondi perfettamente pettinati. La voce era calma, ma carica di intenzione.

“Light, chiamali.”

Light lo guardò, confuso. “Chi?”

“Kazuya, Tomoko, Shinra e Kenji,” rispose secco. “Se davvero credi che siano dalla nostra parte… allora devono sapere tutto. E io devo vederli con i miei occhi.”

Fece un passo avanti, la sua ombra più lunga sul selciato umido del vicolo. “Dì loro di incontrarci nel bosco, oggi pomeriggio. Niente accademia. Niente occhi indiscreti. Solo noi, in un posto dove la verità può essere detta senza filtri.”

Light annuì lentamente, percependo il peso del momento. “Va bene… Li chiamo. Verranno.”

“Spero per te che abbiano il coraggio di reggere ciò che sta per succedere,” concluse Alaric, mentre si allontanava in silenzio verso l’uscita del vicolo.

 

Il pomeriggio calò con un cielo screziato di nuvole color cremisi e oro. La luce filtrava tra i rami alti del bosco, creando riflessi danzanti sul muschio umido. Uno dopo l’altro, i ragazzi arrivarono nel punto d’incontro concordato: una radura nascosta, silenziosa e carica di un’energia antica.

Light fu il primo, seguito da Shinra con passo deciso ma guardingo. Kazuya arrivò poco dopo, lo sguardo attento e il viso serio, mentre Tomoko e Kenji chiudevano il gruppo, curiosi e pronti a tutto.

Dall’ombra degli alberi, Alaric apparve. Silenzioso, composto, con lo sguardo freddo e concentrato. Si fermò davanti a loro, incrociando le braccia con una calma innaturale.

“Bene. Siete venuti tutti,” esordì con tono piatto. “Ascoltate con attenzione. Quello che sta per succedere non è normale. Né sicuro. Ma è necessario.”

Fece un gesto con la mano, e dal piccolo zaino che portava con sé, estrasse un oggetto avvolto in stoffa antica. Quando la tolse, rivelò un artefatto circolare con incavi brillanti, che cominciarono a pulsare debolmente.

“Questi draghi… non sono comuni. Appartengono a razze antiche, ciascuno con una volontà propria. Io non li controllo. Nessuno può. Devono scegliervi.”

Il silenzio calò tra i presenti, ognuno trattenendo il respiro.

“Voi vi fermerete. Non parlerete. Non proverete a toccarli. Loro verranno a chi vogliono. E se non verranno… accettatelo.”

Fece un cenno. La terra tremò lievemente. Dal terreno, dal cielo, dai lati oscuri della radura… si sentirono movimenti. Presenze. Qualcosa stava arrivando.

Alaric aggiunse infine, rivolgendosi anche a Light:
“Nemmeno tu sei escluso, Light. Anche tu devi farti scegliere. Non è una decisione nostra, è loro.”

Poi fece un passo indietro.

“Restate immobili. E aspettate.”

La radura sprofondò in un silenzio irreale, mentre il cielo si oscurava appena… e i draghi cominciavano a rivelarsi.

Dalla penombra degli alberi, un fruscio tagliente attraversò l’aria. I rami si piegarono come al passaggio del vento… ma non era vento. Un battito d’ali potente e aggraziato scosse la radura.

Un drago emerse con eleganza, le squame blu zaffiro che scintillavano alla luce filtrata, gli aculei dorati lungo il dorso che si muovevano come antenne reattive. I suoi occhi erano intelligenti, vigili, come se stesse scandagliando le anime presenti.

Il suo muso si voltò lentamente verso Tomoko.

Il suo passo era leggero ma deciso, e si avvicinò a lei con la sicurezza di una creatura che aveva già fatto la sua scelta ancor prima di arrivare. I suoi artigli affondavano nel terreno con grazia, e quando fu di fronte a Tomoko, abbassò il capo. Un piccolo soffio caldo uscì dalle sue narici.

Razza: Furia Spinata (Deadly Nadder)
Classe: Tracker (Segugi)

Alaric fece un cenno con la testa, quasi sollevato.
“La Furia Spinata ha una mira perfetta. Può lanciare aculei con precisione mortale, ma ha anche un fiuto straordinario. È leale, veloce, e ha un forte senso dell’onore.”

Il drago si accovacciò accanto a Tomoko, toccandole la fronte con il muso, quasi fosse un saluto antico. Una connessione silenziosa si formò tra i due. Tomoko restò immobile, sorpresa ma composta, con gli occhi leggermente lucidi.

“Sembra che ti abbia trovata.” Sussurrò Light con un sorriso.

Il silenzio si spezzò solo per un attimo… prima che altri passi, più pesanti e profondi, iniziarono ad avvicinarsi nella radura. Un altro drago era in arrivo.

Un silenzio teso calò di nuovo sulla radura. Il terreno tremò leggermente, come se qualcosa di pericoloso si stesse facendo strada tra le ombre. Un brivido attraversò la schiena di tutti i presenti.

Dalle fronde più scure del bosco, apparve una figura contorta e affilata: era il Pinzamorte.

Il suo corpo snodato e muscoloso sembrava fatto di metallo vivente. Le sue ali nere come l’ossidiana riflettevano la luce in modo innaturale. Gli occhi gialli, profondi e spettrali, si fissarono su ognuno di loro… ma poi si soffermarono su Shinra.

Un ringhio basso e vibrante scosse la radura. Le mandibole della creatura si aprirono leggermente, rivelando le zanne lucide intrise di veleno. Le sue zampe si mossero rapide, e con un balzo fulmineo si piazzò davanti a Shinra.

Alaric tese una mano, pronto a intervenire — ma il drago si fermò. I suoi occhi brillavano di consapevolezza.

“Specie: Pinzamorte (Deathgripper)”
“Classe: Incerta”

“Una delle specie più pericolose esistenti,” disse Alaric a voce bassa. “Il loro veleno può controllare anche altri draghi. Ma se uno sceglie un legame spontaneamente… significa che ha trovato qualcuno che rispetta.”

Shinra non si mosse. Il drago abbassò lentamente la testa e gli passò accanto, sfiorandogli la spalla con la mandibola. Sembrava una sorta di accettazione.

Il ragazzo deglutì appena, poi alzò una mano e la poggiò, con calma e rispetto, sulla testa dell’enorme creatura. Il contatto fu silenzioso, potente, carico di tensione… ma stabile.

“Siamo simili,” mormorò Shinra. “Entrambi combattiamo per controllare qualcosa che potrebbe farci impazzire.”

Il drago emise un suono profondo, come se approvasse.

E nel cuore della radura, tra aculei e veleni, era nato un legame.

Il vento cambiò direzione, portando con sé una scia di energia quasi impercettibile, ma distinta. Un’ombra elegante sorvolò la radura con movimenti ampi e controllati, e con un battito potente di ali doppie, atterrò con grazia il Tagliatempeste.

Il drago era maestoso, le sue quattro ali disposte a X si aprirono lentamente, come a mostrare la sua superiorità. Il suo corpo snello, ma muscoloso, era coperto da squame lucenti color argento e blu intenso. Ogni movimento sembrava studiato, quasi teatrale, come se sapesse di essere osservato.

“Specie: Tagliatempeste (Stormcutter)”
“Classe: Sharp”
Draghi orgogliosi, vanitosi e aggraziati. Non scelgono mai a caso.

Il Tagliatempeste scrutò il gruppo con occhi penetranti e altezzosi. Ignorò gli altri, voltando la testa in modo quasi snob — per poi fissare dritto Kazuya. Gli occhi del drago si strinsero leggermente, e fece un passo deciso verso di lui.

Kazuya alzò un sopracciglio, incrociando le braccia.

“Cosa vuoi da me? Spero tu non sia troppo sensibile, perché non ho intenzione di lisciarti le squame tutto il giorno.”

Il drago si avvicinò ancora. Poi, con un gesto rapido ma delicato, piegò le sue due ali anteriori intorno a Kazuya, come a formare un velo protettivo.

Il ragazzo rimase un attimo in silenzio, sorpreso. Il Tagliatempeste inclinò la testa — con un’eleganza sovrannaturale — e ruotò di quasi 270° per osservarlo da più angolazioni, come a valutarne la figura.

“Ma guarda…”, sussurrò Tomoko da dietro, “si somigliano davvero. Entrambi sono orgogliosi, vanitosi… e bellissimi.”

Kazuya sbuffò, ma una piccola smorfia divertita comparve sulle sue labbra.
“Va bene. Ma solo se sei disposto a seguire il mio ritmo.”

Il Tagliatempeste fece una sorta di inchino. I due si fissarono negli occhi. Un’intesa silenziosa, fatta di rispetto e sfida, si formò.

Alaric annuì, quasi impressionato.
“Era da tempo che uno Stormcutter non sceglieva così in fretta.”

La terza scelta era fatta. E come i precedenti, anche questa unione profumava di qualcosa di antico, potente… e destinato.

Shinra fece un sorrisetto ironico, inclinando appena il capo mentre dava una leggera gomitata a Kazuya.

“Uno Stormcutter, eh? Dev’essere stato colpito dal tuo ego… o forse voleva solo un drago tanto bello quanto il suo cavaliere.”

Kazuya lo guardò di lato, cercando di trattenere un sorriso ma fallendo miseramente. Scrollò le spalle con aria finta infastidita, mentre teneva ancora una mano sul collo del drago, che sembrava compiaciuto dalla scelta.

“Forse ha solo buon gusto,” rispose secco, ma con una sfumatura rossa sulle guance.

Shinra alzò le mani, fingendo innocenza.
“Non lo metto in dubbio. Io, per esempio, ci sono cascato.”

Kazuya lo fulminò con un’occhiata più tenera che arrabbiata, mentre Light, poco lontano, si copriva la bocca per non ridere.

Poi fu il turno di Kenji.

Dal fondo della radura si udì un battito d’ali profondo e armonico, come il suono lontano di una tempesta artica. Un’ombra azzurra attraversò il cielo, planando con una precisione spaventosa. Quando il drago atterrò davanti a Kenji, lo fece con una grazia felina, incuriosito ma cauto.

La Furia Alata del Gelo.
Classe: Strike.

Il drago aveva un manto di piume blu ghiaccio, lucente e vivido, e una pelliccia chiara e morbida che si muoveva leggermente con il vento. Le ali piumate, simili a quelle di un’aquila, si spiegavano con autorità, mostrando gli uncini ricurvi alle estremità. Una creatura bellissima, ma carica di potenziale distruttivo.

Kenji non parlò. Rimase in piedi, dritto, con le mani lungo i fianchi e gli occhi fissi su quelli del drago. Il drago fece un passo avanti, inclinò leggermente il capo. I suoi occhi, prima blu chiaro, diventarono leggermente violacei, come a segnalare che stava valutando il ragazzo davanti a sé.

Poi, si avvicinò e prese a circolare attorno a Kenji, lento, misurato, fino a posizionarsi dietro di lui. Con un gesto inaspettatamente tenero, sfiorò la schiena del ragazzo con la testa, come a dire: “Sei stato scelto.”

Kenji si girò con calma, portando una mano sul muso piumato. Non sorrideva, ma c’era un calore negli occhi che pochi avevano mai visto.

“Bello…” mormorò Tomoko, osservando la scena con un accenno di emozione.

“Beh, direi che è proprio il tipo di drago per lui,” sussurrò Light a Kazuya.
“Freddo fuori… ma ti distrugge se ti avvicini troppo.”

Il drago si abbassò lentamente, invitando Kenji a toccarlo ancora. Le spine della coda si ritrassero, come segno di fiducia.
Alaric annuì con soddisfazione.

“Quattro legami, quattro forze distinte. Eppure, sembrano già uniti.”

Una brezza fredda attraversò la radura, sollevando lievemente la pelliccia del drago. Tutti rimasero in silenzio per un momento, consapevoli che qualcosa era cambiato. Ora erano legati — non solo tra loro, ma a qualcosa di più grande.

Light si sentì una scossa lungo la schiena, un brivido tagliente nell’aria. Si voltò lentamente… e lì, a pochi passi da lui, c’era il drago che l’aveva scelto.

Un Razorwhip.

La creatura era imponente e affilata come una lama forgiata dal vento. Il corpo snello e serpentiforme scintillava sotto la luce filtrata tra gli alberi, d’un argento metallico che sembrava vivo, pulsante. Le ali, ampie e lamellari, erano piegate con eleganza, come se stesse decidendo se aprirle per mostrarsi in tutta la sua maestosità o restare nascosto nell’ombra.

Le sue scaglie riflettevano la luce in mille schegge, quasi ipnotiche. La coda, lunga e sottile, si muoveva lenta, ma con una precisione letale. La punta, dotata di affilate lame naturali, sfiorava l’erba come se stesse saggiando il terreno… o minacciando chiunque si avvicinasse troppo.

Light rimase immobile, incantato. Sentiva il cuore martellare, non per paura, ma per il rispetto che quella creatura imponeva.

Il Razorwhip abbassò leggermente la testa, i suoi occhi sottili e attenti lo osservavano. Era come se stesse leggendo la sua anima, pesando ogni parola mai detta, ogni decisione presa.

Poi, senza un suono, si avvicinò. La sua pelle d’acciaio sfiorò il braccio di Light, tracciando una linea fredda e leggera come una piuma… ma tagliente come il filo di una spada.

Il drago si fermò proprio accanto a lui e, con un movimento fluido, avvolse parzialmente la coda attorno alle gambe di Light. Non era una morsa. Era un gesto di scelta. Di legame.

Light trattenne il fiato, poi si rilassò. Portò lentamente una mano sul collo dell’animale, lì dove le scaglie sembravano quasi morbide. Il Razorwhip non si mosse, ma chiuse per un attimo gli occhi, come per dire: Ti vedo. Ti accetto.

Gli altri si girarono, osservando la scena con stupore.

Kenji, con un sorriso lieve:
“Elegante… ma affilato. Proprio come lui.”

Shinra sussurrò con un cenno ironico:
“Scommetto che anche il suo drago lo corregge se sbaglia grammatica.”

Light si voltò con un mezzo sorriso e alzò un sopracciglio.
“Il tuo, invece, ti morde se prendi troppo sul serio le tue battute?”

Shinra fece spallucce, ma il sorriso non gli si spense dal volto.

Intanto, Alaric osservava in silenzio, soddisfatto. Ora, anche l’ultimo legame era stato forgiato. I cinque cavalieri erano pronti.
O quasi.

Light guardò Alaric con curiosità e un pizzico di sospetto negli occhi.
“E tu? Hai un drago anche tu, o sei solo il messaggero misterioso con le risposte criptiche?”

Alaric non rispose subito. Si limitò a voltare lentamente il capo. Un attimo dopo, l’aria dietro di lui si fece più pesante, quasi intossicata dall’ombra stessa… e dal silenzio emerse una creatura.

Un Incubo Mortale.

La bestia si avvicinò strisciando tra gli alberi, il corpo ricoperto di squame nere come l’ossidiana, riflettenti appena una luce rosso cupo. Le sue ali si dispiegarono con un fruscio inquietante, mostrando membrane sottili come carta bruciata, e occhi cremisi che sembravano scolpiti nel sangue. Le fauci si aprirono lentamente, mostrando file di denti aguzzi e incandescenti.

Il drago si mise proprio alle spalle di Alaric, con un atteggiamento quasi… protettivo.

“Lui si chiama Abyssus,” disse Alaric con voce ferma.
“Non serve che mi scelga. Siamo nati insieme.”

Per un momento, nessuno osò dire nulla. L’aura di quell’unione era diversa, più antica, più letale. Ma c’era rispetto. Legame.

Poi, Alaric guardò gli altri con uno sguardo serio ma non ostile.
“Ora tocca a voi. I vostri draghi vi hanno scelto. È il momento che siate voi a dare loro un nome. Non un nome qualsiasi… uno che li leghi a voi per sempre.”

Un silenzio carico di significato calò sulla radura. Gli occhi dei draghi puntati sui rispettivi cavalieri. Attendevano.

Era giunto il momento.

Kenji fece un passo avanti, il suo sguardo sempre fisso nei profondi occhi della Furia Alata del Gelo. Posò una mano sul petto del drago, dove il respiro era lento e controllato.
“Ti chiamerò… Yūrei.”
La creatura sbatté lentamente le ali, come se approvasse. Il nome fluttuò nell’aria come un sussurro gelido, e per un istante le sue piume rifletterono un bagliore azzurrino più intenso.

Light fu il secondo. Il Razorwhip si mosse con eleganza attorno a lui, la coda frustante che tagliava l’aria con movimenti misurati. Light sorrise piano.

“Sei affilato, silenzioso… e bellissimo. Ti chiamerò… Vex.”
Il Razorwhip si fermò, poi avvicinò il muso affilato alla spalla di Light, quasi in un gesto di accettazione.

Tomoko avanzò a sua volta. Il suo Furia Spinata la guardava con la testa inclinata.
“Mh… tu sei feroce, ma anche attento. Mi piaci.” Si accarezzò il mento pensosa, poi sorrise.
“Ti chiamerò Akari.”
Il drago emise un suono rauco ma quasi affettuoso, strusciando il becco appuntito contro il fianco di Tomoko.

Poi fu il turno di Shinra. Si voltò verso il suo Deathgripper, che lo fissava con occhi gialli e carichi di tensione.
Shinra ridacchiò, poi si avvicinò con sicurezza.
“Hai l’aria di uno che si diverte a mettere paura alla gente… un po’ come me.” Gli occhi si addolcirono per un momento, poi sussurrò:
“Ti chiamerò Kurō.”
Il drago batté le mandibole due volte, quasi fosse un cenno, poi abbassò la testa verso Shinra.
“Eh, anche tu sei bello da paura,” aggiunse con un ghigno, incrociando per un istante lo sguardo di Kazuya con una scintilla sottile e ambigua.

Infine, fu il momento di Kazuya. Il Tagliatempeste lo guardava dall’alto, con fierezza. Entrambi si somigliavano: orgogliosi, composti, ma capaci di slanci improvvisi.
Kazuya si avvicinò senza paura, posando una mano sul petto del drago.
“Non serve che ci diciamo troppo. Tu sai chi sei. Io lo so.”
Fece una pausa, poi disse:
“Ti chiamerò Raikō.”
Il Tagliatempeste spiegò le ali in un’esplosione di forza e grazia, alzando vento e foglie. Il nome risuonò con potenza, e per un attimo sembrò tuonare lontano.

Cinque nomi. Cinque legami. Cinque destini che iniziavano a intrecciarsi.

Chapter 24: Vol. 2 Benvenuti al Clan Gojo, draghi! (Extra)

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Il sole stava calando sull’orizzonte quando Kazuya e Shinra, ancora leggermente euforici per l’esperienza vissuta nel bosco, fecero ritorno al clan Gojo. Camminavano fianco a fianco, seguiti dalle imponenti e maestose figure dei loro draghi.
Il Tagliatempeste di Kazuya camminava con eleganza, le ali raccolte, ma gli occhi attenti. Il Tagliatempeste era fiero, quasi altezzoso, e pareva consapevole che ogni passo attirava sguardi.
Il Pinzamortale di Shinra invece aveva un passo furtivo e silenzioso. Le sue mandibole scintillavano alla luce del crepuscolo, e ogni tanto voltava lo sguardo inquietante verso chiunque osasse fissarlo troppo a lungo.
Appena varcata la soglia della tenuta, Suguru Geto fu il primo a notare la loro presenza e spalancò gli occhi.
"Ditemi che sono illusioni. Oppure io sto impazzendo." disse fissando le due creature.
Satoru Gojo, con la solita calma un po’ teatrale, abbassò gli occhiali e scrutò i draghi.
"No, Suguru… stavolta non stai impazzendo. Sono… veri."
Bryan, che era appena sceso dalle scale con un bicchiere in mano, rimase fermo a metà del gradino, paralizzato, lo sguardo fisso sul Pinzamorte.
"Ok. Uno di loro ha portato un dinosauro assassino a casa nostra."
Shinra alzò un sopracciglio con un sorriso beffardo.
"Lui si chiama Kurō. E no, non mangia coinquilini… di solito."
Kazuya, appoggiando una mano con nonchalance sul fianco del suo drago, sogghignò.
"Questo invece è Raikō. Elegante, potente e con un ego pari al mio."
Suguru si portò una mano alla fronte, ridendo piano.
"Grazie agli dei che questa casa è grande come un tempio. Dove dormono, in giardino o vogliono una camera con vasca?"
Satoru rise.
"Non dargli idee, o finiranno per chiedere il mio bagno personale."
Il Tagliatempeste emise un verso gutturale, quasi in risposta, piegando la testa verso Satoru con fare altezzoso.
Bryan infine si avvicinò, facendo un mezzo giro attorno al drago di Shinra.
"Kurō, huh? Sembra il tipo che ti sveglia con un morso."
Shinra si strinse nelle spalle, il sorriso gli giocava sulle labbra mentre guardava Kazuya.
"Beh, meglio lui che certe persone che russano come una valanga…"
Kazuya lo fulminò per un secondo, poi lo fissò con un sorrisetto appena accennato.
"Stai diventando sentimentale, Shinra. Ma apprezzo."
Suguru sospirò e si avviò verso il salotto.
"Va bene, voi sistemate i vostri... draghi. Io preparo il tè. E magari una gabbia rinforzata per Bryan, nel caso Kurō lo trovi troppo fastidioso."
Bryan gridò dal corridoio:
"CI SONO ANCORA, EH!"

Kazuya si stava ancora godendo l’aria di superiorità mentre accarezzava il collo di Raikō, quando Shinra, con un sorrisetto tagliente, gli si avvicinò e gli diede un piccolo pugno sul braccio.

“Che ne dici, altezza reale, di smettere di fare scena e dimostrarmi se sai davvero volare?”

Kazuya lo guardò di lato, occhi semi-socchiusi, come se valutasse la provocazione. Poi rise piano, con quel suo tono basso e controllato.

“Sfida accettata, idiota.”

Kurō alzò la testa di scatto, come se avesse sentito la tensione tra i due. Raikō, invece, sbatté le ali lentamente, quasi fosse già pronto al decollo.

Bryan li guardava dalla porta, una mano sulla fronte.
“Ecco, adesso cominciano a fare i galli da combattimento… con i jet privati al posto dei galli.”

Satoru si sedette sul tetto, prendendo i popcorn dal nulla.
“Finalmente un po’ di spettacolo. Spero solo che non devastino metà del cielo sopra Tokyo.”

Suguru sospirò.
“Se buttano giù il tetto, volano fuori tutti. Letteralmente.”

Kazuya montò su Raikō con un’eleganza quasi teatrale, mentre Shinra saltava con decisione sul dorso di Kurō, che sembrava già in fermento per la competizione.

“Primo che tocca le nuvole vince,” disse Kazuya.

“E il perdente offre ramen a tutti,” aggiunse Shinra con un ghigno.

“Affare fatto.”

In un battito d’ali, i due draghi si sollevarono contemporaneamente, fendendo l’aria con potenza. Raikō si librava con maestà e controllo, mentre Kurō si muoveva con scatti rapidi e improvvisi, quasi danzando nel cielo.

Da terra, le loro sagome si facevano sempre più piccole, finché le loro ali non divennero due macchie contro il cielo arancio del tramonto.

La gara era iniziata — ma per loro, più che una competizione, era un modo per capirsi, sfidarsi… e forse, avvicinarsi ancora un po’.

Kurō tagliava l’aria con precisione, salendo in quota con slancio. Shinra sentiva il vento pizzicargli le guance e i capelli scompigliati, gli occhi stretti in una smorfia di concentrazione e adrenalina.

“HA! Primo!” esclamò, battendo un pugno in aria mentre raggiungeva la cima delle nuvole.

Ma attorno a lui… il silenzio.

Solo il crepitio ovattato dell’atmosfera, il rumore lieve del volo di Kurō, e un cielo dorato ad abbracciarli.

Shinra si guardò intorno, stranito.

“Aspetta… dov’è Kazuya?”

Un momento dopo, le nuvole sotto di lui si mossero con una scia improvvisa e… woosh — Raikō emerse con eleganza da dietro una massa vaporosa, le ali spiegate come quelle di un re celeste.

Kazuya era in piedi sul dorso del suo drago, con un sorrisetto soddisfatto e uno sguardo fiero.
“Pensavi davvero di avermi battuto così facilmente?”

Shinra scoppiò a ridere, scuotendo la testa.
“Sei proprio un bastardo teatrale.”

“Lo dici come se non ti piacesse.”

I due si librarono ancora più in alto, sopra le nuvole. Sembravano due comete gemelle, curve perfette nel cielo che si inseguivano, si evitavano, si cercavano.

Poi, improvvisamente, Shinra si voltò — e non vide più Kazuya.
“Oh no, di nuovo…”

Guardava a destra, a sinistra… nulla. Fino a quando una voce familiare non si fece sentire alle sue spalle:

“Ti stai distraendo, Shinra.”

Kazuya era a testa in giù, sospeso sopra di lui, appeso alla sella di Raikō con solo una mano. Gli occhi gli brillavano per l’adrenalina e l’aria fresca.

Shinra aprì la bocca per rispondere, ma non fece in tempo.

Kazuya lasciò la presa e saltò, atterrando direttamente dietro di lui sul dorso di Kurō. Gli circondò il petto con le braccia e si avvicinò, con un tono basso e provocatorio all’orecchio:

“Preso.”

Il cuore di Shinra saltò un battito.
“Tu sei completamente pazzo.”

“E tu mi hai lasciato salire.”

Per un istante restarono così, fermi, sospesi sopra un oceano di nuvole. Nessun rumore, solo il battito delle ali, il vento… e un silenzio carico di qualcosa che nessuno dei due osava nominare.

Poi Kurō emise un verso basso, come a volerli spronare.
“Andiamo, Re del Teatrino. Ho ancora del cielo da conquistare,” disse Shinra, scrollandosi appena ma senza spostare le braccia di Kazuya.

“Tieni duro, allora. Stavolta guido io.”

E si alzarono di nuovo, uniti, tra risate e scie di vento.

Kazuya si alzò lentamente in piedi sul dorso di Kurō, con equilibrio perfetto, lo sguardo fisso all’orizzonte. Il vento gli scompigliava i capelli bianchi e neri, e per un attimo sembrò quasi parte del cielo stesso.
Poi, con calma e senza dire nulla, iniziò a camminare. Passo dopo passo, avanzò fino all’estremità dell’ala di Kurō. Ogni suo movimento era fluido, misurato, come se danzasse sull’aria.
Shinra lo guardò da dietro, all’inizio confuso.
"Kazuya? Che stai—"
Prima che potesse finire la frase, Kazuya cadde.
Il suo corpo scivolò giù nel vuoto, silenzioso, senza un grido, senza una smorfia. Solo il suono tagliente dell’aria.
"KA—!"
Shinra si sporse di lato istintivamente, il cuore in gola, la mano già pronta a tuffarsi nel nulla pur di afferrarlo.
Ma poi… lo vide.
Raikō, maestoso e composto, volava appena sotto, e Kazuya vi era salito con perfetta sincronia, in piedi, con una grazia quasi surreale.
Lo stava già guardando, in silenzio, con quel sorriso appena accennato e caldo, che così raramente mostrava.
Uno di quei sorrisi che ti sciolgono il respiro.
Shinra lo fissò, ancora teso.
"Tu... sei proprio un bastardo, lo sai?"
Kazuya inclinò la testa, gli occhi lucidi di luce solare.
"Ma sei preoccupato per me."
"Ti ho visto cadere nel vuoto!"
"E mi hai guardato come se avessi perso qualcosa di importante," replicò lui, la voce bassa, ma chiara come un sussurro portato dal vento.
Kurō e Raikō iniziarono a volare fianco a fianco, le ali che quasi si sfioravano. I due ragazzi si fissarono per lunghi secondi.
Poi Kazuya, ancora in piedi, allungò una mano verso di lui.
"Vieni. Voliamo insieme, davvero."
Shinra esitò solo un attimo, poi strinse quella mano.

Kazuya guidava Raikō con naturale eleganza, il corpo leggermente inclinato in avanti mentre il drago solcava il cielo con ampie planate silenziose. Il vento era tiepido, portava con sé il profumo dell’estate e il suono lontano di un mondo tranquillo sotto di loro.

Shinra, seduto dietro, aveva le braccia strette attorno ai fianchi di Kazuya. I suoi pollici si muovevano lentamente, disegnando piccoli cerchi contro la stoffa della camicia mentre si lasciava cullare dal volo e dal calore del corpo dell’altro.

Il cielo davanti a loro stava esplodendo in colori caldi e avvolgenti — arancio, rosso cremisi, sfumature dorate che riflettevano sulle scaglie argentate di Raikō, creando uno spettacolo quasi irreale.

Shinra abbassò lo sguardo, il cuore pieno e il respiro lento. Poi si avvicinò piano, inclinandosi in avanti.

Un bacio. Uno solo, morbido, posato sulla nuca di Kazuya.

Poi un altro, più sotto, vicino all’attaccatura del collo.

E un altro ancora, sulle spalle coperte.

Kazuya non parlò, ma il suo corpo si rilassò tra le braccia di Shinra. La testa si inclinò appena di lato, come a offrirsi a quel gesto, silenzioso ma denso di significato.

Shinra, con un sorriso quasi timido, continuò. I suoi baci erano lenti, devoti, come se volesse imprimere quel momento nella memoria dell’altro — e nella propria.

“È strano,” mormorò tra un bacio e l’altro. “Più sto con te… più mi viene voglia di fermare il tempo.”

Kazuya chiuse gli occhi, lasciando che il vento accarezzasse il suo viso.
“Non serve fermarlo. Vivi adesso. Con me.”

I due rimasero così, avvolti in un silenzio pieno di significato, mentre Raikō planava dolcemente sopra le nuvole, portandoli sempre più in alto — dove il cielo sembrava non finire mai.

Mentre il sole calava lentamente all’orizzonte, tingendo il cielo di sfumature dorate e rosate, Raikō planava con eleganza sopra le nuvole. Kazuya alzò appena la voce, voltando la testa quel tanto che bastava per farsi sentire da Shinra, senza perdere il suo solito tono ironico:

“Sai che sembriamo una scena di Dragon Trainer? Tipo quando Astrid vola per la prima volta con Hiccup e Sdentato.”

Shinra rise, stringendo appena di più le braccia attorno alla vita di Kazuya, compiaciuto.

“Vuoi riguardarlo, allora? Ci mettiamo sotto una coperta e lo guardiamo insieme, se vuoi.”

Kazuya sorrise, stavolta con un luccichio negli occhi.

“Sì, ma il secondo film.”
Fece una pausa, lasciando che il vento gli accarezzasse i capelli. “Quello dove Hiccup con l’armatura figa, e diventa tipo un principe drago.”

Shinra sbuffò divertito.
“Ovviamente vuoi quello. Più drammatico, più figo, più… te.”

Kazuya si voltò per un istante e gli lanciò uno sguardo languido ma divertito.
“E poi… c’è più romanticismo. Tu sei un po’ Astrid, in fondo.”

Shinra rise di cuore, poi poggiò un bacio sulla guancia di Kazuya.
“Ok, ma solo se tu fai la vocina epica durante la scena della madre di Hiccup.”

“Affare fatto.”

E mentre Raikō li portava ancora più in alto, tra le nuvole che si aprivano come sipari leggeri, i due rimasero lì, stretti l’uno all’altro, ridendo e sognando, come se il cielo fosse casa loro.

Kazuya osservava l’orizzonte con gli occhi socchiusi, mentre il vento gli accarezzava il viso. Poi, con un sorriso più morbido, aggiunse:

“Anzi… ora che ci penso, non siamo Hiccup e Astrid.”

Shinra alzò un sopracciglio, curioso.
“Ah no? E chi saremmo, allora?”

Kazuya si voltò lentamente verso di lui, con uno sguardo che brillava di complicità.
“La Furia Chiara e Sdentato.”

Shinra scoppiò a ridere, colpito dalla stranezza ma anche dalla dolcezza dell’idea.
“Davvero? Perché proprio loro?”

Kazuya si prese qualche secondo, il sorriso diventò più serio, ma non meno tenero.
“Perché non parlano molto… ma si capiscono solo con uno sguardo. Volano insieme come se fossero fatti per stare uno accanto all’altro. E quando sono insieme, il mondo sembra solo un posto silenzioso pieno di luce e vento.”

Shinra rimase in silenzio per un momento, poi appoggiò la fronte alla sua schiena e sussurrò:
“Ok, adesso hai ufficialmente vinto. Sei più romantico di me.”

Kazuya ridacchiò.
“Me lo segno.”

Il cielo cominciava a tingersi di blu profondo, con le prime stelle che facevano capolino oltre le nuvole. Una brezza più fredda li avvolse.

“Torniamo?” chiese Shinra piano, ma senza rompere la magia del momento.

“Già… prima che Bryan ci mandi un messaggio drammatico.”

Raikō emise un verso basso, quasi come se confermasse, e virò con eleganza verso casa.
Kurō, sempre silenzioso, li seguiva da vicino, fedele come un’ombra.
I due ragazzi rimasero ancora stretti, mentre la notte li accompagnava verso il ritorno, custodendo nel buio il segreto di quel momento perfetto tra nuvole, draghi e promesse non dette.

Appena Raikō e Kurō toccarono terra nel cortile del clan Gojo, le loro ali si piegarono con eleganza e grazia. Kazuya e Shinra scesero lentamente, ancora con l’aria sognante e i capelli scompigliati dal vento.

Non fecero in tempo a scambiarsi un sorriso che Bryan apparve all’ingresso, impeccabile come sempre, con il telefono in mano e un’espressione tra il seccato e l’annoiato.

“Finalmente siete tornati, piccioncini dell’aria.”
Sbuffò platealmente, poi incrociò le braccia e fissò Shinra con uno sguardo glaciale.
“E ricordati, se vedo anche solo una piuma nel mio bagno… giuro che ti taglio le ali.”

Shinra deglutì teatralmente.
“Ricevuto, comandante Bryan.”

Bryan si voltò di scatto, lanciando un’occhiata frettolosa a Kazuya.
“Io esco. Ho un appuntamento con Dioniso. E stavolta voglio almeno venti minuti senza messaggi di ‘dove sei?’ o ‘Bryan, puoi portarmi l’asciugamano?’”
Fece una pausa e puntò ancora gli occhi su Shinra.
“Usa. Il. Tuo. Drago.”

Detto ciò, si allontanò con passo sicuro, sparendo dietro al portone con un’eleganza quasi regale.

Dopo pochi secondi, anche Suguru apparve nel corridoio, sistemandosi la giacca.
“Ah, vi siete divertiti in volo? Bravi. Adesso tocca a noi.”

Alle sue spalle comparve Satoru, che stava già legandosi i capelli con aria rilassata.
“Cena fuori. Io, Suguru e una bottiglia di sakè che ci aspetta. Voi due… fate quello che volete. Ma non distruggete casa, o lo fate coi vostri draghi.”

Suguru ridacchiò e diede una pacca sulla spalla a Kazuya.
“Godetevi la serata, voi due. Ma se accendete il camino… niente fiamme blu, per favore.”

Con un cenno leggero e complice, entrambi sparirono oltre il portone, lasciando Shinra e Kazuya soli nella casa… finalmente tranquilli.
Solo i draghi dormivano all’esterno, le ali ripiegate e il fiato calmo.

La notte era loro.

Kazuya lo fissò per qualche secondo dopo che Bryan fu uscito, poi si voltò lentamente verso Shinra con un sopracciglio alzato.

