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Why can't this night go on forever ITA

Summary:

What's in our hearts, there's never time to say
Need you tonight, lover don't fade away
Like a photograph
That time won't erase
Why can't this night go on forever? - Journey

L'ultima notte di Mycroft e Albert (missing moments)

Notes:

Holaaaa questa è la prima fanfiction che scrivo su questi due (sono la mia ship preferita in assoluto in tutti i manga/anime/libri/serie tv/quello che vi pare) perché ho sempre avuto il terrore di andare out of character. Sono difficili da scrivere, ce l'ho messa tutta :')
Ci tenevo a specificare un paio di cosette:
- Ci sono personaggi inventati (gli amanti di Albert), Edward Gray è l'unico che, pur avendo nome e ruolo inventati, appare nel manga: è il militare che vediamo con Albert in "The case of the noble kidnapping"
- Pur essendo scritta in terza persona, la storia è narrata dal punto di vista di Albert. Si sa cosa pensa lui e ciò che vede, perché non sono così pazza da cimentarmi a scrivere la psicologia di Mycroft
- la smut fa un po' pietà perché mi cringia scrivere scene del genere, in italiano specialmente

Penso di aver detto tutto, baci <3

Work Text:

Novembre 1879. Quella sera faceva freddo, un vento gelido soffiava per tutta Londra infilandosi tra le viuzze e correndo nei viali. La città era relativamente tranquilla, giaceva ignara di ciò che sarebbe accaduto nel giro di pochi giorni: il Signore del crimine avrebbe presentato sul palco l'atto finale della sua tragedia e la capitale avrebbe inneggiato alle gesta eroiche del detective numero uno.

Casa Moriarty era silenziosa, tremendamente silenziosa. William era sparito da un paio d’ore, nessuno conosceva i dettagli. Tutti nella villa erano rinchiusi nella propria stanza a riflettere su ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Erano gli ultimi momenti in quella casa, tutti insieme. Non ci sarebbero più stati i fratelli Moriarty, ma solo Louis; non ci sarebbe più stato il grande piano del signore del crimine, ma solo l'MI6; non ci sarebbe più stata quella strana “famiglia” legata ad un ideale più forte del sangue, ma solo un’accozzaglia di persone troppo diverse tra loro unite dal lavoro. 

Chiuso nella sua camera, Albert si allacciò il nodo alla cravatta. Guardò il suo riflesso nello specchio: non importava quanto elegante lo rendessero la sua giacca senza grinze, la camicia candida o i pantaloni in cashmere; aveva un aspetto miserabile. I suoi capelli, seppur pettinati, non stavano al loro posto e qualche ciuffo ribelle rimbalzava sulla sua fronte. Indossava il suo solito sorriso provocante, ma i suoi occhi lo tradivano, mostrando al mondo la sua anima in mille pezzi. Il castello di carte dentro di lui stava crollando. Era stanco. Si portò una mano al viso, accarezzandosi una guancia. Non lo sentì. La sua mente era sempre più frequentemente dissociata dal suo corpo. Scosse la testa e distolse lo sguardo: la vista di sé lo disgustava. Afferrò la giacca dall'attaccapanni vicino alla porta e in quel momento un pensiero gli attraversò la mente.

Un bicchiere di vino non guasterebbe.

Aprì lo sportello della vetrina di fianco al caminetto, afferrò una bottiglia di vino pregiato e un calice e si gettò sulla poltrona color porpora. Versò un po’ di liquido scarlatto nel bicchiere, senza esagerare. Roteò dolcemente lo stelo del calice e se lo portò alla bocca. Il primo sorso bagnò le sue labbra e scorse giù per la gola, frizzante e dolciastro. Gli piaceva la sensazione pungente dell’alcol che entrava nel suo corpo, intorpidendo le sue membra e offuscandogli la mente - anche se, oramai, necessitava di una quantità ben superiore ad un quartino per potersi definire “brillo”. 

Gli sarebbero mancati momenti come quello, nella Torre di Londra. Mancavano meno di tre giorni all’inizio del suo isolamento. Aveva scelto quel finale per sé molto tempo prima, ma in cuor suo non era ancora pronto; anche se era sicuro che il dolore per la morte del suo fratellino sarebbe stato di gran lunga più atroce di qualsiasi altra condanna.

Il pensiero lo tormentava. Lui aveva trascinato William sulla strada del peccato; lui gli aveva dato il nome e il potere; lui l’aveva eletto come suo personale messia e forzato al Golgota. Lui, lui, lui. Lui era il peccatore originale, ma era William a pagare con la sua vita: come Cristo, William indossava i peccati altrui e portava la croce.

La mente di Albert si annebbiò, ma qualcuno entrò nella stanza e lo distrasse dai suoi pensieri. Probabilmente non l’aveva sentito bussare, perché lo sconosciuto cercò di essere più silenzioso possibile, ma Albert non poté ignorare l’aura minacciosa e giudicante alle sue spalle. 

“Non c’è alcun bisogno di intrufolarsi così, colonnello”, sorrise senza voltarsi.

“Non prendermi per il culo”, sputò velenoso lo sconosciuto avvicinandosi. 

“Quanta volgarità…” Albert roteò il suo calice e si concesse l’ultimo sorso. Poi appoggiò il bicchiere sul basso tavolino di fronte alla poltrona e alzò lo sguardo verso Moran. “Cosa ti porta qui?”

Sebastian Moran guardò fuori dall’immensa finestra attraverso lo spiraglio tra le tende tirate. Esitò per un istante, poi disse: 

“Vai da lui?

Albert aggrottò le sopracciglia e non rispose. Si allungò a raggiungere la bottiglia di vino sul tavolo e si versò un altro bicchiere. “È solo il secondo, non fare quella faccia”, disse con un sorrisetto. 

“Ti ho detto di non prendermi per il culo. Rispondi alla mia domanda. C’è una carrozza al cancello”, asserì il colonnello. Albert si fece schivo.

“Non sono affari tuoi.”

“Ma di che cazzo parli? Da quanto va avanti questa storia?”

“Quale storia? Temo che tu abbia frainteso.”