“Aspetta un attimo…” disse con voce sospettosa.
“Qual è esattamente la storia delle piume nel bagno?”

Shinra scoppiò a ridere, si appoggiò alla parete e incrociò le braccia con aria soddisfatta.

“Ah, quella?” fece, come se parlasse di una leggenda personale.
“Allora… ogni tanto, quando Bryan è troppo tranquillo, troppo serio… io spargo delle piume finte nel bagno. Bianche, morbidissime, alcune pure glitterate.”

Kazuya lo guardava come se stesse parlando con un criminale di guerra.
“…Glitterate.”

Shinra annuì con orgoglio.
“Una volta ho riempito la vasca. Un’altra, ho nascosto delle piume dietro lo specchio, così quando apriva l’armadietto, gli volavano in faccia. Ha urlato come se fosse stato attaccato da un’anatra mutante.”

Kazuya si portò una mano alla fronte, scuotendola piano, ma rideva sotto i baffi.
“Tu sei incredibile. E pazzo. Ma incredibile.”

“Bryan se lo merita. Sta troppo in controllo. Ogni piuma lo fa scendere un gradino dalla sua torre d’avorio.”

“E quindi… questa è la tua vendetta personale.”

“Vendetta? No.” Shinra fece una smorfia teatrale.
“È… arte concettuale.”

Kazuya si avvicinò, passandogli un braccio intorno alla vita, con un sorriso sornione.
“Mi fai paura… ma mi piaci proprio per questo.”

Shinra rise e lo tirò a sé.
“E tu sei l’unico che può vedere l’opera d’arte in tutto questo caos.”

Kazuya gli diede un colpetto sul petto con due dita, sollevando lo sguardo con un’espressione quasi maliziosa.
“Dai, maestro delle piume… andiamo a cucinare.”

Shinra alzò un sopracciglio, divertito.
“A cucinare? Adesso? Hai fame o vuoi solo vedermi fallire ai fornelli?”

Kazuya lo afferrò per la mano, iniziando a trascinarlo verso la cucina.

“Fame, sì. Ma soprattutto voglio vederti fallire con stile. Però facciamolo insieme, cuciniamo il ramen. Come in quei slice of life dove tutto sembra perfetto e la cucina è piena di vapore e sorrisi.”

Shinra si lasciò trascinare, ridacchiando.
“Slice of life? Tu sei più da shōnen combattimento con esplosioni e drammi.”

“Appunto,” rispose Kazuya lanciandogli uno sguardo da sopra la spalla, “il ramen è l’unica cosa che può salvarmi dal crollo emotivo post-volo romantico.”

Arrivati in cucina, iniziarono a preparare il brodo, affettare le verdure e cuocere le uova. Tra schizzi d’acqua, risate e tentativi sbilenchi di impiattare come nei programmi gourmet, il ramen prese forma.

Shinra, con una ciocca di capelli incollata alla fronte e le maniche arrotolate male, si voltò verso Kazuya con una ciotola in mano.
“Se sopravvivi a questo… ti meriti una medaglia. O un drago in miniatura.”

Kazuya prese la sua ciotola con aria fiera e sedendosi sul bancone rispose:
“Mi basta questo momento. E magari un secondo piatto.”

Shinra sorrise, più dolcemente del solito.
“Allora cucinerò ancora, se è con te.”

La cena era quasi finita, le ciotole di ramen quasi vuote e il vapore ancora aleggiava nell’aria, profumando la cucina di brodo e zenzero. I due erano seduti fianco a fianco, i piedi nudi che si sfioravano sotto il tavolo, le risate ancora fresche per gli schizzi e gli errori commessi cucinando.

Shinra, con il mento appoggiato sulla mano e un sorriso accennato, lo guardò di lato.
“Kazuya…”, iniziò con voce più morbida. “Che ne dici se… stasera… la passiamo insieme? Intendo… in modo un po’ più intimo.”

Kazuya si voltò verso di lui, inclinando appena la testa. Il suo sguardo non era duro, né infastidito. Solo tranquillo e deciso.
“Shinra… mi fido di te. E ti amo.”
Fece una piccola pausa, poi aggiunse con il suo solito tono sincero:
“Ma vorrei aspettare. Non voglio farlo prima dei vent’anni.”

Shinra, che stava proprio allora portando il cucchiaio alla bocca, si strozzò con il brodo al sentire l’ultima parte. Tossì rumorosamente, battendosi il petto.
“V-vent’anni?!”

Kazuya alzò le spalle con un sorrisetto.
“È un mio limite. Voglio che sia… speciale. Consapevole. Non solo emozione, ma scelta.”

Shinra lo guardò con occhi ancora leggermente lucidi per il colpo di tosse, ma poi si rilassò, posando il cucchiaio nella ciotola.
“Sei davvero un tipo da grandi promesse, eh?”
Si avvicinò un poco, gli prese la mano e la strinse con gentilezza.
“Va bene. Aspetterò. Anche cento anni, se serve.”

Kazuya arrossì appena e scosse la testa, divertito.
“Non serve esagerare. Però sei tenero quando ti agiti.”

Shinra sbuffò, sorridendo.
“Solo perché non mi aspettavo di essere rifiutato con così tanto garbo.”

“È un dono,” replicò Kazuya, poggiando la fronte contro la sua. “E comunque… ci sono tanti altri modi per passare una serata insieme.”

Shinra ridacchiò piano.
“Tipo guardare Dragon Trainer 2 in pigiama?”

“Esattamente.”

Dopo aver sistemato le stoviglie, spento le luci della cucina e lasciato che la quiete della sera riempisse la casa, Kazuya si dileguò silenzioso verso la stanza di Shinra. I passi erano leggeri, quasi furtivi, ma con quell’aria tipica di chi stava per fare qualcosa che non voleva farsi scoprire.

Aprì l’armadio del ragazzo e con uno sguardo veloce scelse una delle sue maglie oversize preferite — nera, morbida, leggermente profumata di lavanda e dell’odore inconfondibile di Shinra.
Senza pensarci troppo, se la infilò sopra i pantaloncini sportivi che aveva già messo, arruffandosi i capelli e stiracchiandosi appena mentre si osservava nello specchio.

“Comoda,” mormorò tra sé, tirando un po’ giù l’orlo che gli arrivava quasi a metà coscia.

Quando tornò in salotto, Shinra lo stava già aspettando sul divano con coperta e popcorn pronti. Appena lo vide, spalancò gli occhi.

“Quella è la mia maglia preferita!” esclamò, anche se il tono era più divertito che arrabbiato.

Kazuya alzò un sopracciglio con innocenza, poi si accomodò accanto a lui, raggomitolandosi sotto la coperta.
“La tua maglia è comoda e io ero troppo pigro per cercare il mio pigiama. Reclami?”

Shinra sospirò e gli passò un braccio dietro la schiena, attirandolo a sé.
“Reclami no… ma potresti dirmelo prima di saccheggiare il mio armadio.”

Kazuya sorrise sornione, appoggiandosi al suo petto.
“Ma non sarebbe divertente così.”

“Sì, certo…” rise piano Shinra, premendogli un bacio tra i capelli.
“Ora mettiti comodo. Il film sta per iniziare.”

Lo schermo si accese mentre le luci si abbassavano. La sera era diventata improvvisamente più calda, più intima. E nel silenzio rotto solo dal suono del film, Kazuya si sentì, semplicemente… a casa.

Il film scorreva lentamente sullo schermo, illuminando a tratti il salotto con luci soffuse. Raikō e Kurō si erano sistemati in silenzio ai lati del divano, accovacciati con le teste adagiate sulle zampe anteriori, vigili ma tranquilli, come due grandi guardiani alati. Ogni tanto muovevano le code o sbuffavano piano, ma sembravano rilassati, come se capissero perfettamente che quella era una serata speciale per i loro compagni.

Kazuya si strinse un po’ di più sotto la coperta, le gambe incrociate sul divano, mentre sentiva il respiro costante e rassicurante di Shinra accanto a sé. Dopo qualche minuto di silenzio, i loro sguardi si incrociarono — un’intesa silenziosa che non aveva bisogno di parole.

Shinra si avvicinò lentamente e, con una dolcezza che raramente mostrava ad altri, lo baciò. Un bacio lungo, intimo, lento. Non c’era fretta, non c’era impeto — solo calore e affetto profondo. Kazuya rispose con la stessa delicatezza, posando una mano sul petto di Shinra, sentendo il battito calmo sotto le dita.

Quando si separarono, Shinra rise piano, nascondendo il volto contro il collo di Kazuya per un attimo.

“Se continui così, questo film non lo finiremo mai,” sussurrò con tono scherzoso.

“Tanto lo conosciamo a memoria,” ribatté Kazuya, lasciando scivolare la fronte contro quella di lui.

Shinra lo strinse in un abbraccio deciso ma avvolgente, premendolo contro di sé.
“Lo so. Ma volevo guardarlo con te. Così.”

Fuori, la notte era ormai scesa del tutto, coprendo il cielo di stelle. Dentro casa, tra squame di drago, coperta calda e battiti sincronizzati, c’era solo una pace rara, fatta di sguardi che parlano più delle parole e un amore che, senza fretta, cresceva ogni giorno un po’ di più.

Kurō emise un soffio profondo, quasi un sospiro. Raikō lo imitò, le loro code battendo lievemente il pavimento, come a benedire quella calma.

La scena nel film cambiò. Sullo schermo, Valka e Stoick iniziarono a ballare tra le rovine illuminate dalla luce lunare, circondati da draghi silenziosi. Le note della loro canzone d’amore si sollevarono nell’aria, dolci e potenti.
Kazuya si girò lentamente verso Shinra con un sorrisetto furbo e lo guardò dritto negli occhi.
"Alzati. Dai. Lo facciamo anche noi."
"Eh? Cosa? No—"
"Shinra." Kazuya lo guardò con quel tono che non lasciava spazio a repliche.
Shinra sbuffò, ma poi rise e si alzò, prendendo la mano di Kazuya. Entrambi si misero al centro del salotto, illuminati solo dalla luce tremolante dello schermo e da quella calda dei draghi ai lati.
"Per ogni mar navigherò, ma non avrò paura…"
cantò Shinra, baritonale e teatrale, facendosi trascinare nel gioco.
"Le onde io cavalcherò, se tu mi sposerai…"
Kazuya entrò nella melodia con un sorriso radioso:
"Amato mio, o mio tesor, tu cerchi di stupirmi.
Parole non ti serviranno, ti basterà abbracciarmi."
Le loro mani si intrecciarono mentre ballavano goffamente ma con passione, girando piano sul tappeto, cercando di imitare il ritmo dolce e solenne del film.
"Ti bacerò, ti abbraccerò e danzerò per sempre…"
continuarono insieme, stonando un po’, ma con il cuore pieno.
"Con te felice io sarò, non smettere di amarmi…"
Kurō e Raikō sollevarono le teste, emettendo versi di incoraggiamento, sbattendo le ali leggere contro il pavimento, come se anche loro stessero danzando.
"Per ogni mar navigherò, ma non avrò paura.
Le onde io cavalcherò, se tu mi sposerai!"
Alla fine della strofa, Kazuya e Shinra si guardarono per un istante, poi scoppiarono in una risata sonora, senza riuscire più a trattenersi. L’aria era leggera, piena di quella felicità che non ha bisogno di spiegazioni.
Shinra afferrò Kazuya per la vita e lo baciò di nuovo, questa volta senza fretta, con un’intensità calma e profonda, come a sigillare quel momento fuori dal tempo.
I draghi esultarono ancora con piccoli ruggiti e battiti d’ali, felici di vedere i loro cavalieri felici.

Dopo il ballo, ancora con il sorriso stampato in faccia, Kazuya e Shinra si lasciarono cadere di nuovo sul divano, avvolti da coperte e circondati dal calore silenzioso dei draghi ai lati. Kurō sbadigliò e si acciambellò con eleganza, mentre Raikō rimase vigile ma tranquillo, la testa appoggiata sulle zampe anteriori.

Kazuya, rannicchiato tra le braccia di Shinra, tirò fuori il telefono.

“Aspetta, aspetta…” disse, sollevandolo. “Questo momento va immortalato.”

Scattò una foto di loro due accoccolati sotto la coperta, una con il braccio di Shinra attorno a lui, un’altra con la luce soffusa del televisore che li avvolgeva.

Poi girò la fotocamera frontale e sorrise. “Fai una faccia carina.”

Shinra lo guardò per un secondo, poi si chinò improvvisamente e lo baciò sulla guancia proprio mentre Kazuya scattava la foto.

Click.

“…Oh mio Dio,” ridacchiò Kazuya, “è perfetta.”

Scelse le migliori, aggiunse qualche emoji — un cuore, una stellina, l’icona del drago — e le postò tutte nelle storie.

@shinra 🔥🐉💙
“Sera perfetta ✨ con la mia furia personale.”
“P.S. il ballo stile vichingo è stato epico.”

Taggò Shinra in ogni scatto, ridendo da solo dei commenti che probabilmente sarebbero arrivati entro pochi minuti.

Shinra lo guardò con uno sguardo affettuoso, accarezzandogli i capelli.
“Sai che non mi lamento se mi usi per fare contenuti carini, vero?”

“Lo so,” mormorò Kazuya, raggomitolandosi ancora di più contro di lui,
“tanto ormai sei il mio brand.”

Si baciarono ancora una volta, senza fretta, prima di chiudere gli occhi nel silenzio dolce di casa, con il rumore dei draghi che respiravano piano accanto a loro.

Notes:

È un capitolo extra! Questi capitoli servono per conoscere meglio i personaggi o esplorare il loro rapporto! Troverete sempre scritto all'inizio che è un extra così non vi confonderete 🫶🏻

Chapter 25: Vol 2. Nuova vita (extra 2)

Chapter Text

La luna era alta, incastonata tra le stelle come un gioiello d’argento. Bryan era seduto sull’erba fresca, in cima alla collina che dominava la città addormentata. La brezza della sera gli muoveva appena i capelli, mentre le luci lontane sembravano riflessi sbiaditi in un mare calmo.

Aveva lo sguardo fisso sull’orologio da qualche minuto, le braccia incrociate e l’espressione tesa.

“Tsk… si sarà dimenticato,” mormorò, alzandosi in piedi con un sospiro. “Classico.”

Fece un passo per tornare indietro, il cuore un po’ più pesante di quanto volesse ammettere, quando una voce familiare lo fermò alle spalle:

“Ehi… credevi davvero che ti avrei dato buca?”

Bryan si girò di scatto.

Dioniso era lì, appoggiato a un albero con un mezzo sorriso colpevole e il fiato appena corto, come se avesse corso fino alla collina.

“Mi dispiace. C’era una riunione eterna degli Dei — letteralmente — e appena ho potuto sono corso qui.”

Bryan sbuffò, incrociando di nuovo le braccia, ma un leggero rossore gli salì sulle guance.
“Hai fatto tardi.”

“Lo so.” Dioniso si avvicinò piano. “Ma ci tenevo troppo. Non mi sarei mai perso questa sera.”

Ci fu un attimo di silenzio, poi Bryan si voltò completamente verso di lui.
“…Hai portato qualcosa almeno?”

Dioniso tirò fuori da dietro la schiena una bottiglia scintillante di nettare divino e due bicchieri, sorridendo come un ragazzino.

“Sempre.”

Bryan scosse la testa, ma sorrise anche lui, rilassandosi finalmente.

“Allora siediti. Ma la prossima volta… mi mandi un messaggio almeno.”

“Promesso,” rispose Dioniso, sedendosi accanto a lui mentre la notte li avvolgeva, tranquilla e intima.

I due si sedettero sull’erba soffice, affiancati, con le gambe distese e gli sguardi rivolti al cielo punteggiato di stelle.

Dioniso stappò la bottiglia con un gesto teatrale, versando il nettare nei due bicchieri con fare elegante. Gliene porse uno, poi prese un sorso dal suo e sospirò come se finalmente potesse rilassarsi.

“Anche Hermes era nella riunione,” disse con tono seccato. “Quindi non potevo nemmeno mandarti un messaggio. Gli Dei e la tecnologia moderna non vanno d’accordo, a quanto pare.”

Bryan sbuffò una risata, scuotendo la testa.
“Ma certo, la colpa è sempre di Hermes.”

“Hey, è vero! Sai quanto ama parlare. Ha monopolizzato la riunione per almeno quaranta minuti.”

“Scommetto che ci hai messo più a scegliere la tunica da metterti.”

Dioniso rise, ma prima di poter ribattere, Bryan si voltò verso di lui e, senza dire nulla, lo baciò.

Fu un bacio calmo, profondo, uno di quelli che dicevano “sono felice che tu sia qui”, più di quanto qualsiasi parola potesse.

Quando si separarono, Dioniso sorrise contro le sue labbra.
“Posso fare tardi mille volte, ma tu sei sempre qui ad aspettarmi.”

Bryan sollevò un sopracciglio, sarcastico.
“Sì, ma alla millesima e una comincerò a far pagare penale.”

“Allora farò in modo di arrivare in anticipo la prossima volta,” mormorò Dioniso, accarezzandogli il volto con dolcezza.

Si strinsero l’uno contro l’altro, mentre il vento notturno accarezzava la collina. Il silenzio che seguì era sereno, pieno di quella complicità silenziosa che si costruisce nel tempo.

Dioniso si sistemò meglio sul prato, appoggiando una mano sulla terra ancora tiepida, e guardò Bryan con un’espressione più dolce del solito. La luna proiettava ombre morbide sui loro volti, e la brezza della collina faceva danzare lentamente i ciuffi d’erba attorno a loro.

“C’è una cosa che vorrei chiederti,” disse Dioniso, rompendo il silenzio con un tono leggero ma sentito. “Ti va di fare una passeggiata all’Olimpo? Voglio farti conoscere Arianna.”

Bryan alzò le sopracciglia, lievemente sorpreso.
“Tua moglie? Vuoi… presentarmi a lei?”

“Sì,” rispose Dioniso con un sorriso calmo. “Lei sa tutto di te. E non è il tipo che si scandalizza facilmente… anzi. È una donna straordinaria, e se vogliamo davvero far entrare le persone nella nostra vita, anche solo in parte, devono conoscersi. Tu sei importante per me, Bryan.”

Il cuore di Bryan fece un piccolo sobbalzo. Cercò di mascherarlo con una risata sarcastica, ma la piega degli occhi lo tradiva.
“Okay, okay. Guida pure, dio del vino… sperando che tua moglie non mi trasformi in una pianta di vite.”

Dioniso scoppiò a ridere e si alzò, porgendogli la mano.
“Arianna non è tipo da drammi. È più potente di quanto pensi, ma è anche la prima persona ad accoglierti con un abbraccio. Fidati.”

Bryan prese la mano e si tirò su. I due si incamminarono fianco a fianco lungo il sentiero tra gli alberi, mentre le stelle sopra di loro sembravano accendersi una a una, guidandoli verso l’Olimpo.

Una volta giunti sull’Olimpo, il paesaggio si aprì in una visione mozzafiato: colonne di marmo bianco lambite da viti dorate, fontane zampillanti che riflettevano la luce lunare e un cielo notturno talmente limpido da sembrare dipinto. L’aria era leggera, quasi magica, e tutto profumava di fiori selvatici e vino antico.

Dioniso guidò Bryan attraverso un elegante portico fino a un ampio terrazzo sospeso tra le nuvole. Ad attenderli c’era una figura slanciata, vestita con una tunica dai riflessi ambrati. I suoi capelli lunghi e morbidi sembravano mossi dal vento anche quando non c’era alcuna brezza. I suoi occhi brillavano come stelle estive.

“Bryan, lei è Arianna,” disse Dioniso con un tono affettuoso e rispettoso, lasciando spazio tra loro.

Bryan fece per accennare un inchino e allungare la mano per salutarla.
“È un onore conoscer—”

Ma non fece in tempo a finire la frase: Arianna, con un sorriso enigmatico e disarmante, si avvicinò con passo leggero… e lo baciò sulla guancia.

“Benvenuto,” sussurrò poi, con voce melodiosa.

Bryan rimase pietrificato per un secondo. Il colore gli salì alle guance con una velocità imbarazzante, e le parole gli si bloccarono in gola.
“I-Io… ehm…”

Dioniso, scoppiando a ridere, si avvicinò e gli diede una pacca sulla spalla.
“Te l’avevo detto che non è una dea come le altre.”

Arianna rise anche lei, con un’eleganza naturale.
“Mi piace vedere come reagiscono i mortali alle sorprese. Ma tranquillo, Bryan… era solo un saluto caloroso. Sei davvero carino quando ti imbarazzi.”

Bryan si passò una mano tra i capelli, ancora rosso in viso, ma non riuscì a trattenere un sorriso.
“Bene… questo sarà un incontro che non dimenticherò facilmente.”

I tre si sedettero poi su cuscini decorati attorno a una piccola tavola, circondati da grappoli d’uva e frutti dorati. La serata era appena iniziata…

Dopo qualche ora, mentre le luci dell’Olimpo iniziavano a tingersi di sfumature violacee e dorate per l’avvicinarsi dell’alba, un fruscio tra le colonne si fece sentire. Un battito lento e potente di zampe sulla pietra echeggiò leggermente nel silenzio ovattato del terrazzo.

Bryan si voltò incuriosito… e rimase immobile.

Una pantera maestosa e dallo sguardo fiero emerse dall’ombra. Il suo manto era nero come l’inchiostro, lucido e vellutato, mentre gli occhi brillavano di un oro antico, profondo, quasi ipnotico. Si avvicinava con passo regale, senza fare alcun rumore, come se danzasse nell’aria.

Arianna sorrise con naturalezza, mentre Dioniso si alzava in piedi con un’espressione divertita.

“Oh, guarda chi ha deciso di unirsi a noi,” disse Dioniso, tendendo la mano verso l’animale. “Lei è Thýra.”

La pantera si avvicinò lentamente a Dioniso e si strofinò contro la sua gamba con affetto, come un grosso felino domestico. Poi sollevò lo sguardo su Bryan, scrutandolo con attenzione.

Bryan si irrigidì per un istante, ma Dioniso gli fece un cenno tranquillo.
“Non preoccuparti, non morde… a meno che tu non provi a rubarmi il vino.”

Arianna rise. “Thýra è più fedele di molti dei. È stata con lui da secoli. Una volta ha inseguito Hermes per due giorni solo perché aveva preso in prestito una coppa.”

Thýra si avvicinò lentamente a Bryan, si fermò proprio davanti a lui e lo osservò ancora per un lungo momento… poi si accucciò accanto a lui con eleganza, come se lo avesse appena approvato.

Bryan rimase sorpreso, poi sorrise.
“Direi che sono stato adottato anche da lei.”

“Se Thýra ti accetta,” disse Dioniso con tono scherzoso, sedendosi di nuovo, “allora puoi considerarti parte della casa.”

E così, sotto le stelle dell’Olimpo, Bryan si ritrovò a ridere, tra un dio del vino, una dea immortale… e una pantera che faceva le fusa come un gatto accanto a lui.

Bryan era ancora intento ad accarezzare distrattamente la morbida pelliccia di Thýra quando sentì le dita di Dioniso sfiorargli il mento. Sollevò lo sguardo, un po’ sorpreso, ma non ebbe il tempo di dire nulla: Dioniso si chinò su di lui e lo baciò con calma, con dolcezza, ma anche con quella sicurezza antica che apparteneva solo agli dei.

Il mondo sembrò rallentare per un istante.

Quando le loro labbra si staccarono, Bryan rimase immobile, il cuore che gli batteva un po’ più forte. Non riuscì a dire nulla, ma il rossore sulle guance parlava per lui.

Fu allora che Arianna, senza dire una parola, si avvicinò con un sorriso appena accennato. Le sue mani, morbide e delicate, presero il viso di Bryan con una cura quasi materna. I suoi occhi lo scrutavano con affetto sincero e una punta di curiosità divina.

Poi lo baciò anche lei.

Il bacio fu diverso — più lento, più silenzioso. Un gesto che parlava di accoglienza, di un’intesa silenziosa, come se anche lei volesse conoscerlo in quel modo, per davvero.

Quando Arianna si ritrasse, Bryan era rimasto senza fiato. Ma prima ancora che potesse capire cosa dire, vide Arianna voltarsi e, con uno sguardo complice, chinarsi su Dioniso.

Lo baciò anche lui.

Un bacio semplice, ma carico di quella familiarità eterna che solo due immortali legati da secoli potevano condividere.

Bryan abbassò lo sguardo per un attimo, confuso, lusingato, quasi stordito. Ma poi, vedendo entrambi i loro sorrisi rivolti a lui, iniziò lentamente a sorridere anche lui.

Thýra sbuffò piano e si sdraiò meglio contro di lui, come a dirgli che era tutto normale — almeno, nel loro mondo.

Dopo venti minuti di quiete e conversazioni leggere, Dioniso si stese completamente sul prato, le mani dietro la testa e lo sguardo fisso nel cielo d’ambra. Sbatté le ciglia, poi sbuffò sonoramente.

“Mi sto annoiando…” disse con tono teatrale, voltandosi verso Bryan con un sorriso malizioso. “Vieni con me a dare fastidio ad Ares?”

Bryan lo guardò un attimo per assicurarsi che non stesse scherzando – ma conoscendo Dioniso, la domanda era assolutamente seria. Rise piano, incuriosito. “Perché no. Ma viene anche Arianna?”

Arianna, seduta con grazia poco distante, sorseggiava qualcosa di dorato da una coppa. Alzò un sopracciglio con elegante distacco e fece un piccolo gesto con la mano.

“No, grazie. Quei giochini da maschi non fanno per me. Ares è un bambino cresciuto male con troppi muscoli e zero senso dell’umorismo. Preferisco lasciarvi al vostro piccolo caos tra dei.”

Dioniso rise e si alzò in piedi con un salto leggero. “Perfetto. Allora siamo solo io e te, amore. Preparati… sarà divertente.”

Bryan si alzò a sua volta, un po’ indeciso ma anche divertito. “Mi sa che mi pentirò di aver detto sì.”

“Sicuramente,” rispose Dioniso, prendendolo per mano. “Ma riderai nop partiamo direttamente adessotanto.”

Il sole calava lentamente sull’Olimpo, tingendo di arancio le colonne bianche e le statue dorate che decoravano il tempio di Ares. Il rumore metallico delle armi che si scontravano riempiva l’aria: Ares si stava allenando con furia e disciplina, come sempre. Ogni colpo che dava all’enorme manichino corazzato risuonava come un tuono.
Bryan e Dioniso si avvicinarono con passo leggero, quasi in punta di piedi. Dioniso aveva un sorriso beffardo stampato in volto.
“Guarda che concentrazione…” mormorò Dioniso, trattenendo una risatina mentre osservava i muscoli tesi di Ares. “Come se stesse combattendo contro i Titani.”
Bryan osservò la scena, un po’ in soggezione. “E se ci sente e si arrabbia?”
“È questo il bello,” rispose Dioniso con un sorrisetto. Poi alzò la voce improvvisamente, con tono teatrale. “Oh Ares, signore della guerra! Hai già distrutto abbastanza manichini per oggi o dobbiamo chiamare un fabbro?”
Ares si voltò di scatto, il sudore colava lungo la fronte e il petto nudo brillava alla luce del tramonto. Lanciò un’occhiata fulminante ai due, stringendo la lancia che teneva in mano.
“Che ci fate qui?” ringhiò. “Non vedete che sto allenandomi?”
“Ma certo che lo vediamo,” disse Dioniso con innocenza finta, avanzando di un passo. “Volevamo solo ammirare da vicino l’arte… della rabbia.”
Bryan, dietro di lui, cercò di restare neutrale. “Lui voleva. Io sto solo... assistendo.”
Ares sospirò profondamente, roteando gli occhi. “Non avete un regno da gestire, un vino da spillare, o… che ne so, una guerra da non combattere?”
Dioniso rise e si avvicinò ancora di più, sfiorando una delle armi appoggiate al muro. “Oh, ma le guerre sono noiose. Preferisco disturbare gli amici.”
“Chi ti ha detto che siamo amici?” ribatté Ares, affilando lo sguardo.
Dioniso lo fissò con aria teatrale, una mano sul petto. “Il destino. E anche tua madre, forse.”
Perfino Bryan, che stava cercando di non ridere, dovette coprirsi la bocca per soffocare una risata.
Ares sospirò di nuovo, poggiando la lancia con forza al suolo. “Avete cinque minuti. Poi torno a spaccare armature. O le vostre teste.”
Dioniso fece un inchino esagerato. “Cinque minuti saranno più che sufficienti per rovinarti la giornata.”

Dioniso entrò nell’arena di Ares con passo lento ma deciso, il solito sorriso malizioso sulle labbra. Si avvicinò al dio della guerra, che ancora impugnava la sua lancia, e con tono languido disse:
“Così serio… eppure con quel fisico potresti far cadere più cuori che nemici.”

Ares non rispose subito, serrando la mascella, ma non si scostò.

Dioniso fece un cenno con il capo verso Bryan, che osservava poco distante.
“Dai, non vorrai mica lasciarmi solo. Vieni a divertirti anche tu.”

Bryan arrossì appena, poi si avvicinò, affiancandosi a Dioniso. I suoi occhi si posarono su Ares con un mezzo sorriso.
“Dicono che il fuoco della guerra brucia chiunque… ma nel tuo caso, rende tutto terribilmente affascinante.”

Ares li fissò entrambi, immobile. La tensione tra i tre era palpabile.

Dioniso si avvicinò ad Ares con il suo solito sorrisetto sfrontato.
“Non è un po’ noioso allenarsi sempre da solo, Ares?” disse con tono malizioso, facendo girare pigramente una foglia di vite tra le dita.

Bryan si fece avanti poco dopo, appoggiandosi con naturalezza alla parete dell’arena.
“Pensavamo potesse essere più interessante… se il tuo pomeriggio prendesse una piega diversa,” aggiunse, con un accenno di complicità nello sguardo.

Ares si fermò nel mezzo dell’arena, ancora col petto ansimante per l’allenamento, fissando i due con sguardo misto tra irritazione e curiosità.
“E che tipo di ‘divertimento’ avevate in mente stavolta?” chiese, sollevando un sopracciglio.

Dioniso fece un passo avanti, gli girò intorno con movimenti lenti e teatrali.
“Oh, nulla di troppo impegnativo. Solo qualcosa che ti faccia dimenticare la spada per una sera.”

Bryan sorrise e incrociò le braccia.
“E magari usare un po’ di quel fuoco per qualcos’altro che non sia distruggere armi o nemici.”

Ares sbuffò, ma la piega leggera sulle labbra tradiva che stava iniziando a cedere.
“Siete delle spine nel fianco… ma sapete come rendere le cose interessanti.”

Dioniso lanciò un’occhiata a Bryan.
“Te l’avevo detto che prima o poi avrebbe ceduto.”

Bryan sorrise.
“E io avevo scommesso che sarebbe bastato provocarlo un po’. Pare abbiamo vinto entrambi.”

Ares si scostò i capelli sudati dalla fronte e li fissò.
“Avete un solo tentativo. Se mi annoio… vi sbatto fuori dall’Olimpo.”

“Affare fatto,” risposero all’unisono, avvicinandosi con fare spavaldo.

 

(NSFW content. Se volete saltate la scena trovando il segno)

-

Dioniso sorride maliziosamente, guardando Ares con occhi luccicanti di aspettativa. "Allora, mio caro Ares, dove hai intenzione di portaci per questa nostra piccola... avventura?" chiede, la voce bassa e suadente.

Ares, senza dire una parola, si china e solleva facilmente sia Dioniso che Bryan, mettendoseli ciascuno su una spalla come se fossero due sacchi di patate. I due protestano debolmente, ma non possono nascondere il loro divertimento.

"Ehi! C'è bisogno di fare così?" ridacchia Bryan, aggrappandosi alla schiena di Ares per mantenere l'equilibrio. "Potremmo camminare da soli, sai?"

Ares entra nella sua stanza, chiudendo la porta alle spalle con un calcio. Senza tante cerimonie, scarica Dioniso e Bryan dal suo collo, facendoli cadere morbidamente sul grande letto che domina la camera.

“Ecco qui,” dichiara, incrociando le braccia sul petto muscoloso. “La mia stanza. Adesso spiegatemi cosa avevate in mente esattamente, voi due.”

Dioniso si alza languidamente, un sorriso enigmatico sul viso mentre si approche di Ares. Il dio della guerra può sentire il profumo dolce e inebriante del vino che aleggia sempre attorno al semidio.

“Oh, ho alcune idee,” mormora Dioniso, posando una mano sul petto di Ares.

Bryan si fa avanti, le sue mani delicate ma decise posandosi sulla pelle calda e sudata di Ares. Si alza in punta di piedi per raggiungere il viso del dios della guerra, premendo le sue labbra morbide contro quelle di Ares in un bacio appassionato.

Intanto, Dioniso si muove alle spalle di Ares, le sue dita abili che slacciano la cintura e tirano giù i pantaloni del dio, denudandolo completamente. Ares emette un grugnito basso nella bocca di Bryan, ma non si ritrae, anzi, stringe il mortale più vicino a sé.

“Mmm, questo sì che è divertente,” sorride Dioniso, ammirando la figura gloriosa di Ares. “Cosa ne dici, Ares?”

Ares arrossisce lievemente, chiaramente a disagio con la situazione così intima e improvvisa. Si schiarisce la voce, cercando di riprendere il controllo. “Io… wow. Non me l’aspettavo proprio,” *ammette, guardando alternativamente Dioniso e Bryan.

Dioniso, intanto, ha finito di spogliare Bryan, il cui corpo snello e pallido contrasta eroticamente con la pelle abbronzata del semidio. Con un ghigno malizioso, Dioniso si volta verso Ares, in attesa della sua risposta.

“Allora, mio potente Ares,” canticchia, gli occhi brillanti di divertimento, “con chi preferisci iniziare? O magari vuoi farci giocare insieme?”

Ares decide di concentrarsi su Bryan per primo, afferrando saldamente il mortale e sbattendolo sul letto con un movimento rapido e deciso. Bryan cade di schiena sul materasso, il suo corpo snello che si allunga invitante.

“A-Ares!” ansima il giovane, gli occhi gialli spalancati per la sorpresa e l’eccitazione. “Così… così energico?”

Il semidio torreggia sopra di lui, gli occhi scuri di desiderio. Una mano si posa possessivamente sul petto di Bryan, sentendo il battito accelerato del suo cuore. “Ti piace, vero?” ringhia Ares, la voce bassa e minacciosa. “Essere trattato così da un dio?”

Ares comincia a tracciare una scia di baci e morsi leggeri sulla pelle sensibile del collo di Bryan, indugiando sui punti che sa essere particolarmente erogeni. Le sue mani scorrono lungo il torso snello del mortale, accarezzando e strizzando delicatamente.

“Ahh… Ares…” geme Bryan, inarcando la schiena per offrire di più al tocco esperto del dio. Le sue mani si aggrappano alle lenzuola, stringendole convulsamente mentre il piacere lo investe a ondate.

Dioniso osserva la scena con un sorriso compiaciuto, appoggiato alla parete. La sua mano si muove oziosamente sul proprio corpo, seguendo le curve e le sporgenze muscolose.

Ares si concentra sul capezzolo destro di Bryan, la sua lingua calda e umida che lo circonda e lo stuzzica prima di chiuderlo delicatamente tra i denti. Il mortale singhiozza di piacere, le sue gambe che si aprono involontariamente.