“Albert, che cazzo fate tu ed Holmes?” Moran sembrava più preoccupato che iracondo. La sua era un’insistenza aggressiva dettata più dall’inquietudine che dal risentimento. 

“Niente di quello che stai pensando, Moran. E se anche fosse, non sarebbero affari tuoi.” 

Il bicchiere era già vuoto. Albert l’aveva bevuto in due sorsi. 

“Albert, ti prego.”

Quel ti prego confermava la natura della sua veemenza. Moran era allarmato e aveva bisogno di risposte. 

“Tra me ed Holmes non c’è niente, ci vediamo per un’ultima chiacchierata tra colleghi. O forse sarebbe meglio dire complici, considerando che ha sempre taciuto sulla nostra questione. Holmes non è quel tipo di uomo, Moran, non si concede al primo idiota che passa. Non è come me.

Moran contrasse il viso a quelle parole. Come me.  

Albert aveva sempre saputo di essere omosessuale. L’aveva capito da bambino, quando il giovanotto di nobile famiglia ospite a casa Moriarty gli aveva rivolto un sorriso dolce e il suo corpo era stato pervaso da un’ondata di calore. Gli adulti avevano riso della timidezza del piccolo conte Moriarty alle prese con le prime relazioni sociali legate al suo status; non avevano percepito il cuore di Albert battere all’impazzata mentre quei due occhi blu come il mare lo guardavano inteneriti e il ciuffo di capelli color del grano si liberava dalla brillantina e ricadeva sulla fronte del giovanotto, costringendolo a spostarlo con le dita affusolate.
Ogni tanto Albert ripensava a quell’incontro e rideva all’idea che la sua prima cotta fosse stato il classico principe azzurro, occhi chiari e capelli biondi, quando in realtà aveva un debole per i mori e tenebrosi. Tutti i suoi amanti avevano avuto i capelli scuri: Jack Williams, il calzolaio di Berner Street con il viso ricoperto di lentiggini e una lunga cicatrice sul petto sempre in mostra attraverso la camicia sbottonata; Gregory, il figlio ribelle di Lord Howard, l’amico dei Rockfeller che frequentava spesso la villa in cui i Moriarty vivevano da adolescenti; Edward Grey, il soldato suo sottoposto che fumava il sigaro in quel modo così dannatamente attraente…

E ovviamente, Sebastian Moran. 

Albert si diceva che l’amore non era roba per lui. Aveva avuto tanti flirt nell’alta società, dove la sodomia era tanto condannata quanto praticata a porte chiuse, e nella bassa società, con uomini così rozzi ma così tremendamente umani, liberi da bon ton e personalità costruite a tavolino - seppur gli uomini d’alto rango fossero più curati e apprezzabili a primo impatto, Albert si era trovato più volte a tenersi il cuore tra le mani alla vista di qualche ragazzetto con l'aria tormentata vestito di stracci; e gli piaceva come coloro che condividevano i suoi gusti non esitassero a squadrarlo dalla testa ai piedi con voracità. Un nobile non avrebbe mai mostrato così chiaramente il suo interesse, preferendo allontanarsi in compagnia del conte Moriarty con una scusa per poi “consumare” lontani da occhi indiscreti. Non che gli uomini del popolo mostrassero alla luce del sole le loro proibite preferenze sessuali, ma era più semplice capire se si avevano le stesse intenzioni

Il primo bacio di Albert dopotutto era stato proprio Jack Williams. L'aveva conosciuto durante una passeggiata nei quartieri poveri quando aveva tredici anni, e per sei mesi aveva fatto in modo e maniera da recarsi in quel luogo quanto più spesso possibile, fin quando il ragazzo non era scomparso nel nulla. Ricordava ancora la sensazione delle labbra secche e screpolate di Jack posarsi sulle sue, lisce e morbide, mentre quelle mani callose da calzolaio stringevano le sue dita curate. Jack sembrava molto più grande della sua età, come tutti i lavoratori, e ad Albert questa cosa piaceva. 

Gli piacevano gli uomini con i capelli scuri e più grandi di lui. Come Sebastian Moran. 

Ma l’amore non era roba per lui, si diceva: aveva tanti flirt, si concedeva a chi lo intrigava a sufficienza, ma l'amore non era contemplato. Sia per carattere, sia per la fine che sapeva attenderlo, un giorno ormai non più così lontano. 

Eppure, il suo cuore ricordava ancora molto bene la sensazione di calore graduale, il battito che ogni giorno accelerava un pizzico rispetto a quello prima, l'imbarazzo sempre crescente: ogni volta che vedeva il colonnello, le sue gambe formicolavano e il suo stomaco faceva i salti mortali. 

Aveva diciannove anni quando, una sera, lui e Moran erano, come d'abitudine, rinchiusi nella sua stanza a bere vino. Conservava alcune bottiglie molto pregiate nella sua vetrinetta, e dato che nessuno a parte il colonnello condivideva la sua passione per l’alcol, quei piccoli momenti la sera erano un’occasione che custodiva con gelosia. 

Quella volta però, persino lui aveva alzato un po’ troppo il gomito e aveva fatto quella terribile domanda.

“Sebastian, sei mai stato con un uomo?”

Il colonnello aveva rabbrividito all'idea. “No, mi piacciono le donne. Specialmente se hanno le tette grosse”, aveva biascicato, impiegando tutte le sue forze mentali per esternare quell’affermazione d'alta classe. 

“Tu però sei bello, Albert. Sembri quasi una ragazza con questi capelli lunghi”, aveva continuato incastrando le dita tra le ciocche castane del conte Moriarty, che all'epoca arrivavano a toccare le sue scapole ed erano spesso raccolte da un nastro verde. Albert si era sentito percorrere da un brivido di piacere mentre il respiro caldo del colonnello si avvicinava sempre più alla pelle del suo collo. Aveva guardato in quegli occhi scuri come la notte e persi nell’alcol e non aveva opposto resistenza quando il colonnello, ubriaco, l'aveva finalmente baciato. Albert si era sentito come se il suo cuore, fino ad allora incatenato, si fosse liberato dal ferro pesante e avesse cominciato a pulsare entusiasta dentro di lui, euforico, come se volesse uscire dal petto per la contentezza. La sua mente annebbiata dal vino si era persa nell'oblio quando Moran l'aveva preso in braccio e gettato sul grande letto matrimoniale, mordendo ogni lembo di pelle che riusciva a scoprire. Esattamente come Gregory Howard, che si era preso la sua innocenza dopo che l'ennesimo bacio si era fatto più intenso del dovuto; e Gregory aveva fatto suo il corpo di Albert con prepotenza, come se gli spettasse di diritto: un ragazzo di diciotto anni che reclamava la sua proprietà su uno di sedici appena compiuti in un afoso pomeriggio di maggio. Allo stesso modo Moran non aveva fatto complimenti e aveva divorato tutto ciò che gli era capitato sotto i denti, dalle cosce ai sentimenti di Albert, che ansimava stravolto dalla sua impetuosità. 

Non ne avevano più parlato. Moran aveva ricordi vaghi ed Albert si era trovato costretto ad ingoiare quell'amore che sapeva essere sbagliato. Col tempo quei sentimenti si erano affievoliti fino a scomparire del tutto. 

“È successo una volta, Albert. Eravamo ubriachi, tu non provavi niente per me e io niente per te.” 

Così aveva risposto Moran poche ore prima, quando gli aveva chiesto “Sei forse geloso, Sebastian?” Il colonnello aveva aggrottato le sopracciglia e aveva sputato quella risposta velenosa che aveva risvegliato il diciannovenne Albert addormentato dentro il corpo del conte quasi trentenne e aveva colpito il suo cuore come una freccia affilata. Poi, Moran si era ricomposto e quasi sconsolato aveva concluso:

“Mi dispiace per la situazione in cui ti sei andato a cacciare, Albert, perché Holmes è solo l'ennesima persona a cui dovrai dire addio.” Aveva serrato le labbra e se n'era andato.

Seduto sul divano pelle marrone, Albert era perso nei suoi pensieri mentre faceva oscillare dolcemente lo stelo del suo calice. 

“M? Moriarty? … Albert?”

Albert trasalì e alzò lo sguardo verso l'uomo alla sua destra. 

“Mi stavi ascoltando?”

“Io… Perdonatemi, ero distratto. Ripetete, starò attento questa volta.”

“Non importa.”

“Dico davvero, io…”

“Anch'io dico davvero. Non ha importanza. Sono cose di cui ormai devo occuparmi con Louis.” 

Albert abbassò lo sguardo verso il bicchiere. Era quasi vuoto. Era il primo che gli veniva offerto, ma il terzo della serata. Basta così, si disse. Non voleva ubriacarsi, non quella sera. Riportò lo sguardo alla sua destra: Mycroft aveva la schiena dritta, aderente allo schienale del divano. Non indossava la giacca, solo la camicia bianca e l’immancabile cravattino blu scuro: era vestito di un’informalità alla quale Albert non era abituato. Guardava il calice ancora pieno sul tavolino di fronte a sé. 

“Non bevi?” domandò Albert. 

“Non amo particolarmente il vino”, rispose il direttore.

“Potevate bere qualcos'altro.”

“Ma a te piace il vino. Volevo farti compagnia.”

Albert lo guardò sorpreso e finì il suo calice. Sospirò e si lasciò sprofondare nello schienale morbido. Si guardò attorno: il salottino di casa Holmes era semplice ma accogliente. Aveva i colori scuri da ufficio, con le grosse librerie in noce e le tende verde bosco, ma la luce calda e il profumo di caffè compensavano lo stile impersonale. Albert si interrogava, senza trovare risposta, sul perché quella sera Mycroft l’avesse invitato a incontrarsi a casa sua e non alla Universal, come facevano sempre. 

“Albert.” Mycroft lo chiamò all’improvviso con un tono autoritario, ma era troppo stanco e distratto per concedergli più di uno sguardo lievemente annoiato. Sapeva cosa stava per dire.

“Te lo dico non come ufficiale governativo, né in quanto direttore dell'MI6. Te lo dico da collega. Da… amico.”

Gli occhi di Albert si dilatarono impercettibilmente.

“Io sono ancora in tempo per… Posso ancora…”

Albert lo interruppe. “No, Mycroft.”

Mycroft trasalì. Albert non aveva mai pronunciato il suo nome prima. L'aveva fatto per essere incisivo? No, era semplicemente stanco, non aveva più voglia né motivo di essere formale. 

“Ho scelto il finale per la mia storia molto tempo fa. Provare a riscriverlo, arrivati a questo punto, sarebbe come tradire tutti i miei ideali e i miei compagni. Non posso fare questo a William e Louis.”

Mycroft annuì. Si decise a bere un po’ di vino, sorseggiando con un’espressione indecifrabile, mentre Albert guardava il suo bicchiere vuoto. 

“Ne vuoi ancora?” chiese il direttore, ed Albert ebbe l’impressione che l’avesse fatto più per interrompere quell’insopportabile silenzio che si allungava tra di loro che per ospitalità. Scosse la testa: non meritava di abbandonarsi all’alcol e sopprimere il suo dolore. Doveva restare lucido, affrontare a testa alta la sua scelta e la sofferenza che comportava. Ubriacarsi sarebbe stato come imbrogliare, scegliere la via semplice e concedersi un’ultima serata rilassata e senza pensieri. 

“Perché insisti tanto?” domandò. Il direttore socchiuse leggermente gli occhi, perplesso, e lo fissò in silenzio; ma prima ancora di ricevere risposta, il suo volto tradì un lampo di comprensione, come se avesse intuito all’improvviso dove volesse andare a parare il conte. 

Questi, di fatto, lo notò, e non perse ulteriore tempo.

“Da quando hai scoperto quale finale avessi scelto per la mia storia, hai cercato, spesso in modo sottile, di dissuadermi. E poco fa ci hai provato un’ultima volta, senza mezzi termini. Mi viene da pensare che Sua Altezza, la regina Vittoria, non abbia mai davvero proposto di impegnarmi al servizio dell’Inghilterra per sfuggire alla Torre di Londra. Credo che sia stata una tua idea e che, con la tua influenza, avresti trovato il modo di farla accettare anche a lei.” Albert sorrise, mentre lo sguardo di Mycroft si faceva sempre più timido e colpevole come quello di un bambino colto sul fatto.