Nel frattempo, Dioniso si posiziona ai piedi del letto, le sue mani che accarezzano le cosce di Bryan in una carezza lenta e sensuale. Con un sorriso malizioso, il dio si china e comincia a leccare la fessura tra le natiche di Bryan, preparando il terreno per Ares.

“Mmm, che vista deliziosa,” mormora Dioniso, la voce ovattata contro la pelle di Bryan.

Dioniso si sposta leggermente, permettendo a Ares di occupare il posto lasciato libero. Il semidio di guerra si inginocchia tra le gambe aperte di Bryan, il suo membro duro e pulsante che sfiora la bocca stretta del mortale.

Bryan respira pesantemente, gli occhi chiusi in preda al piacere. Quando Ares finalmente penetra dentro di lui, il giovane urla, le sue braccia stringendosi attorno a un braccio di Ares.

“Aah! Sì, così… oh dio!” grida Bryan, la testa reclinata all’indietro contro il cuscino. “In me… dentro di me!”

Ares non perdendo tempo, copre la bocca di Bryan con la propria mano, silenziando le grida del mortale. Poi, con un poderoso colpo, penetra dentro di lui fino in fondo, facendo emergere un gemito strozzato da sotto il palmo.

Il dio inizia a scuotere il proprio corpo con movimenti brutali e serrati, i suoi fianchi che si urtano contro le cosce di Bryan con un rumore secco. La stanza è riempita dai suoni della lotta e del piacere, il respiro affannoso di Ares che si mescola alle grida soffocate di Bryan.

“Dovrai accontentarti dei miei gesti, dolcezza”

Mentre Ares continua a penetrare Bryan con violenza, Dioniso si avvicina e tira via la mano del dio dalla bocca del mortale. Subito dopo, il dio del vino presenta il proprio membro rigido e pulsante tra le labbra di Bryan.

“Bryan, degustami,” invita Dioniso con un sorriso sfacciato, gli occhi brillanti di eccitazione. “Assaggia il mio nettare divino.”

Bryan, ancora in preda al godimento procurato da Ares, apre la bocca senza esitazioni e inizia a succhiare il membro di Dioniso, le sue labbra che si muovono in modo erotico sulla carne tenera.

-
(fine spicy)

 

Dopo cinque ore di sesso intensissimo, durante le quali Ares e Bryan hanno alternato ruoli e Dioniso ha partecipato attivamente, il trio si ritrova esausto e soddisfatto. Ares, il primo a cedere alla stanchezza, si addormenta rapidamente, il suo corpo muscoloso che si rilassa sul letto.

Bryan, invece, si svegliò alcuni minuti dopo, con la mente ancora nebbiosa per il godimento. Notando che Ares dormiva, si avvicina a Dioniso, che è rimasto sveglio per osservare il dio addormentato. Il mortale si sdraia accanto al dio del vino, avvolgendolo in un abbraccio caloroso e protettivo.

Bryan si rannicchia contro il petto di Dioniso, il capo posato sulla spalla del semidio. Il suo dito traccia pigri cerchi sulla pelle calda di Dioniso mentre guarda il dio con aria interrogativa. “Perché continuate a importunare Ares in questo modo?” chiede piano, quasi temendo di svegliare il sonnecchiante dio. “So che vi diverte, ma non capisco il motivo.”

Dioniso socchiuse gli occhi, un mezzo sorriso adagiato sulle labbra mentre sentiva il tocco leggero di Bryan sulla pelle. Rimase in silenzio per qualche secondo, come se stesse valutando quanto rispondere sinceramente. Poi, con voce bassa ma vellutata, parlò.
"Perché Ares, per quanto faccia il duro, è quello che cede più facilmente," mormorò, passandogli distrattamente una mano tra i capelli. "Tutti gli altri mettono muri, si fanno desiderare, giocano a tirarsi indietro… ma Ares? Ares finge di resistere, sì… ma dentro brucia per un po’ di caos controllato. È fatto di fuoco e orgoglio, ma è proprio quel fuoco che lo tradisce."
Dioniso scostò appena il viso per guardare Bryan con più attenzione, gli occhi brillanti di una sottile ironia.
"E poi… ci diverte perché non vuole mai ammettere che gli piace. Ogni volta ci prova a rimanere serio, distante. Ma appena lo tocchi nei punti giusti—non parlo solo del corpo, eh—crolla."
Si chinò un po’, le labbra sfiorarono la fronte di Bryan.
"E forse, a modo suo, si sente anche meno solo. Con noi non deve fingere di essere sempre il guerriero indomabile. Può essere umano."
Poi chiuse gli occhi e aggiunse con un sussurro divertito:
"…Ma ovviamente non glielo diremo mai."

Chapter 26: Vol. 2: Un Nuovo Inizio a Fairy Tail

Chapter Text

Nella calda luce del primo pomeriggio, Scarlett e Kenji si avvicinarono alla maestosa struttura della gilda di Fairy Tail. L'edificio era come sempre vivo: voci, risate, suoni di brindisi e di magia che si intrecciano nell'aria, come se il cuore stesso della gilda battesse incessantemente.

Kenji camminava con passo deciso, anche se dentro era un turbina di emozioni. Accanto a lui, sua sorella Scarlett – dai lunghi capelli color cremisi e lo sguardo fiero – sembrava ancora più a suo agio. Indossava la giacca della gilda con naturalità, quasi come se la magia del luogo fosse una seconda pelle.

Davanti a loro, Natsu rideva a crepapelle mentre spalancava le porte, gettando un'occhiata all'interno:

“GUARDA CHI È TORNATO A CASA!” gridò, attirando l'attesa di tutti.

Lucy, che camminava al fianco dei figli, sorrise con dolcezza e un pizzico di nostalgia.

“È passato molto tempo... ma è come se non fosse cambiato nulla.”

All'interno, la gilda esplose in una serie di saluti e abbracci.

Gray, seduto con Juvia, alzò una mano: “Ehi, piccolo piromane, sei cresciuto parecchio!”

Erza, fiera e silenziosa, osservò Scarlett con attenzione e poi le feci un lieve cenno d'approvazione.

Gajeel commentò con il suo solito tono cupo: “‘Sta generazione nuova ha una bella faccia da guerra.”

Levy rise piano e si avvicinò subito a Lucy per abbracciarla.

Kenji si guardava intorno, cercando qualcosa. Oh forse... qualcuno. Scarlett lo notò.

“Non stai pensando di evitare tutti i tuoi ex mentori solo perché avevi una cotta per Cana, vero?”

Kenji le lanciò un'occhiataccia. “Ero un bambino.”

“Un bambino che le scriveva lettere.”

“Erano poesie, non lettere.”

“Peggio ancora.”

Prima che potesse ribattere, Cana Alberona si avvicinò con il suo solo bicchiere di sakè in mano.

“Allora sei tornato, ragazzino. Sei ancora in grado di reggere tre tazze di fila o ti sei aggiunto come tuo padre?”

Kenji deglutì. “Preferisco i draghi adesso.”

Natsu rise ancora più forte. “Oh, lo dice solo perché il suo drago è più carino di lui!”

Scarlett feci un giro nella sala, ricevendo strette di mano, domande, e soprattutto un paio di invitati a unirsi a una missione.

“Mi avevano detto che i nuovi della Fairy Tail non avevano spina dorsale,” disse lei a voce alta, attirando qualche sguardo curioso. “Voglio vedere se è vero.”

Il cuore della gilda si stava già rianimando attorno a loro. Un'energia familiare, accogliente e pronta a esplodere in nuove avventure.

Lucy posò una mano sulla spalla di Natsu, osservando i figli muoversi tra i tavoli e i vecchi compagni.

“È strano. Per la prima volta, siamo tornati... ma non siamo più i protagonisti.”

Natsu le sorrise. “Forse è questo il bello.

Natsu si voltò verso i figli con un sorriso pieno di entusiasmo e un lampo avventuroso negli occhi.

“Ehi, che ne dici di fare una missione tutta insieme? Vieni i vecchi tempi!” disse, stringendo il pugno con energia.

Lucy, al suo fianco, annuì subito. “Ci farebbe bene un po’ d'azione in famiglia. E magari possiamo mostrarvi un paio di trucchi che non si insegnano nelle accademie.”

Kenji incrociò le braccia, ma sul suo volto c'era un sorriso appena accennato. “Tanto so già che non ci darete pace finché non accettiamo.”

Scarlett alzò un sopracciglio, incrociando lo sguardo col fratello. “Sarà interessante vedere se siete ancora in forma... o se vi siete arrugginiti.”

Natsu si illuminò come se lo avessero appena sfidato a una gara di mangiate. “Ohhh, adesso sì che parli bene! Andiamo alla bacheca!”

Tutti e quattro si spostarono verso la famosa bacheca delle missioni di Fairy Tail, ricoperta da fogli di carta di ogni forma e colore, con missioni di ogni tipo: recupero di oggetti magici, scorte in territori pericolosi, eliminazione di mostri, e persino indagini su sparizioni misteriose.

Lucy si avvicinò, esaminando i vari incarichi. “Niente di troppo noioso, però. Voglio qualcosa con un pizzico di mistero... magari con delle rovine antiche.”

Scarlett scrutava una missione di classe S con interesse. “E questa? Esplorazione di una cripta dimenticata nel Deserto di Vey'Zan. Si dice che custodisca un sigillo magico instabile.”

Kenji si avvicinò. “Dicono anche che nessuno è tornato intero da lì... mi sembra perfetta per papà.”

Natsu rise forte. “Se nessuno è tornato, vuol dire che sarà divertente!”

Lucy, con uno sguardo più serio ma complice, staccò il foglio dalla bacheca e lo dieci in mano.

“Allora è deciso? Ci aspetta un bel viaggio nel deserto. Speriamo solo che Happy non si faccia trovare con il pancione per quanto mangia.”

“Aye, sì!” si sentì improvvisando dietro di loro. Il piccolo Exceed era già lì con uno zaino strapieno di pesce secco.

Kenji e Scarlett si scambiarono uno sguardo complice. Un mix di nostalgia, surrenalina... e un pizzico di tempore.

Scarlett: “Sembra che la vera avventura... stia per cominciare.”

Kenji: “Sì, ma stavolta non siamo più i bambini che guardavano da lontano. Ora tocca a noi.”

Mentre i quattro stavano per uscire dalla gilda, con la missione in mano e l'entusiasmo nell'aria, due presenze imponenti li bloccarono sulla soglia.

“Ehi!” si sentì una voce forte e familiare. Era Erza Scarlet, in armatura scintillante, che li fissava con un mezzo sorriso e le braccia incrociate. “Pensavate davvero di partire per una missione di classe S senza di me?”

Accanto a lei, Natsu si voltò con finta innocenza.

“Oh-oh... ci hai sentiti?”

Erza inarcò un sopracciglio. “La metà della città vi ha sentiti. E poi... missioni in antiche cripte, deserti, sigilli instabili... mi sembra un tipo di incarico che richiede ancora una certa disciplina.”

Kenji guardò Scarlett.

“Perfetto. La squadra è ufficiale equilibrata tra caos e controllo.”

In quel momento, un'altra voce si aggiunse.

“Aspettate!”

Era Gray Fullbuster, che usciva dal retro della gilda allacciandosi la cintura della giacca (giacca che probabilità si era appena riconosciuta di indossare).

“Se Erza va, ci vado anche io. Non vorrei perdermi il momento in cui papà si fa colpo da una trappola per antichi idioti.”

Natsu sbuffò. “Ehi! Le trappole mi amano, ok? È scienza.”

Lucy, già rassegnata ma divertita, piegò il foglio della missione e lo infilò nella tasca.

“Quindi siamo in sei. Una piccola squadra d'élite.”

Happy svolazzava sopra tutti, sorridendo. “Questa missione sembra sempre più epica!”

Scarlett rise, guardando il gruppo che si stava formando.

“Sembra più una rimatriata di vecchi tempi che una spedizione seria...”

Erza, con tono fiero e deciso, affermò:

“Allora sarà ancora più gloriosa. Fairy Tail non lascia indietro nessuno.”

Kenji feci un mezzo sorriso, gli occhi puntati verso l'orizzonte.

“E noi non ci tiremo indietro.”

Il sole bruciava alto nel cielo, e la sabbia del deserto Vey'Zan semprava riflettere ogni raggio con ferocia. Scarlett si sistemò il mantello per proteggeri dal caldo, mentre Kenji camminava con passo costante, osservando l'orizzonte. Accanto a loro, Natsu sembrava immune al calore, con un sorriso impaziente stampato sul volto.

“Fa un caldo pazzesco...” sbuffò Grey, sfilandosi la giacca per la centesima volta, prima che Erza lo fulminasse con lo sguardo.

“Non iniziare a spogliarti!” borbottò lei, serie ma con un angolo di sorriso.

“State zitti, io non ce la faccio più!” protestò Happy, sventolandosi con le zampette. “La prossima missione spero sia in una foresta ghiacciata!”

Lucy consultò la vecchia pergamena tra le mani, ingiallita e fragile, su cui era tracciate le indicazioni per raggiungere la Cripta Dimenticata.

“Secondo la mappa, dovrebbe esserci un vecchio altopiano roccioso nascosto tra due dune... quando vedremo tre colonne spezzate, saremo vicini.”

Scarlett si voltò verso Kenji. “Ti suona famigliare? Tu hai letto qualcosa su Vey'Zan?”

Kenji annuì. “Sì. Si dice che la cripta sia stata sepolta da una tempesta secoli fa. I segni sono quasi del tutto scompari... ma se troviamo le colonne, troveremo anche l'ingresso.”

Dopo mezz'ora di cammino tra le dune, con il vento che sollevava nuvole di sabbia attorno a loro, fu Natsu il primo a gridare:

“HEY! Laggiù! Quelle sembrano colonne, no?!”

Tutti si voltarono. In lontananza, tra due massicce dune, si scorgevano tre colonne di pietra, consuma dal tempo, con incisioni antiche appena visibili.

“È quel il posto,” disse Lucy, stringendo il rotolo. “Tenetevi pronti. Potrebbero esserci trappole o magie sigillate.”

Scarlett strinse l'impugnatura della sua arma, mentre Kenji annuiva silenziosamente, i sensi in allerta.

Sotto i loro piedi, la sabbia cominciò a vibrare legge.

Erza estrasse la sua spada. “Qualcosa si sta muovendo.”

Kenji si voltò verso Scarlett. “Benvenuta nella Cripta Dimenticata.”

Kenji lanciò alcune delle chiavi d'oro a Lucy, che le afferrò al volo con un cenno rapido.

Scarlett, nel frattempo, srotolò le sue fasce rinforzate, pronte all'uso, mentre i suoi occhi scansionevano l'orizzonte del deserto.

Gray si scrocchiò le dita e feci emergenti delle zoppe di ghiaccio dai palmi. Il contrasto tra la sua magia e il sole rovente faceva evaporare parte dell'umidità attorna a lui, ma il suo sguardo era fisso e calmo.

Erza avanzò qualche passo, prendendo posizione in testa al gruppo. Con un lampo della sua magia, cambiò armatura: una più leggera, adatta al clima ostile, ma comuni pronta al combattimento.

Natsu sbuffò, sollevando sabbia con un piede. “Finalmente un po’ di azione...” disse, cercando di accendere le sue fiamme, ma non appena si manifestano, vennero speso dalla sabbia sottile trasportata dal vento.

“Ugh! Odio questo posto...” mugugnò, battendo le mani per togliersi la sabbia dalle braccia.

Happy svolazzava sopra di loro, tenendosi basso per non farsi portare via dal vento rovente. “La cripta dovebbe essere vicina! Sentite anche voi quell'energia strana?”

Tutti si guardarono per un istante, poi avanzarono insieme, mentre la sabbia sotto i piedi iniziava a vibrare debolmente.

Scarlett si inginocchiò nella sabbia dorata, facendo scivolare tra le dita le sue fasce, che presero vita come serpenti metallici. Con movimenti rapidi e precisi, le fasce si avvolsero su sé stesse, creando una barriera semitrasparente che vibrava di energia protettiva.

“Almeno per un po’ saremo al sicuro dal vento caldo e da eventuali imboscate,” disse, alcandosi in piedi e asciugandosi il sudor dalla fronte.

Kenji si guardò intorno, studiando le dune che sembravano tutte uguali. “La cripta dimenticata dovrebbe trovarsi sotto qualche rovina antica... ma qui sembra tutto uguale. Dobbiamo trovare un punto di riferimento.”

“Concordo,” disse Lucy, stringendo il suo Celestial Key Holder. “Magari posso evocare uno spirito per farci da guida.”

Natsu si stiracchiò, con un sorriso impaziente. “O possiamo solo seguire il mio naso. Le cripte puzzano sempre di roba vecchia.”

“Che genio,” mormorò Gray con sarcasmo, incrociando le braccia.

Erza, invece, era più concentrata e feci un passo verso la barriera. “Dobbiamo essere rapidi ma prudenti. Se la cripta è dimenticata, vuol dire che qualcuno voleva che restasse tale. Potrebbero esserci trappole o creatura a proteggerla.”

Happy svolazzò sopra le loro teste, guardando in lontananza. “Sì! Io posse andare in ricognizione dall'alto! Magari vedo qualcosa di strano!”

Scarlett annuì, le fasce tremolarono leggermente sotto il vento caldo del deserto. “Prima di muoverci, però, dobbiamo organizzzarci. Non possiamo rischiare che qualcono venga colto di sorpresa.”

Kenji incrociò lo sguardo con Scarlett e poi con gli altri. “Allora, faccio un pianoforte.”

Erza annuì con decisone. “Bene. Ognuno di noi avrà un compito preciso.”

Scarlett guardò tutti con serie, le sue fasce luminose che formavano la barriera ondeggiavano leggentemente nel vento caldo del deserto.

“Ok, ascoltate bene. Non possiamo muoverci alla cieca. Dobbiamo entrare nella cripta senza svegliare eventuali trappole magiche. Ognuno di noi deve avere un ruolo preciso.”

Tutti annuirono e Scarlett iniziò a distribuire i compiti.

Scarlett: “Io guiderò il gruppo e terrò attivo la barriera protettiva con le mie fasce. Se ci sono trappole magiche, proverò a bloccarle o deviarle.”

Kenji: “Io mi occuperò di eventuali nemici all'interno. La mia Furia Alata del Gelo mi avviserà in caso di presenze sospette e terrò la retroguardia per evitare imboscate.”

Natsu: “Io sono l'attacco frontale. Se troviamo dei guardiani o delle creature ostili, li abbatto io.”

Lucy: “Io evocherò gli spiriti celesti per supporto. Se ci sono passaggi sigillati, poteni usire Virgo o Horologium per aiutarci a entrare.”

Erza: “Io sarò il secondo attacco e mi occuperò di eventuali trappole meccaniche. Se serve, posto cambio armatura rapida per adattarmi.”

Gray: “Il mio ghiaccio servirà per bloccare eventuali trappole che non possiamo disinnescare. Inoltre, posse creare piattoforme o scale se ci sono dislivelli.”

Felice: “Sì! Io farò da ricognitore! Rosso volare avanti e controllare cosa c'è più avanti nella cripta.”

Scarlett annuì soddisfatta.

“Perfetto. Ognuno sa cosa fare. Adesso muoviamoci, ma piano... questa cripta è dimenticata per un motivo.”

Le fasce della ragazza si strinsero attorno al gruppo, formando una sorta di scudo protettivo semitrasparente. Poi Scarlett feci un cenno e il gruppo iniziò ad avanzare lente nel deserto verso la gigantesca porta di pietra.

Una volta dentro, l'aria era densa di polvere e un odore stantio di pietra vecchia li avvolgeva. Kenji strinse il suo ciondolo tra le dita e, con un lieve bagliore azzurro, Raiko appari accanto a lui, piegando le ali per passare nel corridoio stretto della cripta.

Scarlett avanzava davanti, le sue fasce già pronte a formare barriere in caso di pericolo, mentre Natsu, impaziente, camminava subito dietro di lei con il fuoco che crepitava tra le sue mani. Lucy stringeva le sue chiavi, pronuncia a evocare uno spirito in qualunque momento, ed Erza aveva già cambiato armatura per una più adatta ai combattimenti in spazi chiusi. Grigio, come sempre, camminava con passo calmo ma gli occhi vigili, pronto a usare il ghiaccio per creare difficile o attacchi.

Il corridoio si faceva sempre più stretto, illuminato solo dalle torce che Erza e Gray avevano acceso, e Felice volava sopra le loro teste scrutando l'oscurità avanti. Ogni passo risuonava coppa contro le pareti di pietra antica.

Kenji teneva una mano sul collo del suo drago, che avanzava silenzioso ma con le narici dilatate, percependo ogni minimo movimento. “Raiko, avvisami se senti qualcosa di strano,” mormorò, e il drago emise un basso ruggito di assenso.

La cripta semprava non finire mai, e il gruppo continuo a camminare con cautela, consapevole che in quel luogo dimentico ogni angolo poteva nascondere una trappola.

Il gruppo stava camminando con attenzione.

Scarlett, invece, era l'unica a essere più spavalda. Schiacciò una pedana che si abbassò sotto il suo peso.

Raiko ruggì in segno di pericolo, ma Scarlett era già caduta più. Non si sa se per riflesso o per intelligenza, le sue fasce si impigliarono a dei rami che nascevano da un muro.

Natsu corso verso Scarlett, che stava già risalendo.

«Stai bene?» chiese Natsu, preoccupato per sua figlia, cercando segni di ferite.

«Certo che sto bene! Non sono più una fottuta bambina!" rispose bruscamente, affaticata dalla salita.

Lucy corse fino al fianco di suo marito, preoccupata anche lei per Scarlett.

Kenji sbuffò e rotò gli occhi verso destra, come se fosse infastidito da tutta quella situazione. “Vi pare che vi chiederà mai aiuto? Lo farà forte quando sarà sul punto di morte.”

Si mise a braccia conserte e vide Erza che, infastidita, disse: “Se vi preoccupi così tanto di lei, perché la mandate in un'accademia per eroi? Lasciatela respirare e fatele fare esperienze” Non importa se si rompe qualcosa!”

Grey si mise a ridere vedendo quella scena. "C'è da dire che Erza non ha tutti i torti! Ti lamentavi quando non ti facevano fare nulla e ora fingi che i tuoi figli non fanno esperienza! Essere padre ti ha cambiato molto!"

Natsu era letteralmente in preda alla rabbia e si scagliò contro Grigio per picchiarlo, ma Erza lo afferrò e gli morì un pugno in testa.

“Non ti lascerò iniziare una rissa in un tempio praticamente abbandonato!”

Lucy teneva Natsu, che era stordito. Kenji e Scarlett guardavano dentro, desideri di porre fine a questa stupida missione che li aveva coinvolti tutti.

Raiko feci salire Kenji in groppa e lo portò in una stanza che aveva fiutato.

Nella stanza c'è un sigillo a forma di smeraldo. Kenji si avvicinò e prese la pietra.

Appena l'ha presa, gli viene una visione. Vede una serie di morti, una guerra, pianti, dei arrabbiati e ciclopi.

Una volta finita la visione, Kenji si ritrovò con il respiro affannato e impaurito e con il sudore sulla fronte. Guardò lo smeraldo impaurito.

Scarlett entrò nella stanza e gli chiese: "Tutto ok? Su, forza, che ti stanno aspettando”.

“Sì, arrivo subito...”

Chapter 27: Vol. 2: La Rivolta Tecnologica

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Tomoko tornò a casa dopo la festa di Kazuya, cercando di non farsi vedere dal padre. Si chiuse in camera e si buttò sul letto, ormai disfatto da giorni.
Prese il telefono e controlla le telecamere di casa per vedere se c’era suo padre Riosuke.
Padre.
Padre...
Riosuke del cazzo!
Quell'uomo non meritava di essere chiamato ‘padre’ da lei!
Già da quando era piccola, Riosuke le aveva insegnato che doveva essere più intelligente degli altri. Essere più furba, più avanti di loro!
Ma a che serviva?
Solo per accontentare suo padre e per essere come lui in tutto! Tomoko non è così. E non ha alcuna intenzione di seguire le sue orme!
Quando vide che Riosuke era uscito di casa, Tomoko lanciò il telefono e iniziò a imprecare, rivolgendo solo frasi d'odio contro di lui.
Tomoko girò la testa verso la foto che aveva scattato con Kazuya e che teneva sulla scrivania. Si alzò, si avvicinò alla scrivania, prese la foto e la guardò attentamente. Nella foto erano raffigurati durante la loro prima missione insieme. In quel momento stavano ricevendo un premio e presentavano ferite da combattimento. Tomoko si concentrò sulla figura del suo migliore amico, pieno di tagli.
Si ricordò che Kazuya, per usare uno dei suoi poteri, il sangue esplosivo, doveva per forza ferirsi, anche autolesionandosi. Poi il suo sguardo si soffermò sulla sua stessa figura.
Pensò che al gruppo non servisse solo un cervello che elaborava i piani. Si sentiva inutile nel combattimento.
I suoi guanti di pelle da combattimento erano ormai inutili. Potrebbero essere utili per il corpo a corpo, anche se è di corporatura esile, ma ora che ci sono i robot a forma di dinosauro è un bel problema. Avevano le borchie sulle nocche... ma a cosa servono ora?
Si sedette sulla sedia e si portò le mani tra i capelli.
“Cosa faccio?”
“COSA CAZZO FACCIO?!”
Dal nervosismo stava iniziando a piangere. Era così a disagio da non poter aiutare neanche Kazuya. Cosa ci faceva, allora, nella classe di supporto tecnologico?
Poi si ricordò che nella borsa aveva delle boccette di sangue di Kazuya. Le aveva grazie a dei prelievi di sangue che Kazuya le aveva concesso per farci esperimenti e studiarlo da vicino.
A Tomoko si illuminarono gli occhi. Decise che li avrebbe usati per creare i primi supporti per i suoi amici.
Prese le boccette di sangue e le studiò.
Pensandoci, si rese conto di non avere gli strumenti per studiarlo attentamente. La sua audacia svanì all'istante, impedendogli di mettere in pratica le sue idee.
Pensa a come fare. Come portare avanti le sue idee. Ora che ci pensa, c'era il laboratorio di suo padre.
Visto che prima era uscito, non avrebbe dovuto dargli problemi se avesse voluto usare il suo studio.
Prese tutte le sue cose e si spostò velocemente.
Appena entrata, prese un microscopio e un porta campione pulito. Ci mise un po' di sangue e lo esaminò attentamente con la lente. Scoprì che i globuli rossi esplodevano singolarmente in modo continuo e che, a comando, potevano esplodere tutti insieme, creando un'esplosione più grande. Forse, anche grazie a quel sangue, Kazuya poteva raffreddare o riscaldare il suo corpo a piacimento.
Il vetrino del porta campione si ruppe insieme a quello della lente del microscopio. Tomoko si allontanò velocemente, spaventata all'idea di potersi ferire con i pezzi di vetro volati in giro.
Tomoko capì che un vetro qualunque non avrebbe mai retto quel sangue.
Si mise immediatamente al computer e iniziò a cercare diversi tipi di vetro. Gli unici che ha trovato adatti sono quelli antiproiettile e termico. Si alzò immediatamente e cercò in giro, trovando per ora un vetro antiproiettile.
“Trovato!”
Si bloccò momentaneamente, pensando che sarebbe stato meglio invitare Kazuya per fare tutto. Prese il telefono, compose il numero del suo amico e lo chiamò.
K: “Pronto, Tomoko?”
T: “Ehi, Kaz, ho bisogno del tuo aiuto... potresti venire un attimo a casa?”
Dalla parte di Kazuya si sentivano le sue risate, poi uno schiaffo forte e la frase: ‘NON DISTURBARMI MENTRE PARLO AL TELEFONO!’.
K: "Ora ci sono" lo disse con la voce più dolce che potesse.
T: "Ti ho chiesto se puoi venire a casa mia per fare degli esperimenti".
K: "Certamente, dammi una mezz'ora e sono da te".
Kazuya chiuse la chiamata.
Tomoko posò il telefono e il suo sguardo cadde sui guanti da combattimento. Il suo cervello si mise in moto e in un attimo aveva già tutto il piano per creare nuovi guanti robotici da battaglia. Prese tutti gli attrezzi che le sarebbero potuti servire, prese un foglio e iniziò a disegnare e prendere appunti sui guanti.
Il tempo volò velocemente e, all'improvviso, si sentì il campanello di casa. Un grosso schermo si posizionò davanti a Tomoko. Sullo schermo c'era Kazuya che aspettava di essere aperto.
Tomoko corse all'ingresso e aprì la porta rinforzata. I due amici si abbracciarono e si scambiarono un saluto come se non si fossero visti da mesi.
I due si diressero verso il laboratorio di Riosuke, che era un disastro a causa dei progetti di Tomoko. Kazuya girò per la stanza con lo sguardo pieno di stupore e ammirazione.
“Wow, Tomoko... questo posto è gigantesco e super tecnologico! È tuo per caso?"
Tomoko scosse la testa per dire di no. «È di mio padre. Diciamo che l’ho preso in prestito...”.
“Tralasciando i dettagli... cosa devo fare precisamente?” chiese. Ma lei si è già presentata con un tabellone gigantesco solo per mostrare un progetto piccolo. L'amico rimase a bocca aperta, senza riuscire a dire una parola; il massimo che riuscì a fare fu un sibilo. “E noi dobbiamo fare tutto questo solo per delle fialette?” sbottò, scioccato e confuso.
Tomoko si girò verso il tabellone. “Oh, alcune di quelle sono di un altro progetto che è mio”.
Kazuya sospirò sollevato, come se si fosse salvato da un destino tragico.
“Dai, mettiamoci al lavoro” disse Tomoko, prendendo del vetro antiproiettile. “Ma prima devo confermare tutte le mie ipotesi”.
Il ragazzo la guardò confuso, ma subito dopo venne trascinato su una sedia e gli fu imposto un ordine dalla sua amica.
“Ora fai diventare il tuo corpo più freddo!”
Kazuya lo fece subito, spaventato, e il suo sangue si trasformò in ghiaccio con degli spuntoni.
“Mh... interessante. Ora fai diventare il tuo corpo incandescente”.
Detto questo, il ragazzo esegue l'ordine e il sangue prende fuoco.
Ora Tomoko è soddisfatta. Prese il vetro e iniziò a lavorarlo grazie al fuoco di Kazuya. Iniziarono a dare le forme e a raffreddare il tutto. Ci misero in tutto mezz'ora.
Vi misero dentro un campione di sangue e il vetro reggeva. Kazuya prese la fialetta e la osservò con attenzione.
"Proviamo a lanciarla in giardino e vediamo se funziona", disse Tomoko indicando la porta che conduceva in giardino.
I due si diressero in giardino e si posizionarono in un punto in cui non avrebbero potuto arrecare danni. Kazuya lanciò la fialetta di sangue, ma questa non si ruppe; anzi, si era formata una crepa. I due ragazzi si avvicinarono confusi.
“Uhh... non si doveva rompere il vetro?” chiese preoccupato Kazuya, riprendendo la fiala crepata. Tomoko rimase confusa, ma la spiegazione era chiara: il vetro antiproiettile era fatto per resistere agli impatti.
“Kazuya, rientriamo e vediamo se troviamo del vetro termico” ordinò Tomoko, mentre entrava. Kazuya iniziò a piangere, perché la sua amica ora era diventata un generale che lo faceva lavorare senza sosta.I due ragazzi iniziarono a cercare ovunque e finalmente trovarono del vetro termico. Passò un'altra mezz'ora e rifecero tutto il procedimento del primo esperimento.
“Abbiamo finito? Ti prego, dimmi di sì!” implorò Kazuya.
“Spero di sì, altrimenti il tuo sangue non potrà essere sfruttato in battaglia senza che tu ti faccia del male”.
Mise il sangue nella nuova boccetta e la diede all’amico, che corse in giardino come se volesse porre fine a tutto. Appena fuori, Kazuya lanciò la boccetta, che si ruppe. Tomoko annotò tutto nel suo taccuino, scrivendo: "Il vetro mantiene il sangue senza farlo esplodere, si rompe facilmente, il progetto è completato".
“Dovrei creare una macchina che lo faccia senza che lo dobbiamo fare noi”.
“E grazie al cielo che vuoi creare questa macchina!”
I due risero e iniziarono a rientrare in casa. «Sai, vorrei creare dei guanti robotici che mi aiutino a combattere... non mi piace l'idea di stare dietro le quinte» confessò Tomoko.
“Wow! Come Vi in Arcane! Con quei grossi guanti meccanici che la rendono invincibile!” rispose Kazuya con gli occhi che brillavano, come se fosse interessato a tutto ciò.
Appena entrati, videro una figura adulta con i capelli blu come quelli di Tomoko. Si rese conto che era appena rientrato suo padre.
“Bene, bene... la mia cara genietta sta finalmente mettendo in funzione il suo bel cervelletto!”
Tomoko non mostrò alcuna emozione, ma sembrava piuttosto a disagio. Non si aspettava che Riosuke sarebbe tornato in quel momento. Il suo unico pensiero era quello di scomparire e portare via Kazuya. L'uomo si avvicinò ai ragazzi, sorridendo.
“Tu saresti Kazuya Todoroki, giusto? Ho sentito parlare molto di te, soprattutto della tua famiglia, che è molto famosa... Penso sia grazie allo scandalo di tuo padre, mh?” disse l'uomo, come se il suo intento fosse quello di far sentire a disagio il ragazzo.
Kazuya deglutì e rispose con calma: “Heh... sì, sono proprio io! Lei dovrebbe essere il padre di Tomoko... è un piacere conoscerla, signor Ishimura…”
“Mi piace questo ragazzo! Perché non lo porti più spesso? Forse ti potrebbe aiutare in molte cose”.
L’uomo guardò Tomoko con uno sguardo che lasciava intendere di voler approfittare dell’amico.
Tomoko si mise in mezzo e disse: “Padre, posso usare ancora il laboratorio? Ho bisogno di creare un'ultima cosa, per favore”.
“Va bene, va bene... solo perché sono troppo stanco per lavorare al laboratorio.”
Prima che qualcuno potesse aggiungere altro, Riosuke se n'era già andato, soddisfatto e con un ghigno sul volto.
Con un sospiro, Tomoko si lasciò cadere su una sedia, seguita da Kazuya. “Ah... scusa se mio padre ti ha creato disagio, lascialo perdere e non dargli peso” si scusò Tomoko.
“Non ti preoccupare, ormai per me è la norma” rispose Kazuya con tono scherzoso.
Insieme iniziarono a costruire i guanti robotici per Tomoko.