“Perché, Mycroft? Perché ti importa tanto di che fine farò? Io sono un nemico dell’Inghilterra, non dovresti-”

“Se fossi un nemico dell’Inghilterra ti avrei già eliminato.”

Mycroft sibilò, interrompendo Albert. Il conte sentì un brivido percorrergli la schiena quando la voce ferma del direttore raggiunse le sue orecchie. 

Mycroft sosteneva la loro causa, Albert l’aveva sempre saputo. Non amava giocare d’azzardo, perciò non si sarebbe mai permesso di domandare il silenzio al potente Mycroft Holmes se non fosse stato assolutamente certo che non rientrava nei suoi interessi interferire con il piano Moriarty. 

“E allora qual è la ragione?” domandò Albert, ricomponendosi. Osservò l’espressione ferma di Mycroft mentre i suoi occhi tradivano la miriade di pensieri che si prendevano a pugni nella sua testa: più volte il direttore sembrò sul punto di dire qualcosa, e più volte si mise a tacere.

Il silenzio si protrasse per un lunghissimo, quasi eterno minuto. Albert aveva il cuore in gola, camminava in bilico sulle labbra di Mycroft in attesa che pronunciassero qualcosa. 

“Hai davvero bisogno che te lo dica?” disse infine il direttore, spostando lo sguardo dal suo bicchiere al viso di Albert. Lo scrutò in ogni suo dettaglio, percorrendo con calma tutti i lineamenti. Albert si sentì profondamente in soggezione studiato da quegli occhi color zaffiro, affilati e severi. Lo sguardo di Mycroft su di sé gli aveva sempre messo i brividi, in senso perlopiù positivo.

“O forse vuoi sentire la risposta direttamente dalle mie labbra?” infierì ulteriormente il direttore. Ed eccola lì, la bomba a mano. Il cuore di Albert iniziò a battere concitato nella cassa toracica mentre all’esterno il conte cercava di mantenere la compostezza.

“Mi dispiace per la situazione in cui ti sei andato a cacciare, Albert, perché Holmes è solo l'ennesima persona a cui dovrai dire addio.”

Ripensò alle parole di Moran, a quanto avesse colto nel segno. Albert capì in quel momento che per troppo tempo aveva sepolto dentro di sé una spiacevole realtà che non voleva ammettere. 

Gli piaceva l’idea di manipolare gli altri a suo piacimento: sapeva di esserne in grado, e sapeva anche che la cosa non lo turbava minimamente. Non si sentiva in colpa, né si faceva coinvolgere: più volte aveva sedotto uomini utili alla sua causa, usando e facendosi usare quanto necessario. Ciò non aveva la benché minima ripercussione sui suoi sentimenti. Per questo, tempo addietro, aveva creduto di poter fare lo stesso giochetto con Mycroft Holmes, di ronzargli intorno come una zanzara nelle notti afose e uscirne illeso; ma Mycroft era diverso, e Albert si era fregato con il suo stesso giochetto. 

Ignaro, aveva rischiato e si era avvicinato troppo. Aveva reso Mycroft parte delle sue giornate e oggetto del suo desiderio in maniera pericolosa, eccessivamente audace. Si era mostrato provocante e sensuale nei suoi confronti per tenerlo in pugno, ma la maschera era caduta e il suo atteggiamento non era cambiato. Non aveva mai avuto realmente bisogno di manipolare Mycroft, perché Mycroft non aveva mai avuto intenzione di andargli contro. Albert questo lo sapeva, e capì che si era comportato in quel modo con il direttore solo perché gli piaceva. 

Dopotutto era un bell’uomo. Lo sguardo serafico ma attento, il ciuffo che ricadeva in mezzo alla fronte e faceva pensare ad una capigliatura ribelle che il direttore cercava invano di domare con la brillantina, le spalle larghe e il portamento rigido ed elegante; era precisamente ciò che piaceva ad Albert. Ma ciò che più lo faceva andare fuori di testa era la mente di quell’uomo, così intelligente e sottile. Albert aveva la pelle d’oca ogni volta che la voce grave e calda del direttore pronunciava un ordine, si sentiva sciogliere sotto lo sguardo di ghiaccio che lo guardava dritto in viso, senza vergogna. 

Ora quello sguardo era diverso. Era triste, sconsolato, e quell’azzurro vitreo si era fatto dolce. Non era il direttore che Albert conosceva: era Mycroft, che tentava di aggrapparsi alla poca compostezza di cui era capace in quel momento per non supplicarlo di rinunciare alla Torre di Londra.

“E allora qual è la ragione?”

Albert non voleva sentire la risposta pronunciata ad alta voce, non poteva permetterselo. Sapeva, in cuor suo, che sarebbe stato fin troppo pericoloso. Così, lasciando il discorso in sospeso, si protese verso Mycroft, riducendo la distanza tra i loro corpi. Erano seduti uno di fianco all’altro, ormai tremendamente vicini, e si guardavano negli occhi. Albert pensò che sarebbe potuto morire sotto l’intensità di quello sguardo. Ciò nonostante, decise di azzardare un’ultima volta, a costo di rischiare il crepacuore. 

“Mycroft” sussurrò. Osservò il direttore irrigidirsi nel sentire il suo nome pronunciato in modo così intimo, ma continuando a tenere gli occhi fissi su quelli color smeraldo del conte. Con un filo di voce, questi continuò:

“Posso chiederti un ultimo favore?”

Mycroft non dovette nemmeno annuire, tanto i suoi occhi parlavano per lui.

“Verresti all’inferno con me? Solo per questa notte.”

Albert sentì il suo cuore scoppiare nel chiedere una cosa tanto oltraggiosa. L’intimità non l’aveva mai imbarazzato, in passato aveva utilizzato termini ed espressioni ben più scandalose per arrivare al dunque; ma con Mycroft non voleva mostrarsi volgare o impetuoso, perché non era questo che voleva da lui. Non voleva una sveltina da bordello, non voleva le sue carni per ottenere qualcosa o per libidine. Voleva qualcosa che in tutti quei mesi, da quando avevano fondato l’MI6 e i loro rapporti si erano fatti stretti e i loro incontri frequenti, aveva cercato di negare a se stesso. Albert aveva sempre inconsciamente desiderato Mycroft, anche oltre la maschera sensuale e provocante che sceglieva di indossare con i suoi obiettivi, e adesso capiva finalmente il perché.

Mycroft non disse niente e sollevò con esitazione la mano a cingere la mandibola di Albert. Non gli tolse gli occhi di dosso per un solo istante. Si avvicinò e le punte dei loro nasi si toccarono, mentre i loro respiri caldi si fecero silenziosi, quasi trattenuti, come a non voler disturbare quel momento che sembrava surreale. Albert non avrebbe saputo dire chi dei due avesse cancellato quella distanza ormai insopportabile tra le loro labbra, ma nel momento in cui sentì la pressione sul proprio viso il mondo attorno a lui sembrò smettere di girare. Non c’erano più la Torre di Londra, il Signore del crimine, i suoi peccati. Non era più il conte Albert Moriarty condannato alla reclusione in cella: era di nuovo un ragazzino innamorato con il cuore che batte all’impazzata.

Mycroft era timido, e nel modo in cui tremava debolmente si percepiva il desiderio soppresso di farsi impetuoso ed esigente. Forse aveva poca esperienza, anche se era impensabile che un uomo come lui non avesse avuto avventure. Albert decise perciò di prendere il comando e cominciare a chiedere di più alle labbra posate sulle sue. Così anche Mycroft si lasciò andare a quel gesto che sembrava aver atteso per troppo tempo e mostrò ad Albert come, poco prima, fosse stata solo la timidezza a dettare l’incertezza dei suoi movimenti: il direttore era infatti, come Albert ebbe il piacere di esperire, terribilmente bravo. Spostò la mano dalla mandibola alla guancia del conte, insinuando le dita tra le ciocche di capelli castani sulla nuca. Albert, dal canto suo, sollevò le mani posandone una su quella del direttore appoggiata sul suo viso, l’altra sulla sua nuca, stringendo con delicatezza i capelli corvini che di lì a poco sarebbero diventati scompigliati come la natura li voleva. Ricambiò lentamente la contenuta ingordigia di Mycroft, meditando sulla veridicità di quel momento che gli sembrava folle: fosse stato un sogno, avrebbe voluto non doversene mai destare. Pensò alla stupidità di poco prima che l’aveva trattenuto dal concedersi al vino quando adesso si abbandonava ad un piacere per più inebriante. 

Fu questione di istanti prima che Mycroft si sbilanciasse verso Albert costringendolo a sdraiarsi. Il conte rinvenne improvvisamente dalla nebbia dell’eccitazione e disse, con il fiato corto:

“Avevi pensato a questo? Quando mi hai invitato a casa tua.”

Mycroft rifletté per un attimo, poi scosse la testa. “No, non ci avevo sperato. Desideravo passare un’ultima notte con te in un posto meno formale, che non mi facesse pensare al lavoro. Se questo doveva essere il mio ultimo ricordo di te, volevo che fosse a casa mia e non alla sede dell’MI6, dove ci siamo usati a vicenda.”

Albert dischiuse la bocca e alzò le sopracciglia, poi sorrise. “Allora portami in camera da letto”, ordinò. Mycroft non se lo fece ripetere due volte. 

Nella penombra della stanza i lineamenti duri e affilati di Mycroft spiccavano ancora di più. Il chiaroscuro definiva il profilo del suo viso e, man mano che veniva scoperto, tutto il corpo. Albert era seduto sul bordo del letto matrimoniale mentre il direttore, di fronte a lui, scioglieva il nodo al cravattino ormai troppo stretto sul suo collo pulsante per l’eccitazione. Slacciò qualche bottone della camicia e poi si avvicinò al letto. Si posizionò sopra Albert e lo baciò con foga, in una serie di movimenti sconnessi e schiocchi della lingua; le mani di entrambi gli uomini ramingavano impazienti tra i capelli, sulla schiena o sui fianchi dell’altro; i loro corpi premevano l’uno contro l’altro impazienti di incontrarsi propriamente, senza i fastidiosi vestiti a separare la pelle bollente. Mycroft sfilò i bottoni dalle asole della camicia di Albert e tolse la cravatta nera. Gettandosi ancora sulle labbra del conte, slacciò la cintura e presto si liberò dei pantaloni, delle scarpe e di qualsiasi altro pezzo di stoffa che lo ostacolasse nel godersi quel corpo. 

Albert, ora completamente nudo, respirava con affanno mentre osservava il petto ampio di Mycroft, cercando di domare i suoi istinti per non implorare come un disperato di essere preso. Mai un uomo l’aveva attratto tanto quanto il tenebroso Holmes, e trasalì nel vedere come quella bramosia fosse ricambiata. Albert conosceva bene gli occhi del direttore, ma in quel momento gli parve di vederli per la prima volta: l’azzurro gelido e impenetrabile era diventato un blu opaco e lussurioso, come l’acqua del pozzo del desiderio; gli occhi si spostavano lentamente sul corpo di Albert, assaporandone ogni centimetro per imprimerlo nella memoria. Mycroft era affamato: più guardava quel corpo più lo desiderava, più toccava quella pelle nuda più voleva assaporarla; non aspettava altro che consumare quelle carni, stringerle tra le sue mani. Ma non voleva correre. Si prese tutto il tempo, percorrendo i fianchi di Albert con le dita, chinandosi per baciarlo languidamente. Albert ansimava mentre le mani di Mycroft si chiudevano sul suo bacino e la sua lingua si faceva più insistente nella sua bocca. Sarebbe impazzito, ne era certo. 