Chapter 28: Vol 2. Serata al Parco

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Mentre la brezza della sera muoveva appena le fronde degli alberi, Tomoko e Kazuya camminavano fianco a fianco lungo i vialetti illuminati dai lampioni del parco. Tomoko teneva le mani dietro la schiena, il passo leggero, quasi canticchiando. “Finalmente un po’ d’aria fresca… mi stavo sciogliendo in quella stanza con tutti quegli esperimenti.” Kazuya accennò un sorriso, spostando lo sguardo verso di lei. “Già… ma almeno ce li siamo tolti tutti. Non mi aspettavo che tu avessi così tanta pazienza.” Tomoko rise piano, scuotendo la testa. “Pazienza? Piuttosto direi che tu sei stato bravo a non scappare quando il fumo ha invaso metà della stanza.” Kazuya abbassò lo sguardo, trattenendo una risata. “Ero tentato, lo ammetto. Ma non avrei mai lasciato lì te da sola.” Per un attimo, rimasero in silenzio, ascoltando i rumori del parco: le cicale, qualche risata di bambini lontani, il fruscio delle foglie. Poi Tomoko si fermò, alzando gli occhi al cielo dove si intravedevano già le prime stelle. “È strano,” mormorò. “A volte sembra che tutto vada troppo veloce… ma in momenti come questo, il tempo rallenta.” Kazuya la osservò attentamente, le mani infilate nelle tasche, e dopo qualche istante annuì. “Forse perché sono i momenti più veri.” Tomoko si voltò verso di lui con un sorriso dolce, quasi timido, e ripresero a camminare, fianco a fianco, in silenzio ma con la sensazione che quel silenzio fosse più prezioso di mille parole. Tomoko e Kazuya, dopo aver camminato un po’ lungo i viali alberati del parco, decisero di fermarsi davanti a una piccola bancarella di milk tea che emanava un profumo dolce e speziato. L’aria era fresca e leggera, e i due si scambiarono uno sguardo complice prima di avvicinarsi al bancone. Kazuya scelse senza esitazione un milk tea al cocco e caffè, incuriosito dal contrasto tra la dolcezza cremosa del cocco e l’intensità amara del caffè. Tomoko, invece, si lasciò tentare da una combinazione insolita: caffè e matcha, attratta dal sapore deciso del tè verde mescolato all’aroma robusto del caffè. Mentre aspettavano le loro bevande, Kazuya rise piano, dicendo che il suo ordine era ‘un po’ esotico’, mentre quello di Tomoko sembrava ‘una sfida al palato’. Lei lo guardò con finta serietà, per poi scuotere la testa e sorridere. Appena ebbero i bicchieri tra le mani, iniziarono a passeggiare di nuovo. Kazuya assaggiò il suo e fece una smorfia teatrale, per poi ammettere che in realtà era delizioso. Tomoko sorseggiò lentamente il suo, riflettendo ad alta voce sul fatto che il gusto era strano ma sorprendentemente equilibrato. Continuarono così, ridendo e scambiandosi commenti sui milk tea mentre il sole calava lentamente, tingendo il cielo di sfumature calde che rendevano il momento ancora più piacevole. Seduti sulla panchina, con la brezza leggera che muoveva appena le foglie degli alberi, Tomoko sollevò le mani davanti a sé, facendo scattare un paio di congegni sui suoi guanti robotici appena finiti. “Guarda qua,” disse con un sorriso soddisfatto, le dita che si illuminavano di linee blu pulsanti. “Sono finalmente stabili. Ho regolato la potenza così da non rischiare più di sfondare il tavolo di casa.” Kazuya rise piano. “Beh, sarebbe stato divertente vedere di nuovo tuo padre urlarti contro.” “Non è divertente!” ribatté lei, anche se un piccolo sorriso le si dipinse sul volto. Poi si fece più seria, osservando le sue mani. “Sai, voglio davvero metterli alla prova. Non solo come gadget tecnologico… ma in battaglia. Voglio che diventino parte di me. Che mi rendano utile.” Kazuya la fissò per qualche secondo, vedendo la determinazione nei suoi occhi. “E lo diventeranno. Anzi, tu sei già utile. I guanti non fanno che riflettere quanto sei tosta di tuo.” Tomoko arrossì leggermente, distogliendo lo sguardo verso il cielo. “Non dirlo così… mi fai sembrare speciale.” “È perché lo sei,” replicò Kazuya con tono calmo, ma deciso. Lei scrollò le spalle, cercando di nascondere il sorriso compiaciuto, poi schioccò le dita, e i guanti emisero un ronzio metallico. “Allora direi che alla prossima missione li sfrutterò. E voglio che tu sia il primo a vedere cosa so fare davvero.” Tomoko sorseggiava piano dal suo, chiudendo gli occhi e godendosi quel ristoro semplice ma confortante. Kazuya lo osservava con un mezzo sorriso, il cappotto leggermente sbottonato per il tepore della sera. Dopo aver fatto alcuni esperimenti insieme — cose delicate e invisibili, ma importanti — avevano bisogno di prendersi una pausa. Solo loro due, in quel momento perfetto. Tomoko fissò l’orizzonte, le foglie degli alberi ondeggiavano lievi, e disse infine con voce quieta: “Non è un brutto modo per chiudere la giornata, no?” Kazuya annuì, portando il suo milk tea alle labbra con lentezza, assaporando quel silenzio condiviso. “No, proprio no. Questi momenti... mi piacciono tanto.” Tomoko lo guardò, e quel sorriso — così autentico, così tranquillo — fece sentire Kazuya avvolto da una dolcezza immediata. Rimasero così, su quella panchina, con i milk tea e il mondo che lentamente si affievoliva attorno a loro, mentre il cielo si tingeva dei toni caldi del tramonto. Scarlett si avvicinò a passo svelto, con quel suo solito sorrisetto furbo stampato in faccia. “Ehi, Kazuyaaa~” cantilenò, piegandosi leggermente di lato mentre lo fissava. “Sai che sembri proprio un nonnino con quell’aria tutta seria mentre cammini accanto a Tomoko?” Kazuya si bloccò di colpo, alzando un sopracciglio e lanciandole uno sguardo scuro. “Un nonnino? Davvero?” sbuffò, già infastidito. Scarlett rise di gusto, dandogli una leggera pacca sulla spalla. “Dai, non fare quella faccia! È che sei sempre così rigido… sembra quasi che se sorridi ti si spacchi il volto!” Tomoko, che li osservava in silenzio, trattenne a stento una risata portandosi la mano alla bocca. Kazuya incrociò le braccia, fingendo indifferenza, ma un leggero rossore gli colorò le guance. Scarlett se ne accorse subito e rise ancora più forte. “Oh, guarda, si è pure arrossito! Non sei abituato ai complimenti, eh?” Scarlett incrociò le braccia, lo sguardo freddo e le labbra piegate in un mezzo sorriso ironico. “Kazuya, davvero… non capisco cosa ci trovi Shinra in te. Sei lento, troppo serio, e a volte sembri persino annoiato della vita. Uno come lui ha bisogno di qualcuno brillante, qualcuno che lo faccia ridere e che sia all’altezza della sua energia. Non di uno che si trascina dietro come fai tu.” Fece una pausa, lasciando che le parole pesassero nell’aria. “Shinra merita qualcuno migliore, qualcuno che non lo rallenti. E tu… beh, tu non sembri nemmeno adatto a stargli accanto. È quasi triste vederlo sprecarsi così.” Scarlett lo fissò intensamente, come se volesse trafiggerlo con lo sguardo, e la sua voce assunse un tono ancora più tagliente: “Se pensi davvero di poterlo rendere felice, ti sbagli. Lui ha bisogno di fuoco… e tu sei solo cenere.” Scarlett incrociò le braccia, lo sguardo duro e il tono tagliente come una lama. "È meglio che ci sia io al posto tuo, Kazuya. Tu sei solo un peso morto. Sarebbe meglio se sparissi per sempre, invece di continuare a dare fastidio a Shinra." Le parole caddero come pietre, e l’aria intorno a loro si fece pesante. Kazuya sentì il petto stringersi, lo stomaco ribaltarsi. Gli occhi iniziarono a bruciargli e per un attimo il mondo sembrò sfocato. Provò a dire qualcosa, ma la voce gli si spezzò in gola. Allora si alzò di scatto dalla panchina, il viso piegato verso terra per non mostrare le lacrime che minacciavano di scendere. Tomoko lo seguì con lo sguardo, e subito le sue pupille si accesero di rabbia. Scattò in piedi, il vento quasi a vibrare attorno a lei per la tensione. Fece un passo avanti, piantando gli occhi in quelli di Scarlett con una determinazione feroce. "Scarlett, ma ti rendi conto di quello che hai appena detto?!" esclamò con voce dura, che rimbombò come un tuono nel silenzio del parco. "Non hai il diritto di trattarlo così! Kazuya non è un peso morto, non è un intralcio e di certo non è qualcuno che deve sparire. Lui ha combattuto, ha sofferto, ha guadagnato ogni passo che ha fatto fin qui!" Scarlett strinse la mascella, ma Tomoko non le lasciò tempo di rispondere. "Sei accecata dall’invidia o dalla gelosia, non so cosa ti passi per la testa… ma sappi che quello che hai detto è crudele. Shinra ha scelto Kazuya. Lo ha scelto perché vede in lui qualcosa che tu non riesci nemmeno a capire." Poi abbassò leggermente lo sguardo, ammorbidendo la voce, ma senza perdere fermezza: "E se davvero tieni a Shinra, allora smettila di colpire chi lui ama. Perché l’unica che in questo momento sta dando fastidio… sei tu." Un silenzio tagliente seguì le parole di Tomoko, mentre Kazuya rimaneva immobile, le spalle tremanti, combattendo con la voglia di voltarsi e andarsene per sempre. La tensione calò improvvisa come un fulmine a ciel sereno. Scarlett fissava Tomoko con gli occhi stretti e duri, le braccia incrociate sul petto, e la voce tagliente come un coltello. "Tu non capisci nemmeno i tuoi sentimenti, Tomoko. Non sai neppure cosa provi davvero… e non farmi ridere con la storia della tua famiglia. Neanche tuo padre ti vuole davvero bene." Quelle parole pesarono nell’aria come macigni. Kazuya fece un passo avanti di scatto, il volto irrigidito dalla rabbia. "Scarlett, stai esagerando! Non hai il diritto di parlare così!" Il suo tono tradiva la voglia di proteggere Tomoko, ma prima che potesse aggiungere altro, lei lo fermò, stendendo il braccio davanti a lui. Lo sguardo di Tomoko era diverso dal solito: freddo, determinato, con un’ombra di orgoglio ferito che non lasciava spazio a esitazioni. "No, Kazuya. Questa è una cosa tra me e lei." Scarlett sorrise, piegando appena il capo, quasi soddisfatta di quella risposta. "Finalmente un po’ di coraggio. Dimostrami chi sei davvero, Tomoko." Tomoko serrò i pugni, il vento iniziò a muovere i suoi capelli mentre i suoi guanti robotici si stavano attivando. "Kazuya, non intervenire. È la mia sfida." Kazuya rimase fermo, le mani strette ai lati, combattuto tra la rabbia e la fiducia, mentre le due ragazze si fronteggiavano nel silenzio del parco. L’aria si fece tesa. Scarlett abbassò il baricentro, pronta a scatenarsi. Tomoko respirò profondamente, i suoi occhi scintillavano di una forza che non mostrava quasi mai. La sfida era iniziata. Scarlett scattò da un lato con agilità felina, le sue fasce di seta si allungarono come lame scintillanti, avvolgendosi nell’aria con precisione letale. “Vediamo se riesci a schivarle, Tomoko!” disse con un sorriso malizioso, mentre un fascio di seta cercava di stringersi attorno al braccio della ragazza. Tomoko però non si fece cogliere impreparata. Alzò i guanti robotici e li attivò: le giunture metalliche si illuminarono di un bagliore azzurro e, con un colpo secco, spezzò l’avvolgimento della fascia. “Scarlett, non credere che sia così facile!” replicò, piantando i piedi a terra e aprendo i palmi dei guanti: piccoli propulsori diedero uno scatto improvviso al suo pugno, diretto verso Scarlett. La sabbia del parco si sollevò con l’urto tra la seta che si riavvolgeva e il colpo amplificato dal guanto robotico. Entrambe arretrarono di qualche passo, sorridendo l’una verso l’altra. Tomoko non perse tempo. Mentre Scarlett si stava ancora riequilibrando dopo l’ultimo scambio, la ragazza fece scattare i propulsori ai piedi e si lanciò in avanti come un proiettile. Il guanto destro si caricò di energia azzurra, pronto a colpire. “Vediamo come te la cavi con questo!” gridò, mirando con un pugno dritto al fianco di Scarlett. Scarlett spalancò gli occhi per un attimo, ma non si fece cogliere impreparata: le fasce scivolarono via dai suoi polsi e si dispiegarono come ali. In un movimento rapido e fluido, le fece roteare attorno a sé creando una spirale difensiva che respinse l’impatto, ma l’urto fu così forte che la barriera di seta si incrinò. Tomoko sorrise con aria di sfida, atterrando in ginocchio e rialzandosi subito. “Sei veloce… ma io non sto andando neanche al massimo.” Scarlett le rispose con un sorriso altrettanto malizioso, stringendo le dita per richiamare le fasce. “Allora non trattenerti, Tomoko. Dimmi fin dove puoi arrivare.” Le due ragazze si fissarono per un istante, entrambe col fiato corto ma cariche di adrenalina. Poi, quasi contemporaneamente, scattarono di nuovo l’una verso l’altra, pronte a far tremare il parco con il prossimo urto. Scarlett si rialzò lentamente da terra, asciugandosi la fronte sudata con il dorso della mano. Il respiro era affannoso, ma negli occhi brillava un misto di soddisfazione e ammirazione. "Sei stata incredibile, Tomoko…" disse con un sorriso genuino, massaggiandosi un braccio indolenzito. "Hai una precisione assurda nei movimenti… e quei guanti," aggiunse indicando le mani dell’amica, "sembrano fatti apposta per te. Ti danno un’aura ancora più pericolosa." Tomoko, che si era appena tolta i guanti per far respirare le mani, rise piano, un po’ imbarazzata. "Grazie, Scarlett… ma non esagerare. Anche tu te la sei cavata benissimo, mi hai messo davvero in difficoltà più di una volta." Scarlett scosse la testa, ancora sorridendo. "No, davvero. Io ci metto tutta la forza che ho, ma tu combatti con la testa, ogni tua mossa è calcolata. Non sei solo forte… sei intelligente in battaglia." Tomoko abbassò lo sguardo per un attimo, arrossendo leggermente a quelle parole. Poi si avvicinò e le porse una mano per stringerla. "Allora… la prossima volta sarai tu a battermi." Scarlett afferrò la mano con decisione, stringendola con un cenno di sfida scherzoso. "Promesso. Ma non aspettarti che sarà facile." Scarlett, con lo sguardo carico di disprezzo, si voltò un’ultima volta verso Kazuya e Tomoko. Le sue parole furono taglienti come lame: un insulto diretto a entrambi, pronunciato con una freddezza che lasciava trasparire quanto poco li stimasse. “Per me non sarete mai altro che dei rivali” dichiarò con voce ferma, quasi a voler incidere quelle parole nella memoria dei due. Non c’era spazio per esitazioni né per riconciliazioni: l’ostilità era chiara e definitiva. Poi, senza aspettare una replica, Scarlett si voltò di scatto e iniziò a correre via, i passi rapidi che risuonavano come un addio improvviso. Il vento che sollevava i suoi capelli sembrava accompagnare la fuga, mentre Kazuya e Tomoko restarono immobili, divisi tra rabbia e incredulità. Kazuya rimase qualche istante in silenzio, ancora turbato dalle parole di Scarlett. Tomoko gli si avvicinò con uno sguardo più dolce, cercando di alleggerire il peso di quel momento. “Vuoi che ti accompagni a casa?” chiese con tono pacato, quasi preoccupato. Kazuya esitò un attimo, poi annuì lentamente. “…Sì, grazie. Mi farebbe piacere.” Tomoko accennò un sorriso rassicurante, e insieme si incamminarono, lasciandosi alle spalle l’atmosfera tesa dello scontro appena vissuto. Tomoko e Kazuya si incamminarono lungo la strada silenziosa. I loro passi erano lenti, quasi pesanti, e nessuno dei due parlava. Kazuya teneva lo sguardo basso, perso nei suoi pensieri, mentre Tomoko lo osservava di tanto in tanto, cercando di capire se stesse meglio, ma senza trovare il coraggio di rompere quel silenzio. Dopo qualche minuto arrivarono davanti alla casa. Tomoko si fermò accanto a lui, lasciandogli il tempo di fare il primo passo. Kazuya salì i gradini e bussò piano. Dopo pochi istanti la porta si aprì e apparve Shinra, sorpreso nel vederli. “Oh, siete tornati,” disse, ma non fece in tempo ad aggiungere altro che Kazuya si avvicinò e lo salutò con un bacio rapido. Subito dopo entrò in casa senza pronunciare una sola parola, passando accanto a lui come se volesse solo rifugiarsi lontano da tutto. Shinra rimase interdetto sulla soglia e si voltò verso Tomoko. “Che gli prende?” chiese, con un tono serio e leggermente preoccupato. Tomoko sospirò e abbassò lo sguardo. “È stata Scarlett… ha fatto di nuovo una delle sue solite scenate. Ha detto cose che hanno fatto soffrire Kazuya, e questa volta non si è fermata nemmeno davanti a me. Mi ha colpita con le stesse parole velenose.” Shinra corrugò la fronte, la sua espressione si fece cupa. “Capisco… mi dispiace davvero.” Poi la fissò negli occhi, con una sincerità che non lasciava spazio al dubbio. “E tu come stai, Tomoko?” Tomoko abbozzò un sorriso gentile, cercando di non mostrare la stanchezza che portava dentro. “Sto bene, davvero,” rispose con calma, anche se i suoi occhi tradivano un velo di tristezza. Poi posò una mano sulla spalla di Shinra e aggiunse: “Ma adesso non preoccuparti di me… devi andare a consolare il tuo fidanzato. Ha bisogno di te più di chiunque altro.” Shinra annuì, comprendendo subito la gravità delle parole di Tomoko. Con un cenno grato si voltò verso l’interno della casa, pronto a raggiungere Kazuya. Tomoko rimase qualche istante sulla soglia, osservandolo allontanarsi, poi fece un passo indietro e lasciò che fosse lui a occuparsi di ciò che contava di più in quel momento.