“Così non è giusto, sono nudo solo io” sospirò sorridendo, rilasciando un gemito lascivo quando, nell’ergersi sopra di lui, il direttore sfiorò la sua crescente erezione con il cavallo dei pantaloni. Mycroft sfilò i bottoni ancora chiusi della camicia e la lasciò cadere alle sue spalle, mostrando la pelle diafana. Era come Albert se l’era immaginato: in forma, ma non scolpito quanto lui che era militare. Una cosa che però non si aspettava era la linea alba ricoperta di folti peli scuri dall’ombelico in giù; ma non gli dispiacque. Tutt’altro. In un certo senso, era coerente con l’immagine che si era creato di lui: il direttore sempre curato e in ordine, con i capelli pettinati all’indietro e il viso perfettamente rasato, nell’intimità della propria casa diventava un uomo comune, dalla capigliatura scompigliata e dallo sguardo libero da ogni convenzione. Un uomo di campagna, semplice e naturale - dopotutto non era nato “borghese”, ma aveva scalato la società con il suo talento. Albert, che aveva sempre avuto un debole per gli uomini del popolo, aveva fantasticato più volte su come sarebbe stato Mycroft se fosse rimasto nella contea in cui era cresciuto - ed aveva sempre scacciato quei pensieri inappropriati dalla testa. Adesso, aveva la risposta davanti agli occhi: un uomo timido, immensamente umano. Un fisico allenato, ma non scultoreo. Un viso senza filtri, segnato dalle prime rughe e dalle due fossette sotto gli occhi che Albert trovava irresistibili. Due forti braccia percorse da spesse vene. Quello era Mycroft, il bambino nato il 5 gennaio 1848 in un cottage di campagna nel North riding, cresciuto giocando nei campi, sbucciandosi le ginocchia; il ragazzetto che fumava di nascosto da sua madre, seduto ai piedi di un albero; il giovane uomo che, dopo il college, si era creato un suo posto nell’alta società senza perdere il lato più genuino di sé. 

Albert si domandò quanti, prima di lui, avessero visto Mycroft in quello stato così primitivo e vulnerabile, quanti avessero toccato la sua pelle nuda e l’avessero stretto a sé, quanti fossero stati guardati da quegli occhi così desiderosi. Quanti avevano avuto il privilegio di vedere la compostezza di Mycroft Holmes crollare, lasciando spazio al più naturalmente virile degli uomini? 

Quel pensiero svanì in fretta, soffocato dal bisogno di Albert di credere che, perlomeno in quel preciso istante, Mycroft appartenesse solo a lui. Sua era quella visione, sue quelle iridi ricolme di lussuria, suo il potere di far sciogliere l’irraggiungibile Holmes con la punta delle dita. Suoi erano i sospiri gutturali dell’uomo finalmente spoglio di qualsiasi indumento e convenzione che si ergeva sopra di lui, fremendo dalla voglia di possederlo.

Albert era sdraiato sul letto, a completa disposizione. Si trattenne dal gettare immediatamente lo sguardo alla virilità di quell’uomo, nonostante l’istinto lo implorasse di abbassare gli occhi quel tanto che bastava per raggiungere la fonte del piacere. 

“Mi farai impazzire se continui a guardarmi senza fare niente”, disse sforzandosi di guardare Mycroft in viso. Questi sembrò rinvenire, come se anche lui fosse stato annebbiato, perso nei suoi pensieri, e sorrise. 

“Sarei sadico se dicessi che mi piacerebbe vederti perdere il controllo?”

“Arrivi troppo tardi.” Albert alzò le braccia a cingere il collo di Mycroft e lo baciò ancora, mordendogli le labbra e tirando dolcemente i capelli alla base della nuca. Mycroft lasciò andare dei sospiri graffiati, e di tutta risposta portò una mano a sfiorare le cosce di Albert, che d’istinto aprì oscenamente le gambe, pronto ad accogliere qualsiasi cosa il direttore potesse offrirgli; e lui si prese tutto il tempo, accarezzando la pelle morbida dell’inguine permettendo che scosse di piacere percorressero la schiena di Albert. Il conte si lasciò sfuggire un sospiro voluttuoso: il suo inguine non aspettava altro che ricevere attenzioni da quelle mani che ramingavano con tutta calma. “M-Muoviti…” fu l’unica parola che emerse dalla nube di libido che offuscava la sua mente. 

“Come sei impaziente…” constatò compiaciuto Mycroft. Allora prima uno, poi due e infine tre dita penetrarono Albert, che emise gemiti strozzati dai numerosi baci che Mycroft stampava sulle sue labbra. Tremava di piacere mentre le dita inaspettatamente esperte del direttore si facevano strada dentro di lui, curiose ma delicate. Mycroft osservava le reazioni di Albert ai suoi movimenti, incantato da quel viso che aveva sempre visto costruito e audace e che ora era contratto in un’espressione di immenso piacere. Ma al conte non piaceva starsene con le mani in mano, così pensò di occuparle in qualcosa che avrebbe beneficiato entrambi; e finalmente guardò in basso. Deglutì a vuoto: quello non se lo aspettava.

Mycroft soffocò un mugolio quando sentì le dita lunghe di Albert chiudersi attorno alla sua erezione e muoversi su e giù. Albert lo guardò lottare contro i brividi per mantenere l’equilibrio sopra di lui, mentre continuava a prepararlo.

Avrebbe voluto che quel momento durasse per sempre. Avrebbe voluto avere modo di perdersi a studiare Mycroft, di scoprirlo giorno per giorno; ma il tempo stringeva e lui era assetato di primordialità. Lo invitò a non indugiare ulteriormente, e seppur un po’ titubante, Mycroft lo prese per i fianchi e ribaltò la sua posizione, costringendolo a mettersi carponi e finalmente spingendosi all’interno della carne rovente. Un suono aspro e gutturale graffiò la sua gola mentre alle sue orecchie giungeva il gemito rapido e turpe che Albert non era riuscito a soffocare: la frizione gli causava un bruciore che racchiudeva in sé un dolore vergine e il più immondo dei piaceri.

Albert affondò la testa nelle coperte e le strinse tra le mani, singhiozzando ad ogni spinta.  Le sue labbra si lasciavano sfuggire melodie di lussuria incomparabile, mentre Mycroft portava i loro fianchi a incontrarsi più e più volte. Tentava inutilmente di mettersi a tacere, di sigillare quei lamenti patetici nella sua bocca e non permettere loro di risuonare; ma era inutile. Le scosse elettriche che lo scuotevano in spasmi irrequieti gli stavano fottendo i sensi e la ragione, così come la sensazione ardente di quella virilità agognata per lungo tempo che finalmente si muoveva dentro di lui costringeva il cuore ad esplodergli nel petto ad ogni spinta. A sua volta, il direttore cercò per quanto possibile di stroncare sul nascere gemiti gravi. La sua presa sui fianchi che aveva di fronte si fece più salda mentre spingeva a fondo e Albert gridava. 

Albert non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato quando un’idea particolarmente piccante gli balzò di fronte agli occhi. Mycroft rallentò un attimo per riprendersi e lui decise di invertire le posizioni. Una smorfia compiaciuta si dipinse sul suo volto quando, a cavalcioni sopra il bacino del direttore, lo guardò ansimare confuso da quell’iniziativa. Albert si allungò a recuperare la sua cravatta, abbandonata sul bordo del letto, e legò i polsi di Mycroft. 

“Albert, cosa stai…”

“Voglio che mi guardi. Voglio che ti ricordi di me, di questa notte.”

Mycroft era semi sdraiato sotto Albert, con gli addominali tesi e le mani bloccate a livello del petto. Albert si muoveva energicamente sopra di lui, lo guardava mordersi il labbro dal piacere mentre si muoveva su e giù sulla sua erezione, con i muscoli contratti per lo sforzo e la testa china, i capelli lunghi e scompigliati che gli incorniciavano il viso. Cercava di tenere il ritmo, ma stare sopra era una gran fatica e dopo qualche minuto le sue gambe iniziarono a cedere. Mycroft si portò i polsi alla bocca e con un po’ di fatica slacciò il nodo con i denti, sfilando la cravatta e afferrando nuovamente i fianchi di Albert. 

“Lascia fare a me”, gli sussurrò all’orecchio. Strinse con forza le dita attorno al suo bacino e gli regalò qualche spinta decisa e profonda che fece singhiozzare Albert.

Mycroft aveva quasi raggiunto il limite, perciò cambiò le posizioni ancora una volta e distese Albert sotto di sé. Albert, tra mille gemiti, guardò Mycroft posizionarlo a suo piacimento e alzargli le gambe lungo il suo busto. Albert lo cinse senza esitazione e gli rivolse uno sguardo impaziente. “Che cosa vuoi fare?” chiedeva con gli occhi.

“Voglio guardarti in viso mentre raggiungi l’apice”, mormorò il direttore prima di ricominciare a muoversi dentro il conte. Albert, sorpreso da quel gesto improvviso, si aggrappò con insistenza alla schiena ampia sopra di sé, e la vicinanza tra il suo addome e quello altrui costrinse la sua erezione tra pareti di carne sudata e in fiamme. I muscoli delle gambe oscenamente spalancate tremavano per il piacere e l'eccitazione, e più Mycroft lo divorava più il suo cervello smetteva di rispondere.

L’adrenalina scosse i loro corpi infervorati, mentre i respiri si facevano caldi e la vista sfocata impediva agli occhi di scorgere chiaramente quelle forme che le mani riuscivano a tracciare e distinguere con facilità.

Albert vide una versione di Mycroft che fino a poco prima aveva solo immaginato: i capelli ondulati neri gli ricadevano sul viso, ormai liberi dalla brillantina; la pelle era sudata e lucida e definiva i suoi muscoli in trazione; il viso era imperlato, con piccole goccioline che scendevano lungo le tempie, gli occhi socchiusi e ciechi per il piacere e la bocca contratta in una smorfia. Albert pensò che, anche durante il sesso, Mycroft era l'uomo più bello che avesse mai visto. 

Lo amava. Anche se aveva cercato di nasconderlo, era rimasto colpito dal primo istante, e trasformare quella febbrile curiosità in amore era stata questione di pochi mesi. Albert amava Mycroft al punto di desiderare che qualsiasi momento assieme non finisse mai, lo amava tanto da gradire quelle fiamme ardenti che divampavano dentro di lui ogni qualvolta lo toccasse; il suo cuore batteva quasi avesse voluto scoppiare quando il ragazzo lo baciava, e in quel momento più che mai desiderò che il tempo potesse fermarsi e permettergli di fare l'amore per sempre.

Albert sospirava e sospirava, il suo cuore batteva sempre più forte come se volesse uscire: sembrava che solo uno strato di pelle separasse quell'organo pulsante dal mondo esterno; solo quella sottile barriera poteva ancora proteggere la fragile sede dell'amore da una ferita irreparabile.

“Chiamami”, domandò all’improvviso Mycroft. Albert riuscì a malapena a rispondere sotto la veemenza di quelle spinte che gli stavano facendo perdere la ragione.

“Chiamami, Albert. Dì il mio nome.” La voce di Mycroft si fece più profonda e severa di quanto non fosse normalmente. Voleva sentirsi chiamare. Voleva che dalle labbra di Albert, in tono patetico e supplichevole, uscisse il suo nome.

 “M-Mycroft…” Un sussurro impercettibile vibrò sulle labbra del conte.

“Più forte”, ordinò il direttore, chinato sul corpo della sua preda. E ancora il suo nome fu chiamato, molteplici volte. Strozzato, interrotto dai singhiozzi, chiaro e limpido, sensuale; uscì in tanti modi differenti, ma avevano tutti un punto in comune: comunicavano quanto Albert avesse bisogno di quel gesto, del colpo di grazia che gli avrebbe permesso di liberarsi. Piccole stille salate imperlavano gli angoli dei suoi occhi, e implorava di venire dilaniato, di porre fine a quella tortura che stava facendo tremare i suoi muscoli. Mycroft afferrò la sua virilità e lo accontentò, continuando a fotterlo senza ritegno.

Con un gemito soffocato e volgare, entrambi rilasciarono sull’addome di Albert.

Improvvisamente la stanza si fece silenziosa. Gli intensi gemiti svanirono lasciando spazio ad un confortante silenzio in cui solo i respiri sempre meno affannosi. Albert si lasciò andare sul materasso, il sudore dipinto sui muscoli e i capelli scompigliati, mentre il suo cuore batteva a martelletto ma gradualmente si calmava. Mycroft era ancora un po’ rigido sopra di lui, come se esitasse a lasciarsi andare. Albert gli accarezzò il viso con il dorso della mano, passando il pollice sulla fossetta sotto l’occhio sinistro, e gli parve che lo sguardo del direttore si sciogliesse sotto il suo tocco. I muscoli della schiena e delle braccia si ammorbidirono e l’uomo si abbandonò sul materasso di fianco al conte. Dopo essersi ripreso, disse:

“Vado a prendere qualcosa per pulirti.”