Chapter 29: Vol. 3: Missione Divina

Chapter Text

Era il primo giorno del terzo anno all’accademia Aegis. L’aria del mattino era fresca, e davanti al grande cancello si radunavano gli studenti, tra chiacchiere e risate.
Kenji fu il primo ad arrivare, con il suo solito passo deciso. Poco dopo vide avvicinarsi Tomoko, che lo salutò con un cenno della mano e un sorriso. Subito dopo comparvero anche Shinra e Kazuya, uno accanto all’altro.
Quando si ritrovarono tutti insieme, si fermarono un attimo, come se quel momento segnasse davvero l’inizio di qualcosa di nuovo.
"Non ci credo che siamo già al terzo anno," disse Kenji, incrociando le braccia. "Mi chiedo che tipo di prove ci aspettino stavolta."
Tomoko annuì, guardando l’edificio imponente davanti a loro. "Ogni anno sembra più difficile del precedente. Ma… in fondo siamo ancora qui."
Shinra sorrise appena, stringendo la mano di Kazuya per rassicurarlo. "Non importa cosa succederà. L’importante è che restiamo uniti."
Kazuya sospirò, incerto, ma aggiunse con voce bassa: "Sì… però non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che quest’anno sarà diverso. Come se ci aspettasse qualcosa di più grande."
I quattro si scambiarono uno sguardo pieno di domande e di attesa, poi si incamminarono verso l’ingresso dell’accademia, pronti ad affrontare il primo giorno del loro terzo anno.
Mentre i quattro oltrepassavano il cancello e si avviavano lungo il viale che conduceva all’edificio principale, Kenji rallentò leggermente il passo, come se stesse riflettendo. Poi, con un tono più serio del solito, disse:
"Devo ammetterlo… ogni giorno che passo qui dentro mi lascia sempre addosso una strana sensazione. Come se ci stessimo avvicinando a un momento cruciale della nostra vita."
Tomoko lo guardò sorpresa, ma non lo prese alla leggera. "Intendi dire che credi stia per succedere qualcosa di importante?"
Kenji annuì senza esitare. "Sì. Non so cosa, ma è come se tutto quello che abbiamo affrontato fino ad ora fosse stato solo una preparazione."
Shinra increspò le labbra in un mezzo sorriso, ma la sua espressione era attenta. "Forse non hai tutti i torti. In fondo, l’accademia non è mai stata un posto in cui accadono cose normali."
Kazuya abbassò lo sguardo, stringendo la tracolla della sua borsa. "Se hai ragione… spero che saremo pronti."
Il gruppo continuò a camminare, e sebbene intorno a loro ci fossero risate e chiacchiere degli altri studenti, un silenzio diverso calò tra i quattro, carico di presagi e domande senza risposta.
Una volta entrati nell’edificio principale, Tomoko si fermò davanti alle scale che portavano ai dormitori femminili. Si voltò verso gli altri con un sorriso tranquillo.
"Vado a lasciare la mia roba e a sistemare un po’ la stanza," disse. "Ci vediamo più tardi."
Kenji annuì, sollevando una mano in segno di saluto. "Va bene. Non sparire troppo a lungo."
"Tranquillo," rispose lei, prima di avviarsi verso il corridoio.
Rimasti soli, Shinra posò lo sguardo su Kazuya. "Andiamo anche noi?" chiese con tono calmo.
Kazuya annuì, e insieme si incamminarono verso i dormitori maschili. Una volta entrati nella stanza di Kazuya, Shinra chiuse la porta dietro di loro. L’atmosfera si fece subito più intima, lontana dal brusio dell’accademia.
Kazuya si lasciò cadere sul letto con un sospiro, ancora un po’ pensieroso per la mattinata. Shinra gli si avvicinò, posandosi accanto a lui. Per un attimo rimasero in silenzio, poi i loro occhi si incontrarono e Shinra sorrise con dolcezza.
Kazuya, senza dire nulla, si sporse verso di lui. Le loro labbra si sfiorarono in un bacio affettuoso, lento e sincero, come se in quell’istante il mondo esterno non esistesse.
Shinra ricambiò con la stessa tenerezza, stringendolo a sé, lasciando che quell’attimo fosse soltanto loro.
Dopo il bacio, Kazuya si rilassò visibilmente. Il peso che portava addosso sembrava alleggerirsi e un piccolo sorriso comparve sul suo volto. "Mi sento… più tranquillo," disse a bassa voce, guardando Shinra con gratitudine.
Shinra si guardò intorno, osservando attentamente la stanza. "È la prima volta che entro qui," commentò, facendo qualche passo all’interno. "Devo dire… mi piace molto lo stile. Ha un’atmosfera un po’ vampiresca, e le piante finte… danno l’impressione che la stanza sia lasciata crescere un po’ alla natura. È originale."
Kazuya rise piano. "Non ci avevo mai pensato così… ma sì, forse hai ragione. È un po’ caotica, ma è casa mia."
Shinra si avvicinò di nuovo, appoggiando una mano sulla spalla di Kazuya. "Beh, allora è una casa accogliente… e io sono contento di esserci."
Kazuya sorrise ancora più apertamente, sentendosi finalmente a suo agio tra quelle mura e con Shinra al suo fianco.
Shinra, con un sorriso malizioso, afferrò delicatamente Kazuya per le braccia. "Sai una cosa?" disse con tono scherzoso, "Penso che sia il momento di farti fare qualcosa di divertente."
Prima che Kazuya potesse reagire, Shinra lo tirò verso di sé e lo costrinse a muoversi con lui. "Balla con me!" esclamò, iniziando a muoversi lentamente per la stanza, facendo piccoli passi quasi da danza improvvisata.
Kazuya arrossì all’istante, cercando di divincolarsi, ma Shinra lo teneva fermo tra le sue braccia. "Shinra… smettila! Stai solo cercando di farmi vergognare!" disse con voce impastata e un sorriso imbarazzato.
Shinra rise piano, divertito dalla reazione. "Proprio così! Voglio vederti arrossire un po’… e ammettilo, ti piace."
Kazuya cercò di abbassare lo sguardo, ma il rossore sulle sue guance tradiva il suo imbarazzo. Nonostante tutto, le braccia di Shinra intorno a lui gli davano anche un senso di sicurezza, rendendo il momento strano ma in qualche modo piacevole.
Proprio mentre Shinra continuava a divertirsi a far arrossire Kazuya, si sentì bussare alla porta.
"Ei! Smettete subito di fare i piccioncini!" urlò la voce di Kenji dall’altra parte. "Il preside vi ha chiamati, dobbiamo andare!"
Kazuya si divincolò leggermente, ancora arrossendo, mentre Shinra sospirava esasperato. "Ugh… ogni anno è la stessa storia," si lamentò, scrollando le spalle. "Appena pensano che possiamo rilassarci un attimo, ci affidano subito qualche missione o incarico. Non possiamo mai avere pace!"
Kazuya rise piano, cercando di riprendersi dall’imbarazzo. "Non è mai cambiato nulla, eh?" disse, mentre Shinra scuoteva la testa con un mezzo sorriso.
"Vieni, Kazuya," insistette Kenji bussando ancora. "Non voglio sentire scuse!"
Shinra sbuffò un’ultima volta, ma alla fine si staccò da Kazuya. "Va bene, va bene… andiamo. Ma giuro che quest’anno mi prenderò qualche minuto di tregua!"
Kazuya annuì, ancora sorridendo, mentre insieme a Shinra e Kenji lasciavano la stanza per recarsi dall’ufficio del preside.
Davanti all’ufficio del preside, Tomoko li stava già aspettando, con le braccia conserte e un’espressione leggermente preoccupata. Appena vide Shinra, Kazuya e Kenji avvicinarsi, fece un piccolo sorriso.
"Finalmente siete arrivati," disse con tono scherzoso ma deciso. "Pensavo che vi avrei aspettati più a lungo."
Shinra sospirò, scuotendo la testa. "Non è colpa nostra se ci siamo distratti…" mormorò, lanciando a Kazuya uno sguardo malizioso che fece arrossire quest’ultimo.
Kenji rise piano. "D’accordo, basta chiacchiere. Entriamo e vediamo cosa ci ha preparato il preside stavolta."
Insieme, i quattro si avviarono verso la porta dell’ufficio. Una volta all’interno, il preside li accolse con lo sguardo severo ma attento. Senza perdere tempo, indicò i documenti sul tavolo.
"Ho una nuova missione per voi," annunciò con tono fermo. "Sarà impegnativa e richiederà collaborazione, coraggio e strategia. Dovrete affrontare situazioni che metteranno alla prova ciascuno di voi."
Tomoko, Shinra, Kazuya e Kenji si scambiarono uno sguardo, consapevoli che questo nuovo incarico avrebbe segnato l’inizio di un periodo decisamente intenso.
Il preside prese i documenti dal tavolo e li distribuì davanti a ciascuno dei quattro studenti. "Questa sarà la vostra nuova missione," iniziò, con tono grave. "Si tratta di un incarico delicato che richiede grande attenzione. Una serie di eventi insoliti è stata segnalata nei confini esterni dell’accademia, vicino alla Foresta di Tenebra. La vostra squadra dovrà investigare, raccogliere informazioni e, se necessario, intervenire per contenere eventuali minacce."
Si fermò un momento, osservando attentamente le reazioni dei ragazzi. "Non sarà facile. Ci sono leggende che parlano di creature oscure che si aggirano in quella zona, e alcuni fenomeni sembrano legati a un antico artefatto custodito all’interno della foresta."
Tomoko strinse i pugni, determinata. "Capisco… quindi dovremo affrontare sia i pericoli naturali sia possibili entità misteriose."
Shinra annuì, piegando leggermente le labbra in un sorriso di sfida. "Perfetto… mi aspettavo qualcosa del genere. Almeno sarà interessante."
Kazuya si limitò a guardare il preside, assorto.Kenji, con il solito tono deciso, concluse: "Bene. Allora non perdiamo tempo. Prepariamoci e andiamo a scoprire di cosa si tratta davvero."
Il preside li fissò ancora un attimo, poi annuì. "Bene. Ricordate, lavorare insieme sarà fondamentale. Solo così potrete superare le difficoltà che incontrerete."
Il preside prese i documenti dal tavolo e li distribuì davanti a ciascuno dei quattro studenti. "Questa sarà la vostra nuova missione," iniziò, con tono grave. "Si tratta di un incarico delicato che richiede grande attenzione. Una serie di eventi insoliti è stata segnalata nei confini esterni dell’accademia, vicino alla Foresta di Tenebra. La vostra squadra dovrà investigare, raccogliere informazioni e, se necessario, intervenire per contenere eventuali minacce."
Si fermò un momento, osservando attentamente le reazioni dei ragazzi. "Non sarà facile. Ci sono leggende che parlano di creature oscure che si aggirano in quella zona, e alcuni fenomeni sembrano legati a un antico artefatto custodito all’interno della foresta."
Tomoko strinse i pugni, determinata. "Capisco… quindi dovremo affrontare sia i pericoli naturali sia possibili entità misteriose."
Shinra annuì, piegando leggermente le labbra in un sorriso di sfida. "Perfetto… mi aspettavo qualcosa del genere. Almeno sarà interessante."
Kazuya si limitò a guardare il preside, assorto. "Quindi… non sarà una missione semplice. Dobbiamo stare attenti."
Kenji, con il solito tono deciso, concluse: "Bene. Allora non perdiamo tempo. Prepariamoci e andiamo a scoprire di cosa si tratta davvero."
Il preside li fissò ancora un attimo, poi annuì. "Bene. Ricordate, lavorare insieme sarà fondamentale. Solo così potrete superare le difficoltà che incontrerete."
Mentre camminavano lungo il corridoio dell’accademia, la tensione per la missione ancora da affrontare era palpabile. Improvvisamente, una voce femminile squillante risuonò alle loro spalle:
"Shinra!"
Il ragazzo sobbalzò all’improvviso, colto completamente di sorpresa. Si voltò di scatto e vide la grande figura di Atena, il suo mentore, che lo osservava con un sorriso fiero ma deciso.
Shinra strinse leggermente i pugni, ancora sorpreso. "A-Atena…! Non… non ti aspettavo qui!" balbettò, cercando di riprendersi dall’improvviso spavento.
Tomoko, Kazuya e Kenji si fermarono, incuriositi dalla scena, e guardarono Atena con rispetto e un po’ di timore. La presenza della sua mentore trasmetteva subito un senso di autorità e sicurezza.
Atena, alta e imponente, incrociò le braccia. "Non preoccuparti, Shinra," disse con tono rassicurante ma fermo. "Sono qui per assicurarmi che siate pronti per questa missione. Non posso permettere che affrontiate la Foresta di Tenebra impreparati."
Shinra annuì, cercando di nascondere il battito accelerato e la sorpresa iniziale. "Certo… grazie, Atena. È… confortante vederti qui."
Mentre Atena parlava con Shinra, una figura familiare apparve poco distante: Xuan Qing, il mentore di Kazuya. Appena Kazuya lo vide, il suo volto si illuminò di gioia. Senza pensarci due volte, corse verso di lui e gli saltò in braccio, abbracciandolo con entusiasmo.
"Maestro Xuan!" esclamò Kazuya, felice. "Non vedevo l’ora di rivederti!"
Xuan Qing sorrise, ricambiando l’abbraccio con affetto. "Kazuya… sei cresciuto molto," disse con tono calmo ma orgoglioso, lasciando trasparire il piacere di rivedere il suo allievo in ottima forma.
Non molto lontano, comparve anche il Generale Ming Yichen, il mentore di Tomoko. La sua figura era austera e imponente, e il suo sguardo severo non lasciava spazio a errori. Tomoko si fermò, rispettosa. Il Generale la ricambiò con un semplice cenno della testa, senza bisogno di parole.
Tomoko inclinò leggermente la testa in segno di rispetto, comprendendo che quel gesto valeva più di mille parole. Shinra e Kenji osservarono la scena, colpiti dall’autorità e dalla presenza dei due mentori.
Kazuya, ancora abbracciato a Xuan Qing, si voltò verso gli altri con un sorriso. "Bene… sembra che siamo tutti pronti," disse, mentre il gruppo si preparava finalmente a partire per la missione.
Il Generale Ming Yichen si voltò verso il gruppo e parlò con tono fermo: "Ho invitato anche alcuni dei miei sottoposti a unirsi a voi per questa missione. Sarà utile avere supporto esperto."
Dalla porta si fecero avanti due figure particolari: erano due mantidi religiose di razze diverse, dai movimenti agili e misurati, con sguardi attenti che valutavano ogni dettaglio dell’ambiente.
Accanto a loro comparve anche un uomo robusto, vestito con un’armatura leggera e dai lineamenti decisi. "Io sono Mo Shaoran," disse con voce calma ma ferma, inchinandosi leggermente.
Dietro di lui fece capolino una ragazza super energica, con un aspetto insolito: due corna rosa leggermente curve spuntavano dalla fronte, la coda da demone terminava con un aculeo all’inizio, e i piedi erano zampe con zoccoli. La ragazza, Rio, emanava un’energia vivace e quasi travolgente, sorridendo e muovendosi con entusiasmo.
Il Generale Ming Yichen serrò leggermente la mascella e il suo sguardo si fece freddo. "Lei… è Rio," disse con tono glaciale, la voce piena di disprezzo. "Non mi piace, non fidatevi di lei. Avrete a che fare con la sua energia caotica, ma tenete sempre gli occhi aperti."
Rio, ignara dell’ostilità del Generale, continuava a sorridere e a muoversi con entusiasmo, apparentemente incurante dello sguardo gelido che la fissava. "Non preoccuparti! Vi aiuterò al massimo! Siamo pronti a partire!"
I ragazzi, pur sorpresi dall’atteggiamento del Generale, capirono subito che Rio avrebbe reso la missione più imprevedibile, e forse più complicata, con la sua presenza travolgente e la personalità difficile da gestire.
Il Generale Ming Yichen si voltò verso Mo Shaoran, la sua espressione tesa e severa. "Come hai potuto portarla qui? Sai bene che non voglio avere a che fare con Rio!" sbottò, la voce piena di rabbia contenuta.
Mo Shaoran serrò la mascella, visibilmente imbarazzato ma deciso. "Generale… Rio è la mia fidanzata. Farà parte della squadra e dobbiamo concentrarci sulla missione, non sul nostro rapporto personale."
Il Generale sbuffò, infastidito, ma non replicò. Il suo sguardo freddo seguiva Rio, chiaramente contrariato dalla sua presenza.
Intanto, Tomoko, Shinra, Kazuya, Kenji e gli altri membri della squadra iniziarono a muoversi lungo il corridoio, pronti a dirigersi verso la Foresta di Tenebra. L’atmosfera era carica di tensione e aspettativa.
Xuan Qing, notando Rio mentre seguiva la squadra, si avvicinò a lei con un leggero imbarazzo. "Rio… ehm… so che la situazione può sembrare un po’ strana, ma cercherò di guidarti e aiutarti durante questa missione," disse, cercando di mantenere la calma.
Rio gli sorrise con energia, ignorando il disagio dell’uomo. "Non preoccuparti! Sarà divertente! Farò del mio meglio, promesso!"
Xuan Qing annuì lentamente, rendendosi conto che l’entusiasmo travolgente di Rio sarebbe stato difficile da gestire, ma allo stesso tempo utile per la squadra.
Mentre il gruppo avanzava tra gli alberi fitti e l’ombra crescente della Foresta di Tenebra, un rumore improvviso catturò l’attenzione di Rio. Un fruscio tra le foglie, seguito da un crepitio secco, fece scattare i suoi sensi in allerta.
Senza dire una parola, Rio si voltò verso la direzione del suono, gli occhi che scintillavano di una luce fredda e quasi omicida. Il sorriso energico che la caratterizzava scomparve, sostituito da un’espressione concentrata e minacciosa.
"Sembra… qualcuno o qualcosa ci sta osservando," mormorò a se stessa, mentre si inoltrava rapidamente tra gli alberi, la coda demoniaca che si muoveva dietro di lei, segnalando la sua eccitazione per l’imminente scontro.
Mo Shaoran la seguì immediatamente, preoccupato per l’impulsività della fidanzata. "Rio! Aspetta! Non possiamo separarci!" urlò, cercando di raggiungerla senza perdere terreno.
Il resto del gruppo si fermò, sorpreso e allarmato. Tomoko strinse le mani, pronta a correre dopo di lei se necessario, mentre Shinra e Kazuya scambiavano uno sguardo, consapevoli che la foresta nascondeva pericoli reali e imprevedibili.
Il silenzio della Foresta di Tenebra fu rotto solo dai passi veloci di Rio che scompariva tra gli alberi, determinata a confrontarsi con ciò che aveva percepito, lasciando il gruppo a decidere rapidamente come seguirla.
Rio avanzò rapidamente tra gli alberi, gli occhi che scintillavano di una determinazione feroce. Appena individuò la figura tra le ombre, scattò in avanti con un attacco fulmineo.
Ma la creatura si mosse con estrema velocità e la colpì al braccio, facendola gridare per il dolore. Nonostante il colpo, Rio non si lasciò fermare. Con un movimento deciso riuscì a strappare una ciocca di capelli blu dalla figura misteriosa proprio mentre questa svaniva nell’oscurità della foresta.
L’urlo di Rio riecheggiò tra gli alberi, carico di rabbia e frustrazione. "Non ti lascerò scappare così!" urlò, stringendo la ciocca tra le mani.
Il gruppo, ancora un po’ lontano, percepì la tensione. Mo Shaoran accelerò il passo per raggiungerla, preoccupato, mentre Tomoko e gli altri si prepararono a intervenire se necessario. La Foresta di Tenebra, con la sua oscurità e i suoi misteri, aveva già iniziato a mettere alla prova la squadra.
Rio rimase ferma per un attimo, la ciocca di capelli blu ancora stretta tra le mani, gli occhi che cercavano di individuare qualsiasi movimento tra gli alberi. Improvvisamente, percepì un rumore sospetto alle spalle: un fruscio rapido, leggero ma minaccioso.
Senza esitazione, si voltò, afferrò Mo Shaoran e lo sollevò in braccio con agilità sorprendente. "Attenti! Qualcosa sta arrivando!" urlò con voce potente e carica di adrenalina, correndo a perdifiato tra gli alberi verso il resto del gruppo.
Il vento le scompigliava i capelli e la coda demoniaca oscillava dietro di lei, mentre la foresta sembrava avvolgerli con l’oscurità crescente. Il battito del cuore di Rio era accelerato, ma la determinazione negli occhi non vacillava.
Il gruppo udì le sue grida e si preparò immediatamente, allargando la formazione per coprire l’avanzata di Rio. Tomoko strinse la tracolla, pronta a proteggere chiunque ne avesse bisogno, mentre Shinra e Kazuya si misero in posizione difensiva, consapevoli che la minaccia non era più lontana ma si stava avvicinando rapidamente.
Rio si fermò di colpo davanti al gruppo, piazzandosi come barriera tra i compagni e il pericolo imminente. Gli occhi le brillavano di determinazione mentre fissava la foresta davanti a sé.
Dal folto degli alberi emersero delle figure minacciose: bestie meccaniche, dai corpi metallici scintillanti e dalle articolazioni rumorose, con occhi rossi che lampeggiavano nella penombra. I loro passi metallici risuonavano tra gli alberi, e l’aria si riempì del suono sinistro dei loro movimenti.
Tomoko strinse i pugni, poi fece scattare un gesto rapido: i suoi guanti robotici si attivarono, rivelando pistoni e meccanismi lucenti lungo le braccia. "Va bene… tocca a me!" esclamò, pronta a entrare in azione.
Con movimenti rapidi e precisi, Tomoko si avanzò verso le prime bestie, i guanti che emettevano scintille mentre colpiva, afferrava e respingeva i nemici meccanici. Ogni colpo era calcolato, dimostrando la perfetta sintonia tra lei e la tecnologia che indossava.
Shinra, Kazuya e Mo Shaoran si prepararono accanto a Rio, pronti a sostenere Tomoko e a proteggere il gruppo, mentre Rio continuava a mantenere la posizione davanti a loro, pronta a reagire a qualsiasi minaccia improvvisa.
L’atmosfera nella Foresta di Tenebra era tesa: il suono metallico delle bestie e la determinazione dei ragazzi creavano un contrasto vivido, segnando l’inizio di un combattimento che sarebbe stato impegnativo e decisivo.
Il gruppo si preparò rapidamente, consapevole della pericolosità delle bestie meccaniche. Xuan Qing e il Generale Ming Yichen si affiancarono, formando una coppia letale: i loro movimenti erano coordinati e precisi, unendo forza e strategia.
Il Generale lanciò la sua mantide Yang Chunhua. In un lampo di luce, la creatura si trasformò in una ragazza agile e feroce, pronta a scatenare attacchi brutali contro i nemici metallici. Con movimenti rapidi e letali, colpiva le bestie meccaniche, spezzandole in pezzi con precisione chirurgica.
Atena avanzò al centro della formazione, brandendo spada e scudo. Con fendenti veloci e parate perfette, creava un muro difensivo e offensivo allo stesso tempo, proteggendo i compagni dagli attacchi più diretti.
Shinra concentrò la sua energia oscura nelle mani, facendo materializzare lame e colpi d’ombra che trafiggevano e rallentavano le macchine nemiche, mentre Kenji evocava una delle sue chiavi degli spiriti stellari, scatenando colpi che esplodevano con energia pura contro gli automi.
Kazuya, invece, combinava i suoi poteri elementali: fiamme e ghiaccio danzavano intorno a lui, esplodendo con precisione. Nelle sue boccette conteneva il suo sangue, pronto a detonare in potenti esplosioni quando necessario, colpendo più nemici contemporaneamente.
Rio, con forza sovrumana, afferrava le bestie meccaniche a mani nude e le spezzava in due. Ma non si limitava alla forza fisica: utilizzava anche fuoco e ghiaccio come difesa, creando muri di ghiaccio per bloccare gli attacchi e colonne di fuoco per respingere i nemici più numerosi.
Il campo di battaglia era un vortice di elementi, energia e tecnologia: scintille metalliche volavano ovunque, fiamme e ghiaccio danzavano tra gli alberi, mentre la squadra combatteva come un’unità perfettamente coordinata. Ogni attacco, ogni parata e ogni movimento dimostrava il loro legame e la loro capacità di affrontare insieme anche le minacce più letali.
Rio si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano, dopo aver frantumato l’ennesima bestia meccanica con una scarica di forza brutale. Sbuffò con un tono di fastidio.
"Se fossi con mio fratello, a quest’ora il lavoro sarebbe già finito! Non ci metteremmo così tanto contro questi giocattoli arrugginiti…"
Tomoko, che stava affrontando un robot più grande degli altri, serrò i denti e concentrò l’energia nei suoi guanti robotici. Con un colpo secco caricò un pugno di pura potenza, e l’automa esplose in una pioggia di ingranaggi e scintille.
Il sollievo però le morì subito sul volto. Mentre osservava i resti metallici ai suoi piedi, notò qualcosa inciso su una delle placche annerite dal fuoco. Si inginocchiò, scostando i frammenti, e i suoi occhi si allargarono per lo shock: il marchio dell’Agenzia di suo padre.
"…No…" mormorò, la voce incrinata. Il simbolo inciso nel metallo era inconfondibile.
Si alzò lentamente, stringendo i pugni guantati, il cuore che le batteva forte. "Questi robot… vengono dall’Agenzia di mio padre."
Il resto del gruppo si voltò verso di lei, il silenzio improvviso gravato dal peso della rivelazione.
Kazuya si voltò di scatto verso Tomoko, gli occhi che ardevano di rabbia e incredulità. "Centra ancora tuo padre?!" sbottò, stringendo i pugni mentre il fuoco e il ghiaccio si agitavano intorno a lui come se riflettessero la sua furia interiore.
Tomoko rimase immobile per un istante, con lo sguardo basso, le labbra tremanti ma senza riuscire a rispondere. Il peso di quelle parole le cadde addosso come una lama, riaprendo ferite mai chiuse.
Proprio in quel momento, un gruppo di bestie meccaniche si lanciò verso di lei approfittando della distrazione. Ma prima che potessero raggiungerla, il Generale Ming Yichen scattò in avanti con rapidità sorprendente.
Con la sua enorme spada falciò due automi in un unico movimento, il metallo che si spezzava sotto la forza bruta dei suoi colpi. "Non è il momento di puntare il dito!" ringhiò, piantandosi davanti a Tomoko come uno scudo umano. "Se vogliono toccarla, dovranno prima passare su di me."
I suoi occhi bruciavano di disprezzo verso le macchine, ma anche di una certa determinazione a proteggere la ragazza, nonostante la tensione che serpeggiava tra loro.
Rio, senza dire una parola, afferrò la ciocca di capelli blu che aveva strappato nella foresta e la lanciò con forza verso Tomoko. La ragazza la prese istintivamente, confusa, e quando i suoi occhi si posarono su quei fili di colore intenso, il respiro le si mozzò in gola.
Erano identici. Lo stesso identico blu dei suoi capelli. Lo stesso blu che apparteneva a suo padre.
Tomoko sbiancò, le mani che tremavano mentre stringeva quella ciocca. "N-no… non può essere… perché…?" sussurrò, la voce rotta. Le gambe iniziarono a cederle, la mente che correva troppo veloce tra domande e paure. "Io… non capisco più nulla…"
Il panico stava per inghiottirla.
Fu allora che Kenji fece un passo avanti, stringendo la sua chiave stellare con decisione. La alzò verso il cielo e la sua voce risuonò forte e chiara: "Chiave degli Spiriti Stellari, apri il tuo portale! Ariete!"
Un bagliore dorato illuminò la foresta e dall’invocazione si sprigionò una grande nuvola bianca e soffice che avvolse Tomoko con delicatezza. La nuvola, tiepida e leggera, la sostenne come un abbraccio protettivo, cullandola per calmarle il respiro e impedirle di crollare del tutto.
"Resisti, Tomoko," disse Kenji con tono fermo ma gentile. "Non lasciare che ti trascinino giù proprio adesso."
Kazuya, con il volto contratto dalla tensione, aprì la bocca e sputò una fiammata che incenerì in pochi istanti due bestie meccaniche che stavano caricando il gruppo. Il fuoco divampò alto, illuminando la foresta di bagliori arancioni.
Ma subito dopo il ragazzo vacillò. Le fiamme si spensero troppo in fretta, come se gli fossero state strappate di dosso. Cadde in ginocchio con un tonfo, una mano stretta al petto, e un rivolo scarlatto gli scivolò dalle labbra. "Gh—!" Un conato violento lo scosse e sputò sangue sulla terra scura della foresta.
"Kazuya!" gridò Shinra, il cuore che gli balzava in gola. Senza esitare, si gettò verso di lui, scivolando a terra per afferrarlo tra le braccia. Gli sollevò il viso, pallido e madido di sudore, stringendolo con disperazione.
"Kazuya, parlami! Cosa ti succede?!" urlò con voce incrinata, mentre le ombre della sua energia oscura sfrecciavano involontariamente intorno a loro, specchio della paura che stava provando.
Il resto del gruppo si voltò di scatto, l’atmosfera già pesante che ora diventava insopportabile. Le bestie meccaniche continuavano ad avanzare, ma in quell’istante tutto sembrava ruotare attorno al respiro affannoso di Kazuya e alla stretta disperata di Shinra.
Rio, con lo sguardo carico di rabbia e disperazione, serrò i denti. "Dannazione! Tappatevi le orecchie, subito!" urlò con un tono che non ammetteva replica.
Il gruppo obbedì istintivamente: Kenji, Tomoko, Shinra e perfino Kazuya, tremante tra le braccia del suo fidanzato, si coprirono le orecchie con forza.
Rio allora si piantò in mezzo al campo di battaglia. Con un gesto rapido fece apparire un basso dalle linee scure e minacciose, come forgiato da fuoco e ombra. Lo imbracciò con naturalezza, e le sue dita iniziarono a muoversi sulle corde.
Dalle sue labbra esplose un canto gutturale e selvaggio, fuso con la melodia distorta del basso. L’aria si riempì di vibrazioni potentissime, onde sonore che si trasformarono in veri colpi supersonici. Gli alberi tremarono, il terreno si spaccò in crepe profonde, e le bestie meccaniche vennero squarciate dal frastuono, crollando una dopo l’altra in cumuli di rottami.
Ma la potenza era incontrollabile. Nonostante le orecchie tappate, Kenji, Tomoko, Shinra e Kazuya sentirono un dolore acuto perforargli il cranio. Il sangue iniziò a colare dai loro padiglioni auricolari, i visi contratti per la sofferenza.
Shinra strinse Kazuya più forte, proteggendolo col corpo, ma sentiva lo stesso la testa sul punto di scoppiare. Tomoko barcollò all’indietro, portandosi una mano alla tempia, mentre Kenji si piegava su un ginocchio stringendo i denti per non urlare.
Il canto di Rio continuava a devastare tutto attorno a loro, distruggendo le ultime macchine, ma stava logorando anche gli alleati.
Quando l’ultima corda smise di vibrare, il silenzio calò pesante sulla foresta. Rio abbassò il basso, il respiro affannato, e guardò intorno a sé. Non c’era più nulla in piedi: gli alberi spezzati, il terreno spaccato e i resti contorti dei robot erano sparsi dappertutto come macerie di un campo di guerra.
I compagni ansimavano, storditi e doloranti. Kazuya tossiva ancora sangue, Shinra lo stringeva al petto mentre cercava di mantenerlo cosciente. Tomoko tremava, con le mani ancora sporche di sangue dalle orecchie, e Kenji teneva la testa bassa, serrando i denti per resistere al dolore.
Fu allora che Xuan Qing scattò in avanti, il suo mantello azzurro che si muoveva come acqua al vento. "State fermi, vi curo subito." Con un gesto ampio evocò un bagliore di energia spirituale che avvolse tutti. Una luce morbida, fresca come l’alba, iniziò a scorrere attraverso i loro corpi, rimarginando le ferite interne, fermando le emorragie, calmando il dolore che li stava lacerando.
Kazuya respirò più a fondo, Shinra sentì le sue mani tremare meno. Tomoko riuscì ad alzare lo sguardo, mentre Kenji si raddrizzava lentamente, la fronte imperlata di sudore.
Rio intanto, con gli occhi ancora accesi di ferocia, si voltò verso i resti fumanti dei robot. "Non mi piace… era troppo facile." Poi gridò con tono deciso: "Yang Chunhua! Vieni con me, dobbiamo controllare la zona."
La mantide si mosse immediatamente. Yang Chunhua, ancora nella sua forma umana, fece scattare le sue lame con un suono metallico e si posizionò al fianco di Rio. Le due si scambiarono un cenno e, senza perdere tempo, sparirono tra gli alberi per perlustrare i dintorni.
Il resto del gruppo rimase indietro, ancora in ripresa, con la consapevolezza che quello scontro era solo un preludio.
Dopo mezz’ora di silenzio teso, i rami della foresta si mossero e Rio e Yang Chunhua riapparvero. Le due avevano il volto serio, ma la tensione nei loro occhi si era leggermente allentata.
"Abbiamo controllato ogni angolo," annunciò Rio, poggiando una mano sul fianco. "Non c’è più nulla da temere per ora. I rottami sono gli unici resti."
Yang Chunhua, ancora con le lame sporche e scintillanti, annuì. "La zona è pulita. Nessun’altra minaccia nelle vicinanze."
Il gruppo tirò un sospiro di sollievo.
Atena si avvicinò immediatamente a Shinra e Kazuya. Con dolce fermezza posò lo scudo a terra, appoggiandosi al ginocchio. "Lasciami vedere." Le sue mani, forti ma materne, passarono sul corpo di Kazuya, che tremava ancora contro il petto di Shinra. Una luce chiara e avvolgente filtrò dalle sue dita, stabilizzando il respiro del ragazzo e rafforzandone le forze. Shinra rimase immobile, tenendolo stretto, ma abbassò lo sguardo e sussurrò: "Grazie… mentore."
Intanto Tomoko e Kenji, ancora provati, si rivolsero a Mo Shaoran e Xuan Qing. La guardia si chinò con un’espressione severa ma preoccupata. "Appoggiatevi a me, non fate gli eroi." Offrì il suo braccio a Tomoko, che esitò ma accettò, mentre Kenji si mise accanto a Xuan Qing.
Quest’ultimo fece un cenno con la mano, evocando un flusso leggero di qi che li avvolse entrambi, restituendo loro un minimo di energia vitale. "Non è il momento di crollare. La strada è ancora lunga," disse con voce calma, ma colma di autorità.
La foresta, ora silenziosa, sembrava osservare il gruppo esausto ma unito. Ognuno di loro si stava rialzando grazie al sostegno dei mentori e degli alleati, preparandosi al prossimo passo.
Shinra, ancora inginocchiato accanto a Kazuya che respirava più regolarmente, alzò lo sguardo verso Rio. La fissò per qualche istante, con la solita espressione a metà tra curiosità e sospetto.
"Rio," disse piano ma deciso, "che cosa sei esattamente?"
Lei lo guardò con aria quasi annoiata, un mezzo sorriso ironico che non nascondeva il fastidio. "Sono un succube," rispose con voce roca e sicura. "Vengo dal Girone della Lussuria… o almeno, così direbbero le leggende."
Il gruppo si irrigidì un poco a quelle parole. Tomoko socchiuse gli occhi, mentre Kenji piegò la testa incuriosito.
Rio sbuffò, passandosi una mano tra i capelli marroni e verde acqua. "Ma non fatevi strane idee. Io e tutta la mia famiglia non siamo mai nati davvero come gli altri. Siamo stati creati in laboratorio, per scopi che non ho nessuna voglia di raccontarvi adesso."
Si girò verso l’oscurità della foresta, la coda che si agitava nervosa dietro di lei. "Ci sono motivi che non vi riguardano… e sinceramente mi scoccia anche solo parlarne."
Shinra la fissò in silenzio, i suoi occhi neri come l’abisso che cercavano di leggere oltre le parole. Ma non aggiunse altro.
Kazuya, stanco, tossì piano e strinse il braccio del suo compagno, come per riportare la sua attenzione su di sé.
L’atmosfera si fece più tesa, con un silenzio che pesava sulle loro spalle.
Yang Chunhua si avvicinò al Generale in silenzio. I suoi tratti umani iniziarono a deformarsi, le braccia si ripiegarono su sé stesse, e in pochi secondi il corpo tornò alla forma originaria di mantide religiosa. Con un balzo elegante, l’insetto si posò sulla spalla del Generale Ming Yichen, che non mosse un muscolo: lo sguardo fisso e severo, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
"Missione conclusa," dichiarò il Generale con voce profonda, serrando le mani dietro la schiena.
Fu allora che Atena, Xuan Qing e lo stesso Generale scambiarono un cenno rapido. "È tempo di riportarli indietro," disse Atena con calma.
Gli Dei si disposero ai lati, formando una sorta di cerchio protettivo attorno ai quattro ragazzi. Kenji, Tomoko, Shinra e Kazuya erano ancora provati, ma ormai stabili. Con un gesto, i mentori attivarono i loro poteri: il terreno brillò sotto i piedi, simboli antichi si accesero come stelle, e in un lampo di luce il gruppo venne avvolto da un’aura divina.
Un istante dopo, il mondo attorno a loro cambiò. La foresta, i rottami, il sangue… tutto svanì. Davanti ai ragazzi riapparve la sagoma familiare dell’Accademia Aegis, imponente come sempre, con i suoi alti pinnacoli e il portone massiccio che li attendeva.
I quattro erano tornati a casa, scortati dai loro stessi mentori, ma con il peso di nuove domande e la consapevolezza che la battaglia non era affatto finita.
Appena varcarono il portone principale dell’Accademia Aegis, gli Dei si separarono dai ragazzi, lasciandoli proseguire da soli. Il silenzio dei corridoi si faceva quasi opprimente, mentre i passi di Kenji, Tomoko, Shinra e Kazuya risuonavano sul pavimento di marmo. Nessuno parlava: ognuno aveva ancora negli occhi i resti della battaglia e il peso di ciò che avevano visto.
Arrivati davanti all’ufficio del preside, Kenji alzò la mano e bussò con decisione. Una voce calma, ma profonda, rispose dall’interno:
"Entrate."
La porta si aprì con un lieve scricchiolio e i quattro si ritrovarono di fronte al preside. L’uomo era seduto dietro la grande scrivania in legno scuro, illuminata dalla luce fioca di una lampada a olio. Lo sguardo del preside era serio, impenetrabile.
Tomoko fece un passo avanti, cercando di mascherare la tensione. "Missione completata, signore. Le bestie meccaniche sono state eliminate, la zona è stata ripulita."
Shinra aggiunse, con tono cupo: "Ma non era un attacco casuale. C’era un marchio… e qualcuno ci stava osservando."
Il preside intrecciò le dita e rimase in silenzio per qualche secondo, osservandoli uno ad uno, come se volesse leggergli dentro. "Capisco…" mormorò infine. "Sedetevi. Voglio che mi raccontiate ogni dettaglio."
I quattro ragazzi si scambiarono un’occhiata. Era chiaro che quella missione non era che l’inizio di qualcosa di molto più grande.
Seduti di fronte alla grande scrivania del preside, i ragazzi cominciarono a raccontare l’intera missione. Tomoko descrisse i robot meccanici, il loro numero e le difficoltà incontrate nella Foresta di Tenebra. Kenji parlò dei movimenti tattici e della loro organizzazione durante gli scontri, evidenziando come avevano affrontato le minacce passo dopo passo.
Shinra e Kazuya aggiunsero dettagli sugli attacchi più pericolosi, sui poteri che avevano usato e su come erano riusciti a proteggersi a vicenda, senza mai menzionare l’intervento diretto dei loro mentori o di Rio.
Il preside ascoltava in silenzio, annuendo leggermente, ma non disse una parola. La sua espressione rimaneva calma, quasi impassibile, mentre gli occhi penetranti seguivano ogni movimento dei ragazzi.
"Quindi… secondo voi, tutto è stato risolto da soli," disse infine, la voce grave e ponderata. "Capisco. Bene… vi farò una domanda semplice: cosa avete imparato da questa esperienza?"
I ragazzi si scambiarono uno sguardo rapido. Anche se sapevano che la missione era stata ben più complicata di quanto lasciassero intendere, decisero di mantenere la versione ufficiale: l’orgoglio e la responsabilità dovevano essere la loro forza.
Tomoko respirò profondamente e rispose: "Che dobbiamo sempre restare uniti, contare sulle nostre capacità e non sottovalutare mai ciò che ci aspetta."
Il preside annuì ancora una volta, la fronte leggermente corrugata. "Bene. Continueremo a prepararci, allora. Ma ricordate… la Foresta di Tenebra non è stata l’ultima prova."
na volta usciti dall’ufficio del preside, i ragazzi camminavano lentamente lungo i corridoi dell’Accademia Aegis, ancora provati dalla missione.
Kazuya sospirò, appoggiandosi leggermente alla parete. "Mi manca il letto," ammise, con un filo di stanchezza nella voce.
Shinra gli lanciò un’occhiata maliziosa e un mezzo sorriso. "Bene, allora ora andremo a dormire insieme nella tua camerata," disse, facendo arrossire leggermente Kazuya, che cercò di scrollarsi di dosso l’imbarazzo.
Tomoko si fermò e alzò una mano. "Aspettate… invece di andare a dormire subito, facciamo un pigiama party," propose con entusiasmo. "Così possiamo parlare di tutto quello che è successo oggi e cercare di capire meglio cosa ci aspetta."
Kenji, sempre pronto a coinvolgere più persone possibili, alzò un sopracciglio e disse: "Allora perché non invitiamo anche Alaric e Light? Magari possono darci una mano a riflettere su tutto."
Gli altri annuirono subito, concordando con l’idea. "Sì, va bene," disse Shinra. "Più siamo, meglio è."