Tornò dall’altra stanza con un asciugamano umido, addosso aveva una vestaglia blu navy. Albert lo ringraziò con un cenno del capo e liberò il suo addome dal risultato della passione da poco scemata. Si allungò sul materasso come un gatto per raggiungere la sua camicia ai piedi del letto e se la posò sulle spalle. Mycroft si era acceso una sigaretta e gli dava le spalle seduto a lato del letto. Albert gattonò sul materasso e gliela tolse dalle dita, inspirando profondamente. 

“Non pensavo che fumassi”, disse il direttore.

“Infatti non fumo, detesto il tabacco. Ma a te piace. Volevo farti compagnia.”

Albert sorrise malinconicamente. Ancora una volta gli occhi di Mycroft erano incatenati ai suoi, ma erano tornati quelli di sempre: affilati, indecifrabili. Albert si domandò se le pietre lascive viste fino a poco prima non fossero state un’allucinazione, guardando il viso del direttore in quel momento sembravano incompatibili con i suoi lineamenti duri. 

Albert sentì qualcosa di caldo e umido scorrere sul suo viso. Una lacrima, che scese lentamente dal suo occhio color smeraldo, lungo le guance ancora arrossate, fino alla mandibola definita, per poi precipitare nel vuoto. E un’altra lacrima, dall’altro occhio. E un’altra ancora. Si portò una mano al viso, confuso da quella reazione del suo corpo, ma Mycroft raggiunse l’angolo del suo occhio sinistro prima di lui. Il direttore strofinò il pollice contro la pelle accaldata del conte, portando via le stille. 

“Resta”, disse. “Solo per stanotte.”

Albert sentì il suo cuore fermarsi per un istante. Quanto avrebbe voluto gettarsi tra le braccia di quell’uomo, distendersi al suo fianco e farsi accarezzare i capelli, lasciarsi andare a quel calore che, ora che l’aveva provato, sentiva così familiare, piangere e sentirsi coccolato. Avrebbe voluto baciare quelle labbra, passare le mani tra i capelli corvini, girarsi e rigirarsi nel letto avvinghiato all’uomo con cui avrebbe trascorso volentieri ogni singolo istante. 

Deglutì a fatica. Un nodo gli bloccava la gola, che sentiva stretta e dolorante. Il bruciore risaliva nel suo naso mentre cercava di trattenere le mille lacrime che attendevano il loro turno dietro le sue palpebre. 

“No, Mycroft”, mormorò senza voce, abbassando la testa. Mycroft gli prese la sigaretta dalle dita e la spense nel posacenere sul comodino. Poi, lo costrinse ad alzare la testa, prendendola tra le mani. 

“Non ti sto chiedendo di fuggire. Non ti sto chiedendo di tradire il destino che ti sei scelto. Ti sto chiedendo di restare con me, solo per questa notte.”

Quanto avrebbe voluto dire un semplice “sì”. Svuotarsi da quella sensazione opprimente, da quel dolore che gli stritolava il cuore sempre più. Quanto avrebbe voluto gettare la maschera e dire “Sì, sono debole, ho una paura fottuta di ciò che mi aspetta! Voglio solo restare qui e fingere che là fuori non stia succedendo niente, che il mondo sia confinato a queste quattro mura.” Quanto avrebbe voluto amare Mycroft.

“Non posso…” disse infine Albert, con un filo di voce incrinata. “Se restassi non riuscirei più ad andarmene”, ammise. 

Mycroft sospirò, aggrottando le sopracciglia. Poi, fece un’ultima, dolorosa richiesta:

“Posso chiederti un ultimo favore anch’io?”

Albert esitò, poi annuì. Mycroft non disse niente. Si avvicinò al viso che teneva tra le mani e lo baciò. Albert sentì il suo stomaco precipitare mentre un magone terribile lo assaliva. 

Lo stava baciando con foga, come si legge nei libri: gli amanti si scambiano un ultimo bacio disperato prima che il destino li separi per sempre; e si cercano, con le mani, con la lingua, con tutto il corpo. Mycroft baciava Albert e lo stringeva a sé come se fosse stato un sogno che poteva dissolversi tra le sue mani da un momento all’altro. Albert gli restituì il bacio, con tutta la dolcezza e la violenza che aveva dentro. Gli affondò le dita tra i capelli, si aggrappò a quel volto e baciò quelle labbra finché non diventò troppo doloroso. 

Fu Albert a interrompere. Scosse il viso per liberarsi dalla presa di Mycroft e si alzò in fretta, senza concedersi il tempo di guardare il viso del direttore né di sentire il proprio cuore battere all’impazzata. Si rivestì, con lo sguardo basso e i denti stretti. Quando percepì che Mycroft si era alzato ed era accanto a lui in attesa che lo degnasse di uno sguardo, si armò di coraggio.

“Vi ringrazio per la vostra collaborazione, Sir Holmes. I fratelli Moriarty ve ne saranno eternamente riconoscenti”, disse cercando di recuperare quella compostezza e l’atteggiamento seducente che erano diventati il suo marchio di fabbrica. Mycroft lo fissava immobile, quasi infastidito. 

“Perché hai così paura di mostrarti vulnerabile ai miei occhi?”, domandò. Albert rabbrividì, ma cercò di non darlo a vedere. 

“Ci vedremo la mattina del processo. Buonanotte, direttore.” Si allontanò verso l’altra stanza per recuperare la sua giacca, ma Mycroft lo seguì. 

“Albert”, chiamò. “Albert, perché?”

Albert rifletté per un istante. 

“Mi dispiace per la situazione in cui ti sei andato a cacciare, Albert, perché Holmes è solo l'ennesima persona a cui dovrai dire addio.”

Poi, disse semplicemente:

“Perché mi ucciderebbe.”

Chinò la testa in saluto, uscì dall’appartamento di Mycroft e, con il cuore tra le mani e il viso inzuppato di lacrime, sparì nel buio della Londra notturna.

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