Chapter 30: Vol. 3: Maschere e Piani

Chapter Text

Tomoko, Kazuya e Kenji si diressero verso la stanza di Shinra, che era più ampia rispetto alle altre camerate grazie al suo status particolare. Una volta entrati, la luce fioca delle lampade creava un’atmosfera calda e intima.
Shinra si lasciò cadere sul letto con un mezzo sorriso, e subito dopo tirò Kazuya vicino a sé. Kazuya si sedette accanto a lui, un po’ timido ma visibilmente sollevato, mentre Tomoko e Kenji si sistemarono su delle sedie poco distanti.
"Allora," disse Tomoko rompendo il silenzio, "abbiamo deciso di fare questo pigiama party… ma se siamo solo noi, non avrà lo stesso effetto."
Kazuya inclinò la testa. "Chi hai in mente?"
"Masako," rispose Tomoko senza esitazione. "È una di noi e ha diritto di sapere quello che sta succedendo."
Kenji annuì. "E già che ci siamo, invitiamo anche Alaric e Light. Più occhi e più cervelli abbiamo, meglio possiamo capire la situazione."
Tomoko tirò fuori il suo comunicatore e iniziò a scrivere un messaggio veloce a Masako, raccontandole in poche parole che si trattava di una serata informale, ma anche per discutere delle questioni serie.
Kenji, intanto, digitava con rapidità. Un messaggio a Light, un altro ad Alaric, con lo stesso invito. Quando finì, sorrise agli altri. "Perfetto, ora non ci resta che aspettare le risposte."
Shinra, intanto, si voltò verso Kazuya e gli bisbigliò qualcosa che lo fece arrossire fino alle orecchie. Tomoko, notando la scena, sospirò. "Voi due… cercate di ricordarvi che questa è una riunione, non una serata romantica."
Kenji rise di gusto, alleggerendo l’atmosfera.
Shinra sbuffò sonoramente, stringendo Kazuya un po’ più a sé. "Ugh… sempre a rovinarci il divertimento. Non posso neanche coccolare il mio ragazzo senza che qualcuno si lamenti."
Kenji incrociò le braccia e, con un sorriso ironico, ribatté: "Certo che puoi, ma magari lo fate altrove. Qui dovremmo concentrarci tutti insieme, non assistere alle vostre smancerie."
Kazuya si fece subito rosso in volto, mentre abbassava lo sguardo imbarazzato. Tomoko, invece, non riuscì a trattenere una risata, portandosi la mano alla bocca.
"Ha ragione Kenji," disse scherzosa. "Se volete fare i piccioncini, scegliete un altro posto. Questa stanza ora è… territorio neutrale."
Shinra lanciò un’occhiataccia a entrambi, fingendo offesa. "Bah, siete solo invidiosi." Poi si lasciò ricadere all’indietro sul letto, trascinando anche Kazuya con sé, che non poté far altro che sospirare e scuotere la testa.
Proprio in quel momento, il comunicatore di Tomoko emise un segnale: era arrivata la risposta di Masako.
Shinra sbuffò ancora, poi afferrò Kazuya per un polso e lo trascinò con sé. "Vieni, andiamo in bagno. Almeno lì nessuno si lamenta," disse con tono deciso.
Kazuya protestò debolmente, ma non ebbe neanche il tempo di opporsi: la porta del bagno si chiuse dietro di loro e, subito dopo, si sentirono soltanto i rumori attutiti dei due che ridevano e si baciavano.
Tomoko, scorrendo lo schermo del suo comunicatore, sospirò. "Tsk… proprio come bambini," mormorò, scuotendo la testa. Poi si concentrò sul messaggio appena arrivato:
Masako aveva risposto positivamente. “Certo che vengo. Portate snack, vero? Non fatemi pentire di alzarmi dal letto.”
Tomoko sorrise leggermente e mostrò la risposta a Kenji. "Lei ci sta. Ora tocca solo aspettare Alaric e Light."
Kenji annuì e si stiracchiò, rilassandosi sulla sedia. "Perfetto. Almeno ci sarà qualcuno che prende sul serio questa serata."
Mentre Tomoko rimetteva via il comunicatore, quello di Kenji vibrò due volte di seguito. Lui lo prese in mano e, con un sorrisetto soddisfatto, disse: "Eccole qua, le risposte."
Aprì il primo messaggio: era di Light. “Va bene, ci sto. Ma non fate casino fino a tardi, domattina ho lezione presto.”
Subito dopo lesse quello di Alaric, molto più breve e diretto: “Arrivo. Portate da bere.”
Kenji rise, mostrando i messaggi agli altri. "Light fa già il bravo studente, mentre Alaric… beh, è sempre Alaric."
Tomoko sorrise e annuì. "Perfetto, allora tra poco saremo tutti qui."
Dal bagno, proprio in quel momento, si sentì la porta aprirsi e Shinra, con un’aria molto soddisfatta, tornò tenendo Kazuya per mano. Kazuya, invece, aveva le guance ancora leggermente arrossate.
"Allora?" chiese Shinra con aria innocente. "Chi viene alla festa?"
Kenji alzò lo sguardo dal comunicatore e annunciò: "Vengono tutti. Masako, Light e Alaric sono già in cammino, tra poco dovrebbero arrivare."
Shinra si lasciò cadere di nuovo sul letto, trascinando Kazuya vicino a sé, e con un sorriso furbo chiese: "E se invitassi anche Shiroi?"
Tomoko aggrottò le sopracciglia. "Shiroi? Intendi quella della famiglia Gojō?"
Shinra annuì, accennando un sorrisetto. "Sì, proprio lei. È come una sorella per me, visto che sono stato adottato da Satoru e Suguru. Non sarebbe male averla qui, no? Porta sempre un po’ di vitalità."
Kenji sollevò un sopracciglio, dubbioso. "Vitalità o guai? Perché da quello che so, ovunque passa Shiroi succede qualcosa."
Kazuya si voltò verso Shinra, arrossendo ancora leggermente. "Se la inviti… mi prometti che non trasforma la serata in un caos totale?"
Shinra rise, stringendogli la mano. "Oh, andiamo, Kazuya. Non è così male. Anzi, fidati, renderà la serata molto più interessante."
Tomoko sospirò, arrendendosi. "Vabbè, tanto ormai saremo in tanti. Uno in più non cambia nulla. Invitala pure."
Shinra tirò fuori il suo comunicatore con un sorriso divertito. "Perfetto, allora la chiamo subito."
Digitò il numero e attese qualche secondo. Dall’altra parte, la linea si aprì e comparve la voce allegra di una ragazza.
"Shinra? Che sorpresa, non mi chiami mai a quest’ora. Che combini?" disse Shiroi con tono ironico.
Shinra sorrise, lanciando uno sguardo veloce agli altri. "Sto organizzando un piccolo pigiama party con Kazuya, Tomoko, Kenji e altri amici. Pensavo… ti va di unirti a noi?"
Dall’altro capo della linea ci fu un attimo di silenzio, poi una risata squillante. "Un pigiama party? Ahah! Non pensavo fossi il tipo da queste cose. Però suona divertente."
Kazuya, che poteva sentire la voce attraverso l’altoparlante, si agitò leggermente e mormorò: "Non so se sia una buona idea…"
Ma Shiroi, senza esitazione, concluse: "Va bene, arrivo! Non fate iniziare nulla senza di me."
Shinra chiuse la chiamata soddisfatto e si voltò verso gli altri. "Ecco fatto. Tra poco sarà qui."
Tomoko si mise una mano sulla fronte. "Sento già che ci pentiremo di questa decisione…"
Kenji sbuffò. "Già. Ma tanto ormai non possiamo più tiraci indietro."
Dopo un paio di minuti, si sentirono una serie di colpi alla porta. Tomoko si alzò per aprire e, uno dietro l’altro, entrarono tutti gli invitati.
Masako fu la prima ad attraversare la soglia, con un’espressione tranquilla ma curiosa. Dietro di lei comparvero Light e Alaric: il primo con il solito atteggiamento serio, il secondo invece con un sorrisetto pronto a fare battute.
Subito dopo, quasi a sorpresa, arrivò anche Shiroi: capelli argentati che le cadevano sulle spalle, occhi brillanti e un’energia contagiosa che riempì subito la stanza. "Eccomi! Spero di non essere in ritardo," esclamò, lanciando un’occhiata vivace a tutti.
Shinra si illuminò appena la vide. "Perfetta puntualità, come sempre."
La stanza si riempì velocemente di voci e risate, mentre tutti si sistemavano come potevano: chi sul letto, chi sul pavimento, chi appoggiato al muro. L’atmosfera diventò subito quella di una vera serata tra amici, con un pizzico di confusione e calore.
Appena tutti si furono sistemati, Shinra mise un braccio intorno alle spalle di Kazuya e, con un sorrisetto fiero, annunciò ad alta voce: "Ah, quasi dimenticavo! Shiroi, ti presento il mio fidanzato: Kazuya."
La stanza cadde per un istante nel silenzio. Gli occhi vivaci di Shiroi si illuminarono e lei si avvicinò con un passo rapido, piegando leggermente la testa di lato mentre osservava il ragazzo. "Oooh, davvero? Allora sei tu quello che ha rubato il cuore del nostro caro Shinra."
Kazuya sussultò, il viso arrossato fino alle orecchie. Distolse subito lo sguardo e abbassò la testa, portandosi istintivamente una mano davanti alla bocca. "Io… ecco…"
Si vedeva chiaramente che era a disagio, il suo corpo irrigidito, come se fosse pronto a scappare da un momento all’altro. Non era solo l’imbarazzo: la vicinanza di una ragazza lo metteva visibilmente in difficoltà.
Shinra rise piano, stringendolo a sé come per proteggerlo. "Non spaventarlo, Shiroi. Kazuya è un po’… come dire… timido con le donne."
Shiroi, sorpresa, si fermò subito, alzando le mani in segno di resa. "Oh, non volevo metterlo in difficoltà! Tranquillo, tesoro, non ti mangio mica." Poi sorrise dolcemente. "Promesso che terrò le distanze."
Kazuya annuì piano, cercando di calmarsi, mentre gli altri osservavano la scena con espressioni miste tra divertite e imbarazzate.
Dopo circa un’ora dall’inizio della serata, l’atmosfera si era completamente trasformata. Tutti quanti erano in pigiama: chi con vestiti semplici, chi con completi più eccentrici, ma l’aria era quella rilassata e allegra di un vero pigiama party. Sul tavolo al centro della stanza c’erano bevande, snack e qualche dolce che Alaric aveva portato con sé con orgoglio.
Shiroi e Kazuya erano seduti vicini, entrambi con una maschera per la skin care che li faceva sembrare quasi due fantasmi lucidi. Kazuya, nonostante la solita timidezza, si era lasciato coinvolgere dopo che Shiroi gli aveva mostrato il barattolo con un sorriso rassicurante. Shinra, inizialmente contrario e con un’espressione seccata, era stato praticamente costretto da loro due a partecipare, e adesso stava seduto con la faccia coperta dalla stessa crema, borbottando qualcosa tra i denti mentre gli altri ridevano del suo aspetto.
Kenji stava sdraiato sul tappeto, osservando la scena divertito, mentre Tomoko aveva preso la parola con tono improvvisamente più serio. Si era sistemata a gambe incrociate, fissando il pavimento davanti a sé. "Devo dirvi una cosa importante. Nell’ultima missione abbiamo trovato altri simboli dell’agenzia di mio padre. Non solo… abbiamo recuperato delle ciocche di capelli blu."
La stanza si fece silenziosa. Gli sguardi si spostarono su di lei, tutti attenti. Masako, che fino a quel momento era rimasta piuttosto in disparte, sollevò lo sguardo e parlò con calma, ma con un peso nella voce. "Capelli blu, dici? E simboli dell’agenzia… allora non è un caso. Ma forse non è tuo padre in prima persona. Qualcuno potrebbe starlo sfruttando, o peggio… incastrando."
Kazuya strinse le mani sulle ginocchia, ricordando il momento in cui aveva visto quelle ciocche identiche ai capelli di Tomoko. Shiroi lo notò e gli posò una mano sul braccio, come per tranquillizzarlo, mentre Shinra, ancora con la maschera in faccia, guardava Tomoko con espressione cupa. Kenji, dal tappeto, si sollevò a sedere, prendendo la parola: "Se qualcuno lo sta incastrando, allora significa che non è soltanto una questione di tuo padre. C’è un disegno più grande dietro tutto questo."
Tomoko annuì lentamente, il suo volto segnato dall’incertezza. "Lo so… ma non riesco a togliermi di dosso la paura che invece sia proprio lui dietro a tutto."
Le parole rimasero sospese nell’aria, pesanti, mentre ognuno rifletteva su cosa significassero davvero quelle scoperte.
Kazuya si accigliò, ancora confuso. "Non riesco a capire… ogni volta che troviamo quei simboli, ogni volta che ci imbattiamo in qualcosa di collegato all’agenzia, mi chiedo se Riosuke abbia mai voluto aiutarci almeno una volta."
Tomoko lo guardò dritto negli occhi. "No, Kazuya. Riosuke non ci ha mai aiutati. Non lo ha fatto in passato e non lo farà mai. Ogni traccia che lascia dietro di sé è solo per ricordarmi quanto sia ancora presente nella mia vita. È sempre stato contro di noi."
Kenji serrò le labbra, con un’espressione cupa. "Già… se avesse mai avuto l’intenzione di darci una mano, lo avremmo visto. Ma l’unica cosa che fa è complicare tutto."
Masako incrociò le braccia, riflettendo. "Quello che mi preoccupa è che sembra esserci sempre un disegno preciso dietro queste sue mosse. Non lascia simboli a caso. Vuole che sappiamo che c’è. Vuole tenerci sotto pressione."
Shinra si piegò un po’ all’indietro, fissando il soffitto. "Quindi, l’unica verità è che Riosuke non è mai stato dalla nostra parte. Non ci ha mai protetti, non ci ha mai guidati. È l’ombra che continua a seguirci."
Tomoko abbassò lo sguardo, le mani che tremavano appena. "Non è un alleato. Non lo è mai stato. E ho paura che presto dovremo affrontare la realtà di quello che lui rappresenta davvero."
Il silenzio calò pesante nella stanza. Nessuno dei ragazzi sapeva che, in quel momento, Riosuke stava muovendo i fili dall’altra parte, aiutando proprio coloro che loro chiamavano nemici.
Light rimase in silenzio per un attimo, poi incrociò le braccia e guardò gli altri con aria seria. "Ok, se vogliamo prove concrete che Riosuke è dalla parte dei villain, dobbiamo andare a prenderle. Ma dove? Non possiamo mica bussare alla porta della sua agenzia e chiedere le registrazioni."
Kazuya abbassò lo sguardo, la voce più grave del solito. "C’è un posto… il galà dei villain. Ogni anno lo organizzano, è una tradizione tra loro. È un’occasione in cui sfoggiano potere, alleanze e piani futuri. Se Riosuke è davvero coinvolto, sarà lì."
Shinra si girò verso di lui, stringendo le braccia al petto. "E tu come lo sai?"
Kazuya deglutì, e anche se era un segreto pesante, tutti conoscevano già quella parte della sua vita. "Perché i miei genitori sono due villain. Non lo hanno mai nascosto… e io non posso fingere che non sia così. Loro ricevevano sempre i biglietti per il galà, e da bambino ho visto più di quanto avrei dovuto."
Shiroi si sporse un po’ avanti, incuriosita. "Ma perché c’è la regola che bisogna presentarsi con un accompagnatore? Non ha senso."
Kazuya si passò una mano tra i capelli, sospirando. "Perché… tempo fa l’ho frequentato anch’io, costretto dai miei genitori. A un certo punto, mi sono ribellato e… ho perso il controllo. Ho usato i miei poteri e ho dato fuoco all’intera sala. Ci fu il caos totale, molti rimasero feriti. Da quel giorno, hanno deciso che nessuno può entrare da solo: serve un accompagnatore, così pensano di ridurre i rischi di tradimenti o incidenti."
Tomoko lo fissava con gli occhi spalancati. "Quindi… se vogliamo trovare le prove su Riosuke, dobbiamo andare lì."
Masako serrò le labbra. "E rischiare di metterci dritti in mezzo ai peggiori criminali del mondo."
Il silenzio che cadde subito dopo pesava come un macigno. Tutti sapevano che quella sarebbe stata una missione diversa da qualunque altra.
Alaric si aggiustò gli occhiali, lanciando un’occhiata diretta a Tomoko. "Aspetta un secondo… se Riosuke è tuo padre, allora i biglietti del galà devono arrivare anche a te. Non dirmi che non li hai mai ricevuti."
Tomoko sgranò gli occhi, colta alla sprovvista, poi abbassò lo sguardo con un sospiro. "In realtà… sì. Ogni anno ricevo una busta nera con un sigillo dorato. Non l’ho mai aperta davvero, perché tanto non m’interessava. Le ho sempre buttate via senza neanche leggerle."
Shiroi si portò immediatamente una mano sulla faccia, sconvolta, e la sua voce uscì quasi strozzata. "Tu… hai buttato via dei biglietti del galà dei villain?! Ma ti rendi conto di che occasione hai sprecato?! Sai quante informazioni potevamo ricavare solo studiando quei documenti?!"
Kenji si lasciò cadere all’indietro sul letto, sbuffando. "Beh, almeno ora sappiamo che la prossima volta non devi buttarli, Tomoko."
Tomoko incrociò le braccia, contrariata. "Non pensavo che ci sarebbe mai servito. Per me erano solo un’altra catena che mio padre cercava di mettermi addosso."
Masako annuì lentamente. "Adesso invece… quei biglietti potrebbero essere l’unico modo per avvicinarci a Riosuke senza farci scoprire."
La stanza rimase per un attimo immersa in un silenzio denso, tutti consapevoli che il piano stava prendendo forma proprio in quel momento.
Kazuya si passò una mano tra i capelli, con un’espressione tesa. "Comunque… i biglietti di quest’anno non sono ancora arrivati. Ma so che non tarderanno: il galà si tiene sempre nello stesso periodo. Ed è… in maschera. Nessuno entra senza un travestimento."
Shiroi si rimise composta, ancora con le braccia conserte. "E ricordatevi la regola principale: bisogna presentarsi in coppia. Senza un accompagnatore, non ti fanno nemmeno mettere piede dentro. È una misura di sicurezza, ma anche un modo per riconoscere i legami di potere."
Un silenzio pesante calò nella stanza, finché Shinra alzò la mano con un sorriso deciso. "Allora io accompagnerò Kazuya. Non ci piove." Si girò verso di lui, stringendogli la mano senza lasciargli scampo.
Kazuya arrossì, distogliendo lo sguardo. "Non è che ci fossero dubbi, immagino…"
Masako si schiarì la voce, rompendo l’imbarazzo. "In tal caso, io mi offro di accompagnare Ishimura. Non mi sembra il caso di lasciarla in balia di qualcuno che potrebbe tradirci o esitare."
Tomoko la guardò sorpresa, ma poi annuì con un mezzo sorriso. "Va bene. Non so quanto mi piacerà, ma almeno so che con te sarò al sicuro."
Kenji li fissava tutti, aggrottando le sopracciglia. "E noi? Che facciamo, restiamo fuori a guardare il soffitto? Se entrano solo alcune coppie, dobbiamo stabilire chi sarà dentro e chi avrà il compito di supportare da fuori."
Il clima nella stanza divenne più teso: le coppie per il galà erano decise, ma non bastava ancora per rendere il piano completo.
Shinra si alzò dal letto, battendo le mani una contro l’altra come per chiudere ogni discussione. "Non serve tirare dentro anche gli altri. Ce la faremo anche se saremo solo in quattro. Più persone sanno di questa cosa, più rischiamo di essere scoperti."
Kazuya lo guardò, incerto. "Vuoi dire che… saremo solo noi a entrare?"
"Esatto," confermò Shinra con fermezza. "Io, tu, Tomoko e Masako. Nessun altro. È troppo pericoloso coinvolgere altri studenti, e non possiamo permetterci di esporre più persone del necessario."
Tomoko si morse il labbro, annuendo piano. "Va bene… in fondo è la mia famiglia, la mia responsabilità. Non voglio che qualcuno si faccia male per colpa mia."
Masako la fissò con un’espressione seria. "Non sei sola, Tomoko. Ci sono anch’io. Se dovesse succedere qualcosa, non permetterò che tu venga travolta da questa faccenda."
Kazuya sospirò, incrociando le braccia. "Allora è deciso. Noi quattro, e basta. Nessun altro deve sapere. Entreremo, troveremo le prove e usciremo… senza attirare troppa attenzione."
Il silenzio calò nella stanza, ma era un silenzio carico di determinazione. I loro sguardi si incrociarono: la missione al galà sarebbe stata solo loro, senza nessun’altra rete di sicurezza.
Kazuya si passò una mano sul viso, esasperato. "Va bene, ditemi almeno che avete già un vestito per il galà."
Tomoko sospirò senza troppa convinzione. "No. Lo prenderò tre giorni prima del galà… adesso non ho né la voglia né la testa."
"Idem per me," aggiunse Masako, stringendosi nelle spalle. "Non ha senso pensarci ora."
Kazuya sbatté le palpebre, incredulo. "State scherzando, vero? È un ballo in maschera dei villain, non si può improvvisare all’ultimo minuto!" Poi si voltò di scatto verso Shinra. "E tu? Dimmi che almeno tu ce l’hai."
Shinra scrollò le spalle con noncuranza. "No. Non ci ho nemmeno pensato."
Kazuya si aggrappò ai capelli, frustrato. "Siete tremendi! Ma almeno tu, Shinra, ti ci porto io. Andiamo al centro commerciale e ti trovi qualcosa."
Shinra sbuffò. "Non adesso, Kazuya. Siamo in mezzo alla settimana, abbiamo ancora lezioni e missioni di mezzo. Non possiamo mollare tutto e andare a comprare vestiti."
Kazuya si fermò, sbuffando a sua volta. "Dannazione… hai ragione. Ma nel fine settimana non ci scampi. Ti ci porto io, che ti piaccia o no."
Shinra alzò gli occhi al cielo, con un mezzo sorriso ironico. "Sì, sì, vedremo."
"Non ‘vedremo’," replicò Kazuya, puntandogli il dito contro. "È deciso."
Tomoko e Masako si guardarono e scoppiarono a ridere, divertite dalla scena, mentre Shinra scuoteva la testa, rassegnato al destino che lo aspettava quel fine settimana.
La stanza si fece più silenziosa man mano che l’orologio segnava le ore tarde. Le chiacchiere rallentarono, le risate si affievolirono e ognuno cominciò a sistemarsi nei propri angoli, pronti per la notte.
Tomoko si distese sul suo materasso, tirandosi le coperte fin sopra le spalle, mentre Masako si sistemava accanto a lei, appoggiando la testa sul cuscino. Shiroi si sdraiò con le mani dietro la nuca, lo sguardo perso nel soffitto, riflettendo ancora sulle informazioni e le strategie discusse.
Kazuya e Shinra si sistemarono sul letto principale, ancora leggermente tesi ma confortati dalla presenza l’uno dell’altro. Kazuya chiuse gli occhi con un sospiro leggero, mentre Shinra continuava a fissare il soffitto per qualche istante, pensando al piano per il galà.
Kenji, leggermente più distante, chiuse la porta con delicatezza e si sdraiò sul suo materasso. L’atmosfera nella stanza si fece calma, solo il respiro lento di tutti riempiendo l’aria.
"Buonanotte a tutti," mormorò Tomoko, prima che il silenzio definitivo calasse, avvolgendo la stanza e preparando tutti per un riposo necessario dopo una serata così intensa.
Era domenica e il sole filtrava tiepido dalla finestra della stanza di Kazuya. Lui era davanti allo specchio, sistemandosi un trucco leggero per evidenziare i lineamenti, mentre indossava un completo leggermente punk, come piaceva a lui: giacca nera con dettagli in metallo, pantaloni aderenti e stivali robusti.
Shinra era seduto sul letto accanto a lui, osservandolo con attenzione e un sorriso divertito. "Pronto per il centro commerciale, principe del punk?" disse, lasciando scorrere lo sguardo su Kazuya.
Kazuya si voltò a guardarlo di sbieco, leggermente imbarazzato. "Sì… ma non so se sono pronto a scegliere tutto oggi. Vestiti, maschere… è un sacco di roba da decidere insieme."
Shinra rise piano, scuotendo la testa. "Non ti preoccupare. Ci penso io a districarti tra abiti e accessori. Ti prometto che alla fine sceglieremo qualcosa che ti farà sembrare incredibile."
Kazuya sospirò, aggiustandosi l’ultimo ciuffo di capelli davanti allo specchio. "Va bene… allora andiamo. Ma giuro, se vedo qualcosa di troppo esagerato, giuro che lo evito."
Shinra si alzò, porgendogli la mano. "Allora, punk, è ora di andare a caccia di vestiti e maschere. Preparati a diventare la coppia più stilosa del galà."
Con un misto di eccitazione e nervosismo, Kazuya prese la mano di Shinra e insieme lasciarono la stanza, pronti per la giornata di shopping e preparativi.
Dopo una decina di minuti di viaggio, Kazuya e Shinra arrivarono davanti al centro commerciale. Il sole del pomeriggio illuminava le vetrine, mentre il parcheggio era già abbastanza affollato.
Shinra parcheggiò con calma e guardò Kazuya con un sorriso sornione. "Bene, siamo arrivati. Preparati… tra poco inizierà la vera missione: scegliere vestiti e maschere senza impazzire."
Kazuya sospirò, stringendo leggermente la mano di Shinra. "Sei sicuro che sarà così semplice? Ci sono troppi negozi, troppi accessori… rischio di perdermi subito."
Shinra rise, aprendo la portiera. "Tranquillo. Ti guiderò io. Sceglieremo tutto passo dopo passo. Alla fine avremo il look perfetto per il galà… e niente drammi, promesso."
I due scesero dall’auto e si avviarono verso l’entrata del centro commerciale, il pavimento lucido e le vetrine illuminate riflettendo la loro eccitazione e un po’ di nervosismo per la giornata di shopping imminente.
Mentre camminavano tra le vetrine del centro commerciale, Kazuya si fermò davanti a una finestra particolarmente intrigante. Era quella di un negozio gotico femminile: abiti scuri, pizzi, corsetti, e accessori dai dettagli metallici e stravaganti.
Shinra si voltò verso di lui, un sopracciglio alzato. "Ti interessa? Vuoi entrare?"
Kazuya annuì, con un mezzo sorriso. "Sì… voglio vedere cosa hanno. Magari trovo qualcosa di unico per il galà."
Shinra sorrise, prendendogli la mano. "Allora andiamo. Vediamo se riusciamo a trovare qualcosa che ti stia davvero bene… e che faccia colpo."
Insieme entrarono nel negozio, immersi nell’aria leggermente profumata di incenso e tra scaffali pieni di vestiti gotici, pizzi e accessori luccicanti, pronti a scegliere il look perfetto per il grande giorno.
Kazuya si fermò davanti a un manichino, gli occhi subito catturati dall’abito che indossava. Era un vestito nero che sembrava respirare eleganza e mistero, avvolgendo la figura del manichino con una grazia regale. Il corpino, aderente e slanciato, si apriva in una scollatura profonda che scolpiva la silhouette, mentre dal punto vita partiva un lungo strascico che scivolava a terra come un’onda d’ombra, impreziosita da ricami scintillanti.
Le maniche ampie e trasparenti si aprivano come ali di una creatura mitica: leggere come veli di nebbia, decorate da intricati ricami argentati che evocavano arabeschi e fiori notturni. I bordi sottili e frastagliati ricordavano membrane alari di pipistrello o di drago, conferendo all’abito un’aura misteriosa e quasi sovrannaturale.
Ogni filo argentato catturava la luce, creando bagliori che contrastavano con la profondità del nero, come piccole stelle in un cielo senza luna. L’insieme trasmetteva la potenza di una regina delle ombre, una figura sospesa tra il mondo terreno e quello delle leggende, capace di incantare con la sola presenza.
Kazuya restò immobile per qualche istante, incantato, sentendo una strana attrazione verso quell’abito che sembrava perfetto per il galà, come se fosse stato fatto apposta per lui… o per qualcuno che desiderava apparire irresistibile e misterioso al tempo stesso.
Kazuya si voltò verso Shinra, ancora con lo sguardo fisso sull’abito. "Ehi… secondo te mi starebbe bene?" chiese, la voce un po’ incerta ma curiosa, come se cercasse l’approvazione del suo fidanzato.
Shinra lo osservò con attenzione, gli occhi che brillavano di un misto di divertimento e ammirazione. Poi sorrise, inclinando leggermente la testa. "Sei tu a portarlo, Kazuya… ma con quello sguardo e il modo in cui lo indosseresti, starebbe benissimo. Ti renderebbe praticamente… irresistibile."
Kazuya arrossì leggermente, grattandosi la nuca. "Irresistibile, eh? Non so se mi ci vedo…"
Shinra rise piano, allungando una mano per stringere la sua. "Fidati di me. Qualunque cosa scegliamo qui dentro, basta che ci metti tu dentro il tuo stile e la tua personalità… e sarai perfetto."
Kazuya si sentì un po’ più sicuro, e con un piccolo sorriso annuì, pronto a provare l’abito e vedere come stava davvero.
Shinra si avvicinò a una commessa con un sorriso cordiale. "Scusi… il mio amico qui vorrebbe provare quell’abito. È possibile?"
La commessa lo guardò, annuendo con un sorriso gentile. "Certo, nessun problema. Può prenderlo e andare nei camerini. Se ha bisogno di una mano, chieda pure."
Kazuya afferrò con cura l’abito dalla commessa, sentendo il tessuto scivolare tra le mani come seta nera. "Grazie," disse, leggermente emozionato, prima di dirigersi verso i camerini.
Shinra lo seguì con lo sguardo mentre Kazuya apriva la porta del camerino e spariva dietro la tenda. L’atmosfera si fece un po’ più tesa, carica di attesa: finalmente Kazuya avrebbe potuto vedere come stava l’abito che lo aveva catturato fin dalla vetrina.
Dopo qualche minuto, la tenda del camerino si mosse e Kazuya fece capolino, indossando l’abito nero. Il tessuto aderiva perfettamente al suo corpo, il corpino scolpiva la sua figura mentre lo strascico scendeva elegante fino a terra. Le maniche ampie e trasparenti fluttuavano leggermente ad ogni suo movimento, illuminando i ricami argentati sotto le luci del negozio.
Shinra si alzò subito dal suo posto vicino allo specchio, gli occhi che brillavano di sorpresa e ammirazione. "Wow… Kazuya… ti sta… incredibilmente bene," mormorò, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Kazuya arrossì leggermente, grattandosi la nuca. "Davvero? Non pensavo mi stesse così… bene."
Shinra fece un passo avanti, un sorriso sornione sulle labbra. "Davvero. Non solo bene… sembri proprio una regina delle ombre. Perfetto per il galà."
Kazuya abbassò lo sguardo, un misto di imbarazzo e soddisfazione sul volto, mentre Shinra continuava a osservarlo con occhi pieni di ammirazione. L’abito, il trucco leggero e l’aria di mistero che emanava, lo rendevano davvero unico.
Kazuya sollevò lo sguardo, un po’ timoroso ma deciso, e aggiunse: "Ah, e comunque… ho messo dei tacchi con delle lame incorporate. Nel caso in cui la situazione dovesse andare male, almeno ho un’arma a portata di piede."
Shinra lo guardò, un sorriso divertito e leggermente preoccupato sulle labbra. "Tacchi con lame… solo tu avresti pensato a una cosa del genere."
Poi, senza perdere tempo, Shinra si voltò verso gli scaffali del negozio, iniziando a frugare tra collane, bracciali, anelli e altri accessori. "Ok, dobbiamo completare il look. Qualcosa che faccia risaltare l’abito e… allo stesso tempo, che ti dia un po’ di vantaggio se serve," disse, rivolgendosi a Kazuya mentre prendeva diversi pezzi in mano, valutandoli attentamente.
Kazuya lo osservava, un misto di ammirazione e imbarazzo, mentre Shinra selezionava gioielli, cinture e piccoli dettagli che avrebbero reso il suo look ancora più elegante e… letale, se necessario.
Mentre Kazuya frugava tra gli scaffali degli accessori, il suo sguardo si posò su una maschera nera che catturava immediatamente la sua attenzione. La prese tra le mani, studiandola con cura: era intessuta di ricami barocchi e arabeschi, intrecciati come ombre preziose. La base, elegante e severa, era decorata con pietre scure e perline che catturavano la luce con bagliori misteriosi, come frammenti di notte cristallizzata.
Ai lati della maschera sbocciavano fiori neri di seta, le corolle cupe che si fondevano con piume leggere, aperte come ali pronte a spiccare il volo. Sottili catene pendevano delicatamente lungo il viso, terminate da gocce scure che oscillavano come lacrime di onice.
Kazuya si avvicinò allo specchio, posizionando la maschera sul volto. Immediatamente, la sua immagine cambiò: non era più soltanto lui, ma una figura enigmatica e regale, una creatura del crepuscolo, destinata a dominare il ballo con un silenzio che incantava più di mille parole.
Shinra, osservandolo da vicino, trattenne il respiro per un attimo, un misto di stupore e ammirazione. "Wow… quella maschera ti trasforma davvero… sembri un’altra persona, Kazuya. E nello stesso tempo… resta tutto te."
Kazuya sorrise piano, stringendo la maschera tra le mani. "Sì… è perfetta. Credo proprio che sarà quella."
Shinra si avvicinò lentamente a Kazuya, i loro sguardi che si incontravano davanti allo specchio. Con un sorriso leggermente malizioso ma pieno di tenerezza, posò una mano sulla guancia di Kazuya e inclinò il capo.
Kazuya sentì un brivido percorrerlo quando le loro labbra si incontrarono in un bacio dolce e delicato. Per un attimo il mondo intorno a loro sparì: il rumore del centro commerciale, le luci, i vestiti e le maschere… tutto svanì, lasciando solo loro due in quel momento sospeso.
Shinra si staccò appena, appoggiando la fronte contro quella di Kazuya e sussurrando piano: "Sei perfetto… davvero."
Kazuya arrossì leggermente, con un sorriso timido. "Anche tu… mi fai sentire speciale."
Si strinsero per un attimo più a lungo, respirando insieme, mentre la maschera e l’abito continuavano a riflettere le luci del negozio, rendendo l’atmosfera quasi magica.
Kazuya si staccò dallo specchio, ancora con un leggero rossore sulle guance, e si tolse l’abito e la maschera, riponendoli con cura nelle mani della commessa. Poi si rimise i suoi vestiti abituali, cercando di sistemarsi in fretta prima di dirigersi verso la cassa.
Shinra lo seguì, un sorriso malizioso ma complice sulle labbra. "Allora… pronto a pagare tutto e portare a casa il bottino?"
Kazuya annuì, tirando fuori il portafoglio e sistemando l’abito, la maschera e gli accessori sul bancone. "Sì… meglio sistemare tutto ora, così abbiamo meno cose a cui pensare nei prossimi giorni."
La commessa sorrise, scannerizzando gli articoli uno a uno, mentre Kazuya consegnava il pagamento. Una volta finito, prese con cura le borse e le consegnò a Kazuya, che le afferrò con entrambe le mani, sentendo un misto di eccitazione e anticipazione per il galà imminente.
Shinra lo guardò, gli occhi pieni di ammirazione. "Non vedo l’ora di vederti indossare tutto insieme. Sarai… irresistibile."
Kazuya sorrise timidamente, stringendo una delle borse. "Speriamo solo che tutto vada bene…"
Dopo aver lasciato il primo negozio con le borse in mano, Kazuya e Shinra si diressero verso un altro negozio del centro commerciale. Questa volta l’obiettivo era trovare un abito per Shinra che si combinasse con quello scelto da Kazuya, in modo da formare una coppia armoniosa e coordinata per il galà.
Shinra si guardava intorno con attenzione, osservando gli scaffali e i manichini, mentre Kazuya gli stava accanto, pronto a dare consigli. "Ok… dobbiamo trovare qualcosa che non sembri troppo simile, ma che stia bene insieme al tuo abito," disse Kazuya, indicando l’insieme di nero e dettagli argentati che aveva appena acquistato.
Shinra annuì, passando una mano tra i capelli. "Sì… voglio che si veda che siamo una coppia, ma senza esagerare. Qualcosa di elegante, misterioso… e magari con un tocco personale."
Iniziarono a girare tra gli scaffali, sollevando giacche, camicie e accessori, confrontandosi su tagli, colori e materiali. Kazuya prendeva in mano gli abiti e li appoggiava davanti a Shinra, indicando cosa avrebbe potuto armonizzare con il suo look, mentre Shinra li osservava attentamente, cercando di immaginare il risultato finale.
La ricerca era lunga, ma entrambi erano determinati a trovare il vestito perfetto, che rendesse la loro coppia pronta a brillare e a dominare il galà dei villain con stile e sicurezza.
Dopo una decina di minuti a sfogliare scaffali e appendini, Kazuya si fermò davanti a un abito che catturò subito la sua attenzione. "Ecco… questo è perfetto," disse, gli occhi che brillavano di soddisfazione. L’abito era elegante, scuro con dettagli argentati che richiamavano l’armonia con il suo, ma abbastanza sobrio da lasciar spazio alla personalità di Shinra.
Shinra lo osservò per un attimo, annuendo lentamente. "Sembra davvero fatto per me… se dici che va bene, lo provo subito."
Si diresse verso il camerino, mentre Kazuya rimaneva fuori, impaziente e curioso di vedere come il suo fidanzato avrebbe apparso con quell’abito. Le luci del negozio illuminavano i tessuti e gli accessori, e Kazuya non riusciva a smettere di immaginare l’effetto della coppia completa al galà.
Shinra entrò nel camerino, chiudendo la tenda dietro di sé, pronto a trasformarsi nell’immagine perfetta per affiancare Kazuya nella loro serata di preparativi.
Dopo qualche minuto, la tenda del camerino si mosse e Shinra fece capolino, indossando l’abito scelto. Il tessuto scuro aderiva perfettamente al suo corpo, i dettagli argentati richiamavano l’eleganza gotica dell’abito di Kazuya, e l’insieme lo faceva apparire misterioso e raffinato.
Kazuya si avvicinò, più basso di lui, e dovette alzare leggermente le mani per sistemargli il colletto dell’abito. "Sei… incredibile," disse, con la voce carica di entusiasmo. "Davvero… stai benissimo. Perfetto per il galà, elegante e misterioso come solo tu sai essere."
Shinra sorrise, piegandosi appena per incontrare lo sguardo di Kazuya. Il ragazzo arrossì leggermente, ma non smise di riempirlo di complimenti, facendo sentire Shinra speciale e ammirato.
Poi Kazuya si arrampicò leggermente sulle punte dei piedi e lo baciò, un gesto dolce e affettuoso che sottolineava l’intimità tra loro, mentre Shinra lo accolse, piegandosi di poco verso di lui. La luce del negozio rifletteva sui tessuti e sui dettagli argentati dei loro abiti, rendendo l’atmosfera ancora più magica.
Quando si staccarono, Kazuya sorrise, ancora con le mani sul colletto di Shinra. "Siamo pronti… e insieme saremo perfetti."
Shinra annuì, abbassandosi un po’ verso di lui. "Sì… non vedo l’ora che tutti ci vedano così."
Shinra si appoggiò leggermente al bancone, guardando Kazuya con un sorriso divertito. "Se Kenji fosse con noi… probabilmente avrebbe finto di star male solo perché non sopporta vederci comportarci così."
Kazuya scoppiò a ridere, scuotendo la testa. "Ahaha… probabilmente hai ragione. Comunque, ho già trovato la maschera giusta per me."
Shinra annuì, strizzando gli occhi con un sorriso malizioso. "Perfetto… allora vado a cambiarmi, così possiamo procedere a pagare l’abito senza perdere altro tempo."
Kazuya osservò Shinra mentre entrava nel camerino, sentendo un misto di eccitazione e impazienza: finalmente avrebbero completato il loro look, pronti a brillare al galà con abiti e maschere perfettamente coordinati.
Dopo che Shinra uscì dal camerino indossando l’abito scelto, Kazuya lo osservò un attimo, soddisfatto, prima di dirigersi verso la cassa. Entrambi posero gli abiti e gli accessori sul bancone, e Shinra pagò con calma mentre Kazuya controllava che tutto fosse sistemato nelle borse.
Con tutto pagato e ordinatamente riposto, uscirono dal negozio, le mani piene di borse ma i volti illuminati dall’eccitazione. "Bene," disse Kazuya, scrollandosi un po’ la tensione, "adesso penso che ci meritiamo un po’ di pausa… e cibo."
Shinra annuì, sorridendo. "Concordo. Che ne dici di andare a pranzare al Poke? Così recuperiamo un po’ di energie prima di tornare a casa."
Kazuya sorrise, seguendolo verso l’uscita del centro commerciale. "Perfetto… un pranzo leggero prima di continuare con tutti i preparativi. Non vedo l’ora di assaggiare quelle ciotole colorate."
I due camminarono fianco a fianco verso il Poke, chiacchierando e ridendo mentre l’aria del pomeriggio li avvolgeva, pronti a godersi un momento tranquillo prima della frenesia dei giorni a venire.

Chapter 31: Vol. 3: Inaspettate Scoperte

Chapter Text

Era appena lunedì mattina, i corridori dell'accademia erano colmi di studenti che si dirigevano verso le proprie aule, chiacchierando e trascinandosi ancora il sonno addosso. Le campanelle echeggiano con il loro suono familiare, annunciando l'inizio delle lezioni.

Tra la folla, Kazuya e Shinra stavano per imboscare il corridoio che portava alla loro classe quando una voce ferma li raggiunse da dietro:
“Todoroki, Zenin, Ishimura... il preside vi vuole subito nel suo ufficio.”

I tre si scambiarono uno sguardo carico di tensione. Non era la prima volta che venivano convocati separati dagli altri, e ciò non significava mai nulla di banale. Tomoko sospirò, stringendo i libri al petto. “Sempre noi... che cosa starà tramando questa volta?”

Shinra si passò una mano tra i capelli, cercando di mascherare il fastidio. “Meglio scoprirlo subito. Non ci convoca mai per chiacchiere leggere.”

Kazuya rimase in silenzio per qualche istante, osservando gli studenti che li superavano senza fare caso a loro. Poi fece un mezzo sorriso teso. “Andiamo... tanto non avremo pace finché non sapremo il motivo.”

Si incamminarono lungo il corridoio che conduceva allo studio del preside. L'atmosfera diveniva più pesante a ogni passo, come se l'aria stessa li spingesse verso una nuova rivelazione, forte legata al galà che incombeva, o forse a qualcos'altro che nessuno dei tre era ancora pronto ad affrontare.

I tre ragazzi andarono all'ufficio del preside, il cuore leggero accelerato per l'attesa. Il preside li aspettava dietro la sua grande scrivania, lo sguardo serio ma concentrato.

Appena li vide entrare, annuì leggemente e li invitò a sedersi.

“Ho una nuova missione per voi,” disse con voce ferma. “Non sarà facile, ma credo che possiate gestirla insieme.”

Kazuya, Shinra e Tomoko si scambiarono uno sguardo carico di curiosità e tensione, pronti ad ascoltare i dettagli di ciò che li aspettava.

Tomoko sfogliò il fascicolo con attenzione, leggendo ogni dettaglio delle antiche rovine e annotando mentalmente i punti chiave. Le mappe, le descrizioni delle strutture e le possibili insidie erano tutte lì, presentate in modo chiaro ma abbastanza completo da richiedere concentrazione.

Dopo alcuni minuti, chiuse il fascicolo con decisione e lo restituì al preside. “Abbiamo capito tutto,” disse con tono fermo ma sicuro. “Siamo pronti a partire e a portare a termine la missione.”

Il preside annuì, mostrando un accenno di approvazione. “Bene. Ricordate, l'attesa ai dettagli è fondamentale. Non sottovalutate nulla. Ogni informazione che raccoglierete oggi sarà preziosa per gli eroi professionisti che arriveranno domani.”

Tomoko si voltò verso Kazuya e Shinra, lanciando uno sguardo deciso ma incorraggiante. “Allora, andiamo,” disse, prendendo l'iniziativa. “Non possiamo perdere tempo qui, dobbiamo metterci subito in cammino.”

Kazuya e Shinra si alzarono rapidamente, raccogliendo le loro cose. Seguendo Tomoko, lasciarono l'ufficio del preside, percorrendo i corridori dell'accademia con passo deciso. L'aria mattutina filtrava dalle finestre, e ogni passo verso l'uscita sembrava carica di tensione ed eccitazione.

Mentre camminavano insieme, Kazuya si voltò verso Tomoko. “Sei sempre così organizzata... ma come fai a gestire tutto così bene.”

Tomoko sorrise, stringendo leggermente il fascicolo tra le mani. “Bisogna solo concentrarsi e pianificare. Se siamo preparati, possiamo affrontare qualsiasi cosa.”

Shinra annuì, mettendosi accanto a Kazuya. “E poi ci siamo anche noi. Non ci manca certo il coraggio.”

Con Tomoko davanti a fare da guida, i tre ragazzi lasciarono l'accademia e si avviarono verso il luogo della missione, pronti a esplorare le antiche rovine e a raccogliere ogni informazione necessaria per il giorno successivo.

Tutti si erano messi il costume da eroe, non solo per sicurezza, ma anche per essere facilmente riconoscibili durante la missione. Con i mantelli sistemati e gli emblemi ben visibili, Kazuya, Shinra e Tomoko si avviarono verso il luogo delle antiche rovine, camminando con passo deciso tra gli alberi e le strade che portavano alla zona designata.

Mentre avanzavano, Kazuya si girò verso la sua migliore amica, gli occhi pieni di curiosità mista a confusione. “Tomoko... perché sei stata così frettolosa prima?”

Tomoko, con un sorriso leggentemente compiacente, rispose con voce calma: “Ho provveduto a stabilire una connessione satellitare contingente al preside, così da poter monitorare i suoi spostamenti in tempo reale.”

Kazuya e Shinra si scambiarono uno sguardo interrogativo. “Cosa... come?” mormorò Kazuya, confuso.

Tomoko scrollò le spalle, come se stesse spiegando la cosa più naturale del mondo. “In pratica, ho incorporato un microdispositivo di tracciamento biomimetico – strutturato su una microarchitettura a forma di aracnide capace di aderenza passiva su tessuti e superficie epidermica – nel fascicolo che mi è stato affidato. Una volta a contatto con il preside, il piccolo automa è stato in grado di migrare autonomamente lungo il materiale del fascicolo fino a trovare un punto di aderenza stabile, ancoradosi mediantemente microscopiche adesive e mantenendo così la connessione GPS continua.”

Kazuya e Shinra rimasero perplessi, le bocche semiaperte e gli occhi spalancati. Nessuno dei due riusciva a decifrare completamente quel che Tomoko aveva appena detto. Rimase un lungo silenzio, durante il quale i due si limitarono a fissarla senza fare domande, incapaci di comprendere appieno la complessa spiegazione scientifica.

Tomoko, intanto, li guardava con la sua solita aria tranquilla, come se tutto fosse normale. “Sì... funziona perfettamente,” concluse semplicemente.

Kazuya sospirò, scuote la testa, mentre Shinra si limitava a girare gli occhi, ancora incapace di capire cosa fosse successo.

Una volta arrivati alle rovine, l'atmosfera si fece subito più cupa. Le mura spezzate e annerite dal tempo gettavano ombre lunghe sul prato ormai selvaggio, mentre il vento faceva frusciare le erbacce tra le pietre antiche.

Kazuya, senza la minima grazia, si lasciò cadere a peso morto sull'erba alta, allargando le braccia come se fosse arrivato alla fine di una maratona. “Finalmente...” mormorò, con un'espressione di sollievo e un filo di ironia, “questo è il mio modo di onorare le rovine: diviso parte del prato.”

Shinra, invece, si limitò ad appoggiarsi a un muro mezzo crollato, incrociando le braccia sul petto. Il suo sguardo era torvo, visibilmente infastidito da tutto: dal viaggio, dal vento che gli scompigliava i capelli e persino dall'atteggiamento svogliato del suo fidanzato. "Sei ridicolo," sbuffò, senza però distogliere lo sguardo da Kazuya sdraiato per terra.

Tomoko, impassibile come sempre, non si lasciò distrarre né dall'uno né dall'altro. Estrasse il suo dispositivo – un piccolo schermo luminoso collegato al ragnetto-tracker – e iniziò a scansione attentamente l'area circostante. I suoi occhi scorrevano rapidi sui dati che comparavano in tempo reale, tra onde energetiche e mappe termiche stilizzate.

“Per ora nulla,” disse con tono neutro, senza nemmeno alzare lo sguardo, “nessuna presenza rilevata nel raggio di duecento metri.”

Kazuya sollevò un braccio dal prato e lo lasciò ricadere, come se anche il minimo movimento fosse uno sforzo titanico. “Ottimo, allora possiamo dormire qui fino a domani.”

Shinra sbuffò di nuovo, tirandosi su dal muro e passando una mano tra i capelli. “Non ci provare nemmeno.”

Tomoko, intanto, rimase concentrata sul suo schermo, pronta a cogliere il minimo cambio, mentre le rovine intorno a loro scricchiolavano sotto il vento come se stessero respirando.

Il sole era ormai alto, e dopo due ore la situazione non era cambiata di molto.

Kazuya e Shinra continuavano a rotolarisi sull'erba, alternando pugni e risate, per poi riappacificarsi e ricominciare da capo. Era divisa un ciclo infinito, tanto che persino l'erba sotto di loro sembrava schiacciata dalla ripetizione di quel gioco-litigio.

Tomoko, seduta poco più in là, fissava lo schermo del suo dispositivo senza mai distogliere l'attenzione. Le sue dita scorrevano rapide, controllando ogni possibile frequenza o segnalazioni.

"Non riesco a capire se vi odio o vi adoro", commentò senza sollevare lo sguardo.

"Vuoi unirti?" rise Kazuya, solo per ricevere subito una gomitata da Shinra.

"Idiota", sbuffò Shinra, tornando a strattonarlo mentre Kazuya rideva ancora.

Tomoko sospirò e scrollò le spalle. "Continuate col vostro teatrino... tanto qui non si muove niente. Nessuna presenza, nessun villain, nulla di nulla".

Il vento passò tra le pietre delle rovine, portando con sé solo polvere e silenzio, mentre i tre restavano in attesa di qualcosa che ancora non arrivava.

Dopo mezz'ora, il silenzio che aleggiava tra le rovine venne interrotto da un segnale improvviso sul dispositivo di Tomoko. La ragazza, che fino a quel momento era rimasta in piedi a scrutare ogni minima variazione dei sensori, aggrottò la fronte: sullo schermo lampeggiava un puntino rosso, distante appena due chilometri.

“Finalmente qualcosa,” mormorò, stringendo l'oggetto tra le mani e regolando la frequenza di rilevamento per avere più dettagli.

Kazuya, che se ne stava disteso con aria pigra, appoggiato al petto di Shinra, scattò in piedi con un movimento quasi teatrale. I suoi occhi brillavano di un'eccitazione nuova, la noia che lo aveva tormentato fino a quel momento spazzata via. “Dimmi che è un cattivo. Sto per impazzire a forza di stare fermo senza fare niente.”

Shinra si alzò subito dopo di lui, la mascella tesa e lo sguardo vigile. Si stirò le spalle come a prepararsi a un incontro imminente, gli occhi che non si staccavano dal dispositivo che Tomoko teneva tra le mani. “Chiunque sia, è troppo vicino per non essere una minaccia. Dobbiamo muoverci.”

Tomoko annuì, mantenendo la calma. “Il segnale non è stabile... sembra oscillare, come se si muoveva irregolarmente. Ma vi posso garantire che non è un errore: c'è davvero qualcuno che si sta avvicinando.”

Il vento che soffiava tra le pietre antiche rese l'atmosfera ancora più tesa. Kazuya si passò la lingua sulle labbra, impaziente, mentre Shinra si avvicinò a lui, pronto a coprirgli le spalle. Tomoko, chiudendo il dispositivo e attivando i guanti, facendo un passo avanti.

Le rovine, fino a poco prima tranquille e deserte, ora sembravano trattenere il respiro insieme a loro. La battaglia poteva iniziare da un momento all'altro.

Notarono che non stava arrivando nulla. Il silenzio continuava a gravare sulle rovine, finché Tomoko, perplessa, non abbassò lo sguardo sul suo dispositivo. Il puntino rosso era ancora lì, immobile. Ingrandì la mappa e sgranò gli occhi: il segnale apparteneva al preside.

“È lui...” mormorò con voce tesa. “Si è fermato in quel punto, ma non capisco perché. Non dovrebbe trovarsi qui.”

Kazuya e Shinra si scambiarono uno sguardo pesante, come se stessero leggendo i pensieri l'uno dell'altro. Se il preside era davvero lì, lontano dall'accademia, non poteva essere per caso. O nascondeva un segreto, o stava confermando i loro peggiori sospetti: una collaborazione con i villain.

Kazuya serrò i pugni, poi si voltò verso Shinra con un lampo di determinazione negli occhi. “Non possiamo perder tempo a camminare. Ci penso io: una pista di ghiaccio ci porterà più in fretta.”

Si inginocchiò a terra, appoggiando il palmo sul suolo. Un gelo azzurro e cristallino si diffuso in un lampo, creando davanti a loro una lunga pista che si estendeva verso l'orizzonte, lucida e solida come cristallo vivo. In pochi istanti, modellò anche una slitta affusolata, dai bordi decorati di ghiaccio scintillante.

Shinra rise tra sé, sollevando una mano. “E io la rendo un po’ più... suggestiva.”

Dalle sue tenebre fluenti emersero tre enormi husky d'ombra, le sagome possenti e gli occhi incandescenti di viola. Le creature oscure si agganciarono alla slitta come se fossero reali, fremendo impazienti, pronti a correre.

“Teatrale come sempre,” commentò Tomoko con un mezzo sorriso, salendo per prima.

“Sali, principessa,” disse Kazuya ironico, prendendo posto subito dopo.

Shinra fu l'ultimo a salire. Con un gesto della mano, gli husky d'ombra si lanciarono, trainando la slitta che scivolava fluida sulla pista di ghiaccio che Kazuya creava man mano davanti a loro.

Dopo pochi minuti, raggiunsero il punto segnalato. Davanti a loro, tra le rovine più antiche e coperte d'edera, spuntava la figura del preside. Era immobile, la postura troppo calma pur sempre casuale, come se stesse aspettando qualcuno.

I tre ragazzi scesero silenziosamente, nascondendo dietro i resti di una colonna spezzata. I respiri, gli occhi fissi su di lui: quella volta avrebbero scoperto la verità.

Il preside Hoshigawa era fermo in mezzo alle rovine, la schiena dritta ma le mani nervose dieta la schiena. Non sembrava guardarsi intorno, come se sapesse già chi stava aspettando.

Un rumore secco di passi interrompe il silenzio. Dall'ombra di un arco spezzato compare un uomo alto, con lo sguardo gelido e la presenza opprimente. Tomoko trattenne il respiro, il sangue che le gelava nelle vene.

Era Ishimura Riosuke. Suo padre.

Gli occhi della ragazza si spalancarono, increduli e traditi allo stesso tempo. Le mani le tremarono, ma rimase immobile dietro alla colonna, incapace di distogliere lo sguardo.

“Sei un idiota, Hoshigawa,” ringhiò Riosuke, la voce tagliente come la lama. “Ti sei fatto scoprire da dei ragazzini. Ti rendi conto di cosa hai combinato?”

Il preside deglutì, cercando di mantenere una parvenza di calma, ma il sudore sulla fronte lo tradiva. “Io... io non pensavo... non credo che potessero—”

“Zitto!” lo interrompe Riosuke con rabbia, avanzando verso di lui. “Adesso siamo alle strette. Se il capo lo scopre, ti farà a pezzi. E non solo ti licenzieranno... ti uccideranno per l'incompetenza.”

Con un gesto fulmineo, Riosuke sferrò un pugno violento alla testa del preside, facendolo barcollare in avanti e cadere quasi in ginocchio.

Hoshigawa si portò una mano alla testa, piegato dal dolore, e iniziò a scusarsi in modo patetico. “Mi dispiace... mi dispiace, Ishimura. Non accadrà più, lo giuro... per favore, dammi un'altra possibilità...”

“Non tollero errori,” ribatté Riosuke, la voce fredda e tagliente. Poi, abbassando il tono, aggiunse: “Dimmi almeno che non hai perso di vista i due ragazzi. Quelli sono fondamentali.”

Il preside annuì freneticamente, gli occhi bassi, la voce tremante. “Zenin e Todoroki... sì. Sono perfetti. Gli esperimenti hanno confermato le aspettative. Sono esattamente ciò che vogliamo. Un giorno lontano faranno parte dell'esercito... come armi.”

Il silenzio cadde pesante sulle rovine. Tomoko sentì il cuore esploderle nel petto: suo padre... e il preside... stavano usando i suoi compagni.

Dietro di lei, Shinra e Kazuya rimasero pietrificati. Le parole “armi” e “esperimenti” rimbombavano nel loro teste come colpi di martello.

Riosuke socchiuse gli occhi, la voce più calma ma ancora intrisa di autorità.

“E la ragazza? Come va con Tomoko?”

Hoshigawa, ancora curvo e con una mano sulla testa dolorante, si affrettò a rispondere, quasi sperando di recuperare qualche punto.

“Sta andando... benissimo, Ishimura. È proprio come avevate detto voi. Un vero genio. La sua mente è superiore alla media, apprende con una velocità spaventosa e le sue capacità di analisi e pianificazione superano quelle della maggior parte degli studenti.”

Un'ombra di soddisfazione attaversò il viso severo di Riosuke. “Lo sapevo. Non poteva essere altrimenti. Il sangue non mente.”

Tomoko, nascosta dieta le rovine, sentì lo stomaco contorcersi. Quelle parole la fecero rabbrividire: non si trattava di un complimento, ma di una catena invisibile che cercava di legarla al mondo del padre.

Shinra la guardò di lato, notando il suo pugno serrato, e Kazuya trattenne il fiato, intuendo che quella rivelazione era per lei molto più dolorosa di quanto volesse dire.

Riosuke si piegò leggentemente in avanti, la voce tagliente come un coltello.

“Ancora una volta, Hoshigawa! Mi sorprende quanto tu sia incapace. Hai usato i tuoi robot per tenere occupati quei ragazzi nelle missioni, studiandoli come cavie, e non ti sei nemmeno preso la briga di rimuovere il marchio della mia agenzia!”

Il preside Hoshigawa deglutì, il volto rigato di sudore, e cercò di difendersi.

“Ma... ma come... come fai a saperlo, Ishimura? Non poteva saperlo nessuno!”

Riosuke incrociò le braccia, lo sguardo gelido.

“Perché ci sono andato di persona. Ho osservato ogni singolo movimento. E quasi mi hanno scoperto... una ragazza, molto curiosa, stava per rendersi conto di tutto. Mi ha quasi raggiunto... e mi ha strappato alcune ciocche di capelli blu. Non c'è nulla che io non sappia, Hoshigawa.”

Il preside balbettò, il terrore evidente nelle sue parole.

“Mi dispiace... non immaginavo... vi giuro, non immaginavo che qualcuno avrebbe potuto scoprire nulla...”

Riosuke lo fissava senza battere ciglio, il silenzio pesante tra loro come una lama sospesa. Tomoko, nascosta dieta le rovine, serrò i pugni, il cuore che batteva all'impazzata: ogni parola confermava quanto suo padre fosse coinvolto e quanto fosse in pericolo chiunque osasse interferire.

Shinra e Kazuya si strinsero uno accanto all'altro, le mascelle serrate, convincendosi che la situazione stava diventando molto più pericolosa di quanto avessero immaginato.

Tomoko sentì il cuore accelerare all'improvvisazione, il respiro corto e affannoso. Le mani le tremavano e la vista le si annebbiò leggemente: stava per avere un attacco di panico.

Kazuya notò immediatamente il suo stato. Senza dire una parola, feci un rapido cenno a Shinra con gli occhi: “Andiamocene subito.”

Shinra annuì, comprendendo al volo, e si spostò leggentemente di lato per non intralciare.

Kazuya si chinò verso Tomoko, la prese delicatamente tra le braccia come se fosse del fragile vetro, e iniziò a correre verso le rovine dell'inizio, mantenendo un passo veloce ma controllato. Tomoko si aggrappò a lui, cercando di calmarsi, il respiro ancora affannoso ma più sicuro tra le braccia del suo amico.

Raggiunsero un'area più aperta, le rovine dell'inizio, lontana dal preside e dal padre di Tomoko. Kazuya la poggiò delicatamente a terra, continuando a tenerle una mano sulla palla.

“Va tutto bene, Tomoko,” le disse, la voce calma ma ferma. “Sei al sicuro qui. Nessuno ti può fare del male adesso.”

Tomoko inspirò a fondo, cercando di recuperare il controllo, mentre il vento leggero tra le colonne spezzate le accarezzava il viso. Il panico iniziava lentamente a diminuire, anche grazie alla presenza rassicurante di Kazuya al suo fianco.

Shinra osservò Kazuya e Tomoko per un attimo, poi parlò con voce ferma ma calma.

“Meglio tornare a scuola. Tomoko ha bisogno di riposare e non possiamo lasciarla qui così agitata.”

Senza assistere risposta, si chinò leggermente e con un gesto rapido e sicuro sollevò Tomoko sulla schiena, avvolgendola tra le braccia. Tomoko, ancora un po’ tremante, si lasciò trasportare senza opporsi, fidandosi completamente di lui.

Shinra iniziò a camminare velocemente, i passi silenziosi ma decisi sulle pietre delle rovine. Le rovine dell'inizio si allontanavano mentre avanzavano verso la scuola, con le ombre lunghe del pomeriggio che si allungavano attorno a loro.

“Non preoccuparti, Tomoko,” disse Shinra, la voce più morbida questa volta, “sei al sicuro. Ti porto io a scuola, così puoi riposare e riprenderti.

Tomoko annuì leggermente, appoggiando la testa sulla spalla di Shinra mentre lui proseguiva, il passo costante e sicuro, portandola lontano dalla tensione delle rovine e dal confronto con suo padre e il preside Hoshigawa.

Arrivati nei dormitori, Shinra rallentò leggemente il passo, guardandosi dentro con aria tesa. Tomoko, ancora scossa, si staccò da lui e disse con fermezza:

“Vado da sola nella mia stanza, ho bisogno di stare un po’ da sola.”

Shinra la fissò, visibilmente a disagio. Non riusciva a togliersi dalla testa l'immagine di suo padre e del preside Hoshigawa insieme, e l'ansia di Tomoko lo metteva ancora più sotto pressione.

Kazuya, accorgendo del comportamento insolito di Shinra, lo guardò con un sopracciglio alzato. “Ehi, cosa c'è? È per colpa di quel che abbiamo scoperto?”

Shinra esitò, mordendosi leggermente il labbro inferiore. “Sì... più o meno. È... complicato. Non è solo per Tomoko... è tutto quel che riguarda suo padre e Hoshigawa. Non mi fa stare tranquillo.”

Kazuya annuì lentamente, comprendendo. “Lo capisco... ma adesso lascia che Tomoko vada a riposare. Dopo parleremo di tutto, ok?”

Shinra feci un respiro profondo, ancora visibilmente a disagio, mentre Tomoko si allontanava verso la sua stanza, le spalle leggermente curve sotto il peso della tensione e della stanchezza.

Kazuya si avvicinò a Shinra con passo deciso, il viso serio ma pieno di calore. Lo prese delicatamente per le spalle e lo attirò verso di sé, poi lo baciò, brevemente ma intenso, come per trasmettergli sicurezza e tranquillità.

Quando si staccarono, Kazuya lo guardò negli occhi, con un sorriso che mescolava dolcezza e determinazione. “Sei il migliore eroe che conosca... e colui che amo,” disse con sincerità, facendo battere il cuore di Shinra ancora più veloce.

Poi aggiunse, con tono più riflessivo: “E sai una cosa? Soccorrere un'amica... proteggere chi ha bisogno di noi... è meglio che combattere e basta. Non è solo forza o potere... è questo che fa di te un vero eroe.”

Shinra rimase per un attimo senza parole, il viso leggermente arrossato, mentre il peso dell'ansia cominciava a sciogliersi, sostituito da un calore rassicurante che lo avvolgeva insieme alle parole di Kazuya.

Shinra abbassò lo sguardo per un attimo, la voce più bassa del solito, quasi tremante. “Non mi piace... l'idea che ci usino come macchine da guerra. Non voglio che succeda a te, né a me.”

Kazuya gli strinse la mano con fermezza, guardandolo negli occhi. “Allora combatteremo insieme. Non permetteremo che succeda una cosa del genere. Nessuno potrà usarci come vogliono.”

Shinra inspirò profondamente, sentendo il peso della promessa e la determinazione di Kazuya. “Lo giuro... ti proteggerò fino alla fine. Sempre.”

I due si avvicinarono lentamente, fino a un unire le fronti. Rimasti così, in silenzio, sentirono i battiti dei loro cuori sincronizzarsi per un momento. Il respiro di entrambi si calmò, mentre la vicinanza e la promessa ricca creavano un attimo romantico e rassicurante, lontano dal pericolo e dalla tensione del mondo esterno.

Il resto del mondo sembrava svanire, lasciando soltanto loro due, uniti da fiducia e affetto, pronti ad affrontare qualsiasi cosa insieme.

Nel frattempo, Tomoko continuava a camminare lentamente lungo il corridoio dei dormitori femminili. Ogni passo era pesante, come se il padiglione cercasse di trattenerla. La nausea le serrava lo stomaco e un senso di confusione le annebbia la mente.

Si appoggiava leggermente alle pareti, cercando di mantenere l'equilibrio, mentre i pensieri si accavallavano nella sua testa: la scoperta del padre, il preside Hoshigawa, le missioni e la pressione costante di dover essere perfetta. Tutto insieme la faceva sentir sopraffatta, incapace di concentrarsi su qualunque cosa se non sul bisogno immediato di trovare un luogo sicuro e calmo dove potensi fermare e respirare.

I corridoi sembravano interminabili, ogni porta chiusa un ostacolo invisibile al suo desiderio di isolarsi e raccogliere i pezzi dei suoi pensieri. Il cuore le batteva velocità, e l'odore dell'aria dei dormitori non faceva che aumentare il senso di disagio e malessere.

Chapter 32: Vol. 3: Maledetta Perfezione

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Tomoko finalmente raggiunse la porta della sua camera dopo quello che le era sembrato un cammino infinito. Le mani le tremavano mentre infilava la chiave nella serratura, e per un istante dovette fermarsi a prendere fiato, con la fronte poggiata contro il legno freddo della porta. Il battito accelerato del cuore rimbombava nelle orecchie, mentre la nausea e la confusione le stringevano lo stomaco in una morsa. Con un piccolo sforzo, riuscì a girare la chiave e a spingere l’uscio, entrando nella penombra familiare della sua stanza. Lì dentro, l’aria era ferma e silenziosa, lontana dai corridoi che sembravano soffocarla. Si lasciò cadere lentamente sulla sedia accanto alla scrivania, piegandosi in avanti e nascondendo il volto tra le mani, mentre il respiro si faceva affannoso. Gli eventi appena vissuti tornavano a scorrere come un film davanti ai suoi occhi: il volto di Riosuke, il pugno violento contro il preside, le parole fredde e taglienti che avevano rivelato verità mai sospettate. Il dolore più grande, però, era sentire che tutto ciò proveniva da suo padre. Ogni pensiero diventava più pesante dell’altro, e la sua mente lottava invano per trovare un appiglio a cui aggrapparsi. Scivolò poi sul letto senza nemmeno togliersi le scarpe, fissando il soffitto con lo sguardo perso. La stanza, di solito rifugio accogliente, ora le sembrava enorme e vuota, quasi ostile. Serrò le braccia attorno a sé come per proteggersi da un freddo che non veniva dall’esterno, ma dal turbinio di paure e domande che le rodevano dentro. Tomoko rimase immobile sul letto, gli occhi fissi nel vuoto, mentre il cuore le martellava ancora nel petto. Ogni frammento di ciò che aveva visto si accavallava nella sua mente, confondendosi tra paura e rabbia. Cercava di dare un senso a tutto: perché suo padre si trovava lì, perché parlava con il preside come se fossero complici, e soprattutto perché tutto sembrava legato a loro tre, a lei, a Kazuya e a Shinra. Si passò una mano tremante tra i capelli, ricordando ogni dettaglio. Le parole di Riosuke le rimbombavano in testa, dure come lame: i robot, gli esperimenti, l’idea che loro non fossero visti come studenti ma come strumenti, armi da guerra. Un brivido le percorse la schiena. Era stato sempre così? Ogni missione, ogni ordine che avevano ricevuto… erano davvero solo prove mascherate per studiarli? Il pensiero che fosse suo padre a orchestrare tutto le strinse lo stomaco. Lui, che avrebbe dovuto proteggerla, si era rivelato parte del nemico. Cercava di razionalizzare, di trovare una scusa, una spiegazione logica, ma non c’era nulla che potesse cancellare le immagini: il pugno violento contro Hoshigawa, gli insulti, il tono di comando. Le lacrime le salirono agli occhi, ma le ricacciò indietro stringendo i pugni. "Perché proprio tu…" mormorò tra sé, con la voce spezzata. La confusione la stava travolgendo, eppure nel fondo del cuore una certezza cominciava a farsi strada: non poteva più fingere che tutto fosse normale. Doveva affrontare quella verità, anche se le faceva male più di qualsiasi ferita. Tomoko si alzò di scatto dal letto, le gambe tremanti ma guidate dalla rabbia che le ribolliva dentro. Senza riuscire a trattenersi, afferrò il primo oggetto che le capitò sotto mano—un libro lasciato sulla scrivania—e lo scagliò contro il muro con un tonfo secco. Il rumore la fece sussultare, ma invece di fermarsi continuò. Strappò i cuscini dal letto e li lanciò per la stanza, rovesciò la sedia con un calcio e aprì il cassetto della scrivania solo per scaraventare a terra tutto ciò che conteneva: penne, fogli, quaderni che si sparpagliarono come pezzi di un puzzle distrutto. Ogni lancio, ogni gesto violento era il tentativo disperato di sfogare il caos che le stava dilaniando l’anima. “Perché… perché proprio tu!” urlò, mentre un vaso di vetro si infrangeva contro il pavimento, i frammenti che si spargevano come riflessi taglienti del suo dolore. Il petto le bruciava, la gola le si chiudeva, eppure non riusciva a fermarsi: più lanciava via le cose, più sentiva il bisogno di continuare, come se potesse espellere con esse il tradimento e la paura che le avvelenavano la mente. Ogni oggetto scagliato era un grido muto verso Riosuke, l’uomo che avrebbe dovuto essere suo padre e che invece si era rivelato il peggior nemico. Tomoko crollò a terra davanti alla porta della sua stanza, le gambe che non reggevano più il peso del suo corpo. Si piegò su se stessa, portando le mani tra i capelli come se volesse strapparli via, mentre le dita tremavano convulse. Il respiro era spezzato, affannoso, un singhiozzo dopo l’altro che le incendiava la gola.

"No… no… non può essere vero…" mormorò con voce rotta, stringendo le ciocche tra le dita.

Le lacrime iniziarono a scivolare veloci sul suo volto, bagnando le guance mentre il petto le si sollevava in spasmi dolorosi.

"Perché proprio tu… perché tu, papà…" gridò con un filo di voce, quasi un lamento disperato che riecheggiò nel silenzio del dormitorio.

Le mani continuavano a premere forte sulla testa, come se potessero schiacciare via i ricordi appena visti, cancellare le parole che aveva sentito. Ma più stringeva, più la realtà le si conficcava dentro come lame invisibili.

Tomoko serrò i denti fino a farle fischiare le tempie e, in un impeto sordo, scaricò tutto il suo dolore in un pugno contro il pavimento di legno. Il colpo rimbombò nella stanza come uno sparo; polvere e piccoli schegge di vernice si sollevarono intorno alla mano dolorante. Il dolore fisico le attraversò il braccio, ma fu un sollievo crudele, un contrappeso all’urto più grande che le batteva nel petto.

"Maledizione… maledizione a tutto," urlò con una voce che spezzava il silenzio, lacerata da un pianto rauco. Le parole uscirono strangolate, cariche di rabbia e disperazione insieme; sembravano avere la forza di volare fino a Riosuke, di tornargli indietro come un’accusa incisa sulla pietra.

Si rannicchiò di nuovo, la mano che aveva colpito il pavimento ora stretta a pugno e tremante per lo sforzo. I singhiozzi le scuotevano le spalle; ogni respiro le costava, ma continuava a ripetere, quasi per convincersi che fosse reale: "Non posso… non puoi essere tu…". Le parole si frantumavano nel pianto, mentre la stanza intorno a lei pareva stringersi.

Dopo un momento, il pianto lasciò spazio a un respiro più lento, irregolare. Tomoko appoggiò la fronte al palmo ancora dolente e, con voce roca e sottile, mormorò: "Non mi lascerò usare. Non lo permetterò." La promessa risuonò più come una sfida rivolta al vuoto che a qualcuno in particolare, ma nelle sue spalle curve c’era già un barlume di volontà che non si sarebbe spento facilmente.

Il grido di Tomoko squarciò il silenzio dei dormitori come un tuono improvviso. In quel preciso istante, la luce del corridoio iniziò a lampeggiare in maniera sinistra, creando ombre tremolanti che ballavano sulle pareti.

Un primino, che stava tornando in camera con il pigiama a righe e uno spazzolino ancora in bocca, sbiancò di colpo. Gli occhi si spalancarono e il respiro gli rimase strozzato in gola.

"È… è uno spirito maligno!!!" urlò, lanciando lo spazzolino per aria come se fosse un'arma sacra. Nel panico più totale, cominciò a recitare parole a caso, convinto fossero formule magiche di esorcismo: "Latte scremato! Piumone imbottito! Wi-Fi stabile!"

Poi, afferrò una pantofola dal piede e la sollevò davanti a sé come fosse un talismano, tremando come una foglia. "Non ti avvicinare, spettro delle tenebre!"

Nel frattempo, una porta si aprì e un altro studente uscì assonnato, guardando la scena con una faccia confusa. "Bro… stai urlando a una pantofola?"

Il primino, sudato e terrorizzato, lo zittì con un dito davanti alla bocca: "Shhh! Non lo vedi?! Sta cercando di impossessarsi di noi!"

Intanto, la luce smise di lampeggiare, e dal corridoio si sentì solo il singhiozzo disperato di Tomoko. Il primino stramazzò contro il muro sussurrando: "È finita… la mia breve vita è già passata davanti agli occhi!"

Tomoko rimase accasciata davanti alla porta, i singhiozzi che le scuotevano il petto mentre le parole confuse del primino echeggiavano ancora nel corridoio. Ma, nel suo cuore, non aveva neppure la forza di reagire. I pensieri iniziarono a farsi sempre più scuri, vorticosi, inghiottendola in un abisso che sembrava senza via d’uscita.

"Questa scuola…" pensò stringendosi le tempie con le mani. "Non sono qui per diventare un’eroina. Mi ha mandata qui solo per provare la sua maledetta teoria. Per dimostrare che il suo sangue, le sue idee, sono superiori a chiunque altro."

Il respiro le si fece irregolare, il cuore batteva a tamburo nel petto. Le tornavano in mente le storie che aveva sentito da bambina, quando lui si vantava con un sorriso freddo e crudele. "Quando era giovane… apriva i conigli vivi per studiarli. Lo faceva per la ‘scienza’. Per spaventare gli altri studenti, per dimostrare che nessuno poteva eguagliarlo."

Si morse le labbra fino quasi a sanguinare, mentre le immagini dei ricordi la tormentavano. "E ora… ora io sono qui solo come un altro esperimento. Forse tutto questo… questa accademia, queste missioni… non sono che il suo modo di guardarmi dall’alto in basso e dire al mondo: 'Guardate, mia figlia è la prova della mia grandezza'."

Una fitta di nausea le attorcigliò lo stomaco. Sentiva le gambe cedere di nuovo, come se il pavimento volesse inghiottirla. "Io non sono sua proprietà. Non lo sono. Non voglio esserlo."

Ma più cercava di convincersi, più le parole del padre si insinuavano nei suoi pensieri, come lame invisibili.

Chapter 33: Vol. 3: Fiamme e Lacrime

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Kazuya era seduto sul bordo del letto, con lo sguardo perso nel vuoto. Le mani gli tremavano leggermente, ma cercava di nasconderlo intrecciando le dita. La voce, quando finalmente parlò, era bassa e tesa.
"Shinra… devo andare da loro. Non riesco più a ignorare quello che ha detto Riosuke. Se è vero che i miei genitori hanno un ruolo in tutto questo… devo scoprirlo con i miei occhi."
Shinra, che fino a quel momento lo aveva osservato in silenzio, si avvicinò lentamente. Si mise accanto a lui, lasciando che le spalle dei due si sfiorassero. Lo fissò con quell’aria calma ma vigile che usava solo quando temeva per Kazuya.
"Sei sicuro di volerlo fare?" chiese con voce bassa, quasi a non voler incrinare l’equilibrio precario di quell’istante. "Sai bene che non saranno risposte facili. E se fosse peggio di quello che immagini?"
Kazuya strinse i pugni sulle ginocchia, trattenendo il fiato per qualche secondo. Poi alzò lo sguardo verso Shinra, mostrando una determinazione che si mescolava con un’ombra di paura.
"Preferisco affrontare la verità, per quanto orribile, piuttosto che restare qui a chiedermi ogni giorno chi sono davvero… e cosa potrei diventare."
Shinra rimase in silenzio per un lungo momento, come se stesse pesando ogni parola prima di darle forma. Poi posò una mano sulla nuca di Kazuya e lo costrinse a guardarlo negli occhi.
"Allora ci andiamo insieme. Non ti lascerò solo, neanche per un secondo."
Kazuya abbozzò un sorriso appena percettibile, ma nel profondo dei suoi occhi c’era ancora quell’ombra scura, il segno che qualcosa dentro di lui stava iniziando a incrinarsi.
Kazuya si alzò in piedi lentamente, le mani che si chiudevano a pugno ai lati del corpo. Lo sguardo era fermo, ma la voce tradiva una sottile esitazione.
"Shinra… non voglio che tu venga con me."
Shinra lo fissò, incredulo, come se non avesse sentito bene. "Cosa?" fece un passo avanti, il tono più duro. "Non stai parlando sul serio, vero?"
Kazuya scosse la testa, allontanandosi verso la finestra. La luce fioca del tramonto gli disegnava il profilo del viso, accentuando l’ombra sotto gli occhi. "Sì, lo dico sul serio. Devo farlo da solo. Se loro hanno davvero fatto quello che penso… allora è un problema mio, non tuo."
"Non dire stupidaggini," ribatté Shinra, la voce che si incrinò appena. "Non puoi affrontarli da solo. Non sai cosa ti aspetta, Kazuya. E se fosse una trappola?"
Kazuya sorrise, ma era un sorriso vuoto, stanco. "Lo so, ma devo farlo comunque. Se vieni con me… loro potrebbero provare a usarti. O peggio, ferirti per colpire me. Non lo permetterò."
Shinra si avvicinò, cercando di afferrargli un braccio, ma Kazuya si scostò con un gesto brusco, evitando il contatto. "Ti ho detto di no!" urlò all’improvviso, la voce che rimbalzò contro le pareti della stanza. Poi, più piano, quasi sussurrando: "Non posso perderti… non anche te."
Shinra rimase immobile per un attimo, poi abbassò lo sguardo, serrando la mascella. "Allora promettimi che tornerai," disse infine, con voce spezzata.
Kazuya esitò. Gli occhi gli tremavano appena, come se stesse lottando con sé stesso. Poi annuì piano, mentendo con un sorriso fragile. "Lo prometto."
Kazuya fece un passo verso Shinra, gli occhi pieni di malinconia. Per un attimo restò fermo, come se stesse imprimendo ogni dettaglio del suo volto nella memoria. Poi lo afferrò per il colletto e lo baciò, un bacio lungo, silenzioso, pieno di tutto ciò che non riusciva a dire.
Quando si staccò, le loro fronti rimasero unite per qualche secondo. Il respiro caldo di Kazuya tremava contro la pelle di Shinra.
"Ti amo," sussurrò con voce appena percettibile. "Non dimenticarlo, qualunque cosa succeda."
Shinra stava per rispondere, ma Kazuya si voltò di scatto, afferrò il suo telefono dal comodino e lo infilò nella tasca interna del giubbotto. I suoi passi furono rapidi, decisi, anche se ogni movimento tradiva una certa esitazione.
"Non fare niente di stupido, Kazuya!" gridò Shinra mentre lui apriva la porta.
Kazuya si fermò un attimo sulla soglia, senza voltarsi. "Dipende da cosa chiami stupido," rispose piano, poi uscì e chiuse la porta alle sue spalle.
Il rumore del passo che si allontanava nel corridoio fu l’unica cosa che rimase, mentre Shinra rimase immobile nella stanza, con ancora il sapore del bacio sulle labbra e il cuore stretto da una morsa gelida.
Kazuya camminava lungo il viale alberato che portava fuori dall’accademia, le mani affondate nelle tasche del giubbotto. L’aria autunnale gli sfiorava il viso, fresca e pungente, mentre le foglie rosse e dorate cadevano leggere attorno a lui, mosse dal vento.
Il cielo, velato di nuvole sottili, sembrava sospeso in un silenzio innaturale, come se persino il mondo trattenesse il respiro.
Si accorse solo allora di quanto facesse freddo. O meglio, di quanto dovrebbe fare freddo. Da bambino aveva imparato presto che il suo corpo non reagiva come quello degli altri: né il gelo dell’inverno né il calore dell’estate gli avevano mai dato fastidio. Ma lo aveva sempre tenuto nascosto.
Non voleva essere “quello diverso”, quello con i poteri strani anche fuori dal campo di battaglia.
Ricordò i compagni che a scuola tiravano su le sciarpe, tremando per il vento. Lui li imitava: indossava un giubbino, si stringeva le maniche, fingendo di battere i denti. Lo faceva per sembrare normale, per confondersi. Per sentirsi, almeno per un momento, come tutti gli altri.
Ora, mentre avanzava lungo la strada, quel ricordo gli strappò un mezzo sorriso amaro. Pensare a quelle piccole finzioni, alle sue bugie infantili, gli serviva a non lasciarsi travolgere dall’ansia che gli stava rodendo lo stomaco.
Ogni passo lo portava più vicino alla casa dei suoi genitori… e più lontano dalla sicurezza che aveva lasciato dietro di sé. Ma quei pensieri banali, quasi teneri, erano tutto ciò che gli impediva di lasciarsi schiacciare dalla paura.
Kazuya camminava lungo le strade di Tokyo, immerse nella luce artificiale dei lampioni e delle insegne al neon. Ogni passo risuonava sull’asfalto umido, accompagnato dal rumore distante del traffico e dal brusio incessante della città. Le mani ancora nelle tasche, il volto coperto in parte dal bavero del giubbotto, cercava di non attirare l’attenzione, di confondersi tra le ombre e il fumo dei locali notturni.
Dopo mezz’ora di cammino, le strade ordinate del centro lasciarono spazio a un quartiere diverso — quello che la gente perbene evitava di attraversare. Lì, l’aria sapeva di alcol, sudore e ferro arrugginito. I muri erano coperti di graffiti, le finestre sbarrate con assi di legno, e le luci dei lampioni si accendevano a intermittenza, rendendo ogni passo più incerto.
Kazuya si infilò in un vicolo buio e stretto, dove il rumore della città sembrava dissolversi. L’odore di fumo e benzina gli riempì i polmoni, e presto cominciò a notare la fauna del luogo: uomini e donne che si accalcavano fuori dai bar, altri che si picchiavano per motivi che nessuno ricordava più, gruppi di villain minori che si vantavano a voce alta delle loro ultime “imprese”.
Uno di loro, un tipo grosso con la mascella squadrata e le nocche coperte di sangue, si voltò verso Kazuya, fissandolo con occhi pieni di diffidenza. "Ehi, ragazzino, ti sei perso?" ringhiò.
Kazuya lo ignorò, continuando a camminare senza dire una parola. Sentiva su di sé gli sguardi pesanti, curiosi, ostili. Era come attraversare un branco di animali pronti a fiutare la minima debolezza. Ma dentro di lui c’era solo silenzio.
Ogni passo lo portava più vicino a quel punto del vicolo dove, sapeva, avrebbe trovato la porta che cercava — quella che portava nel regno dei suoi genitori.
L’uomo lo afferrò per il braccio con una presa ruvida, le dita callose che gli serravano il polso. L’alito gli sapeva di whisky e fumo, e un ghigno storto gli tagliava la faccia.
"Ehi, ma guarda un po’… un bel visino come il tuo non dovrebbe stare da solo in un posto del genere," disse, tirandolo leggermente verso di sé.
Kazuya restò immobile per un istante, gli occhi abbassati, le ciglia che proiettavano ombre sottili sul viso. Poi, con un gesto fulmineo, strappò il braccio dalla presa e sferrò un pugno dritto allo stomaco dell’uomo. Il colpo fu secco, preciso, e il suono del respiro che gli veniva strappato via riecheggiò nel vicolo.
L’uomo barcollò all’indietro, piegandosi in due per il dolore. Si rialzò subito, però, e nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, i suoi occhi si spalancarono per la sorpresa.
"Ma… ma quelli…" balbettò, puntando un dito tremante verso Kazuya. "Quegli occhi… sclera nera e iride azzurra… sei il figlio di Dabi, vero?!"
Nel vicolo calò un silenzio improvviso. Gli altri villain, che fino a quel momento si stavano picchiando o ridevano tra di loro, si voltarono di scatto. Alcuni mormorarono qualcosa tra i denti, altri fecero un passo indietro, come se il nome bastasse a gelare il sangue.
Kazuya lo fissò, gli occhi che brillarono appena alla luce tremolante del lampione. Non disse nulla. L’unico suono fu quello del vento che passava tra le lamiere arrugginite e faceva sbattere una finestra lontana.
Poi parlò, con voce fredda e controllata: "E se anche fosse?"
L’uomo deglutì, improvvisamente meno sicuro. "N-niente, solo… non pensavo che uno come te sarebbe venuto qui."
Kazuya fece un passo avanti, e bastò quello per farlo arretrare ancora. "Allora hai pensato male."
Kazuya si voltò, deciso a ignorarlo e ad andarsene. Aveva già perso troppo tempo — e non voleva attirare attenzioni indesiderate.
Fece appena due passi, quando sentì l’aria fendersi alle sue spalle.
L’uomo gli si era lanciato addosso con un ringhio, il braccio teso e la mano avvolta da una fiamma arancione instabile. Kazuya si abbassò d’istinto: il pugno passò sopra la sua testa e colpì il muro, facendo esplodere un’ondata di calore e schegge di cemento.
Kazuya scattò all’indietro, il viso ora illuminato dal bagliore del fuoco. "Te l’avevo detto di lasciar perdere," sibilò.
L’altro ghignò, con un filo di sangue all’angolo della bocca. "Voglio vedere se sei forte quanto tuo padre, ragazzino."
Kazuya si voltò, deciso a ignorarlo e ad andarsene. Aveva già perso troppo tempo — e non voleva attirare attenzioni indesiderate.
Fece appena due passi, quando sentì l’aria fendersi alle sue spalle.
L’uomo gli si era lanciato addosso con un ringhio, il braccio teso e la mano avvolta da una fiamma arancione instabile. Kazuya si abbassò d’istinto: il pugno passò sopra la sua testa e colpì il muro, facendo esplodere un’ondata di calore e schegge di cemento.
Kazuya scattò all’indietro, il viso ora illuminato dal bagliore del fuoco. "Te l’avevo detto di lasciar perdere," sibilò.
L’altro ghignò, con un filo di sangue all’angolo della bocca. "Voglio vedere se sei forte quanto tuo padre, ragazzino."
Quella frase bastò a far scattare qualcosa dentro di lui. Le mani di Kazuya si coprirono di crepe luminose — fiamme azzurre che si mescolavano a cristalli di ghiaccio che crepitavano contro la pelle. La temperatura nel vicolo oscillò bruscamente, tra gelo e calore, come se l’aria non sapesse che forma prendere.
L’uomo gli piombò addosso di nuovo, ma Kazuya lo respinse con un colpo di fuoco concentrato. La fiamma azzurra gli esplose contro il petto, scaraventandolo contro un bidone di ferro. L’impatto fece rimbombare tutto il vicolo.
"Non ti conviene nominare mio padre," ringhiò Kazuya, avanzando tra le scintille e il fumo.
L’uomo, ferito, cercò di rialzarsi, ma il ghiaccio si estese rapido dal pavimento e gli bloccò le gambe. In pochi istanti, era immobilizzato, con il respiro che usciva in nuvole di vapore.
Kazuya si fermò a un passo da lui. Lo guardò negli occhi, poi spezzò lentamente il ghiaccio con un gesto della mano, liberandolo. "Ti ho detto di lasciar perdere," ripeté piano.
Si voltò e riprese a camminare, lasciandosi alle spalle il fumo, le fiamme che si spegnevano e i sussurri dei villain che ora lo fissavano con timore.
Kazuya avanzò nel vicolo, i passi lenti e pesanti. L’aria era impregnata di fumo e ferro, e ogni suono sembrava amplificarsi nel silenzio. Dopo qualche minuto, la strada terminò davanti a un vecchio magazzino, le pareti scrostate e il portone di metallo arrugginito.
Il ragazzo inspirò a fondo e spinse la porta: un suono metallico e acuto ruppe la quiete.
Dentro, la luce fioca dei lampioni filtrava dalle finestre rotte, disegnando ombre taglienti sul pavimento.
Kazuya si fermò. Davanti a lui c’erano due figure.
La prima era una donna dai lunghi capelli neri, lisci come l’inchiostro, che le scendevano fino alla vita. I suoi occhi gialli con la sclera nera brillavano nell’oscurità, quasi sovrannaturali, freddi e impenetrabili.
Accanto a lei, un uomo alto, la pelle segnata dalle ustioni e lo sguardo di fiamma — Dabi.
Kazuya rimase immobile, sentendo un nodo salire in gola.
“...Mamma. Papà.”
Freya lo fissò, la testa appena inclinata, le braccia incrociate.
“È passato tanto tempo,” disse con una voce bassa e ferma, carica di un’intonazione glaciale, quasi distaccata.
Dabi rise piano, le mani in tasca, lo sguardo ironico e colmo di una certa soddisfazione. “Non pensavo che saresti davvero venuto. Hai più coraggio di quanto credessi.”
Kazuya fece un passo avanti, stringendo i pugni. “Voglio sapere la verità. Ishimura ha detto che... che mi avete creato per essere un’arma. È vero?”
Freya lo guardò in silenzio per un lungo istante. Poi, lentamente, fece un passo verso di lui. La luce fredda le attraversò il volto, facendo risaltare il contrasto dei suoi occhi innaturali.
“Non ti abbiamo creato, Kazuya,” disse con calma. “Ti abbiamo... perfezionato.”
Freya fece un cenno secco con la mano. "Andiamo a casa," disse con tono calmo ma autoritario. "È meglio che parliamo in un posto più… privato."
Kazuya esitò un attimo, poi la seguì. Il magazzino si rivelò essere una porta che dava su un cortile interno; oltre, una scala conduceva a un appartamento appartato, arredato con gusto freddo e materiale tecnico sparso qua e là. Lì dentro l’atmosfera era più intima, ma l’aria non perdeva nulla della tensione che già si era instaurata.
Dabi si appoggiò allo schienale di una sedia con noncuranza, osservando Kazuya con quella sua espressione greve e affilata. Freya si sedette al tavolo, le mani intrecciate davanti a sé, gli occhi gialli che non tradivano emozione. Kazuya rimase in piedi per un istante, poi si accomodò, la postura rigida come se ogni fibra fosse pronta a scattare.
Freya iniziò a parlare, scegliendo le parole con cura: "Quello che stiamo facendo non è semplice ricerca né crudeltà fine a se stessa. È una causa."
La voce era bassa, misurata. "Gli hero… molti di loro hanno un potere che usa per opprimere, per decidere chi merita di vivere o morire. Noi… vogliamo eliminare quegli eroi ingiusti. Ripulire il mondo da chi abusa del proprio potere."
Dabi intervenne, con la sua voce roca: "Puoi chiamarla vendetta o giustizia. Noi la chiamiamo correzione. Se il mondo è rotto, va rimesso a posto."
Kazuya sentì una fitta all’altezza dello stomaco. "Quindi… volete ucciderli?" chiese, la voce che tradiva la paura non più nascosta.
"Se necessario," ammise Freya, con estrema freddezza. "Le azioni estreme richiedono misure estreme."
Poi, con uno sguardo che cercava di apparire materno, Freya si mosse un poco più vicino. "Non ti stiamo usando, Kazuya. Non vogliamo farti diventare un'arma senza volontà. Vogliamo darti scelta, darti l’opportunità di vivere in un mondo migliore. Tu potresti aiutarci a creare quel mondo."
Dabi fece un mezzo sorriso, spostando lo sguardo da Freya a Kazuya. "Non siamo mostri. Siamo realisti. Ti diamo un posto, un ruolo, un potere che non dovrai più nascondere. Con noi non sarai mai più solo."
Le parole erano avvolgenti, quasi persuasive. Ma c’era qualcosa nella calma di Freya, nella certezza di Dabi, che suonava costruita, come una melodia studiata per sciogliere resistenze. Kazuya li osservò entrambi, cercando di leggere i loro volti. I loro sorrisi non gli arrivavano al cuore; gli parevano fili tesi per una trappola.
"Perché io?" chiese infine, con voce rotta. "Perché scegliete me?"
Freya inclinò appena la testa. "Perché hai qualità che altri non hanno. Perché sei… adattabile. Perché puoi controllare fuoco e ghiaccio in modi che possono diventare estremi. Perché, con il giusto addestramento, potresti rendere tutto più veloce. È pragmatismo."
Dabi aggiunse: "E perché sei uno dei nostri. Sangue non mente, e la lealtà di casa pesa."
Kazuya sentì la nausea salire di nuovo. Il loro linguaggio lo avvolgeva come una rete: parole rassicuranti che nascondevano un disegno più profondo. "Non voglio essere un'arma," sussurrò. "Non voglio… ferire le persone che non lo meritano."
Freya scosse appena la testa, con un’espressione che voleva essere comprensiva. "Non ti chiediamo di perdere la tua umanità. Ti chiediamo di capire che il mondo non si cambia con le parole, ma con i fatti. Noi ci prendiamo la responsabilità di fare quei fatti. E tu, se vuoi, potrai scegliere da che parte stare."
Dabi si sporse in avanti, la voce più insistente: "Non siamo qui per costringerti. Ti offriamo un’opzione. Una vita in cui nulla ti verrà tolto e nulla ti verrà imposto, se capisci il valore del progetto."
Kazuya chiuse gli occhi per un istante, sentendo il peso delle promesse e il sapore del doppio fondo. Dentro di sé, una parte voleva credere alla possibilità di un luogo dove non fosse solo un’arma da scuola; un’altra parte, più sorda e antica, sapeva che quelle parole erano costruite per convincere.
Rimase seduto, in bilico tra la speranza e la paura. Freya e Dabi continuavano a osservarlo, pazienti e freddi, come se tutto fosse già parte di un copione cui mancasse solo la sua firma. E mentre la loro conversazione proseguiva verso giustificazioni e promesse, Kazuya percepì con chiarezza che la verità che cercava non sarebbe venuta indolore: dietro le loro parole c’era la volontà di trasformarlo — per salvarlo, o per possederlo — e lui doveva decidere.
Kazuya rimase in silenzio per qualche secondo, le dita intrecciate, lo sguardo fisso sul tavolo. Le parole di Freya e Dabi continuavano a ronzargli in testa, come un’eco velenosa. Poi, quasi d’impulso, alzò la voce:
“E allora perché avete tirato dentro anche Shinra? Che c’entra lui in tutto questo? È il mio ragaz—”
Si fermò di colpo. Le parole gli erano scappate prima che potesse controllarle. Il suo cuore ebbe un sussulto. Lo sguardo di Freya si alzò lentamente, tagliente come una lama, mentre un accenno di sorriso le increspava le labbra.
“Oh,” disse con voce calma ma gelida. “Il tuo ragazzo, dunque.”
Kazuya cercò di correggersi, ma ormai era inutile. Freya si alzò dalla sedia e fece qualche passo verso di lui, i suoi occhi gialli con la sclera nera che scintillavano sotto la luce fredda della stanza. “Questo spiega molte cose. Shinra, sì… il ragazzo adottato dai Gojo. Il prodigio con l’energia oscura.”
Si voltò verso Dabi, che la osservava in silenzio, e poi tornò su Kazuya. “Capisco ora perché sei così esitante. È legato a te, e tu a lui. È… adorabile, in un certo senso.”
La voce di Freya si fece più bassa, più insinuante. “Ma vedi, Kazuya, questo è pericoloso. Le persone come Shinra… non sono come noi. Non capiscono ciò che serve per cambiare il mondo. Loro si aggrappano ai loro ideali, alle loro regole. Ti farà credere di essere libero, ma in realtà ti incatenerà alle sue paure.”
Kazuya si irrigidì. “Non dire così di lui,” sibilò. “Shinra non è—”
“—interessato a te come credi?” lo interruppe Freya, con un sorrisetto tagliente. “Tesoro, gli adolescenti confondono facilmente l’affetto con l’illusione. Gli eroi amano chi possono salvare, non chi possono amare davvero.”
Dabi sollevò appena un sopracciglio, restando in silenzio, ma un sorriso amaro si formò sulle sue labbra bruciate. Freya, intanto, continuava, come se stesse recitando una verità inevitabile:
“Tu gli sei utile, Kazuya. Sei la sua ragione per sentirsi un eroe. Gli dai uno scopo, ma non un sentimento. E quando capirà che non può salvarti, ti abbandonerà, come fanno tutti gli eroi con chi non riescono a cambiare.”
Kazuya si alzò di scatto, gli occhi pieni di rabbia e dolore. “Non dire così! Non sai nulla di lui!”
Freya si avvicinò ancora, fino a pochi passi da lui. “Oh, invece so molto più di quanto tu creda. Ho visto centinaia di coppie distruggersi per ideali, Kazuya. Ti ama, dici? Allora perché non è qui? Perché ti ha lasciato andare da solo a scoprire chi sei? Perché ti ha permesso di venire da noi?”
Le parole gli trafissero il petto come lame sottili. Sapeva che lo stava manipolando, lo sentiva, ma la precisione con cui lei colpiva le sue insicurezze lo faceva vacillare.
Freya posò una mano sulla sua guancia, il tono improvvisamente dolce:
“Non è colpa tua. Tu vuoi credere nel bene, e questo ti rende speciale. Ma lui… lui non è il tuo destino. È solo una distrazione. Il mondo non si cambia con i sentimenti, Kazuya. Si cambia con il potere. E tu lo possiedi.”
Kazuya le afferrò il polso e la allontanò con forza. “Non provarci. Non usare lui per convincermi.”
Freya lo fissò, senza scomporsi. Poi tornò lentamente al suo posto, accennando un sorriso sottile. “Vedremo, allora, chi dei due avrà ragione. Ma ricorda una cosa, amore mio: quando ti spezzeranno il cuore, noi saremo qui. A raccogliere i pezzi.”
Kazuya rimase immobile, le parole della madre che gli rimbombavano in testa. Dentro di lui, la rabbia e il dubbio si mescolavano in un nodo difficile da sciogliere.
E per la prima volta dopo anni, non sapeva più se l’amore di Shinra fosse la sua forza… o la sua più grande debolezza.
Le parole di Dabi tagliarono il silenzio come vetro infranto.
“Freya ha ragione, Kazuya,” disse con quella voce roca e sfigurata dal fuoco. “Shinra non è il tipo giusto per te. È un ragazzino con la testa piena di sogni e di eroi. Non capisce cosa significhi crescere con il fuoco dentro, quello vero, quello che brucia l’anima. Ti userà per sentirsi buono, per credere che può salvare qualcuno come te. Ma non rimarrà quando vedrà quanto sei simile a noi.”
Kazuya lo fissò, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. “Smettila,” sibilò, le mani che tremavano. “Non avete idea di chi sia Shinra. Non potete giudicarlo come giudicate voi stessi.”
Freya si alzò, la voce morbida ma glaciale. “Ti stiamo solo proteggendo, Kazuya. Questo mondo non ti accetterà mai se resti accanto a un eroe. Vieni qui, resta con noi. Con la tua famiglia. Non devi più uscire, non devi più fingere di essere qualcun altro. Qui sei al sicuro.”
“Al sicuro?” Kazuya fece un passo indietro, le lacrime che gli rigavano il viso. “Al sicuro da cosa? Dal mondo o da voi?”
Le parole di Dabi tagliarono il silenzio come vetro infranto.
“Freya ha ragione, Kazuya,” disse con quella voce roca e sfigurata dal fuoco. “Shinra non è il tipo giusto per te. È un ragazzino con la testa piena di sogni e di eroi. Non capisce cosa significhi crescere con il fuoco dentro, quello vero, quello che brucia l’anima. Ti userà per sentirsi buono, per credere che può salvare qualcuno come te. Ma non rimarrà quando vedrà quanto sei simile a noi.”
Kazuya lo fissò, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. “Smettila,” sibilò, le mani che tremavano. “Non avete idea di chi sia Shinra. Non potete giudicarlo come giudicate voi stessi.”
Freya si alzò, la voce morbida ma glaciale. “Ti stiamo solo proteggendo, Kazuya. Questo mondo non ti accetterà mai se resti accanto a un eroe. Vieni qui, resta con noi. Con la tua famiglia. Non devi più uscire, non devi più fingere di essere qualcun altro. Qui sei al sicuro.”
“Al sicuro?” Kazuya fece un passo indietro, le lacrime che gli rigavano il viso. “Al sicuro da cosa? Dal mondo o da voi?”
“BASTA!” urlò lui, la voce deformata dal dolore e dal fuoco. “NON VOGLIO PIÙ SENTIRVI!”
Le fiamme divamparono ancora più alte, avvolgendo i suoi genitori in un bagliore abbagliante. I loro volti sparirono dietro la luce, dissolvendosi come ricordi bruciati.
Kazuya rimase immobile per un istante, tremante, mentre la casa crollava attorno a lui. L’odore di cenere e ferro gli riempì i polmoni. Poi, senza guardarsi indietro, fece un passo fuori.
La notte di Tokyo era fredda e silenziosa. Dietro di lui, le fiamme illuminavano il cielo, come un’alba infernale.
Camminò lentamente, con le lacrime che evaporavano prima di toccargli il mento, il cuore devastato e la mente vuota.
Alle sue spalle, la sua casa, la sua infanzia, e i suoi genitori… stavano diventando polvere.
Il rumore delle sirene lo raggiunse quasi subito, acuto e insistente, rimbalzando tra le strade strette e gli edifici anneriti dal fumo. Kazuya si fermò un istante, il cuore ancora martellante, mentre l’odore di cenere e bruciato gli riempiva le narici.
Con un gesto rapido, tirò fuori un piccolo fischietto legato al polso. Soffiò forte, un suono puro e penetrante che tagliò l’aria come una lama. Poco dopo, un rombo lontano si fece sempre più vicino: Raikō, il suo stormcutter, apparve tra le nuvole basse, le ali enormi che solcavano il vento con forza. Le scaglie scintillavano di blu elettrico e argento, illuminando il cielo notturno e il fumo che si alzava dalla città.
Senza esitare, Kazuya corse verso la creatura. Raikō si chinò leggermente, permettendogli di salire sulla schiena potente e muscolosa. Kazuya afferrò le corna e si sistemò tra le spalle robuste dello stormcutter, sentendo ogni battito d’ali vibrare sotto di sé.
Con un potente colpo d’ali, Raikō si sollevò dal suolo. La città divenne rapidamente piccola sotto di loro, le luci e i rumori lontani come minuscoli puntini tremolanti. L’aria fredda dell’autunno gli sferzava il volto, ma non riusciva a fermare le lacrime che continuavano a scendere.
Kazuya si appoggiò al collo di Raikō, singhiozzando, i capelli ancora leggermente fumanti per la rabbia e la frustrazione. Ogni singolo respiro era un miscuglio di dolore, paura e senso di perdita.
Raikō planava alto nel cielo notturno, le ali che tagliavano il vento con maestosa precisione, e Kazuya guardava giù, la città illuminata e l’oscurità che la circondava. Piangeva per la casa persa, per la rabbia e la delusione, per tutto ciò che era stato e per ciò che stava scoprendo su se stesso e sui suoi genitori.
Il vento gli sferzava il volto, il cuore tremava, ma in quel volo, sospeso tra terra e cielo, per la prima volta sentì una forma di libertà assoluta, anche se dolorosa.
Raikō planò dolcemente sopra i dormitori, le ali che spazzavano l’aria con precisione e potenza. Kazuya, ancora scosso, si aggrappò alle corna dello stormcutter fino a quando non arrivarono davanti all’ingresso.
Con un ultimo battito d’ali, Raikō si fermò e Kazuya scese in fretta, i piedi che toccarono il terreno con urgenza. Senza nemmeno voltarsi, corse lungo il corridoio fino alla sua stanza, le lacrime ancora presenti sul volto e il respiro affannoso.
Mentre stava per aprire la porta, una voce familiare lo chiamò, piena di preoccupazione:
“Kazuya!”
Shinra apparve dietro di lui, gli occhi spalancati e il viso teso. “Che succede? Dove sei stato? Ti stavo cercando ovunque!”
Kazuya si fermò un istante, la mano sulla maniglia della porta, il cuore ancora in subbuglio. Lo sguardo incontrò quello di Shinra, e per un attimo ogni paura e rabbia si mescolò con un senso di sollievo e conforto.
“Shinra… devo stare da solo per un po’,” disse Kazuya con voce spezzata, cercando di trattenere ancora le lacrime. “Ma… grazie per essere venuto.”
Shinra fece un passo avanti, esitante, poi si fermò, rispettando il silenzio e la distanza che Kazuya chiedeva. “Va bene… sono qui se hai bisogno,” rispose piano, con la voce carica di preoccupazione.
Kazuya aprì la porta e si rifugiò all’interno della sua stanza, chiudendosi dietro, mentre Shinra rimase fuori, il cuore in ansia ma pronto a sostenerlo quando sarebbe stato pronto a parlare.

Chapter 34: Vol. 3: Biglietti per l’Inferno

Chapter Text

Kazuya, con ancora il respiro irregolare e gli occhi arrossati dal pianto, percorse il corridoio silenzioso dei dormitori. Ogni passo risuonava come un colpo nel petto. Arrivò davanti alla porta di Tomoko e, per un momento, esitò. La mano tremava leggermente, le nocche sfiorarono il legno freddo. Poi bussò, piano, quasi timoroso di rompere quel fragile silenzio.
“Tomoko… sono io.”
La sua voce era roca, spezzata. Rimase fermo ad aspettare, il cuore che gli batteva forte contro le costole. Dall’interno non arrivava alcuna risposta, solo un debole rumore, come di passi esitanti sul pavimento.
“Ti prego… apri. Ho bisogno di parlarti.”
Appoggiò la fronte contro la porta, chiudendo gli occhi per un istante. Il calore del suo respiro si disperse nell’aria fredda del corridoio mentre il dolore che cercava di reprimere minacciava di riemergere.
La maniglia si mosse lentamente, accompagnata da un lieve cigolio. La porta si aprì quel tanto che bastava per rivelare Tomoko, in piedi davanti a lui. Gli occhi erano arrossati e lucidi, le guance rigate dalle lacrime. I capelli, solitamente in ordine, le cadevano disordinati sul viso.
“Kazuya…” mormorò con voce incrinata, sorpresa e stanca allo stesso tempo.
Kazuya la guardò, il cuore stretto in una morsa. Non servivano parole per capire che anche lei stava soffrendo. Per un istante restarono fermi, divisi solo da quel piccolo varco tra la porta e il corridoio, carico di silenzi e cose non dette.
“Posso entrare?” chiese piano, quasi temendo di peggiorare la situazione.
Tomoko annuì debolmente, asciugandosi le lacrime con la manica, e si spostò di lato per lasciarlo passare. Dentro la stanza, l’aria era pesante, intrisa di tristezza e stanchezza. I libri e alcuni fogli erano sparsi sul pavimento, segni di una mente che aveva cercato invano di trovare pace.
Kazuya chiuse lentamente la porta alle sue spalle, senza dire una parola. Si avvicinò a Tomoko, che cercava di tenere la testa bassa, le spalle ancora tremanti per il pianto. Per un momento la guardò in silenzio, poi le mise una mano sulla spalla.
Appena lo fece, Tomoko si irrigidì un istante, ma poi, come se avesse trattenuto troppo a lungo il respiro, si lasciò andare. Kazuya la tirò dolcemente a sé e la strinse in un abbraccio forte, sincero.
Lei affondò il viso contro il petto di Kazuya, lasciando uscire un singhiozzo soffocato. Le sue dita si aggrapparono alla divisa di lui, come se temesse che potesse dissolversi da un momento all’altro.
“Va tutto bene… ci sono io” mormorò Kazuya, con voce roca ma calma, accarezzandole i capelli.
Tomoko non rispose, ma il suo respiro, piano piano, cominciò a rallentare. L’abbraccio tra i due rimase sospeso in quel silenzio fragile, dove nessuna parola era necessaria per capire il dolore dell’altro.
Kazuya la fece sedere piano sul letto, restando accanto a lei. Tomoko si asciugò le lacrime con il dorso della mano, ma gli occhi le bruciavano ancora.
“Non riesco a togliermelo dalla testa…” sussurrò con voce rotta. “Mio padre… mi ha mandata qui solo per usare il mio cervello. Per studiare come penso, come reagisco… come se fossi un esperimento. Niente di più.”
Kazuya rimase in silenzio, guardandola con un’espressione triste ma piena di comprensione.
Tomoko abbassò lo sguardo, stringendosi le mani tra le ginocchia. “E la cosa peggiore è che voi due non c’entrate niente. Non volevo mettervi in pericolo, né te né Shinra. Tutto questo… è solo colpa mia.”
Kazuya scosse la testa, posandole una mano sulla spalla. “Non dire così. Tu non hai colpa di niente. Se tuo padre ha fatto tutto questo, è perché è un mostro… non perché hai sbagliato tu.”
Tomoko lo guardò con gli occhi lucidi, tremando leggermente. “Ma se vi succede qualcosa per colpa mia, io non me lo perdonerò mai…”
Kazuya si avvicinò un po’ di più e le parlò con tono più deciso, ma gentile. “Siamo un gruppo, Tomoko. Ci proteggiamo a vicenda. Tu hai salvato me e Shinra più volte. Adesso tocca a noi esserci per te.”
Tomoko inspirò a fondo, cercando di calmarsi. “Grazie… davvero, Kazuya.”
Lui le sorrise appena. “Sempre.”
Kazuya si sedette accanto a Tomoko, il silenzio tra loro denso come fumo. Dopo qualche secondo, mormorò: “Lo sapevamo già.”
Tomoko alzò lo sguardo, sorpresa. “Cosa?”
Kazuya sospirò, poggiando i gomiti sulle ginocchia. “Io e Shinra. Anche noi abbiamo letto quei documenti l’anno scorso, quando siamo entrati di nascosto nel vecchio ufficio del preside. Abbiamo visto tutto… gli schemi, i tracciati, perfino i risultati dei test.”
Tomoko abbassò lo sguardo, stringendo le mani. “Quindi avete capito subito che ci stavano studiando…”
“Già.” rispose Kazuya, la voce più cupa del solito. “Parlavano di noi come di due armi perfette, una combinazione di potere e distruzione. Tu, invece, eri citata come ‘la mente direttiva’. Tutto era collegato.”
Tomoko si morse il labbro, trattenendo la rabbia e la vergogna. “Sapevo che mio padre era ossessionato dalla perfezione, ma non pensavo sarebbe arrivato a tanto.”
Kazuya scosse la testa. “Nessuno di noi voleva crederci. Ma oggi… dopo quello che abbiamo visto, non possiamo più fingere.”
Tomoko si voltò verso di lui, gli occhi lucidi. “E ora? Cosa facciamo, Kazuya? Non voglio che voi due vi facciate trascinare in questa follia per colpa mia.”
Kazuya le prese la mano, con un sorriso stanco ma deciso. “Tomoko, non sei tu il problema. Siamo tutti dentro fino al collo. E se qualcuno pensa di usarci come esperimenti, dovrà vedersela con noi tre.”
Tomoko inspirò a fondo, cercando di calmarsi. “Già… noi tre.”
Kazuya annuì, stringendo la sua mano. “Questa volta non ci studieranno da lontano. Li affronteremo di persona.”
Per un attimo, il silenzio tornò a riempire la stanza. Poi, fuori, un tuono ruppe la quiete — come se il mondo avesse appena ascoltato la loro promessa.
Tomoko lo guardò ancora scossa, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano.
“Come… come li incontreremo?” chiese con voce tremante, cercando di capire il piano.
Kazuya si sistemò i capelli e sospirò. “Te lo ricordi, vero? Ti avevo già parlato del galà dei villain che si tiene ogni anno.”
Tomoko spalancò leggermente gli occhi. “Già… il galà in maschera. Quello dove si riuniscono tutte le organizzazioni criminali.”
“Esatto.” rispose Kazuya, lo sguardo serio ma deciso. “Se vogliamo scoprire la verità, dovremo entrare lì dentro. È il posto perfetto per trovarli tutti insieme… compresi i nostri genitori.”
Tomoko rimase in silenzio per qualche secondo, poi annuì piano. “E tu hai davvero intenzione di andarci?”
Kazuya incrociò le braccia, fissando il pavimento. “Sì. Non posso più tirarmi indietro. Non dopo tutto quello che è successo.”
Tomoko abbassò lo sguardo, stringendo i pugni. “Allora… ci andrò anch’io. Non lascerò che tu lo faccia da solo.”
Kazuya la guardò e, per un istante, sorrise debolmente. “Lo sapevo che avresti detto così.”
In quell’esatto momento, un fruscio tagliò il silenzio della stanza. Tomoko e Kazuya si voltarono di scatto verso la porta: tre buste nere, ornate da un sigillo argentato a forma di maschera, scivolarono lentamente sotto la soglia, attraversandola come se la materia stessa non esistesse.
Kazuya sussultò, alzandosi di scatto. “Hai visto anche tu?” mormorò, con gli occhi spalancati.
Tomoko si avvicinò con cautela, piegandosi a raccoglierle. “Non… non può essere una coincidenza,” disse a voce bassa, le mani che tremavano appena. “È come se sapessero che eri qui.”
Kazuya incrociò le braccia, lo sguardo teso. “Lo sanno. Sanno sempre tutto.”
Tomoko aprì lentamente una delle buste. Dentro, un biglietto nero lucido, scritto con inchiostro d’argento, riportava le parole: “Galà Annuale dei Villain – Ingresso esclusivo per coppie prescelte. Presentarsi mascherati.”
Kazuya la fissò, gli occhi che si fecero più cupi. “Quindi… è iniziato.”
Tomoko chiuse gli occhi per un momento, poi annuì. “Sì. E non abbiamo più scelta.”
Le tre buste giacevano sul pavimento, come inviti del destino — sigilli d’ombra che attendevano solo di essere accettati.
Tomoko sfiorò il biglietto con le dita, poi sgranò gli occhi. “È… per domani sera,” disse, la voce incrinata dall’incredulità.
Kazuya si irrigidì. “Domani? Non ci stanno lasciando neanche il tempo di respirare…”
Tomoko si alzò di scatto, iniziando a camminare avanti e indietro nella stanza. “Io e Masako non abbiamo ancora comprato nulla! Né il vestito, né la maschera!”
Kazuya si portò una mano alla fronte, cercando di calmare la situazione. “Io e Shinra siamo già pronti. Avevamo previsto che il galà fosse vicino… ma non pensavo così presto.”
Tomoko si fermò, lo sguardo perso nel vuoto. “Non possiamo presentarci senza niente. Se vogliamo passare inosservati, dobbiamo sembrare come loro, comportarci come loro.”
Kazuya annuì lentamente, lo sguardo deciso. “Allora domani mattina andate al centro commerciale. Prendete tutto quello che vi serve. Il resto… lo sistemiamo stasera.”
Tomoko serrò le labbra e strinse il biglietto tra le dita. “Non posso credere che ci stiano praticamente invitando a cacciarci nei guai.”
Kazuya fece un mezzo sorriso amaro. “Non è un invito, Tomoko. È una provocazione.”
Tomoko lo guardò negli occhi, poi annuì piano. “E noi ci cadremo dentro… ma alle nostre condizioni.”